Racconti Sapienti
I racconti, le poesie, i dialoghi, i radiodrammi, ecc. Le opere, insomma, che vengono fuori dai laboratori della Scuola Omero, raccolte per i nostri lettori. In questa pagina una visione pop e allucinata dell'Università La Sapienza.
In questa pagina:
Minerva bebop di Iacopo Iadarola
Senza vento di Stefano Vittorio Talone
Bianco Winkelmann di Nicola Villa
Minerva bebop di Iacopo Iadarola
A notte ubriachi i tre scavalcano il cancello da Via dell’Università. Tutti ingrifati tutti scafati fanno hop hop hop e saltano giù dall’inferriata: sono dentro, sono dentro ormai come un coso in una cosa. Sanno che devon fare, son venuti apposta. Quatti quatti quindi e lesti lesti s’inoltrano per la città universitaria, intenebrati nel buio ch’è fitto come il petto gonfio e tronfio di un piccione. E’ bella è bella la Sapienza a notte, tutta cinta tutta chiusa tutta per loro, una città sì per loro, un vaticano in loro mano. Già son venuti altre volte eggià ma ora è diverso. Non c’è la solita festa di facoltà, non c’è la solita occupazione per cui tutti possono entrare cani e porci dall’arco trionfale a piazza Aldo Moro. No no no ci son solo loro stavolta, solo loro tre e qualche gatto, perché sì c’è l’ecogattara qui ragazzi non lo sapete? fa un dei tre, e c’è pure il decalogo dell’ecogattara eccolo lì iscritto, là nel giardinetto davanti a scienze politiche. Sembra il decalogo del milite fascista Ah ah ah i tre vanno lì e pisciano ah ah ah nelle vaschette di polistirolo e ah ah ah nelle cucce dei gatti che sgattaiolano via urlando miaomiao. Ma si distolgono subito dall’atto vandalico e si ricordano della loro missione e sì sì sì s’avviano al cuore di questa città universitaria, che è grossa a percorrerla da parte a parte ci vogliono l’ho cronometrato dodici minuti buoni. Intanto scapoccia la luna in bilico su una nuvola e poi esce del tutto che pare un oblò: bando alle ciance ragazzi che la Minerva ci aspetta.
I tre zuzzurelloni zompettano allora e scapriolettano verso l’enorme spiazzo al centro della città, e coi raggi di luna sulle spalle irrompono nel buio come una sigla di bimbumbam. Eccoci ci siamo dicono i tre che son ora di fronte alla vasca dove sta la Minerva: e stanno dinnanzi ad essa che sembra che le abbiano intimato mani in alto. Dietro di lei sta poi tutto l’eccetera di marmi e lastroni e travertini, con su su su una scritta che sembra un balloon per la dea IN PRIMIS HOMINIS EST PROPRIA VERI INQUISITIO ATQUE INVESTIGATIO BLA BLA BLA ragazzi su forza hop hop hop! si riprendono i tre dall’attimo di verecondia per la scenografia e cominciano a spogliarsi, sic a spogliarsi e in mutande un due tre micidiali si tuffano nell’acqua, nell’acqua d’un bel blu cobaltata come la notte. Danno due bracciate evviva e si sentono fighi evviva ma poi arriva la mondialpol di ronda ed è la fine.
Senza vento di Stefano Vittorio Talone
Io e Claudia veniamo su dal viale dietro l’Ateneo. È appena arrivata l’estate e le palme nel parco si muovono. Benché io sia tre metri avanti a lei sono certo che se qualcuno ci guardasse da una delle finestre la giù potrebbe dire che stiamo ancora insieme.
- Claudia stiamo ancora insieme? - Le faccio senza voltarmi.
- No, non più.
È questa la fine. Il vento ora è cambiato, ma tira con la stessa intensità. È un vento del sud. Inizio a sentire caldo e mi accendo una sigaretta. Poi mi volto e le chiedo:
- Cosa farai questa estate?
- Torno giù a casa. Ho uno zio che ha un bar sulla spiaggia. Mi ha chiesto se gli voglio dare una mano. Poi il pomeriggio studierò per settembre.
La guardo negli occhi, lei li tiene bassi. Guarda l’asfalto che è pieno di tappi colorati cementati col caldo nel catrame. Li guardo anch’io. Ne vedo tanti nel piazzale della Sapienza, tanti che non so fermare l’occhio, come le palme che fanno su e giù al nuovo vento.
- E tu che farai? – mi fa Claudia.
Io guardo la Minerva. La fontana mi acceca e penso che lì sotto un bar ci starebbe bene. Avrei messo il bancone in mogano lungo il perimetro della Minerva. Ci avrei messo sopra tanti liquori e salatini. Avrei messo la sabbia. L’avrei fatta venire dalla Calabria e poi stesa per giorni. Volevo metterci perfino gli ombrelloni e qualche sdraio. Anche un campo da pallavolo. Sì, un bel campo da pallavolo. E magari lei non sarebbe venuta lì quell’estate, ma io ce l’avrei messa. Con tutte le altre cose, l’avrei messa lì. Avremmo fatto tanti bagni insieme nella vasca della piscina e studiato sul bancone in mogano fino a sera. Avremmo anche preso il sole e allora quell’estate sarebbe stata senza vento.
Bianco Winkelmann di Nicola Villa
Nel piano sotterraneo della facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza c’è il Museo dell’Arte Classica. Una raccolta di calchi in gesso di sculture greche e copie romane. Io adoro passeggiare in quella che volgarmente viene chiamata Sala Gessi. È un posto quieto e fresco dove mi sento in pace con me stesso insieme con la Nike di Samotracia e il gruppo del Laocoonte. Pensavo di essere il solo ad apprezzare questo sperduto museo, poi un giorno incontro uno studente riccio e biondo nel reparto delle opere tardo ellenistiche. Lo sorprendo mentre tasta il sedere di una statua di una giovane donna che alza la veste e si volta indietro come accorgendosi di aver ricevuto una pacca sul culo. Penso: schifoso. E quello ritrae la mano con espressione innocente. Ma il giorno dopo voglio provare anch’io. Ha un culo perfetto. Rotondo come non ce ne sono più. Marmoreo e bianco Winkelmann. Forse un po’ gelido e austero. Ci sto un buon dieci minuti a tastarlo, tanto di custodi non se ne vede in giro. Poi provo con una Atene, ma non è un gran che. Quello di Hermes mi sorprende: è muscoloso e bello che mi viene di baciarlo. All’Ercole Farnese gli accarezzo pure le cosce rigide e il ventre scolpito. Gli tocco il pisello minuscolo, in confronto al corpo, e lo scroto. Devono aver fatto da poco un restauro perché mi rimane in mano un po’ di polvere di gesso bagnaticcia. In fondo ad un corridoio c’è la Venere di Milo su un alto piedistallo. Quella famosissima senza braccia, per intenderci, ma con delle tette favolose. La veste in basso scopre un piede. Glielo bacio, le lecco l’alluce. Trovo una vecchia scala di legno movibile per il restauro e la raggiungo. Le accarezzo la pancetta e le metto un dito nell’ombelico. Con tutte due le mani agguanto le tette Paolina Bonaparte e le strizzo i capezzoli. Quello di destra mi rimane in mano con un tac. Venere mi guarda impassibile. Non ha sentito nulla.
Racconti di Gabriele Camelo e Filippo Consales
I racconti, le poesie, i dialoghi, i radiodrammi, ecc. Le opere, insomma, che vengono fuori dai laboratori della Scuola Omero, raccolte per i nostri lettori.
In questa pagina:
Anche i numeri muoiono di Gabriele Camelo
Lo scacciaficas di Filippo Consales
Anche i numeri muoiono di Gabriele Camelo
Un aereo.
Uno scompartimento privato.
Un grosso sedile di velluto verde.
Un uomo.
Un anello d’oro al dito anulare destro, oro, oro grande, possente, pesante, nettamente visibile.
Un vestito, lungo, rosso, orli neri e dorati.
Un copricapo, anch’esso rosso, piccolo e rotondo, sulla testa, a lasciare intravedere capelli leggermente scombinati, bianchi.
Quotidiani, diversi, poggiati su un tavolino, accanto. Sul tavolino, una tazza di tè, fumante.
Un giornale fra le mani.
Lo sfoglia e lo legge attentamente, la pagina economica, legge la pagina economica, scorre con gli occhi lentamente le singole parole e i singoli numeri, numeri e parole come se fossero importanti, per la vita delle persone, la pagina economica legge, più delle altre, la legge, la legge, la legge, si sofferma, corruga la fronte, scuote piano la testa, e gli occhi si spostano leggermente, leggeri scatti scorrendo le parole – i numeri – gli investimenti successivi.
Monsignor Hans Becker Moss è un uomo che ha dedicato la sua vita ai numeri, e dai numeri del Vangelo, i versetti e i capitoli a memoria, non il contenuto –
i numeri – è passato ai numeri economici e ha scalato rapidamente i vertici della chiesa con quella mente che solo un appassionato di numeri può avere, gestione economica di enormi finanze – investimenti per il clero – e arricchimenti di qualcuno ma non si sa di chi – perché – perché la vera chiesa è comunità, e la comunità sono le persone, e le persone sono anche Monsignor Hans Becker Moss, monsignore che ha scalato i vertici della chiesa scorrendo pagine di numeri e ragionando con i numeri e trattando preti e persone come numeri e
producendo – qualcosa ma non si sa cosa – lavoro duro il suo, ma non per la sua mente, non per la sua persona, eh, il signor monsignor anello al dito Hans Becker Moss, è uno di quelli, uno di quelli duri. Un duro con deboli muscoli e pelle raggrinzita e capelli svolazzanti e occhi tristi che leggeri volano sulle parole, un duro con tutto questo ma un tutto questo ricoperto d’oro, l’oro dei soldi e l’oro di un vestito magnificente e l’oro di un anello forse più pesante del suo corpo cadente sulle ossa, l’unica cosa dura, le ossa, sulle quali il corpo flaccido si accasciava, e il tutto dava un’immagine mesta, un uomo letteralmente ripiegato su sé stesso.
E sui numeri.
Sorseggia il monsignore, sorseggia il tè fumante, piccole nuvole ascendenti di fumo che nel raggio di pochi centimetri nell’aria si disperdono, proprio all’altezza del braccio sinistro coperto dal cotone strapulito del monsignore, proprio a quell’altezza le nuvole – le piccole nuvole – si perdono per l’aria, e quel braccio, il sinistro, prende ogni tanto la tazza e l’avvicina alla bocca – ogni tanto, solo ogni tanto – molto lentamente fino alla bocca, fino alle labbra piccole, screpolate, inghiottite nella pelle del muso cadente.
Il monsignore, non lo sa, è sulle nuvole della terra, ora, è in alto più in alto di quanto lui possa pensare, altezza dodicimilatrecentoventritre metri, ecco questo forse lo capirebbe, così, è sospeso per l’aria sorvolando due regioni, Basilicata, Calabria, e un’isola regione indipendente, Sicilia, con Lampedusa, in basso, verso il Sud, verso la Tunisia, Djerba, unica oasi di ricchezza, e poi giù, giù, giù, un aereo sulle teste di trecentoventiquattro bambini scalzi in pantaloncini a torso nudo, un uomo su settecentosettantuno bambini rinchiusi in catapecchie dove giocano con i sassi sotto lo sguardo di novecentodue donne dalle anche grosse, poi sempre più a sud, un aereo e un uomo sulle teste di centosettantadue donne e uomini coinvolti nel piacere – orgasmi – oddio orgasmi – un monsignore sopra orgasmi – e rapporti non protetti e aids – oddio aids. AIDS. Tutto muore, pensa, il monsignore, quando vede le azioni cadere a picco, e giù più giù esattamente diecimiladuecentosette metri più sotto un uomo strangola sua moglie e un altro muore per overdose e un bambino esplode assieme a una mina e una donna piange, non si sa cosa, ma tutto, tutto muore.
“Tutto muore”, pensa il monsignore Hans Becker Moss, “tutto muore” e la testa si agita lentamente, di nuovo, in un segno di stizza, perché assieme a quel movimento, un “no”, un “non è possibile”, un “incredibile”, un pensiero, un pensiero lo assale, assurdo, così assurdo e allucinante che lo assale e lo pervade indebolendolo, la testa si muove, no, no, no – il pensiero:
Anche i numeri muoiono.
Lo scacciaficas di Filippo Consales
Rich è un cucciolo di Scacciaficas che la mia ragazza mi ha dolcemente obbligato ad acquistare l’estate scorsa durante la nostra ultima vacanza insieme. Stavamo in un mercatino di Città del Messico e tra tutti gli oggetti e gli animali esposti lei è rimasta affascinata da lui.
Che carino… lo prendiamo? Quando la tua ragazza ti dice così vuol dire che sei obbligato a comprare e a pagare di tasca tua. Lo presi. Lo portai a casa e non mi si è più staccato di dosso. Sono in cucina e lui è lì con me. Sono in sala e lui è lì con me. Sono al bagno e lui è lì con me. Sono in camera e lui è lì con me.
Ho provato a disfarmene. Ho preso l’auto e ho imboccato l’autostrada.
(...)
il racconto continua nell'antologia del Fantareale
Racconti di Aurelia Nigro e Raoul Romano
I racconti, le poesie, i dialoghi, i radiodrammi, ecc. Le opere, insomma, che vengono fuori dai laboratori della Scuola Omero, raccolte per i nostri lettori.
In questa pagina:
L'ultimo gioco di Aurelia Nigro
Il Pugile di Raoul Romano
L'ultimo gioco di Aurelia Nigro
Il nostro gioco preferito è quello di tagliare la testa alle lucertole. Le prendiamo e leghiamo la coda con un cappio fatto di fili d’erba, e poi con un colpo secco, tiriamo un sasso all’altezza della testa, staccandogliela. Ci scompisciamo a vederle agitare la coda che, ancora viva, si dimena come cieca, mentre la testa resta lì, immobile.
Un altro gioco che facciamo spesso è quello di prendere gli insetti gialli e neri simili alle vespe, ma più scuri, quelli che fanno un ronzio forte quando passano, ma che non sono pericolosi. Fanno solo rumore, per intenderci. Gli infiliamo un bastoncino di filo di paglia nel didietro e poi li lasciamo liberi di volare. E questi come se niente fosse volano felici con il loro bastoncino nel culo. Ogni volta moriamo dal ridere e cominciamo a correre per seguirli e vedere cosa faranno. Immaginiamo che dopo essere volati via, ad esempio, non potendo fare la cacca, si gonfiano fino a scoppiare.
Ora, però, questo gioco non mi fa più ridere.
Da quando ho visto il Fattore che faceva la stessa cosa a mio fratello Giuseppe. Però Giuseppe non è rimasto fermo come l’insetto. Lui ha cercato di scappare e allora il Fattore lo ha tirato per un braccio e l’ha buttato giù, di pancia, su una balla di fieno. Gli ha abbassato i pantaloni e le mutande e mentre lo teneva piegato, ha cominciato a slacciarsi anche lui i pantaloni.
Io sono rimasto a guardare dalla porta semiaperta del fienile. Giuseppe mi ha visto e mi ha fatto segno con la mano di non parlare. Aveva gli occhi neri e lucidi e le lacrime cadevano giù silenziose. Stava immobile e non singhiozzava come fa lui di solito quando mamma lo sgrida.
Da quel giorno Giuseppe è diventato cattivo.
A me è sempre stato un po’ antipatico perché è il preferito di papà. Però prima, almeno, era serio, buono, e mi aiutava a fare i compiti e così io potevo passare il pomeriggio a giocare con le lucertole.
Ora invece ci dà gli ordini.
E non mi parla più.
Papà dice che fa bene a comandare perché ora ha già 14 anni e deve imparare a fare il capofamiglia perché, quando lui non c’è, è Giuseppe che lo sostituisce.
Ma io lo so che lui è diventato un duro da quel giorno.
E gliel’ho anche detto. E gli ho detto anche, che lui è un vigliacco, e che se il Fattore avesse fatto a me quello che ha fatto a lui, mentre si abbassava i pantaloni, avrei alzato i piedi e avrei scalciato come fa l’asina quando mi avvicino per bere il latte direttamente dalla sua mammella. Eravamo dietro casa, vicino alla stalla, quando gliel’ho detto, e lui mi è saltato addosso, mi ha messo le mani intorno al collo e stringeva, stringeva. Non sembrava lui, il fratello più grande che ci difende sempre. Cercavo di liberarmi ma lui aveva la forza di Ercole o Maciste, insomma di quelli forzuti di cui parlano i libri di scuola.
- Ti ammazzo, ti ammazzo! Ripetilo e io ti ammazzo!-, ripeteva. Per fortuna in quel momento è arrivato papà. Ci ha separati ma poi ce le ha date a tutti e due e quindi le ho prese anche da lui, e tante anche, visto che non volevamo dirgli perché litigavamo. Ne ha date di più a Giuseppe, veramente, perché è più grande, e io volevo parlare, ma Giuseppe mi faceva segno ancora una volta col dito, di stare zitto e anche se non volevo fargli un favore, quella luce così cattiva negli occhi mi terrorizzava e ho taciuto.
Da quel giorno non ne abbiamo più parlato, ma la notte sogno sempre di picchiare il Fattore mentre mio fartello mi sorride e mi abbraccia e mi dice: tu sì che sei un duro!
Finchè un giorno vedo la porta del fienile di nuovo socchiusa, come quel giorno. Sento dei respiri e mi avvicino. E rivedo il Fattore, nella stessa posizione, di nuovo riverso su Giuseppe che stavolta non piange, ma sembra assente a ciò che gli accade. Mi guarda ma non so se mi vede, tanto è trasparente lo sguardo, l’occhio vitreo. Non mi fa neanche più cenno di stare zitto. Non capisco e mi viene voglia di scappare, di correre per i campi, verso casa; le lacrime scendono, piango, ho paura. Paura anche se non tocca a me, forse non mi toccherà mai, sono sveglio io, ma ho paura di Giuseppe, domani non mi parlerà ancora di più e mi tratterà ancora più male e mi picchierà per niente. Vorrei andare da mamma, da papà, dirgli tutto, ma vedo la falce per terra vicino a me all’ingresso del fienile. Spalanco la porta mi pianto in mezzo all’anta, con le gambe spalancate, come ci si mette quando si ha un’arma in mano. Il suo peso, la paura, il tremore fanno il resto e così tentenno, sbando e perdo l’equilibrio, mentre il Fattore, senza neanche scomporsi, lascia Francesco ancora chino sulla balla di fieno e mi viene incontro, rosso in faccia, con il suo batacchio penzolante. Non riesco a muovermi, il Fattore è quasi su di me quando sento –Lascialo stare!- e vedo dietro di lui gli occhi neri di Giuseppe, infuocati di rabbia, con in mano la frusta del Fattore. Il Fattore si distrae, è solo un attimo, ma io salto vicino a mio fratello, mi nascondo dietro. E Giuseppe mi prende la falce. Poi comincia a sbattere la frusta con la mano sinistra e lo spinge in un angolo, proprio come facciamo quando accerchiamo le lucertole e cerchiamo di non farle scappare. E appena il Fattore sta per saltarci addosso, Giuseppe lo colpisce con la falce e, zac! proprio sull’uccello del Fattore, che spicca il volo e atterra un po’ più in là. E mentre lui salta per la stanza urlando e schizzando sangue dappertutto, prima di crollare a terra, tendosi ben stretto, con le mani fra le gambe, quel poco che gli resta da stringere, noi due rimaniamo imbambolati a guardare quel pezzetto di cazzo, aspettando che, come la coda della lucertola, cominci a muoversi e a dimenarsi, come impazzito.
Il Fattore, intanto è fermo a terra. Svenuto, o morto, o forse morirà, non lo so, nessuno di noi se ne cura.
Non ci siamo mai curati della testa della lucertola.
Il Pugile di Raoul Romano
Un pugno sullo zigomo, un altro ancora e Macigno Jo mi entra sull’orecchio con un gancio. Rimbalzo in un fischio e mi sento sordo. Su tutto il lato destro ho perso la guardia. Mi spinge all’angolo e picchia duro. Chiudo le braccia a guscio. Mi nascondo la faccia dai suoi guantoni blu. Cerco una fuga, ma c’è solo una sottile striscia bianca. Risale dal polso e si arrampica sul pollice, non capisco dove finisce, se sulla cucitura oppure torna indietro a infilarsi sotto il palmo. Gli dico: vacci piano. Mi stende. Sul tappeto freddo appoggio il petto e con le braccia lunghe cerco il fresco. Vedo tutto verde e il fischio mi muore in gola. Lo sputo fuori oltre il paradenti in una chiazza di sangue e saliva. L’arbitro conta e io respiro, pensando che ieri stavo sicuramente meglio. C’era il vento e l’erba verde nei prati si lasciava accarezzare. Mi rialzo. Macigno Jo con le braccia tese sopra la testa saluta le urla della gente. La sottile striscia bianca adesso la vedo bene. Si infila sotto i guantoni, gli disegna una piccola spirale sul palmo delle mani. La stringe nei suoi pugni e torna a cercarmi. Un montante e poi un gancio, un paio di pugni in sequenza e mi sfonda la mascella. Arranco sul tappeto e le dita tese dell’arbitro mi vengono in contro. Segna il tempo che mi resta. Cerco le corde e penso a come stavo meglio ieri. Sull’erba del parco a giocare con mio figlio e il suo aquilone blu. Blu, proprio come i guantoni di Macigno Jo. L’aquilone volteggiava e sulla carta blu tesa dal vento, una piccola striscia bianca risaliva dalla coda. Si rincorreva disegnando una spirale. Si innalzava in figure leggere mentre il mio piccolo teneva stretto tra le mani un sottile filo tirato verso il cielo. Adesso è seduto in prima fila. Lo guardo piangere il mio dolore. Cerco il suo sorriso, quello che ieri segnava un tempo che non finiva. Mi alzo sul nove, sostengo, schivo e guadagno qualche punto. Non riesco a colpirlo, non riesco a vederlo. Lui salta colpisce e mena dove io non posso coprire. Cerco il corpo a corpo e alle corde ripiego. Mi rannicchio e resisto. Vedo ancora il mio bambino che si copre gli occhi in un fazzoletto bianco. Bianco, come la piccola spirale che si nasconde dietro quei pesanti guantoni blu. Ieri invece era leggera e volteggiava nell’aquilone. I suoi occhi luccicavano di sorrisi inseguendo quelle acrobazie. Le guardavo da lontano scartare veloci nel cielo fino a nascondersi nel sole. La luce lo copriva e Macigno Jo con una raffica continua mi frantuma il sopracciglio. Sono sicuro che pensa come me che è la giornata più bella. Sì, è proprio bella, e nel parco con mio figlio non è stata mai così bella. Correva. Correva e saltava tenendo con il filo al guinzaglio quel pezzo di carta blu, che teso e gonfio di vento saliva. Saliva sempre più alto e con la sua spirale luccicante disegnava giravolte e picchiate silenziose. Il vento spingeva e il filo segnava duro le sue piccole mani. Ma il dolore non c’era e l’aquilone planava. Rideva e lo rincorreva. Rideva e gridava: guarda, guarda che bello. E dall’angolo il mio secondo adesso urla: guardia, guardia. Una macchia blu plana dritta sul mio naso e a seguire un’altra sul fianco. Mi scassa ed è ostinato. Lo sento cercare il fiato, ansimare dietro i colpi. Corri, corri gli dicevo, e l’aquilone spinto dal vento, ritornava a salire alto. Copri, copri dice il secondo e lui colpisce più forte. È un uragano che travolge. L’aquilone saliva e poi scendeva e il piccolo a correre senza fiato giù nel prato per vederlo sempre più alto, sempre più lontano, quasi a sparire. Gli ripeto: vacci piano che non hai più fiato. Lui non mi ascolta e se la spassa. Ma poi si ferma stremato. Mi guarda stanco e l’aquilone scende. Gli vado forte incontro. Si accascia lento. Si schianta in terra e io sono in piedi, fracassato ma ancora in piedi. Sul tappeto verde, lenti gli si aprono i guantoni. E la spirale bianca sullo sfondo blu, ora non vola più.