Cattano: un libro per capirci di più

Un po’ di tempo fa avevo comprato un libro. “Voglio capirci di più” mi ero detta “di mafia, corruzione, insomma di tutti quei mali del nostro paese”. Poi le corse nei tribunali mi avevano distratta ed il libro dall’alto dello scaffale dalla libreria mi osservava tranquillo. Chissà, se avesse avuto due paia di braccia di cartone mi avrebbe dato una tiratina ai capelli e avrebbe fatto davvero bene perché di tranquillità non ne è proprio il momento.
Stamane quel libro l’ho ripreso e, sfogliando le pagine di carta riciclata, una frase dell’introduzione mi è saltata all’occhio: “Intanto per preparare la battaglia bisogna conoscere. E’ fondamentale l’informazione”. Chissà, se Cattano questa cosa l’avrà pensata nello scrivere il suo libro che, pure, voglio credere sia una piccola battaglia.
Battaglia? Cattano? Domanderanno i lettori.
Ebbene, per necessità di comprensione, Cattano è giornalista di cronaca nera di un quotidiano del sud che dopo dieci anni ha pubblicato un libro dal titolo “Venti righe in cronaca”. La battaglia è quella di chi la verità la ricerca sul serio, di chi il sacrosanto dovere etico e sociale di agire per cambiare lo sente e lo attua. Perché come scrive Paolo Sylos Labini “si possono fare grandi cose. Si sono fatte grandi cose. Basta aver chiaro fin da subito che anche quella sarà una battaglia di minoranza e anche per quella bisognerà mettere in conto la solitudine”. Insomma, di guerre se ne sono fatte, più o meno esplicite, più o meno sottaciute dai meccanismi di potere (e di informazione, verrebbe da aggiungere)e se ne faranno fin quando ci saranno piccole grandi minoranze di persone vere in grado di mettere il loro lavoro a servizio del bene collettivo: magistrati, giornalisti intellettualmente onesti. A questi ultimi in particolare è dedicato il libro del giornalista. “A coloro che hanno la dignità di non scodinzolare di fronte ad ogni forma di potere” recita il frontespizio. “Ci sono colleghi che non sono volti noti televisivi o grandi firme, ma che vivono in cittadelle di 20.000 abitanti dove si conoscono tutti, che si trovano a bere il caffè al bar accanto al capocosca locale dopo magari averne scritto sul giornale, che ci mettono la pelle ogni giorno. Vale la pena far sapere che queste persone esistono”. Luca Martinez è uno di questi. Uno di quelli poco funzionali come dice Cattano. “In una regione in cui il vero tallone d’Achille è non agitare troppo le acque”, nelle redazioni dei giornali “i caposervizio sono molto spesso quelli in grado di controllare gli altri, non è necessario che siano bravi, anzi è molto meglio che non lo siano, che siano un pochino stupidi perché se lo fossero un giorno potrebbero svegliarsi e mettersi in testa di fare le cose sul serio, di dare fastidio. I giornalisti si trovano così prigionieri di un meccanismo che è più grande di loro, che isola chi si rifiuta di soggiacere per renderlo inoffensivo. Altro che sacerdoti dell’informazione. Il ricordo va ai tanti morti ammazzati perché ricercavano “verità alternative a quelle ufficiali”. Ai tanti Fava, Mattei, ma anche Chinnici, Caponnetto, Livatino, Falcone e Borsellino
96 pagine suddivise in capitoletti che hanno l’aria di voler farsi leggere subito. Non ci sono simbolismi né semplificazioni, non c’è il tentativo di fare della Sicilia la rappresentazione del male del mondo ma il “solo intento di raccontare la quotidianità”. Del resto il libro sembra davvero avere il pregio di essere scritto in maniera chiara, sobria e con una certa umiltà di fondo. Come quella di chi i fatti narrati li ha visti e li vuol far conoscere senza ostentazione.
Scampia dicotomica
Dovevano andare tutt’e tre all’Argentina per recensire lo spettacolo “Pace” di Arisotofane interpretato dai ragazzi di Scampia, primo movimento del progetto “Arrevuoto” Scampia/Napoli del Teatro Stabile Mercadante. Poi Iadarola, alle prese con un durissimo esame di epigrafia greca, ha desistito lasciando andare Talone e Villa da soli. In fila, fuori dal teatro, i due si sono messi a litigare su chi avrebbe scritto il pezzo. Alla fine si sono accordati e, da bravi guaglioni, si sono spartiti il lavoro: uno avrebbe scritto dello spettacolo sul palco e l’altro dello spettacolo in platea. Così la serata trovava il suo tema biforcante: Pace/Guerra, Atene/Napoli, Sparta/Secondigliano, Tebe/Scampia, realtà/finzione, palco/platea, ragazzi di Scampia/intellettuali della borghesia e così via. Ecco l'articolo dicotomico.
Il palco
Questo spettacolo è un evento: ha esordito il 21 aprile di quest’anno al Teatro Auditorium di Scampia, ha replicato una sola volta al Mercadante di Napoli il 24 aprile e ora, 30 maggio, c’è l’ultima all’Argentina di Roma. In scena ci sono 74 ragazzi provenienti da tre scuole di Scampia (le scuole Carlo Levi, Elsa Morante, Antonio Genovesi) e il campo rom (Gruppo chi rom e…chi no) partecipanti al progetto non-scuola del Teatro delle Albe di Ravenna diretto da Marco Martinelli. La commedia è un’opera giovanile di Aristofane, “Pace”, riscritta e adattata dallo scrittore napoletano Maurizio Braucci. In breve la trama della commedia: il contadino Trigeo vola in cielo a cavallo di uno scarabeo stercorario (o mangia merda), incontra Ermes, libera la Pace imprigionata dagli dei della guerra come Polemos e torna sulla terra (n’ata vota). Insomma una storia piena di speranza per una città e un quartiere come Scampia che la speranza l’hanno persa da tempo. È impossibile, infatti, non collegare la guerra del Peloponneso con la faida camorristica di Scampia che ha raggiunto gli onori della cronaca nera nazionale del 2004-2005 e ha scandalizzato mezzo mondo. Sette mesi fa, in quel quartiere, nasceva questo spettacolo teatrale-musical, vitale, energico, scandaloso, scatenato, chiassoso, violento, crudo e incazzato: insomma una festa vera e propria in cui ragazzi si esprimono tutti in maniera egregia puntando sulla loro fisicità e spontaneità. Lo show è divertente, sorprendente e mai noioso. Ecco allora che lo scarabeo mangia-merda diventa il simbolo degli strati più poveri della città costretti ad arrangiarsi come possono fino a mangiarsi, e perché no?, la propria merda. In cielo ci sono due registi vestiti di bianco, due spiriti che organizzano tutto, simbolo alto dei produttori e dei mercanti di armi che guadagnano con la guerra. Insomma c’è tutta la realtà dei ragazzi che è anche la nostra come il catalogo di (falsi) valori materiali che viene sciorinato dalle figlie di Trigeo che gli chiedono dei regali al ritorno dal viaggio in cielo (il cellulare, l’mp3, la macchina decappottabile, la villa, Gucci e Dolce e Gabbana). Lo spettacolo ha un ritmo incalzante con il quale si alternano canzoni e balli. Ermes prima è una prosperosa cantante di colore, poi uno splendido ballerino. Gli dei della guerra sono dei tipici bulli ciccioni di periferia, con l’orecchino brillante, che si contendono un panino e la Pace è prima una principessa rom in cielo (con la quale si può comunicare solo in romanès, una lingua vicina al sanscrito) e poi una isterica ragazza in giallo sulla terra. Al ritorno sulla terra, infatti, Trigeo, Ermes e la Pace, appunto, vengono come sequestrati e (quasi) sconfitti da una ventina di signorine “buonasera” della televisione che tentano di mistificare la loro avventura in nome della “verità”, come è successo anche con la passione mediatica del momento per la guerra di mafia a Scampia. Alla fine la Pace si impone e il teatro Argentina si trasforma in uno stadio, i palchetti diventano curve e tribune dove a colpi di cori incendiari e sventolamento di bandiere del Napoli si combatte la guerra. È l’epilogo: la speranza che la guerra sia solo di parole, urla e canti. In alto, nella confusione generale del finale col botto da stadio, viene esposto un cartello con una frase trovata scritta in un bagno di una scuola di Scampia: SE HAI VOGLIA DI PIANGERE NON FARLO.
La platea
Sei adulto,no! Sopporta. Me lo ripetevo ogni minuti. Ma non potevo farci niente, finiva che mi mettevo a ridere e non sopportavo niente. In platea, proprio là dove uno corridoio separa in due parti le poltrone, c’erano: Dario Fo, Franca Rame, Giorgio Albertazzi e Piero Fassino. Tutti molto tirati e in gran ghingheri per l’occasione.
- Guarda c’è anche Ciampi e Signora
- Lascia stare, - gli faccio. – Il posto già pullula di rospi. Tutta gente da spennare.
Sotto di me Goffredo Fofi e Alessandro Baricco non finivano di discutere. Ma quando sollevavano la testa ne usciva sempre con grandi sorrisi. Forse avevano capito qualcosa che mi sfuggiva.
Avevo girato due volte tutti i loggioni del teatro. Avevo aperto qualcosa come un trilione di porte. Tutto esaurito. Poi finalmente una manna dal cielo. Un loggione interamente vuoto tutto per noi. Proprio quello sopra Fofi e Baricco. Da lì era perfetto. Avrei saputo fare un affresco a dovere della situazione.
Mi sentivo infatti un certo formicolio nelle gambe. Quello è il segnale. “Il formicolio Balzac!” come lo chiamo io. Ovvero, intercettatore di cazzate a prova d’urto. Mi viene quando sento la necessità di puntare con gli spilloni tutta quella bella gente lì. La sala di fatto ne era piena: la bella borghesia italiana di sinistra. Ho sempre avuto un meraviglioso fiele da gettare su quella gente. Tutta roba naturale si intende, ma capace di essere implacabile. Anche perchè ero certo: da grande sarei stato come uno di loro; c’era poco da fare. Anch’io un altro rospo alla corte culturale di qualche Umberto Eco.
Così iniziai a stanarli là dove pensavano che li avrei mancati:
- Guarda là, Enzo Siciliano. Quell’altra è un’attrice… Com’è che si chiama?
Risaltavano contro la moquette rossa come fossero creaturine esangui. E io mi sentivo un messaggero di Dio, pronto per far cadere su di loro la sua meravigliosa scure. Ero nel punto giusto per vendicarmi di quella vita mediocre che mi aspettava. Alla corte di Umberto Eco… Loro erano gli artefici e le persone giusto che avrebbero fatto della mia libertà la prigione più comoda e profumata di questo mondo.
Certe volte rimpiango di non essere un terrorista. Centoventi tonnellate di c2 avvolte al mio corpo non mi avrebbero distolto dalla volontà di farli a pezzetti. Ma lo spettacolo cominciò e la mia penna si arrestò davanti a qualcosa che nemmeno lontanamente avrei pensato potesse accadere. Lo spettacolo era bello.
Quello era la peggior cosa che mi poteva accadere. Tutti quei ragazzini di Scampia erano incazzati neri col mondo. No, mi risucchiarono e rimasi per tutta la durata con la testa dentro quello che avveniva sul palco. Allora presi coscienza: ero già alla corte di un qualche Umberto Eco!
Recensione delle recensioni: Romance & cigarettes
In poche parole la storia: Nick Murder, sposato con tre figlie, è un operaio della periferia di New York, che forse in preda ad una crisi di mezza età, ammaliato dalla “rossa” Tula, intraprende con lei una travolgente storia di sesso. La storia si complica quando la moglie scopre la traballante poesia che lui ha scritto per l'amante.
Del film ho sentito dire:
Il film è divertente ma allo stesso tempo geniale, oltre i limiti dell’irriverenza, per sfociare nel turpiloquio, senza mai però scadere nel volgare. (VERO)
Una storia romantica raccontata con la musica. Detto così sembrerebbe tanto banale, ma se il regista è John Turturro e produttori sono i fratelli Coen, la pellicola acquisisce quell’irriverenza e quella ironia giuste per rendere il film un capolavoro. (VERO)
Bravi James Gandolfini, Susan Sarandon e Kate Winslet (VERO)
Indimenticabile Christopher Walken, forse ultimo (e gotico portavoce) dei rockabilly rubacuori. (VERO)
Un cast eccezionale per un film che è più di un musical, geniale nelle citazioni e nei collegamenti. Le musiche, tutti pezzi indimenticabili, scandiscono i punti salienti della storia, ma soprattutto le emozioni dei personaggi. (VERO)
È stato detto tutto, quindi. Ma sarà vero?
È stato detto che questo film ti dice che la morte è poca cosa vicino alla morte di un amore?
È stato detto che amare vuol dire “spaventami, ogni tanto! Così, solo per farmi sentire vivo”
È stato detto che amarsi non vuol dire essere felici?
È stato detto che se qualcuno canta qualcosa per te, il ricordo di quella voce stonata ti darà la forza quando tutto sarà perduto?
È stato detto che dire “non ti amo più” a chi hai amato è un grande atto d’amore?
. . . se tutto questo non è ancora stato detto e io l’ho sentito sulla pelle dopo 24 ore . . .
allora andate a vederlo questo film. Forse riderete e soffrirete più di me. E chissà quante altre cose troverete che io non ho visto. Qualsiasi cosa ci vedrete, mi raccomando, raccontatevela, perché ne vale la pena.
È stato detto, infine, che Susan Sarandon è forse l’unica donna che sa come si invecchia?