La realtà modificata di Ceglie Messapica

Ceglie Messapica è un paese nell’entroterra brindisino. Non affacciandosi sul mare non è preso d’assalto come la vicina bianca Ostuni. Anche qui è tutto bianco, con le piccole case in pietra coperte dell’ampio strato di calce ma perfino in occasione dell’allettante sagra della fris, frisedd, pizzica pizzica e purpett fritt, gli abitanti locali sono decisamente più numerosi dei turisti. Nei pochi negozietti aperti non si sente come ad Ostuni un sinistro accento milanese ma la cadenza strascicata e chiusa dialettale, che finisce sempre con esclamazioni che forzano la mascella a sporgersi in avanti. La graziosa piazzetta con l’orologio al centro, le palme attorno e i bar davanti ai quali gli uomini maturi del paese sono immobili con la loro birrozza in mano a partire dalle cinque di pomeriggio è ovviamente il centro di tutta la manifestazione. A Ostuni invece circola da qualche anno l’estranea usanza dell’happy hour estivo e i locali notturni pullulano di suoni lounge con musiche Buddha bar che si insinuano tra architetture minimal chic. Il palchetto allestito nella piazza di Ceglie ospita un giovane gruppo di pizzica di Oria, troppo giovane per esprimere la forza autentica della taranta e infatti viene surclassato a tarda sera dal più solido trio famigliare: nonna, nipote e zio che si piazzano sul palco e liberano finalmente in saltelli i compaesani fino ad allora rimasti solo a sentire e a ingozzarsi di fris e purpett fritt annaffiate in quantità da vino rosso. Ed è tripudio di pancette molli di signore che si dimenano cercando di trascinare nella sinuosa danza i più timidi mariti intenti ad ammirare le giovani cantanti tamburelliste del gruppo di Oria, che adesso ballano, capelli al vento, con gonne svolazzanti e nacchere ai polsi.
Poco distante, in un vicolo, una fiaccoletta illumina un manifesto quasi invisibile: un sobrio bianco e grigio che si mimetizza con i colori delle case e della strada e che svanisce in confronto al verde fosforescente usato per il manifesto della sagra. Il flebile, etereo manifesto indica CF2, il secondo festival delle arti visive, il primo inaugurato l’anno scorso. Per un attimo si ha una sensazione di straniamento. Entrando nel chiostro cinquecentesco dell’ex convento dei Domenicani sembra di essere al centro sociale Rialto Santambrogio nel cuore del ghetto di Roma (ormai gestito come una vera e propria mini industria culturale radical chic), con tanto di banchetto allestito con offerta libera per chi vuole visitare la mostra. E Roma c’entra in effetti, visto che il festival CF2 ha come partner Zoneattive, FotoGrafia, Outsideschool, Agenzia 7 min, Cult Frame, tutte entità romane che si interessano di promuovere le arti visive contemporanee. Zoneattive, per intenderci, è la stessa che promuove grandi eventi come Enzimi. Lo sponsor è la Nikon Italia e scopro che a patrocinare l’iniziativa ci sono, oltre al comune di Ceglie Messapica e all’assessorato alle politiche culturali della provincia di Brindisi, anche un finora sconosciuto assessorato al Mediterraneo della regione Puglia.
All’ingresso una ragazza mi dà del lei, con un’inflessione pugliese, poi non sentendo un’uguale cadenza inizia a parlare repentinamente con accento bolognese dandomi del tu. Racconta che grazie al festival il luogo sta prendendo vita e che stanno iniziando tutta una serie di lavori di restauro. In effetti il chiostro è splendido e pensare che versasse in stato di abbandono fa un po’ specie. All’origine convento dei Domenicani, poi allestito a palazzo comunale, dopo il trasferimento degli uffici pubblici viene lasciato lì vuoto con le sole targhette alle porte, i lampadari e le tende pesanti. Mi piace che un’esposizione di arte visiva contemporanea si tenga in un luogo che da religioso è diventato laico per poi essere riempito di immagini di giovani talenti italiani e internazionali in un paesino sperduto come Ceglie Messapica, mi sembra un’operazione romantica. Il tema scelto quest’anno dal festival è la pelle. Ingenuamente accostavo pelle a pellicola, trattandosi di fotografie e invece il discorso è più complesso. “Nel lavoro degli artisti invitati, il tracciato è quello dell’ambiguità e dell’introspezione: a pelle diventa un’indagine sul modo di stare al mondo, su come ciascuno percepisce e si percepisce. Gli artisti si muovono verso una sublimazione simbolica delle loro verità: fotografia, video, installazioni, disegno sono i linguaggi strumentali attraverso i quali appropriarsi di una realtà e in alcuni casi modificarla”, sono le parole della curatrice della mostra, Francesca Cavallo. Abbastanza arduo e filosofico come tema, comunicato anche dal
sito internet. Dopo aver visitato la mostra allestita su tre piani, è proprio il tema della realtà modificata che affiora più forte. Eugenio Percossi ad esempio fotografa ratti senza pelle modificati in laboratorio per studiare i melanomi. Le grandi fotografie ritraggono i topolini in movimento, bellissimi e grinzosi come neonati, Rocco Dubini moltiplica il suo volto modificandolo e sovrapponendolo a quello di un Down. Elena Arzuffi ritrae un neonato attaccato a un immenso seno, chiamando l’opera “Illusione”, Sandro Mele fotografa una ragazza con un grande angioma sul volto in modo festoso e allegro (ma perché? E’ l’angioma che richiamava la sua attenzione, il desiderio di esporlo?). Natalie Zwillinger, di Tel Aviv, fa un lavoro interessante: fotografa se stessa sullo sfondo di diverse città europee irriconoscibili, operazione simile a molta scrittura contemporanea intimista, ad esempio i blog, dove il proprio autoritratto ha la predominanza su qualsiasi esterno.
“A pelle” la sensazione che se ne trae è di una visione di disagio (fatta eccezione per le immagini vitali di una festa tribale nel centro di New York della fotografa Lina Pallotta) e di denuncia: un’intera sala è dedicata alle immagini di Letizia Battaglia che insieme a Franco Zecchin ha documentato in immagini ferocemente potenti le stragi mafiose siciliane. Nella mostra è presente anche Massimo Mastrorillo (premio World Press Photo 2006 nella sezione Natura), con le immagini ispirate alle Città Invisibili di Calvino, che vengono abitate da una sorta di fantasmi, immortalando ad esempio il vento che anima un abito steso ad asciugare. Lo stesso Mastrorillo ha curato il workshop sulla fotografia tenuto lo scorso anno. E i migliori lavori sono anch’essi in mostra quest’anno. Sono scatti, evidentemente di gente del luogo, che documentano la realtà di paese in occasione di una processione religiosa, che “a pelle”, rimane l’evento più importante per la vita di Ceglie, oltre forse alle sagre estive, dove continua la festa, dove a ballare non sono i ragazzi, nascosti in chissà quale altro vicoletto, sobriamente mimetizzati, o fuggiti nella vicina bianca Ostuni.
Latella, Pericles ed Erasmus

Un po’ di teatro, che in verità su queste pagine di "O" è alquanto negletto. Il
Pericle di Antonio Latella, andato in scena alcuni giorni fa al Teatro Valle. Per chi non è del settore forse il nome suonerà ignoto, ma in realtà Latella è uno dei nomi italiani più apprezzati nel campo teatrale. Vincitore di vari premi fra cui l’UBU e il Gassmann, fa l’attore da venti anni, il drammaturgo da dieci. Il suo lavoro più famoso è stata forse la trilogia su Pasolini (
Pilade, Porcile, Bestia da stile) presentata al Festival di Salisburgo nonché alla biennale di Venezia. Il suo lavoro più recente invece non è propriamente un dramma. Ma un atelier. Questa la parola che si usa nel settore per indicare una scuola di teatro nonché le sue produzioni ed esercitazioni. Come a dire, non state a guardare uno spettacolo teatrale ma la compagnia che lo prova. In realtà non sono prove, gli attori sanno bene la loro parte, non se ne stanno a improvvisare: soltanto che c’è un’atmosfera dimessa, una sfilacciatura drammaturgia, un’incertezza delle parti: ma è tutto a tavolino. E l’atmosfera di stare dietro le quinte è evocata in modo abbastanza concreto: gli spettatori sono invitati a sedersi su delle sedie sistemate sulla scena stessa, non in platea. E là, praticamente a venti centimetri dagli attori, comincia lo spettacolo. Il soggetto è il
Pericle di Shakespeare: “un uomo, un eroe che sotto i piedi non ha quasi mai la terraferma, ma sceglie il mare come culla del suo peregrinare alla ricerca di una verità, o semplicemente di una casa dove fermarsi e forse finalmente raccontare agli altri e a se stesso; quel se stesso che ha smesso di essere un riflesso nel fondo del mare. Più che insegnare agli ospiti di questa nave, spero siano loro a saperla far galleggiare, per permettermi di imparare il più possibile, e forse insieme ad ogni porto, ad ogni imprevisto o tempesta, riusciremo a seppellire una delle tante maschere del nostro quotidiano, riusciremo a ritrovare quella spinta giusta, quell’esigenza che ci ha fatti imbarcare per la prima volta, ed essere viaggiatori tra i rossi sipari, porti del mondo”. Boh, queste erano le parole dello stesso Latella. Io sinceramente non ci ho capito granché. E sinceramente non capisco granché neanche dello spettacolo che ho davanti. A parte la distrazione che mi provocano le attrici (ci sono almeno tre bei pezzi di figliole con solo uno straccetto addosso che fanno le menadi e si strusciano e altre schiccherie) c’è il problema insormontabile della lingua: sì perché Latella, volendo conservare lo spirito transnazionale del suo atelier (che comprende attori spagnoli, portoghesi, francesi, belgi, italiani e pure napoletani) fa recitare intere parti nelle lingue natie degli esecutori. E non mi si venga a dire che fra popoli latini ci si capisce: passi pure per lo spagnolo, ma il francese e il portoghese checcazzo se non li hai studiati non ci capisci una mazza. E infatti così e stato. E certo non solo per me ma per la gran maggioranza del pubblico. Comunque, capire le raffinatezze e le profondità del corpo del testo non doveva rientrare fra le finalità primarie dell’autore, che invece ha puntato tutto sulla fisicità, sul movimento, sulle danze, sulla famosa matericità dei corpi. E cioè sulla masturbazione, aggiungerei io, ripensando agli inequivoci sfregamenti che le attrici operano sui loro fortunati colleghi. Intanto lo spettacolo prosegue, c’è questo Pericle che zompetta di qua e di là, naufraga su un’isola dove deve conquistare una regina locale (beninteso, per quello che sto riuscendo a seguire, può essere benissimo che la storia sia tutt’altra), poi arriva la pausa. Viene servito al pubblico del pessimo vino ma in giusta quantità. Considerato che lo spettacolo è gratuito poi tante grazie. Quindi lo spettacolo riattacca: e devo rilevare con orrore che stanno passando le peggiori musiche latinoamericane da villaggio vacanze, del tipo la macarena ma ancora peggio. Gli intellettuali annoiati del pubblico sembrano recepire felicemente, e possono finalmente lasciarsi andare ora, in questa aulica sede, al ritmo di canzonette che hanno sempre disprezzato con la più spocchiosa snobberia. Poi continua il pastiche da scuola di lingue romanze, e alla fine, dopo vari altri balletti e anche un po’ di acrobazie la scena finale molto lugubre con due morti e anche pianti veri degli attori. Ma, finito tutto, di nuovo tutti a ridere e correre e ballare intorno all’ovazionato Latella, che alza un girasole al cielo ed esclama “il sole lo scegliete voi”. Mah. A me non è piaciuto. Il mio amico Mr.Mei dice sagacemente che a questo punto sono meglio le feste Erasmus, colle fregnette esagitate, coi giochetti e le musichette da scuola media, col vino pessimo e col blaterare di lingue straniere a destra e a manca. Feste cui i vecchi e i barbosi e gli annoiati non potranno mai partecipare, se non nelle versioni culturalmente approvate del Latella.
Omero avvistato al Colosseo

Un faccia a faccia con Omero? Si può ottenerlo alla mostra
Iliade al Colosseo. Omero barbuto, arcigno, cieco. L'immagine che di solito viene in mente pensando al poeta è all'inizio del percorso della mostra. Viene ritratto cieco poiché si riteneva che un uomo senza vista avesse in compenso una memoria più potente.
Una domanda viene esplicitata proprio nel pannello espositivo iniziale: "perché Omero nell'VIII secolo a.C. avrebbe composto un poema di circa sedicimila versi che non poteva essere eseguito in un'unica recita, che avrebbe richiesto ben 22 ore?" Premesso che il contemporaneo Ronconi potrebbe arrivare a una simile durata in teatro, in effetti il dubbio si insinua. Ma si dimentica la domanda non appena, prendendo fiato, ci si immerge nel percorso espositivo, nella narrazione che paradossalmente impegna proprio la vista, in quanto si ripercorre l'Iliade attraverso le opere d'arte. Non è una mostra facile. Ci vuole una buona dose di impegno, a meno di non essere storici dell'arte antica. Il consiglio è quello di approfittare dei ricchi pannelli esplicativi, che guidano la sistemazione dei reperti. Per ogni passo omerico, c'è la corrispettiva raffigurazione, esplicitata di volta in volta in bellissimi vasi, crateri, statue, bassorilievi, specchi, dipinti pompeiani, o addirittura in un pettine d'osso. Ogni reperto appartiene a epoche diverse, provenienti da svariati musei e ritrovamenti archeologici italiani e stranieri e mostra quanto l'Iliade sia stata generosa fonte di miti, utilizzati e interpretati a seconda del periodo storico.
Due i curatori della mostra: Angelo Bottini e Mario Torelli. Ed è quest'ultimo che accoglie la stampa e ammutolisce tutti per la conoscenza di ogni minimo dettaglio sia dell'Iliade sia di tutti i reperti. Le sue spiegazioni sono alternate da "Vi ricordate, vero, questo evento?", con assensi a volte smarriti che riportano a banchi di scuola. Assistendo alla spiegazione di Torelli, che per la foga e l'impeto passionario fa suonare ripetutamente il sistema d'allarme nel vivace gesticolare a ridosso delle opere, viene davvero voglia di rileggersi l'Iliade, infatti si fa fatica a seguire le varie interpretazioni storiche senza ricordarsi con precisione l'evento narrato. Fiero della mostra (promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza archeologica di Roma, inaugurata l'otto settembre, durerà fino al 18 febbraio 2007), Torelli dice che "Se un episodio dell'
Iliade non è presente qui, di sicuro non è stato rappresentato", a conferma della teoria che venissero raffigurate solo le scene significative per la società, specialmente come funzione educatrice o simbolica. La mostra narra e raffigura le divinità, gli eroi, i personaggi, i fatti, gli antefatti e la fortuna dell'Iliade. E' una sorta di empatia quella che avviene. L'empatia su come gli antichi immaginassero le parole omeriche e le raffigurassero, che è l'esatto opposto di quanto spontaneamente si è portati a fare, cercando similitudini contemporanee con narrazioni di altre epoche. Nel passato probabilmente il simbolo aveva una funzione molto più profonda, pregnante. Tant'è che, nonostante l'indiscutibile ricchezza dell'esposizione e l'attenta ricostruzione filologica, non si è potuto fare a meno di inserire un simbolo tramandato nell'immaginario collettivo moderno, un simbolo che non è narrato nell'
Iliade: il Cavallo di Troia. E' lì, in modernissimo legno scurito, alla fine del percorso, e pare esaltare l'astuzia, l'ingegno e il trucco. Spazza via in un sol colpo i sentimenti di onore, passione, vendetta, furia, dolore, amore fraterno che nell'
Iliade ancora adesso emozionano. Alla domanda su come mai il cavallo sia lì, Torelli dice, quasi sottovoce: "E' un simbolo che la gente si attende".
28\11\1912

La segretaria lo guardò un attimo di più, poi tornò a sorridere e disse:
- Mi scusi non ho capito signor Anderson che c’entra Chicago?
Il signor Anderson stava in piedi nel mezzo della stanza. proprio a metà strada tra il divano e la scrivania. Aveva la camicia con un lembo fuori dei pantaloni.
- Come prego?
- Lei ha detto Chicago.
- Oh davvero?
- Insomma quante latte di vernice devo ordinare?
- Che latte?
- La vernice. Il rosso ventuno, quante latte. Lei in principio ne ha ordinate sei, poi si è corretto con seicento e poi mi ha parlato di Chicago - disse la segretaria togliendosi gli occhiali legati da una cordicella.
- Che cosa si impiccia lei delle mie latte?
- Come prego?
- Scriva che ne voglio due dozzine, due dozzine di rosso ventuno.
- Bene, poi?
- Dovrei scoparmela. Dovrei cavalcarla come una gran puttanona da monta. Ma devo andare nel Michigan.
- Oh Dio del cielo, signor Anderson lei perde sangue dal naso.
Sherwood Anderson si mise seduto con l’aria esausta sul divano. Poggiò la testa unta sulle doghe del muro verniciato pochi giorni prima.
La segretaria portò due fazzoletti bagnati e gli si mise seduta accanto. Con uno pulì via il sangue e l’altro glielo stese in testa. I denti del signor Anderson erano ricoperti di sangue. La segretaria gli mise una mano sulla fronte.
- Lei ha la febbre, sta sragionando. Mi lasci chiamare il signor Cooper.
- Da giovane avevo un cane. Rimase incinta un’estate.
La segretaria gli portò un bicchiere d’acqua. Lui la rifiutò e continuò con il cane, fissando un vaso di margherite di campo sopra la scrivania della segretaria.
- Era una gran figlia di puttana. Rimase incinta perché se l’era fatta con qualche randagio della zona. Lui non si fece mai vivo. Così un pomeriggio vidi mio padre che l’ammazzava di botte. Era tornato ubriaco.
- Signore mi lasci almeno chiamare il signore Cooper.
Il signor Anderson l’afferrò per un braccio e lo strinse forte. Poi disse con la bava che gli colava da un labbro:
- Sa che poi ammazzarono tutti i cuccioli, lo sa? Una banda di bastardi veniva a seccarli con la fionda. Noi li trovavamo col cranio aperto e mezzo cervello colato via dalla fessura. Erano così piccoli.
La segretaria riuscì a divincolarsi e corse per le scale.
Nella sala entrava una luce nitida. La signora Buchanan veniva ogni mattina a spolverare l’ufficio della Anderson Manufacturing Co. Il signor Anderson continuò a parlare di quel suo cane continuando a fissare le margherite di campo.
- Insomma quando una sera andai in cantina la ritrovai mezza arruffata sopra una balla di fieno. Perdeva sangue dalla bocca. Era il mio primo cane, la bestia a cui abbia più voluto bene. Era stata ferita a morte da qualche bastardo. Aveva una ferita da coltello all’altezza del cuore. Da quando aveva perso tutti i figli aveva iniziato a piangere e a qualcuno non doveva essere piaciuto perdere il sonno.
Dalle scale venne su la segretaria con un bicchiere in cui si scioglieva un’aspirina.
- Beva questo signor Anderson e si sentirà meglio.
- Non voglio niente stupida troia. Lo capisce eh?
- Dunque attesi che morisse - continuò - Gli tenni la zampa tutto il tempo e l’accarezzai. Quando chiuse gli occhi andai dietro il fienile e scavai una buca bella profonda. Quella ora è sepolta lì… dica lei lo sa?
La segretaria era rimasta paralizzata. Le lacrime le uscivano dagli occhi. Non gli era riuscito di trovare il signor Cooper.
- Certo che non lo sa… nessuno lo sa. Così come nessuno sa di un tizio di nome Arthur Preston, che investì i risparmi di una vita in calzature. Dica lo conosce?
Lei fece di no con la testa tremando.
- ”Andrà alla grande; le scarpe per signore oggi tirano, sarò miliardario prima di natale!” Mi diceva. A metà dicembre è stato buono solo a mettersi un cappio al collo per i debiti che aveva.
Il signor Anderson si alzò e entrò nel suo ufficio. Si mise la camicia nei pantaloni, si pettinò la ciocca di capelli e si mise la giacca. Quando rientrò la segretaria era alzata e stava paralizzata. Nella stanza si sentiva solo il rumore dell’aspirina sciogliersi.

- Senta, io ho deciso di farlo. E’ l’unica cosa che posso fare.
Le prese le braccia paffutelle con le dita ossute. Affondandole nella carne.
- E sa come lo farò?
- Mettendoci tutto. Ci metterò tutto. Lo giuro su Dio!
Il signor Anderson uscì dall’ufficio della sua piccola fabbrica. Fece a piedi il lungo viale fino alla piazza principale di Elyria, Ohio. Poi svoltò a destra verso la stazione.
Il tizio che vendeva i biglietti stava dietro una grata con un pacco di dollari in mano e li contava raschiandosi la gola dal catarro.
- Buongiorno.
- Desidera?
- Quand’è il primo treno per Chicago?
- Tra circa quindici minuti.
- Bene compro un biglietto di sola andata.
Il tizio lo guardò da dietro la grata in modo sinistro. Il signor Anderson allora lo fissò e disse:
- Senta questa idea di metterci tutto è la migliore che mi sia venuta e vado su nel Michigan proprio per farlo. Devo prima imparare bene il mestiere, poi ci metterò tutto. Anche lei…
- Beato lei che mi può mettere da qualche altra parte, io da qui fino alla fine del turno non mi posso muovere.
Il signor Anderson rimase altri quindici minuti a Elyria, seduto su una panchina, mentre pensava ai grandi romanzi che avrebbe scritto su nel Michigan.
I Cavalieri nel loro sogno
A Roma all’Aventino c’è un cancello famoso. I turisti accostano l’occhio alla serratura, bisbigliano tra loro stupiti poi risalgono sulle vetture che li hanno portati fin lì conservando negli occhi per qualche istante l’immagine del cupolone così diverso, racchiuso nella serratura, da sembrare piuttosto il sogno di un visionario, il frutto della mente stordita dall’afa. Dietro quel cancello, oltre le mura, sorge una chiesa, Santa Maria del Priorato : ultima roccaforte dei Cavalieri di Malta. Per visitarla occorre un permesso. Ma per vederla basta alzare lo sguardo, svoltata la curva dopo il Nuovo Sacher e procedendo verso il ponte di Testaccio, e apparirà sull’alto del colle oltre il Tevere sospesa tra cipressi e cedri del Libano. Ho scoperto un giorno che il restauro della chiesa era opera del Piranesi: l’ autore di una serie di incisioni Le Carceri che da sempre mi hanno affascinato. Cunicoli e sotterranei che si avvitano su stessi, come labirinti di pietra, intrappolando nelle loro spire figure di torturati e antichi eroi, di giudici e condannati. Le avevo scoperte a scuola leggendo Coleridge poi nel tempo le ho ritrovate nelle pagine di tanti: Baudelaire, Proust, Marguerite Yourcenar . Così ogni volta che attraversavo il ponte mi chiedevo quale segreta si nascondesse lassù all’ombra della bandiera con la croce ottagona del Sovrano Ordine di Malta.
Oggi abbiamo suonato al campanello e abbiamo detto che avevamo appuntamento. (Accompagno un’amica, storica dell’arte, che sta studiando le mappe dei luoghi di guerra tra cristiani e infedeli nel mediterraneo durante il cinquecento. “La storia che si ripete” mi dice con un sospiro lei che è cresciuta a Beirut ) Ha ottenuto il permesso di ingresso per un sabato mattina alle 10, a patto di accodarsi ad un gruppo in visita dal nord Italia. Abbiamo risalito le strade dell’Aventino a quest’ora ancora più deserte del solito.
Il custode ci viene incontro su un vialetto di ghiaia fiancheggiato da cipressi, è diffidente, ci fa molte domande, scuote la testa. E’ assolutamente vietato entrare senza il permesso. Ma noi il permesso lo abbiamo. Lui deve controllare parecchie carte e alla fine ci lascia passare. Ci prega di non separarci mai dal gruppo che è già lì sulla piazzola di ghiaia, davanti alla facciata, dove svettano solitarie sei palme. Sembra una scolaresca e i ragazzi ciondolano svogliati attorno ad un signore del Sovrano Militare Ordine di Malta che fa da guida. Alto, calvo, stringe in mano dei fogli umidicci. Ha un piccolo marsupio allacciato in vita con la croce di Malta e ai piedi scarpe da ginnastica dai colori accesi. Si scusa continuamente con un gran sorriso: “questo non è il mio ruolo, né la mia competenza, vi dirò le cose che so e che ho preparato, domande facili per cortesia.” E come può, con i limiti del suo ruolo e della sua competenza, spiega che si tratta di un’antica chiesa medievale rifatta nel settecento (1764) da Piranesi, quello delle Vedute. “Era un fantasioso il Piranesi e sulla facciata ha messo motivi di epoche diverse: le insegne dei Rezzonico che allora era la famiglia del Gran Priore, motivi militari ed etruschi e anche il serpente dell’Aventino.” Legge dai suoi fogli, poi alza gli occhi a cercare i motivi sulla facciata, non li trova, si confonde un istante finalmente vede i due serpenti che si avvitano su entrambi i lati dell’ingresso. “Eccoli i serpenti..” grida sollevato. “Ma l’aspetto più importante della facciata è il sarcofago” dice “Perché la chiesa in realtà è un mausoleo. Un omaggio funerario ai grandi uomini dell’ordine e alle loro gesta.” Indica i vessilli con le iniziali F.E.R.T “fortitudo eius Rhodum tenuit” legge, “Si riferiscono all’eroica difesa di Rodi contro gli infedeli” spiega raggiante quasi l’assedio si fosse concluso da poco. Aspetta che i ragazzi dicano qualcosa.
Il sole rovente filtra attraverso la cappa che grava sulla città e infiamma le teste dei ragazzi che lentamente si staccano dal gruppo e si appoggiano esangui esanimi alla balaustra che delimita la piazzola. Come un gruppo scultoreo. Sono troppo stanchi, il loro sguardo è troppo appannato per poter godere lo spettacolo da lassù, il lungotevere con san Michele (prima carcere minorile, spiega l’uomo calvo, poi orfanotrofio delle mantellate: le suore con il grande mantello) Troppo stanchi e annoiati per rispondere quando la guida chiede loro se sanno chi fossero gli infedeli. Quelli di un tempo e quelli di adesso.
Muovo qualche passo per scuotermi di dosso l’accidia contagiosa del gruppo. Un cancelletto apre su delle scale sbrecciate che portano ad un altro cancello più grande, sbarrato. La bandiera dell’Ordine di Malta sventola nell’aria fiacca. Attorno un’aria di abbandono. Di cavalieri in disfatta.
All’interno della chiesa la guida calva riprende la sua spiegazione. Su alcune cose procede incerto, ma su altre, legate alla storia dell’ordine, la sua parlantina si invola spedita. Sa poco o nulla di architettura, ma moltissimo di famiglie nobili, di titoli, stemmi e araldica.. Come custode della memoria si prodiga a mostrarci gli elogi funebri dei cavalieri incisi nel marmo.
“Il grande maestro è il corrispondente di un cardinale” dice con deferenza. Indica un trono di raso e porpora rossa a sinistra dell’altare e spiega compito che è lì che il Gran Maestro si siede durante la celebrazione della messa. Poi ci mostra la statua di Piranesi: indossa una tonaca e ha un’espressione diversa da quella che immaginavo.
“Il Piranesi era sepolto altrove” spiega l’uomo “in un’altra chiesa che ora non ricordo, ma per via delle insigni cose fatte per l’Ordine il Gran Maestro ha voluto che parte delle sue ceneri fossero trasferite qui. Non esistono altri ritratti del Piranesi vivente.” Conclude soddisfatto poi rimane per un istante in silenzio a contemplare la statua con riconoscenza.
Approfittando della sua distrazione , Carla mi dice che all’inizio sulla tomba del Piranesi c’era un candelabro di marmo piuttosto bizzarro che lui si era fatto proprio allo scopo. Ma poi, l’anno dopo la sua morte, la moglie e la famiglia hanno fatto levare il candelabro e hanno messo al suo posto questa statua solenne. All’epoca il restauro della chiesa era stato molto criticato. E’ stata la sua prima e unica opera di architettura. E le malelingue dicevano che era meglio che le sue fantasticherie e i suoi sogni li lasciasse per le incisioni e per le Vedute che vendeva ai turisti del Grand Tour .
Un paio di ragazzi sembrano essersi animati. Mentre gli altri continuano a sbaciucchiarsi e ad abbracciarsi languidi componendo gruppi scultorei tra i banchi della chiesa.
Un ragazzo grassoccio, che disdegna le effusioni, chiede informazioni sui vessilli che pendono sulle nostre teste. L’uomo calvo guarda in alto, il sorriso gli si smorza sulle labbra, si stringe il mento con una mano. “Di certo rappresentano i vari carismi dell’ordine, il nostro è un ordine militare e religioso e assistenziale, è l’unico che è sopravvissuto degli ordini armati di un tempo… Ci sono tante casate diverse…” Lo sguardo vaga sulle bandiere, ma non si raccapezza, non riesce a decifrare i disegni, e allora fa un gesto generico con il braccio e in fretta dice “..comunque si tratta di ossequio a malati, poveri e bisognosi.”
“Chi siede sui banchi a sinistra del trono?” chiede un ragazzo segaligno, occhialuto.
Il calvo tira un sospiro di sollievo. Può rispondere. “I militari del Sovrano Consiglio” esclama infervorato e si abbandona ai dettagli “I militari del Sovrano Consiglio siedono sui sedili a sinistra del trono del Gran Maestro. Per capirci” dice rivolgendosi all’insieme dei ragazzi avvinti sui banchi “…se paragoniamo il Gran Maestro al presidente della repubblica loro sono i suoi ministri.” Annuisce tra sé soddisfatto “I cavalieri dell’ordine indossano la cocolla” continua “se sulle diagonali della croce vedete dei gigli…” e il segaligno alza il braccio ad indicare i gigli su una bandiera “…allora dovete vedere quanti gigli ci sono e saprete i quarti di nobiltà del cavaliere.
Per entrare nell’ordine servono i quarti di nobiltà.”
“E senza quarti di nobiltà non si entra?” chiede deluso il ragazzo. Mentre un brusio passa tra i banchi “cocolla cocolla” e qualcuno sghignazza.
La guida si fa dimessa, umile “Eh già” mormora “ma se si vogliono prestare i propri servizi all’ordine e non si è nobili c’è sempre un modo per farlo…”
Intanto, già da tempo, i nostri occhi sono incollati all’altare . E’ un sarcofago con l’apoteosi di san Basilio di Cappadocia . Ma il sarcofago, nelle mani del Piranesi, è diventato una nave, un bellissimo vascello con sopra un grande globo. E quest’aria di morte e rovina sembra scossa per un istante da un refolo di vento. Che subito si spegne.
“Il simbolo della nave “dice il calvo “è un riferimento al ruolo dalla comunità italiana responsabile delle operazioni navali nel mediterraneo.” E intanto ci scorta in un girotondo attorno all’altare, che sul retro è totalmente liscio, “desiderio del Piranesi” dice soddisfatto la guida ai ragazzi che lo seguono come naufraghi dispersi o ammutinati.
Chissà che Coleridge non pensasse a quest’altare quando scriveva del suo albatros e della barca dei morti impantanata in acque senza vento.
Piranesi doveva averlo intuito che il suo restauro era l’inizio della fine. Che l’Ordine andava alla deriva con tutti i suoi sogni. Dopo pochi anni a Malta sarebbe arrivato Napoleone e poi gli inglesi e ai cavalieri militari non sarebbe rimasta altro che questa chiesa, di tanti mari solcati. Solo un vascello impantanato all’Aventino. Mentre facciamo il giro dell’altare, Carla estasiata sfiora con le mani il vascello “il sogno di un visionario” mormora, approfittando che la guida non possa vederla. Su un tavolinetto laterale giacciono abbandonati due libretti di cerimonia con testi in latino.
All’uscita imbocchiamo un vicolo stretto tra la chiesa e la villa attigua che non si può visitare perché è l’ambasciata del SMOM presso la Repubblica Italiana, ci dice la guida e spiega che l’Ordine è sovrano, batte moneta e rilascia passaporti. Entriamo nel giardino all’italiana. Tra i fiori e le aiuole è chino un giardiniere. Su un lato una gabbia con due cani. In una nicchia un pozzo templare. La guida, che si è accorto solo ora della nostra presenza, mi fissa sbalordito mi chiede commosso se appartengo per caso alla tale famiglia. Devo fargli ripetere la domanda due volte tanto l’emozione gli impasta la bocca. “mi scusi è identica alla Contessa…” Poi riprende la spiegazione: “quando il loro ordine è stato sciolto i templari hanno donato questo pozzo ai Cavalieri di Malta.”
“Beh donato…”non si trattiene Carla, “i templari sono stati massacrati e i loro beni dispersi tra gli altri ordini.”
La guida sorride si stringe nelle spalle. E’ arrivata l’ora di mostrarci la grande sorpresa: emozionato si incammina verso la Coffee House, una struttura che all’epoca impazzava in Europa e questo è uno dei pochissimi esempi rimasti. Un padiglione chiuso, una piccola costruzione rettangolare su un lato del giardino. Voluto dal cardinale Pamphili . “I cavalieri” ci spiega il calvo raggiante varcando la soglia “Si fermavano qui a conversare, a prendere accordi, c’erano salotti qui un tempo” E’entusiasta della coffee house, la percorre con deferenza quasi potesse interrompere preziosi conversari. I ragazzi si aggirano tra le pareti chiuse interamente ricoperte di stemmi dei grandi maestri. Incerti sul da farsi. L’afa opprimente spegne anche il ricordo di passi lontani, è difficile immaginare questo posto vivo, animato da voci. C’è un’aria di salotto chiuso da tempo. Polvere e afa al posto delle strategie militari di un tempo.
Ma dalla coffe house si accede al viale di lauri con in fondo il cupolone che si vede dal buco della serratura. E’ bellissimo camminare sul viale coperto. Bellissimo. Ma la guida, forse per ripicca alla fama di quella vista, non gli dedica che pochi istanti e brevi parole: ecco il cupolone. E i ragazzi lanciano un’occhiata distratta e si allontanano con un sospiro, sollevati che la visita sia ormai prossima alla fine.
Noi continuiamo a camminare lungo il viale. Più si è vicini al cancello e quindi più lontani dal cupolone, più sembra di essergli scaraventati addosso, di poterlo afferrare, ghermire. L’illusione per un istante di essere da soli di fronte all’immensità della cupola. Più ci si avvicina alla fine del viale, alla terrazza sbrecciata abbandonata che guarda giù al Tevere, più il cupolone si perde sfocato in lontananza. E’ l’effetto cannocchiale della volta mi spiega Carla. Sembra un’altra delle visioni del Piranesi. L’oggetto di un sogno che quando finalmente crediamo di possederlo, inesorabilmente arretra.
Su e giù lungo il viale parliamo di antichi sogni che si ripetono, di antichi terrori che tornano.
Carla mi spiega che Malta è una delle isole più rappresentate nelle mappe che sta studiando. C’è l’isola e sopra tutti gli schieramenti degli eserciti. Soprattutto del famoso assedio del 1565. “Se i turchi, dopo tutte le loro vittorie, avessero preso Malta, sarebbe stata la fine dell’Europa.” Dice. “Ma allora era diverso” aggiunge scuotendo la testa. “Li chiamano infedeli ma all’epoca si consideravano combattimenti tra uguali” Le chiedo se davvero i Cavalieri di Malta fossero così valorosi. “Il Gran Priore dell’epoca, quello che ha dato il nome a La Valletta, era ossessionato. Martellava Filippo II, gli diceva che bisognava distruggerli i turchi.
Nell’Ordine di Malta finivano i cadetti delle famiglie nobili, gente che non aveva niente da perdere, gente senza speranza e molto feroce.
Poi come se sentisse il peso della decadenza che ci circonda dice: “Adesso restano gli ospedali.”
La guida sulla terrazza sbrecciata ci fa segno di avvicinarci al gruppo. Non gli rimane altro che profondersi in spiegazioni su ciò che si vede all’orizzonte nella mattina afosa e quando i due ragazzi più svegli gli chiedono informazioni specifiche lui dice “beh le chiese quando le ho davanti le so riconoscere, ma da quassù no mi confondo, tutte uguali con le loro cupole.” Restiamo per qualche istante in silenzio a guardare dal parapetto come marinai storditi sul ponte.
(Forse ha ragione la guida: nell’afa da quassù, da questa barca immobile incagliata all’Aventino, le case, le chiese, il mondo sembrano solo ammassi di pietra, prigioni di sogni.)
Alla fine il custode, emerso dal nulla, ci accompagna all’uscita. Gli chiedo se qui si dicano messe in latino, sorride fa cenno di no e si stringe nelle spalle, “E’difficile che oggi a Roma qualcuno sappia dire la messa in latino e ancora più difficile che qualcuno la capisca” mi risponde con un sospiro scambiandomi per una del gruppo. Gli chiedo ragione di quei libretti in latino. “Beh sì quando si fanno le grandi cerimonie e sono solo famiglie nobili, allora loro il latino lo conoscono e vengono distribuiti i libretti, ma la messa si dice in italiano…E poi qui la messa si celebra solo in occasioni solenni, metta ad esempio che muoia il Grande Maestro e se muore il Grande Maestro è come se morisse un vescovo, quasi come se morisse un papa. Dio ci liberi. Allora sì …allora si celebra una grande messa. Altrimenti qui non c’è mai nessuno…”
Ci ritroviamo fuori nel sole. Nella piazza assolata due turisti sono chini a spiare dal buco della serratura poi fuggono via. Nessuno ha tempo di guardarsi attorno, di vedere la fantasia di rilievi del Piranesi sulle mura che cingono la piazza: lire, cammei, cornucopie, serpenti, ali d’uccello. Tatuaggi pietrificati di marinai cavalieri naufragati quassù.