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Racconti: Maria Cristina Buffa - Giulio Somazzi

I racconti, le poesie, i dialoghi, i radiodrammi, ecc. Le opere, insomma, che vengono fuori dai laboratori della Scuola Omero, raccolte per i nostri lettori.


In questa pagina:

A naso di Maria Cristina Buffa

Il Club dei Coprofagi di Giulio Somazzi







A naso
di Maria Cristina Buffa

Ero così preso dalla lucentezza dei cellophane, dall’odore pungente dei latticini, dalla baraonda colorata e confusa del riflesso delle luci al neon, che stavo quasi per non accorgermene.
Ne avvertii il profumo, dolce e fruttato, una scia rivelatrice che lasciava dietro di sé a ogni passo. Quel profumo aveva messo in allerta i miei sensi e il riflesso che con la coda dell’occhio mi portò ad accorgermi della mano. Una mano elegante e veloce, una bella mano affusolata e abbondantemente agghindata di anelli che si insinuava nel mio carrello e agguantava qualcosa.
Avevo fissato ancora un attimo il banco frigo, cercando risposte tra la crescenza e il formaggio svizzero.
Me lo era immaginato, o una tipa elegante mi aveva appena fregato il dopobarba? Era una domanda ridicola e per un momento ancora ero rimasto stupito. Eppure l’avevo vista e sentivo ancora la scia del suo profumo.
Presi una decisione: l’unica soluzione era controllare.
E l’unico modo per controllare era seguire a naso la pista profumata che la mano elegante lasciava dietro di sé.
Svoltando a destra del reparto casalinghi il profumo si faceva più intenso. La mano in questione era lì e apparteneva a una donna che ora mi dava le spalle.
Una bionda molto elegante nel suo completo blu gessato. Procedeva sicura e tranquilla facendo risuonare i suoi tacchi a spillo sul pavimento di linoleum verde.
Il profumo era inconfondibile e anche la mano, tuttavia l’idea che quella donna avesse rubato dal mio carrello pareva così improbabile che presi a seguirla per un po’. Dopo aver passato dieci minuti a osservarla scegliere tra i surgelati stavo per lasciar perdere, dandomi anche un po’ del cretino, quando la mano tornò a muoversi. Tutto indicava che il resto del corpo osservasse con concentrazione una pila di creme idratanti perfettamente identiche tra loro, ma quella mano clandestina si allungò ad afferrare qualcosa e prontamente lo nascose dentro un’elegante e capiente borsetta.
La conferma dei miei sospetti mi lascio ancora più sconcertato. Non sapevo se denunciare la mano ladruncola e la sua elegante padrona o far finta di niente.
La curiosità mi spingeva a non mollare il pedinamento in stile segugio. Dissimulai un intenso interesse per un deodorante da ambiente mentre lei invertiva il senso di marcia del carrello e mi veniva incontro.
Il profumo si faceva sempre più vicino e riusciva ad annebbiarmi la mente. Era un odore inebriante, ma allo stesso tempo aveva qualcosa di stranamente familiare.
Mentre si avvicinava fui preso da un blocco totale degli arti e persi l’uso della parola. Per un attimo scomparve ogni cosa, gli scaffali ingombri, il ronzio dei neon, le voci, la musica triste della radio del supermercato.
Quella donna era perfetta.
Sembrava uscita dalla mia immaginazione, come le fantasie di quando ero ragazzino, come le ragazze che correvano lungo una spiaggia californiana nel mio telefilm preferito. Ed ero ipnotizzato da lei come lo ero stato dalla corsa di quelle ragazze sulla spiaggia. Forse aveva un piccolo problema di cleptomania, ma per il resto era completamente perfetta, non c’era altro modo di definirla.
Rimasi immobile come un salame. Lei mi guardò senza vedermi, passandomi velocemente accanto con la sua camminata profumata ed elegante.
Dove sarebbe andata e cosa faceva lì quella misteriosa creatura? Decisi che la curiosità valeva più della legalità e ripresi a seguirla.
Mi immersi ancora nel suo profumo cercando di ricordare dove lo avessi già sentito. Mi tornavano alla mente i fiori che mia madre riceveva per il compleanno, quelli bianchi con il gambo lungo che riempivano la casa per giorni col loro polline giallo e il loro aroma appiccicoso.
I lunghi glicini viola sul terrazzo della nonna, con i grappoli odorosi di primavera.
Il sugo gocciolante dalle pesche mangiate a morsi, che scendeva giù fino ai gomiti e si attaccava alla pelle dandole un odore insieme dolce e aspro.

Dopo dieci minuti di pedinamento la donna perfetta col carrello aveva fatto provviste di surgelati per una settimana, mentre la mano con la borsa firmata si era assicurata almeno un mese di pulizia tra shampoo, profumi e saponi. La donna e la mano procedevano lasciando la loro scia odorosa per i vari reparti, ma tornavano ripetutamente a quello della profumeria dove qualcosa veniva infilato nella famosa borsetta.
Mi accorsi di essere ormai quasi stordito dal profumo. Avevo dimenticato persino il motivo per cui mi trovavo nel supermercato. Che dovevo comprare poi?
C’era un’unica cosa che avrei voluto portarmi a casa dal supermercato. Dopo tante ricerche, dopo tanti anni di solitudine possibile incontrarla proprio lì, la donna che avevo sempre sognato, intenta a rubare alla SIR?
Immaginavo i nostri figli: una bambina identica a lei e un bambino che somigliasse più a me, entrambi bellissimi e profumati, ma con quell’odore fresco e innocente che hanno i bambini. Già mi vedevo invecchiare a fianco a lei, mettere su pancetta mentre lei rimaneva sempre perfetta. Iniziare insieme a odorare di sapone e naftalina e passare le serate a leggere l’uno per l’altra.
Perso nei miei sogni non mi accorsi che il carrello di lei era sparito dalla sua vista. Mi mossi in fretta per cercare di riprendere il contatto con la scia profumata, ruotando il naso nell’aria per cogliere ancora qualche aroma.
Il panico mi travolse mentre procedevo veloce tra uno scaffale e l’altro: l’avevo persa.
Proprio svoltando al reparto profumeria accadde qualcosa che colpì le mie narici dilatate. Più che un odore fu quasi una sensazione, come ricevere un pugno in piena faccia. Una fitta che iniziava dal naso e si spingeva in ogni parte del volto, facendomi lacrimare gli occhi, accompagnata da un odore terribile che raggiunse prepotente i miei polmoni. Una puzza disgustosa che continuò la sua nauseabonda corsa fino allo stomaco provocando immediate contrazioni.
Ancora con gli occhi chiusi aspirai quello che in buona parte era un aroma di violette ammuffite, come il profumo della prozia Delia, pungente per l’alcool macerato da anni nella vecchia boccetta. Un odore di vecchiaia e pelle che marcisce, di aglio mangiato a morsi per la pressione, che mi ricordò i lunghi, interminabili, minuti in cui una vecchia con la sporta piena saliva sull’autobus che mi portava a scuola da ragazzo e si sorreggeva ai pali con le mani odorose di varechina ansimando malefica contro di me.
Lottando contro la nausea aprii gli occhi e mi guardai attorno impaurito e disgustato, immaginando di incrociare lo sguardo con la mummia di Ramses, ma ciò che apparve mi provocò uno shock ancora maggiore.
Di fronte a me c’era la donna perfetta e quell’odore disgustoso proveniva da lei.
Non poteva essere la stessa donna, eppure sembrava proprio lei, con la mano disinvolta che rubacchiava ancora velocemente. Era sempre bellissima, ma sembrava che il profumo celestiale fosse evaporato per lasciar posto agli effluvi dei bagni del reparto geriatrico.
Si voltò nuovamente verso di me e mentre si avvicinava sentii ancora il mio corpo bloccarsi, ma questa volta oppresso dai crampi allo stomaco che offuscavano tutto attorno a noi. Ebbi una precisa visione dei nostri bellissimi bambini odorosi di rigurgito e denti cariati e immaginai una vecchiaia fatta di letti separati per sopportare le altrui flatulenze e capii di essere stato affrettato nel pensare di voler dividere l’esistenza con quella bella cleptomane.
Come fosse possibile che il profumo della donna perfetta servisse a coprire quell’odore insopportabile non riuscivo a spiegarmelo. Forse aveva problemi ormonali o forse era solo molto più vecchia di quanto sembrasse, in qualunque caso il mio sogno di perfezione si era infranto nel reparto profumeria. Presi dallo scaffale una nuova confezione di dopobarba e la infilai nel carrello domandandomi che odore avessero le ragazze che corrono in California, se esiste davvero la perfezione e che cos’altro dovevo comprare alla SIR.







Il Club dei Coprofagi
di Giulio Somazzi

Posso indicare con certezza il giorno e l’ora in cui ho toccato il fondo: era il 21 luglio del 2003 e la presa di coscienza della mia condizione m’aveva costretto a piangere tutta la notte stringendo un cuscino.
“Incompatibilità di programmi” l’aveva definita il mio amico Derek tentando di restare razionale: in fin dei conti non aveva tutti i torti, io le avevo chiesto di sposarmi e lei invece di commuoversi e rispondermi di si con le lacrime agli occhi aveva piantato tutto e tutti e s’era imbarcata sul primo aereo per Londra, ricominciando da zero.
Dal canto mio, vecchio romantico, me la ero immaginata cento e più volte a guardar fuori dall’oblò con la solita aria sprezzante, incurante del danno emotivo che m’aveva inferto.
Ora, il problema principale quando mi trovo a fronteggiare questo tipo di pressioni è l’assoluta mancanza di freddezza e l’incapacità pressoché totale nel contenere il mio spirito nostalgico. Ad esempio, ogni qualvolta vedessi sfrecciare una Ford Ka grigio antracite subito scattavo con l’occhio sugli ultimi tre numeri di targa per assicurarmi che non fosse la sua.
Nell’arco di un breve periodo ero diventato una sorta di larva umana, evitavo accuratamente qualsiasi evento mondano e non mi sentivo neanche in grado d’affrontare l’incontro con un’altra donna, fosse stato anche solo per distrarmi.
“Ti sei arenato” diceva Derek sorseggiando il suo Martini bianco, guardando fuori campo, verso sinistra. “Dovresti coltivare di più la tua autostima ecco, forse qualcosa di abbastanza convincente, che ti ricongiungesse col mondo. Lo sai che ci annoiamo senza di te” aggiunse scoppiando a ridere. In effetti non ero convintissimo che questo periodo di “lutto” forzato nel quale m’ero calato fosse la cosa più giusta da fare.
“E poi non vedi nessuna, ma come fai? Non dirmi che ti senti ancora legato a quella poveraccia perché m’incazzo”

Aveva ragione. Evitavo le altre donne perché, in fondo, speravo che tra me e Smirne non fosse finita davvero.

“Pensi forse che anche per lei sia così? Non dirmi di si perché non ci credo: hai idea di quanti cazzi stia prendendo da quando è lì? Sai com’è Londra, su”
Aveva ragione anche su questo punto, solo che tendevo a non pensarci. Le trasfusioni di sperma erano sicuramente la nuova pratica preferita di Smirne e questo dissacramento irrispettoso mi faceva venire da vomitare.

“Io non ci capisco niente ora. Cosa avresti in mente? Le tue solite escort da 4000 euro per due notti?”

Derek sorrise beffardo accendendosi un sigaro all’anisette, dopodichè mi spiegò cosa aveva in mente.
Il suo era un punto di vista abbastanza cinico ma ho sempre pensato che il cinismo aiuti a restare lucidi: “Se hai un blocco, ed è chiaro che tu abbia un blocco, hai bisogno di un metodo per superarlo”.
Sembrava una affermazione scontata ma in realtà calzava alla perfezione.
“Ho sentito parlare di un circolo….un circolo particolare…”

Fu così che venni a sapere del circolo dei coprofagi. A quanto ne sapeva Derek (gliene aveva parlato un ricco avvocato amico di famiglia), si trattava di una sorta di club segreto, fondato mezzo secolo fa da un ricco barone con una insana passione per il superomismo.
La felicità è generata dal superamento di un limite, sosteneva Nietzsche: su questo postulato il club dei coprofagi trovava le sue radici. Superamento massimo era considerato il potersi nutrire della propria merda. “Se un uomo può mangiarsi la merda” gli aveva detto il ricco avvocato, “è in grado di affrontare qualsiasi altra cosa”.
Rimasi folgorato da questo concetto e confesso che rimandai a memoria tutta la conversazione avuta con Derek per il resto della notte, rinunciando a dormire pur di analizzare al dettaglio la prospettiva insolita che mi si era presentata.

Passarono mesi prima che mi decidessi. In gran segreto coltivavo la convinzione che potessero esserci strade alternative all’abboffarmi di merda in compagnia di inquietanti sconosciuti ma in fin dei conti non ci speravo neanche troppo: conoscevo a fondo i miei limiti caratteriali, la mia scarsa capacità di autocontrollo.
Fu così che dopo una agonia relativamente breve composi il numero di Derek: per quanto vomitevole fosse la situazione che stavo per affrontare avevo deciso che qualsiasi cosa sarebbe stata migliore del mio stato di continua dipendenza insoddisfatta.
Non fu difficile combinare un incontro con questo suo amico di famiglia e nel giro di un paio di giorni ci trovammo tutti e tre in un locale che conoscevo abbastanza bene (ci ero stato guarda caso con Smirne) dove servivano ottima birra d’importazione tedesca e suonavano pezzi jazz cantati da una sosia di Billie Holiday.
Dopo le presentazioni di rito e qualche sorso di birra, affrontammo l’argomento “deiezioni gastronomiche” proprio mentre la Billie Holiday posticcia intonava le prime note di “Did I Remember?”.
Il ricco avvocato mi spiegò con un tono assolutamente coinvolto che questo non era un club di perditempo, che se volevo entrarne a far parte avrei dovuto accettare completamente il loro regolamento e che avrei avuto sì libertà di parlarne con individui non affiliati ma unicamente nel caso in cui si fossero dimostrati potenziali membri.
Francamente mi sembravano rituali degni di qualche associazione massonica e non prestai molta attenzione al “protocollo burocratico” dei mangiamerda. Volevo saperne di più sulla dinamica e, soprattutto, se effettivamente servisse a qualcosa nutrirsi dei propri escrementi.
“Propria? No, no, non ci mangiamo la nostra merda, sarebbe impensabile. Siamo organizzati in un tavolo rettangolare che ospita fino a 15 elementi ed ognuno può cibarsi del prodotto del proprio vicino. E’ un momento di tale aggregazione, se ne renderà conto al primo incontro”

Aspettate un attimo. Stavo sudando freddo.

Espressi tutte le mie perplessità con un tono vagamente preoccupato: avrei dovuto mangiare la merda di uno sconosciuto? Forse avrei sopportato l’ingoiare la mia ma….quella di un altro?
L’avvocato scoppiò a ridere. “Che problema le crea? E’ forse una questione di igiene?” E giù risate col mio amico Derek che in effetti trovava la cosa piuttosto divertente.
Ma l’avvocato tornò subito serio. E aggiunse: “Vede, è una questione di iter, una progressione: fare le cose da soli non aiuta, l’autarchia non porta da nessuna parte. La dimostrazione massima del proprio valore passa per il riscontro, il confronto col resto del mondo. Si fidi di me, è come lo schianto di un meteorite: dopo l’impatto niente per lei sarà più come prima”. Detto ciò mise un bigliettino rettangolare sul tavolo, salutò educatamente me e Derek e si incamminò verso l’uscita del locale, non prima d’aver pagato le tre birre. Dal canto mio, ero a metà tra lo scosso e l’eccitato.

Derek mi guardò intensamente. “Bè?”

“Bè cosa?” feci io giocherellando col bigliettino che riportava l’indirizzo del mio destino.

“Bè…ci vai?”

In quel momento vidi Smirne. Vidi le mie notti insonni. Vidi lei, abbracciata a tutti gli altri uomini del mondo.

“Che domande. Certo che ci vado.”



La mattina del giorno X fui assalito da una strana ansia, differente da quella che m’accompagnava ogni giorno ormai da anni. Era una paura particolare, specifica di chi sa che è arrivato il momento di affrontare e superare i propri incubi. Era l’ansia dell’inettitudine.
Vissi la giornata febbrilmente, accompagnato da quel senso di oppressione tipico del primo giorno di scuola ma feci in modo di distrarmi immergendomi in un paio di film di woody allen e seguendo uno speciale squallidissimo incentrato sulla morte prematura di Falco, quello di “rock me amadeus”.
Venti american coffee dopo decisi che era ora di muoversi nonostante fossi in anticipo di una buona mezz’ora. La “riunione” sarebbe cominciata alle 21 in punto e io avevo un po’ di tempo per camminare e tranquillizzarmi. La sede del club non era distante da casa mia e optai per raggiungerla a piedi risparmiando i soldi del taxi.
Ho sempre apprezzato le tonalità grigie della mia città. Giungla di cemento, quello che vi pare, ma su di me esercita un fascino indiscutibile. Camminare poi, per un voyeur, equivale allo sfogliare un catalogo: incrocio sguardi, osservo caviglie, guardo i cappelli, finisco inevitabilmente per disprezzare la stragrande maggioranza dei passanti. Lo confesso, sono per il giudizio superficiale immediato ma non sempre boccio: potrei elencare migliaia di avvampanti passioni nate e morte nel giro di quattro passi.
Giunsi dinanzi alla porta del club con una decina di minuti d’anticipo; mi guardai intorno, sentendomi osservato, ma non scorsi nessuno. Era “Freddy my love” la canzone che sembrava provenire dall’interno? Mi sudavano le mani e visto da fuori, tremante e incerto, sembravo di sicuro uno spettacolo patetico. Decisi dunque di suonare il campanello ed entrai nell’ordine di idee che oramai era tardi per tirarsi indietro.

Pensate all’immagine più stereotipata possibile di un maggiordomo e avrete davanti l’uomo che venne ad aprirmi. Coi suoi modi compassati, mi fece entrare e si occupò del mio cappotto, riponendolo in un armadio a muro immediatamente alla destra dell’ingresso. Mi scortò lungo un corridoio che giungeva ad una sala da pranzo finemente arredata, piuttosto ampia. Al centro c’era un grosso tavolo rettangolare di legno scuro coperto da una tovaglia bianca e apparecchiato con una cura quasi maniacale. La grande sala era gremita di ospiti, a occhio e croce ne contai una ventina, tutti uomini. Ben presto qualcuno afferrò il mio braccio sinistro e mi salutò calorosamente: era il vecchio avvocato amico di Derek che non vedeva l’ora di introdurmi ai suoi compagni. In rapida sequenza conobbi i componenti del circolo ed ebbi modo di notare che appartenevano quasi tutti alla classe dirigenziale. C’era addirittura un colonnello in pensione. “Sa” mi aveva detto con tono confidenziale, “da quando ho scoperto questa filosofia non sono stato più in grado di abbandonarla”.
Restai quasi stordito dall’entusiasmo col quale quei gentiluomini confabulavano tra loro e tentavano, a dir la verità ben di rado, di coinvolgermi nelle loro conversazioni.
Mi ritrassi in un angolo della sala e mi guardai attorno per un po’. Ebbi così modo di notare che c’era una alcova piuttosto grande in una parete della sala da pranzo dove una sessione d’archi composta da 6 elementi stava accordando i propri strumenti. C’era poco da dire, la cura del dettaglio era straordinaria ed io osservavo rapito questa strana dimensione sociale che ben presto avrebbe potuto annoverare anche me tra i suoi abitanti. Il suono maestoso di un gong indicò a tutti che era il momento tanto atteso. Ordinati come formiche si sedettero tutti al tavolo, attenti a non far rumore con le sedie. L’avvocato mi fece un cenno dall’altra parte del tavolo e indicò il posto accanto al suo. Mi mossi per raggiungerlo anche se esitai un istante: sapevo che sedermi accanto a lui sarebbe equivalso a dire che avrei mangiato la sua merda. Ma in fin dei conti ero lì per quello e francamente, mi dissi, lui era - a parte me – il più giovane della compagnia.
“E’ emozionato?” mi sussurrò mentre tentavo di sembrare il più rilassato possibile. Feci un cenno con la testa mentre l’uomo seduto a capotavola, il più anziano della situazione, si alzava in piedi battendo le mani un paio di volte per attirare l’attenzione dei presenti.
“Signori” esordì con un timbro che sembrava nascondere abilmente la sua età avanzata.
“Oggi è la seduta numero 157, una seduta particolare poiché abbiamo tra noi un novizio”
Tutti gli sguardi si concentrarono su di me e probabilmente arrossii.
“Come sicuramente ben sapete, il novizio non ha l’obbligo di produrre per questa seduta, veniamo incontro a quel senso di disorientamento certo che gli impedirebbe d’espletare una quantità sufficiente per saziare il suo vicino. Egli può inoltre scegliere il membro dal quale attingere e sono quasi certo che abbia già optato per il nostro amato avvocato Dumah. Per quanto riguarda gli altri, il giro riprende secondo l’ordine cominciato nella seduta 134. Bon appetit”.
Al termine del discorso si alzarono tutti in piedi sulle sedie, si abbassarono pantaloni e mutande ed allargarono le loro natiche rugose avvicinando l’ano al piatto di ceramica. Ad un cenno del maggiordomo, la sessione d’archi cominciò a suonare quella che mi pareva “IL MASSACRO DI BRANDEBURGO NUMERO 3 IN SOL MAGGIORE”. Contemporaneamente fuoriuscì da 15 culi anziani una quantità di merda al di sopra dei livelli di guardia.
Sembrava straordinaria l’abilità che avevano sviluppato in ormai anni di pratica: nessuno tra loro mancò l’obiettivo, non uno sporcò la candida tovaglia. Per chi come noi è abituato a cagare unicamente dentro al cesso di casa, la loro sarebbe sembrata una abilità impossibile da imitare.
Fortunatamente le condizioni ambientali non risentirono più di tanto di questa “fase di produzione”. Un sistema di aria condizionata faceva sì che l’aria viziata non ristagnasse nella sala e la sessione d’archi copriva abbondantemente quella che con un elegante eufemismo avrei potuto indicare come la “sessione fiati”. Al termine di questo strano giro di valzer, i gentiluomini si ricomposero e si sedettero. Davanti a ognuno di noi c’era una bella porzione di escrementi fumanti.
L’anziano leader riprese a questo punto la parola.
“Seguendo i sempre benvoluti consigli del dottor Foster, abbiamo optato questa sera per un Gewurztraminer del ’97, prodotto da una cantina di Caldano che francamente non conoscevo ma che avrò modo di stimare in futuro. Signori, il momento tanto atteso è giunto. Alla salute”.

Non so se avete mai osservato 15 persone mangiare con gusto. E’ difficile che un numero così elevato di persone sedute allo stesso tavolo ingoi il proprio cibo con la stessa, straordinaria intensità. Loro però sembravano condotte dallo stesso cervello, animate dalle stesse straordinarie sensazioni. “Compiaciuti” era il termine che più si addiceva alla loro condizione. L’avvocato Dumah colpì gentilmente il mio gomito con il suo. Istintivamente gli guardai la bocca: stava masticando un grosso pezzo di sterco da poco sfornato dal Conte Lekic, dalle tonalità marroni con striature ramate.
“Su avanti, che fa? Vuole tirarsi indietro proprio ora?” disse con la bocca ancora piena, alludendo al mio piatto.
Era la storia della mia vita. Tirarsi indietro proprio ora intendo. Tante, troppe volte ero arrivato al momento clou, salvo poi battere ritirata, divorato com’ero dalle ansie e dall’insicurezza. Guardai quel missile marrone che giaceva nella mia scodella. Mi aspettava. Forse avrebbe fatto schifo, probabilmente avrei vomitato, ma tutti quei signori distinti che si riunivano da anni tutte le settimane, avrebbero giurato su qualsiasi cosa: il metodo funzionava e dopo averlo provato una volta, non si era più capaci di tornare indietro. Con mano tremante agguantai la forchetta d’argento e ne staccai un pezzo nei pressi dell’estremità di destra.
Portai il boccone alla bocca e il tragitto dal piatto al mento mi sembrò un’odissea infinita. Mangiare è un automatismo meccanico ma in quel caso dovetti far ricorso a tutte le mie capacità razionali. Niente era più scontato, ogni minuscolo passo in avanti era complesso come un logaritmo. Eccolo, il momento decisivo. Tutti avevano intanto terminato il loro pasto e stavano guardandomi, in silenzio. Potevo sentire i loro occhi puntati addosso, questa era forse la parte più difficile per i nuovi arrivati, forse qualcuno stava sussurrando al suo vicino “non ce la fa, è troppo debole, non fa per lui”. Istintivamente mi girai verso l’avvocato Dumah, senza dire nulla, sperando di impietosirlo col mio sguardo spaurito e magari di guadagnare un bonus, una proroga. Egli mi guardò con occhi benevoli ma fermi e annuì col capo, come a incoraggiarmi. Tornai sulla mia forchetta. La guardai.
Loro guardarono me.

In fin dei conti, è solo merda.

Chiusi gli occhi e la infilai in bocca.





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