Home » Rivista "O" » Omeriche Visioni maggio 2006

La Morante e i mostri della guerra





La Biblioteca Nazionale Centrale, famigerato penitenziario per libri, racchiude fra le altre cose gran parte dell’Archivio Elsa Morante, il quale le sarebbe stato consegnato in dono. Con tale materiale, consistente nella documentazione, dai manoscritti ai dattiloscritti, di tutte le opere della Morante dal ’48 in poi, è stata allestita una mostra che durerà fino al 3 giugno. Se non ce la fate ad andare a vederla per questa data, potete sempre ordinarla a casa – sì cari lettori, i tempi sono cambiati: come leggo sul depliant, dell’esposizione è disponibile un modulo itinerante (sic), disponibile da ottobre 2006 e comodamente prenotabile. Esso prevede, fra le altre cose, i pannelli bio-bibliografici, le opere di Elsa, le schede tecniche, le documentazioni critico-giornalistiche, il catalogo, i cd e i film interattivi ed eccetera eccetera e insomma tutto quello che sto vedendo io ora che sono qui alla mostra. Quello che però non vi sarà mai mandato e non potrà mai essere allestito nel vostro salotto o nella biblioteca del vostro paese, cioè il pezzo forte della mostra, sono i manoscritti originali, i quadernini, le letterine, le cartoline e tutte le altre scartoffie in mezzo alle quali si svolgeva l’intensa attività romanziera dell’Elsa. Effettivamente sono molto interessanti. I fogli su cui scriveva erano pieni di gattini e ghirogorini. Le cartoline che mandava da Capri al suo carissimo amico Vigolo erano dei piccoli romanzi: moltissimi saluti da Capri! E firma. Nel ’39 collaborò a "Selvaggio", giornale battagliero fascista. Stilava poi interminabili liste di parole, che a mio parere le servivano da tavolozza lessicale. Ma certo ancora più interessante è il materiale inerente alla sua relazione con Moravia. Sì, perché, come tutti sanno, e come dice la prima parte dei loro cognomi, Morante e Moravia si unirono in matrimonio dal ’39 in poi. Quel di cui invece non si sa molto è lo scabroso lasso di tempo in cui i due sposini vissero insieme durante la guerra, rifugiati in una bicocca sperduta sui monti della Ciociaria. Allora, ch’era successo? Moravia era ebreo e antifascista, quindi ovviamente a un certo punto dovette nascondersi per salvare la pelle. Portò con sé la moglie. Dopo un breve nascondimento a Napoli, dopo l’armistizio, i due furono costretti a rifugiarsi nell’entroterra per evitare i rastrellamenti dei tedeschi, e così trovarono un rifugio a Sant’Agata, una remota contrada con un paio di stamberghe sui preappennini ciociari. E qui viene il bello. Per Moravia era un periodo molto difficile. La paura di poter essere scovato da un giorno all’altro doveva aver reso molto labile la sua già delicatissima mente d’artista. Noi non possiamo immaginarci cosa possa accadere alla mente di una persona quando la spada di Damocle delle angherie nazifasciste pende su di essa. E questa giustapposizione della vita del romanziere con una morte sempre dietro l’angolo, deve aver prodotto un’alchimia indescrivibile nel suo animo, animo che tra l’altro, come ebbe a dire qualche lustro più tardi Giorgio Manganelli, “esprimeva nei suoi romanzi i sogni dei malati di mente”. Ora, noi non disponiamo di perizie psichiatriche, non possiamo stabilire precisamente come andarono le cose, ma sta di fatto però che Alberto Moravia rese partecipe sua moglie Elsa di un incubo desadiano. La seviziò. E la sodomizzò. Ripetutamente. Lì nella bicocca, dove le tenne rinchiusa, in legacci, a pane e acqua, per tre mesi, ovvero finché il generale Clark sfondò le linee tedesche del basso Lazio e Moravia non dovette più nascondersi. E’ ciò quanto avrebbero riferito molto tempo più tardi i fittavoli della bicocca, la famosa famiglia Morrocco che compare anche fra i dedicatarii del romanzo La ciociara di Moravia. Sentivano le urla ogni notte, e di giorno le disperate richieste di aiuto da parte di Elsa; uno dei figli dei Morrocco arrivò addirittura a spiare una scena delle sevizie, la quale tuttavia non riferiremo perchè la sua giovane età non ha mai permesso di dire se fosse frutto della fantasia del testimone o della perversione del romanziere. I Morrocco, come si sa, allora non fecero nulla per impedire l’atrocità – erano una povera famiglia di contadini cui, soprattutto in quel delicatissimo frangente bellico, i soldi che Moravia dava loro erano necessari per la stessa sopravvivenza. Ma anche dopo, a guerra finita e per numerosi anni a venire, i Morrocco continuarono a tacere, sempre dietro i lauti pagamenti che il romanziere più ricco della storia d’Italia certo non lesinava. La Morante anche non disse mai nulla a nessuno. Certo non si può dire che stesse al gioco. Semplicemente tollerò: si sa, la morale degli artisti e dei poeti è un’altra: si può dire anzi che alla morale i due scrittori abbiano sostituito il proprio cognome. Il misfatto venne a galla soltanto alla morte di Elsa, nell’85, quando uno spoglio dei suoi diari da parte degli eredi rivelò l’orrore, che la Morante visse in uno stato semicatatonico e annotò in locuzioni più o meno figurate ma comunque ben chiare. Nonostante tutto, aveva continuato ad amare suo marito, reso folle dalla follia della guerra, ma rinsavitosi alla liberazione.

La storia però non finì lì. La coppia non mise tutto sotto il tappeto. Erano artisti. Avevano il dovere morale di fare del rimosso materia della loro arte. Chi ha letto La ciociara di Moravia, di cui il famoso stupro avviene nella stessa località di Sant’Agata, capirà bene ora quali retroscena erano nella mente dall’autore. Per la povera Elsa però l’impresa non fu altrettanto facile: se suo marito ci aveva messo meno di dieci anni a sublimare la propria lascivia in un popolare bestseller, lei ne abbisognò di trenta per scrivere La storia, il suo grande romanzo in cui la Ciociaria e la Guerra hanno un posto eminentissimo. Fine.
E così ecco cosa talvolta si trova dietro i capolavori che hanno segnato un’epoca: cari lettori di O, l’arte è sempre al di là del bene e del male, come dimostra questa vicenda che è una delle pagine più torbide e affascinanti della storia letteraria italiana. Ed è tutta inventata.
La mostra è vera però, ingresso gratis, lunedì-venerdì dalle dieci alle diciotto, sabato dalle dieci alle tredici.

Cechov inseguito dagli indiani


Andare a vedere Il giardino dei ciliegi a teatro non fu una buona pensata. Ma la colpa fu mia, come sempre d’altro canto. La verità è che mi annoio a teatro. Il più delle volte riesco a farmi delle grandi dormite e allora amen. Ma quando questo non avviene sono fregato. L’altro fatto è che ci vado sempre con qualche altra persona che ovviamente mi trascina, tanto perché non riesce a spiegarsi come un grande scrittore, quale io sono, possa non amare il teatro. Ho tentato più di una volta di farmi andare giù gente in calza maglia o quel rumore tipico delle assi del palco quando un attore ci sale sopra e fa la sua sparata. Ma niente. La realtà è che manco di fantasia. Questa è una dura verità con cui mi tocca fare i conti tutti giorni e che a teatro trova il suo apice.
Per quanto ne so non riesco a convincermi che un luogo possa diventare altro nel giro di poco tempo. Mettete che vi presentino il palco nel primo atto allestito come una cucina. Diciamo che la scena vada avanti così per venti minuti, poi si cambia. Atto secondo e ovviamente lo stesso palco allestito a soggiorno. Ecco quello è il momento in cui vado fuori di testa:
- Quello non è il soggiorno, maledetti! È la cucina, è la cucina. Un altro Dio che cova alle nostre spalle e voi gli fate da servi.
Dico questo perché è quello che urlerei se fossi matto. Ma comunque andai a vedere Cechov. Al teatro Vascello di Roma. La regia è di Giancarlo Nanni e lo spettacolo è in programma fino al diciotto maggio. Ma non era tutto qui. L’altro fatto che mi aveva distrutto il pomeriggio era che avevo appena finito Vite di riserva di Sandro Onofri. Cavolo che libro. Da togliere il fiato. Avevo appena scoperto il Truman Capote italiano e i miei pensieri quella sera erano solo per lui. La storia parla di un viaggio realmente fatto nelle riserve americane nei primi anni novanta. La vita delle tribù come i Lakota o Nakota. Ma anche la descrizione di un’America lontana da noi. Lontana da tutto ciò a cui è permesso di arrivare oltre Oceano. Ma io su quel mondo ci avevo appena messo mano e di certo non avevo pensieri per nessuna roba di teatro.
Certo il problema era anche Cechov. Porca miseria se c’è una persona che devo ringraziare è lui. Se dovessi dire Grazie lo direi a quell'infinità di racconti che ha scritto e che mi hanno insegnato a camminare guardando dove metto i piedi.
Così mi ritrovavo lì, le luci appena abbassate e il sipario che si apriva. Che cosa avrei dovuto fare? Be’ che ci crediate o no provai a stare attento. Per Dio è una cosa per cui ci sto male. Mi è capitato un sacco di volte di ritrovarmi in discussioni sul teatro e non essere in grado di dire una sola parola.
Lo spettacolo era in costume e dopo circa venti minuti avendo finito di guardare il culo di una delle attrici la testa mi prese a partire. Quel maledetto Sandro Onofri. Vorrei potervi dire che la compagnia era in gran forma o che il regista durante lo spettacolo ha trovato questa o quell' accortezza, ma niente. La realtà è molto più cinica e rapace: a me del teatro non è mai fregato niente. E nemmeno dell’arte se è per questo. Ma quando trovo uno che scrive come Dio comanda, che mette giù un discorso azzeccato e di sostanza vado fuori di testa. E Onofri in quel libro aveva tutto questo.
Iniziai a pensare agli indiani.



Il fatto è che non mi vennero in mente con le frecce, cavalli al galoppo o che so io. Dopo quel libro come cavolo facevo a vederli in quello stato. Sapreste dirmelo voi altri? Vedevo il villaggio Hopi di Keams Canyon. Un insieme di quattro case mobili e uno shopping-center. Oppure alcuni villaggi nei pressi di Pine Ridge (South Dakota). Villaggi organizzati attorno ad un qualche distributore Exxon. Perché gli indiani stanno lì. Li vedevo sotto i portici sbronzarsi come zucchine e poi accopati da qualche poliziotto indiano dal grilletto troppo facile. Perché sono arrivati anche a questo. Li vedevo trovare lavoro a cento chilometri da dove abitavano. Oppure vendersi qualche organo al mercato nero tanto per ritrovarsi qualche centinaio di dollari in tasca. Fatto sta che a metà spettacolo sbottai a piangere proprio là dove c’è l’annuncio che il giardino dei ciliegi ormai è segnato. Che tempismo del cavolo.
Una signora accanto a me mi dà di gomito e mi dice all’orecchio: - Per me è così ogni volta che lo vedo e sono ormai trent’anni.
Per lei era così ogni volta. E per i turisti che ogni anno vanno a vedere le Bleke Hills? Anche per loro è così? Loro lo sanno che il sessanta per cento degli indiani di sesso maschile muore per alcolismo? Sanno che il resto si mette una pistola in bocca prima dei quarantacinque? No, qui nessuno sa un cazzo, ecco le cose come stanno. C’è voluto un professore delle superiori di periferia per dire qualcosa di serio.
Poco prima della fine mi ripresi con una tale rabbia che avrei steso chiunque di quei palloni gonfiati che con me era allo spettacolo. Povero Cechov pensai, inseguito e cacciato dai miei indiani. Ma non lui che è stato il più grande, ma tutti quelli che stavano lì e pronunciavano: - Cechov. Perché un autore è anche ciò che ne fa la maggior parte delle persone. E io le odiavo. Quelli erano i soggetti perfetti che a Pine Ridge si sarebbero fatti rubare i soldi da qualche indiano per qualche braccialetto che un popolo su l’orlo del baratro aveva fatto per tirare avanti. Nessun indiano avrebbe avuto la soddisfazione di sentirsi dire da loro: - Questa roba tienitela per i fessacchiotti, a me fammi vedere cos’è rimasto di voi altri. Fammi vedere come siete messi veramente!
No, tutto quei maledetti si sarebbero accontenti di un braccialetto stile Sioux e amen.
Poco prima che finisse lo spettacolo chiusi gli occhi e sperai che tutti sparissero. Tutti. Poi pensai che Lèvi–Strauss aveva parlato delle morti per sortilegio nelle civiltà voodoo. In certe civiltà si muore veramente per sortilegio, aveva detto Lèvi-Strauss. Un individuo sotto fattura, stretto dalle più solenni tradizioni del suo gruppo, si allontana dalla vita sociale e, rassegnato all’evento che lui crede reale, muore. A nulla valgono le nostre convinzioni illuministiche sull’effettiva inefficacia di tali riti contro la convinzione più profonda di una persona.
Quando riaprii gli occhi la sala era vuota. Non c’era più nessuno. Allora presi la giacca e mi feci strada tra le poltrone vuote e scure.

Rosa fresca aulentissima alla piastra


Aventino, via di Valle Murcia, apre oggi il roseto comunale. Milleduecento rose mi aspettano. Sono là, a cespi, a cascate, a frotte: sui giardini, sui pergolati, sui muri. Mai viste tante rose insieme in vita mia. Sembra un’invasione, una vera e propria invasione di rose mutanti, come in quei b-movies anni cinquanta. E fanno paura, ancora non sono dentro il roseto che già sento i loro colori violentarmi gli occhi, i loro profumi stuprarmi le narici. Ma mi faccio coraggio e le affronto. Entro nel giardino, mi avvicino al primo esemplare. Afferro con violenza la targhetta: il suo nome è CASTA DIVA. Ha i petali avana, è grossa e grassa; odora di vinavil alla rosa. La successiva: VECCHIO STILE, molto candida, sa di detersivo alla rosa. Un’altra: EUROSTAR, credetemi, questa odora di treno alla rosa. E poi c’è la PULSAR, la NILO BLU, l’OYSTER PEARL, la KABUKI, la COMPASSION, la LORD PENZANCE, la PINOCCHIO, la SANTA CATALINA e persino la SANDRO PERTINI. E ne ho nominate soltanto una dozzina su 1200, tentare di descrivervi le singole sfumature di colori e di odori di ognuna è un’impresa improbabile: il mio naso sta andando in tilt, i miei occhi sono lucidi per lo sforzo. Ma il colpo di grazia, al naso e agli occhi, glielo dà la ROSA FETIDA, che è l’unica rosa al mondo che puzza. Di cimice spappolata. Il colore poi non è da meno, un bel giallo evidenziatore.

Insomma, basta, mi rifiuto. Rinuncio all’idea di andare a testare le famosa ROSA PRIMULA, quella che sa d’incenso, e la celebre CHINENSIS MUTABILIS, una rosa schizofrenica che cambia colore tre volte al giorno. No, non m’importano più, il mio naso e i miei occhi non vogliono più sottoporsi a questo truculento bombardamento sensoriale. Ma come continuare l’articolo allora? Le solite descrizioni dei visitatori? Le solite considerazioni araldico-artistico-filosofiche sull’estetica della rosa? Che palle. Me ne sto a rimuginare, non so proprio come sbrogliarmela… quando ecco che i nomi di due rose che si stavano inquietantemente arrampicando sulla mia panchina mi danno una folgorazione. Si chiamano una COCKTAIL, l’altra SANS SOUCI. Ho una sinestesia, mi viene subito l’acquolina in bocca. Prendo quindi una di queste rose spiritose (è proprio il caso di dirlo), una SANS SOUCI, e l’avvicino alle labbra, come con un gesto di riflesso. Ma ovviamente non esce nulla. Provo allora con la COCKTAIL, ma non ho risultati migliori; e la frustrazione è tanta che le do un morso. E comincio a masticare. Incuriosito. E ora? Il viluppo di petali in bocca dapprima mi allappa un po’, ma poi comincia a rilasciare un certo aroma, poi un sapore vero e proprio.

Sa un po’ di mela, forse. O forse di caramella alla rosa, non so, comunque mi sta piacendo assai. Ne do un altro morso e la finisco: stavolta ho in bocca anche i pistilli, mi accorgo con meraviglia che sono di una delicatezza squisita. Allora voglio provarne ancora, e mi avvicino quatto quatto a un altro cespuglio: mi frego una bella BOTERO, e gnàm!

Buonissima, ha dei petali così carnosi che sembra una fiorentina…e quest’altra? La FRAGRANT LOVE..dai suoi fiori rossi, macerati fra i miei molari, esce un succo così..così..così fragrante! La GREEN ROSA MONSTROSA poi è un carciofo, all’apparenza e al palato: me la farei alla brace.

E ne provo altre, estasiato: arciderboli, sono tutte buonissime. Sono esterrefatto, mi stupisco di come abbia potuto privarmi per tutta la vita di un così prelibato genere alimentare. Cari lettori di O, credetemi, le rose sono buonissime. Andate a provare, mangiatele. L’ingresso è gratis poi, vi fate così un bel pranzo a ufo. Soltanto state attenti alle visite guidate, se il guardiano vi trovasse a farvi una scorpacciata di boccioli certo non sarebbe contento. E’ come con il pesce poi, state attenti alle spine.

ALEGRIA ovvero il circo di Mike Bongiorno


Cari lettori di O, forse è giunto il momento che comincio ad esser meno distaccato nei vostri confronti, a immaginarmi che siete lì davanti a me che leggete queste parole, a parlarvi direttamente. Vi faccio quindi subito una domanda: vi ricordate il mio articolo sulle notti romane qui pubblicato qualche settimana fa? Ecco il link per chi volesse dargli un’occhiata; chi invece l’avesse già letto è forse in grado di ricordarsi del nome di Stéphane Rochet, l’estroso proprietario dell’Hulalà, una delle disco-club-pub-cafè-lounge-hall-eccetera più in della capitale. Lo conobbi che ero al seguito di Aurelio Picca, inviato da Max per recensire quello e altri locali; e in quanto ospiti dell’Hulalà il suddetto Rochet ci offrì qualche free-drink nel sue privè. Lì, benché io fossi intento a servirmi in continuazione da bere senza chiedere, mi prese in simpatia: mi fece molti complimenti per il mio maglione messo al contrario, pensando che fosse un capo d’alta moda quand’era solo un aborto tessile da mercatino americano. Disse poi che avevo personalità (forse per gli auto-free-drink) e m’invitò insieme ad Aurelio alla prima del Cirque du Soleil, Alegrìa, di cui non so perché Rochet è promotore qui a Roma. Aurelio purtroppo ha dovuto declinare l’invito perché è in tournee per presentare il suo ultimo romanzo, e così senza di lui, dopo qualche giorno, tutto bello tutto arzillo vado sulla Cristoforo – ma non a puttane come potrebbero fare i miei carissimi colleghi Talone per i suoi articoli carveriani, Villa per i suoi articoli terzomondisti – no, niente di tutto ciò, vado sulla Cristoforo perché lì, davanti alla Fiera di Roma, c’è il megatendonespaziale de ‘sto Cirque du Soleil.

Con me è la mia signora, che è molto elegante e guida lei e parcheggia da vera signora di fronte all’ingresso, e mi fa sentire un uomo vero. Ancora più uomo vero però mi sento quando tiro fuori l’invito speciale indirizzato a Picca, e dico alla mia signora che è per due e che lei non deve preoccuparsi per il biglietto. Oh grazie Aurelio mi dice lei, sei un tesoro…ebbene sì, l’avevo ingannata. Questo e altro pur di farle credere che a offrirle un costosissimo biglietto per la prima fossi io e non un altro. Anche perché l’invito è strettamente personale e devo continuare la commedia anche con la cassiera. Nessun problema, non mi hanno chiesto la carta d’identità. Possiamo entrare. Ci saranno una trentina almeno di inservienti che indirizzano e danno il benvenuto al pubblico della prima, tutti agghindati come hostess e stewart. Atmosfera d’aeroporto anche nel tendone-foyer, dove diffondono una musichetta molto soft e servono popcorn e champagne in flute di plastica con prezzi un po’ meno soft (dieci e sei euro): si suppone che gli invitati della prima, gli unici a poter vedere lo spettacolo, siano di una certa estrazione sociale. In effetti: già ho visto un paio di vippazzi di qualche reality, ma niente di più però. Poi tutta una serie di chioschetti dove vendono i gadget del circo: magliette tazze mutande du soleil e altri trofei per le classi agiate. Ma è ora, si entra. Abdico alle mie doti di narratore e per farla breve vi faccio un’introduzione scopiazzata qua e là su internet: “Applaudito da oltre 7 milioni di spettatori in tutto il mondo, Alegria evoca il tempo in cui l'elemento fantastico e quello magico erano parte integrante della vita quotidiana. Alegrìa ('gioia, gaiezza' in spagnolo) è un susseguirsi di sogni, una fusione barocca di acrobazie incredibili, numeri aerei mozzafiato, un gioco straordinario di luci e una scenografia monumentale” (fonte: ticket-on-line, non proprio il massimo dell’imparzialità…) “Alegría è uno degli spettacoli più popolari del Cirque du Soleil. I temi che affronta sono la speranza e la perseveranza, nonché l’abuso di potere da parte di re, tiranni o dittatori. Lo show è stato concepito per renderci individui migliori e aiutarci l’un l’altro. E’ uno sguardo agli orrori del passato e alle grandi possibilità del futuro” (fonte: wikipedia). A rileggere ciò che ho or ora incollato, allibisco: è un duro colpo per la mia coscienza di paragiornalista: a spettacolo finito, io non avevo notato nulla di tutto ciò. Ma neanche lontanamente. Né mi sono sentito migliore o più disposto ad aiutare gli unlaltri. Che tristezza, altro che allegria! Vediamo un po’ dunque di ricordare qualcuna delle mie impressioni. Allora, innanzitutto ho notato da subito certe pupe da sballo mezze ignude: non sono della compagnia del circo però, bensì le compagne dei ricchi vippazzi e manager in platea. Ma fortunatamente la mia signora, che tra l’altro è dieci spanne più in alto rispetto a esse, mi ha richiamato all’ordine: anche se ha dovuto ripetere il nome Aurelio tre volte prima che tornassi in me. Poi, noto un’atmosfera di assoluta asetticità: per terra non c’è un granello di polvere, l’aria è una selva di alberi magici; sarà che è la prima, ma non riesco a capacitarmi di un circo così pulito, io che ero abituato alla segatura e al piscio di scimmia sifilitica del circo che frequentavo da bambino, quello accampato nella 167, dal nome fintoamericano: Arold mi pare, o Missuri, non ricordo. Ma non è che io sia un proletario, non è che voglia fare critica di classe, per carità. Continuiamo dunque, elencherò gli altri punti degni di nota: qui non solo non ci sono le scimmie, ma nemmeno nessun’altro animale. Solo esseri umani. Non ci sono poi playback e la musica è tutta dal vivo. I costumi sono articolatissimi e originali. Manca il presentatore e al suo posto c’è la donnina che avete visto appesa sui muri e sui tram di mezza Roma, che canta a più riprese vai, vivrai, allegria con una elle sola e altre ipnotiche e liete parole.

Lo spettacolo è strutturato alternando pezzi di acrobazie varie (perfette, che al confronto gli artisti del Missuri/Arold erano simpatici tetraplegici) e sketch clowneschi di una comicità minimale, se non malinconica (del tipo il clown che piange e rabbrividisce al freddo, con tanto di spleen-jazz in sottofondo). Per finire, qualche effetto speciale interattivo del tipo tempesta di foglietti bianchi di carta sul pubblico, o spegnimenti di luce – durante i quali io mi tiro su dopo la tragedia greca del clown stringendomi alla mia signora, che è molto dolce e calda. Insomma: un circo che è un raffinatissimo pupurrì di circo omestre, concerto, operetta, balletto, melò e quant’altro, con tanto di morale – a quanto dicono - sull’abuso di potere, sull’amore verso il prossimo e simili. Un circo che per non essere disumano a tenere gli animali in gabbia, risulta crudelmente disanimalesco. Infine, un circo per adulti che vogliono tornare bambini, ma non certo per i bambini veri – ne ho visto un paio all’uscita, avevano le facce angosciate e si stavano ancora riprendendo dalla scena del clown esistenzialista. Già, un circo in definitiva cui sono i bambini ad accompagnare i genitori – e si potrebbe riflettere a lungo su fino a che punto sia arrivato l’edonismo e il narcisismo di quella società dello spettacolo che è l’occidente. Ma non lo faccio, applaudo anch’io e messo da parte ogni pudore mi getto sul banchetto di fine spettacolo: champagne a fiumi e montagne di fragole zecchinate di cioccolata. Tutto gratis, ma è solo per il pubblico della prima; voi, cari lettori di Omero, se ci andrete non troverete nulla.


P.S. La battuta del titolo, ah ah, non è proprio impropria: nel senso che un legame fra questo film e la tivù c’è davvero: Franco Dragone, il direttore di Alegrìa (ma il Cinque du Soleil è canadese), ne ha anche diretto nel ‘98 la versione cinematografica, un vero e proprio film con tanto di trama e attori famosi quali Whoopi Goldberg e Frank Langella.

archivio