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La storia però non finì lì. La coppia non mise tutto sotto il tappeto. Erano artisti. Avevano il dovere morale di fare del rimosso materia della loro arte. Chi ha letto La ciociara di Moravia, di cui il famoso stupro avviene nella stessa località di Sant’Agata, capirà bene ora quali retroscena erano nella mente dall’autore. Per la povera Elsa però l’impresa non fu altrettanto facile: se suo marito ci aveva messo meno di dieci anni a sublimare la propria lascivia in un popolare bestseller, lei ne abbisognò di trenta per scrivere La storia, il suo grande romanzo in cui la Ciociaria e la Guerra hanno un posto eminentissimo. Fine.
Andare a vedere Il giardino dei ciliegi a teatro non fu una buona pensata. Ma la colpa fu mia, come sempre d’altro canto. La verità è che mi annoio a teatro. Il più delle volte riesco a farmi delle grandi dormite e allora amen. Ma quando questo non avviene sono fregato. L’altro fatto è che ci vado sempre con qualche altra persona che ovviamente mi trascina, tanto perché non riesce a spiegarsi come un grande scrittore, quale io sono, possa non amare il teatro. Ho tentato più di una volta di farmi andare giù gente in calza maglia o quel rumore tipico delle assi del palco quando un attore ci sale sopra e fa la sua sparata. Ma niente. La realtà è che manco di fantasia. Questa è una dura verità con cui mi tocca fare i conti tutti giorni e che a teatro trova il suo apice.
Aventino, via di Valle Murcia, apre oggi il roseto comunale. Milleduecento rose mi aspettano. Sono là, a cespi, a cascate, a frotte: sui giardini, sui pergolati, sui muri. Mai viste tante rose insieme in vita mia. Sembra un’invasione, una vera e propria invasione di rose mutanti, come in quei b-movies anni cinquanta. E fanno paura, ancora non sono dentro il roseto che già sento i loro colori violentarmi gli occhi, i loro profumi stuprarmi le narici. Ma mi faccio coraggio e le affronto. Entro nel giardino, mi avvicino al primo esemplare. Afferro con violenza la targhetta: il suo nome è CASTA DIVA. Ha i petali avana, è grossa e grassa; odora di vinavil alla rosa. La successiva: VECCHIO STILE, molto candida, sa di detersivo alla rosa. Un’altra: EUROSTAR, credetemi, questa odora di treno alla rosa. E poi c’è la PULSAR, la NILO BLU, l’OYSTER PEARL, la KABUKI, la COMPASSION, la LORD PENZANCE, la PINOCCHIO, la SANTA CATALINA e persino la SANDRO PERTINI. E ne ho nominate soltanto una dozzina su 1200, tentare di descrivervi le singole sfumature di colori e di odori di ognuna è un’impresa improbabile: il mio naso sta andando in tilt, i miei occhi sono lucidi per lo sforzo. Ma il colpo di grazia, al naso e agli occhi, glielo dà la ROSA FETIDA, che è l’unica rosa al mondo che puzza. Di cimice spappolata. Il colore poi non è da meno, un bel giallo evidenziatore.
Insomma, basta, mi rifiuto. Rinuncio all’idea di andare a testare le famosa ROSA PRIMULA, quella che sa d’incenso, e la celebre CHINENSIS MUTABILIS, una rosa schizofrenica che cambia colore tre volte al giorno. No, non m’importano più, il mio naso e i miei occhi non vogliono più sottoporsi a questo truculento bombardamento sensoriale. Ma come continuare l’articolo allora? Le solite descrizioni dei visitatori? Le solite considerazioni araldico-artistico-filosofiche sull’estetica della rosa? Che palle. Me ne sto a rimuginare, non so proprio come sbrogliarmela… quando ecco che i nomi di due rose che si stavano inquietantemente arrampicando sulla mia panchina mi danno una folgorazione. Si chiamano una COCKTAIL, l’altra SANS SOUCI. Ho una sinestesia, mi viene subito l’acquolina in bocca. Prendo quindi una di queste rose spiritose (è proprio il caso di dirlo), una SANS SOUCI, e l’avvicino alle labbra, come con un gesto di riflesso. Ma ovviamente non esce nulla. Provo allora con la COCKTAIL, ma non ho risultati migliori; e la frustrazione è tanta che le do un morso. E comincio a masticare. Incuriosito. E ora? Il viluppo di petali in bocca dapprima mi allappa un po’, ma poi comincia a rilasciare un certo aroma, poi un sapore vero e proprio.
Sa un po’ di mela, forse. O forse di caramella alla rosa, non so, comunque mi sta piacendo assai. Ne do un altro morso e la finisco: stavolta ho in bocca anche i pistilli, mi accorgo con meraviglia che sono di una delicatezza squisita. Allora voglio provarne ancora, e mi avvicino quatto quatto a un altro cespuglio: mi frego una bella BOTERO, e gnàm!
Buonissima, ha dei petali così carnosi che sembra una fiorentina…e quest’altra? La FRAGRANT LOVE..dai suoi fiori rossi, macerati fra i miei molari, esce un succo così..così..così fragrante! La GREEN ROSA MONSTROSA poi è un carciofo, all’apparenza e al palato: me la farei alla brace.
Cari lettori di O, forse è giunto il momento che comincio ad esser meno distaccato nei vostri confronti, a immaginarmi che siete lì davanti a me che leggete queste parole, a parlarvi direttamente. Vi faccio quindi subito una domanda: vi ricordate il mio articolo sulle notti romane qui pubblicato qualche settimana fa? Ecco il link per chi volesse dargli un’occhiata; chi invece l’avesse già letto è forse in grado di ricordarsi del nome di Stéphane Rochet, l’estroso proprietario dell’Hulalà, una delle disco-club-pub-cafè-lounge-hall-eccetera più in della capitale. Lo conobbi che ero al seguito di Aurelio Picca, inviato da Max per recensire quello e altri locali; e in quanto ospiti dell’Hulalà il suddetto Rochet ci offrì qualche free-drink nel sue privè. Lì, benché io fossi intento a servirmi in continuazione da bere senza chiedere, mi prese in simpatia: mi fece molti complimenti per il mio maglione messo al contrario, pensando che fosse un capo d’alta moda quand’era solo un aborto tessile da mercatino americano. Disse poi che avevo personalità (forse per gli auto-free-drink) e m’invitò insieme ad Aurelio alla prima del Cirque du Soleil, Alegrìa, di cui non so perché Rochet è promotore qui a Roma. Aurelio purtroppo ha dovuto declinare l’invito perché è in tournee per presentare il suo ultimo romanzo, e così senza di lui, dopo qualche giorno, tutto bello tutto arzillo vado sulla Cristoforo – ma non a puttane come potrebbero fare i miei carissimi colleghi Talone per i suoi articoli carveriani, Villa per i suoi articoli terzomondisti – no, niente di tutto ciò, vado sulla Cristoforo perché lì, davanti alla Fiera di Roma, c’è il megatendonespaziale de ‘sto Cirque du Soleil.
Con me è la mia signora, che è molto elegante e guida lei e parcheggia da vera signora di fronte all’ingresso, e mi fa sentire un uomo vero. Ancora più uomo vero però mi sento quando tiro fuori l’invito speciale indirizzato a Picca, e dico alla mia signora che è per due e che lei non deve preoccuparsi per il biglietto. Oh grazie Aurelio mi dice lei, sei un tesoro…ebbene sì, l’avevo ingannata. Questo e altro pur di farle credere che a offrirle un costosissimo biglietto per la prima fossi io e non un altro. Anche perché l’invito è strettamente personale e devo continuare la commedia anche con la cassiera. Nessun problema, non mi hanno chiesto la carta d’identità. Possiamo entrare. Ci saranno una trentina almeno di inservienti che indirizzano e danno il benvenuto al pubblico della prima, tutti agghindati come hostess e stewart. Atmosfera d’aeroporto anche nel tendone-foyer, dove diffondono una musichetta molto soft e servono popcorn e champagne in flute di plastica con prezzi un po’ meno soft (dieci e sei euro): si suppone che gli invitati della prima, gli unici a poter vedere lo spettacolo, siano di una certa estrazione sociale. In effetti: già ho visto un paio di vippazzi di qualche reality, ma niente di più però. Poi tutta una serie di chioschetti dove vendono i gadget del circo: magliette tazze mutande du soleil e altri trofei per le classi agiate. Ma è ora, si entra. Abdico alle mie doti di narratore e per farla breve vi faccio un’introduzione scopiazzata qua e là su internet: “Applaudito da oltre 7 milioni di spettatori in tutto il mondo, Alegria evoca il tempo in cui l'elemento fantastico e quello magico erano parte integrante della vita quotidiana. Alegrìa ('gioia, gaiezza' in spagnolo) è un susseguirsi di sogni, una fusione barocca di acrobazie incredibili, numeri aerei mozzafiato, un gioco straordinario di luci e una scenografia monumentale” (fonte: ticket-on-line, non proprio il massimo dell’imparzialità…) “Alegría è uno degli spettacoli più popolari del Cirque du Soleil. I temi che affronta sono la speranza e la perseveranza, nonché l’abuso di potere da parte di re, tiranni o dittatori. Lo show è stato concepito per renderci individui migliori e aiutarci l’un l’altro. E’ uno sguardo agli orrori del passato e alle grandi possibilità del futuro” (fonte: wikipedia). A rileggere ciò che ho or ora incollato, allibisco: è un duro colpo per la mia coscienza di paragiornalista: a spettacolo finito, io non avevo notato nulla di tutto ciò. Ma neanche lontanamente. Né mi sono sentito migliore o più disposto ad aiutare gli unlaltri. Che tristezza, altro che allegria! Vediamo un po’ dunque di ricordare qualcuna delle mie impressioni. Allora, innanzitutto ho notato da subito certe pupe da sballo mezze ignude: non sono della compagnia del circo però, bensì le compagne dei ricchi vippazzi e manager in platea. Ma fortunatamente la mia signora, che tra l’altro è dieci spanne più in alto rispetto a esse, mi ha richiamato all’ordine: anche se ha dovuto ripetere il nome Aurelio tre volte prima che tornassi in me. Poi, noto un’atmosfera di assoluta asetticità: per terra non c’è un granello di polvere, l’aria è una selva di alberi magici; sarà che è la prima, ma non riesco a capacitarmi di un circo così pulito, io che ero abituato alla segatura e al piscio di scimmia sifilitica del circo che frequentavo da bambino, quello accampato nella 167, dal nome fintoamericano: Arold mi pare, o Missuri, non ricordo. Ma non è che io sia un proletario, non è che voglia fare critica di classe, per carità. Continuiamo dunque, elencherò gli altri punti degni di nota: qui non solo non ci sono le scimmie, ma nemmeno nessun’altro animale. Solo esseri umani. Non ci sono poi playback e la musica è tutta dal vivo. I costumi sono articolatissimi e originali. Manca il presentatore e al suo posto c’è la donnina che avete visto appesa sui muri e sui tram di mezza Roma, che canta a più riprese vai, vivrai, allegria con una elle sola e altre ipnotiche e liete parole.
Lo spettacolo è strutturato alternando pezzi di acrobazie varie (perfette, che al confronto gli artisti del Missuri/Arold erano simpatici tetraplegici) e sketch clowneschi di una comicità minimale, se non malinconica (del tipo il clown che piange e rabbrividisce al freddo, con tanto di spleen-jazz in sottofondo). Per finire, qualche effetto speciale interattivo del tipo tempesta di foglietti bianchi di carta sul pubblico, o spegnimenti di luce – durante i quali io mi tiro su dopo la tragedia greca del clown stringendomi alla mia signora, che è molto dolce e calda. Insomma: un circo che è un raffinatissimo pupurrì di circo omestre, concerto, operetta, balletto, melò e quant’altro, con tanto di morale – a quanto dicono - sull’abuso di potere, sull’amore verso il prossimo e simili. Un circo che per non essere disumano a tenere gli animali in gabbia, risulta crudelmente disanimalesco. Infine, un circo per adulti che vogliono tornare bambini, ma non certo per i bambini veri – ne ho visto un paio all’uscita, avevano le facce angosciate e si stavano ancora riprendendo dalla scena del clown esistenzialista. Già, un circo in definitiva cui sono i bambini ad accompagnare i genitori – e si potrebbe riflettere a lungo su fino a che punto sia arrivato l’edonismo e il narcisismo di quella società dello spettacolo che è l’occidente. Ma non lo faccio, applaudo anch’io e messo da parte ogni pudore mi getto sul banchetto di fine spettacolo: champagne a fiumi e montagne di fragole zecchinate di cioccolata. Tutto gratis, ma è solo per il pubblico della prima; voi, cari lettori di Omero, se ci andrete non troverete nulla.