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Racconti: Giorgio Serafini Prosperi - Giovanni Di Stefano

I racconti, le poesie, i dialoghi, i radiodrammi, ecc. Le opere, insomma, che vengono fuori dai laboratori della Scuola Omero, raccolte per i nostri lettori.


In questa pagina:

La musica di Settimio di Giorgio Serafini Prosperi

Canzone delle strade e del mare di Giovanni Di Stefano







La musica di Settimio
di Giorgio Serafini Prosperi

Settimio non aveva chiuso occhio nella sua casa del Ghetto vecchio. Dalla mezzanotte il quartiere era stato messo in allarme dagli spari lontani, dal disordinato scalpiccìo degli scarponi, dalle grida scomposte. Gli occhi di Settimio erano aperti, lo erano stati per tutta la notte: fissi nella semioscurità a cercare un particolare, una crepa sul muro, uno sbaffo di luce, qualcosa che gli permettesse di tenere desta l’attenzione. Aveva le orecchie tese, Settimo, per captare la minima vibrazione dell’aria, il minimo indizio che rompesse quella quiete che gli pareva così innaturale.
Verso le cinque furono degli ordini in tedesco a sciogliere la situazione e Settimio, assurdamente, si sentì come liberato. Per strada fu Esterina a gridare - Resciùd, scappate, i tedeschi prendono tutti! Presto!
Settimio balzò in piedi, sentì i suoi fratelli piangere che aveva già aperto la finestra. Si infilò le scarpe. La grondaia sporgeva sotto il cornicione di quel tanto che bastava per avere un solido appiglio. Con un colpo di reni si issò e fu sul tetto. Sentì allontanarsi le voci dei fratelli e, lui che era il minore, si sentì uomo in un momento, provandone quasi dolore. Ai primi passi sulle tegole, si rese conto della pioggia che cadeva leggera a rendere più impervio il suo incedere. I vecchi coppi incrostati di muschio sembravano cosparsi di sapone, ma Settimio andava avanti, cercando invano nella mente il ritmo giusto. Il cuore batteva forte, sentiva le tempie pulsare, l’ansia mordergli la gola. Non era mai stato così solo. Mentre procedeva a tentoni nel buio ancora fitto, rischiando di scivolare ad ogni passo, riprendendosi solo imponendo al suo corpo equilibri e geometrie innaturali, proprio mentre avvertiva la sgradevole sensazione di perdere il controllo, Settimio agguantò una musica. Forse non era la più giusta – avrebbe dovuto lavorarci su – ma era comunque una musica. Il suono cominciò a espandersi dentro di lui, a dettargli i passi. Uno, due, uno, due, uno due. Eccola, la cadenza, sta arrivando. Forse no. Uno, due, di nuovo, forza, riproviamo con calma, spostando il peso con attenzione, da una gamba all’altra, imponendo al cuore di battere secondo i piani: l’importante è controllare il respiro e sentire bene l’appoggio.
La scivolata fu improvvisa. A tradimento.
Settimio sentì il terreno mancargli sotto i piedi, sentì la spinta goffa e inutile di una falcata nel vuoto, e subito avvertì come una scossa elettrica che lo attraversò dai piedi al cuore e in bocca un sapore ruvido di ferro e di ghiaccio. Mentre scivolava verso il margine del tetto riuscendo perfino a contare le tegole che gli battevano il costato a ogni dislivello, si accorse che la musica non c’era più. Si afferrò a un comignolo. Inghiottì un fiotto di saliva. Il silenzio si fece di nuovo altissimo. Si poteva persino distinguere il battere cadenzato della pioggia fitta sul selciato della strada. Settimio ebbe paura. Per la prima volta credette di non farcela.
Da questo pensiero lo distolsero subito le grida della strada, dove già si disponevano le file, e l’incedere ritmato delle pattuglie.
Si alzò, si pulì le ginocchia e riprese a camminare con circospezione. A tentoni. Fu in quel momento che si rese conto di un suono, che veniva dall’esterno, ma che lo solleticava. Era la marcia dei soldati tedeschi. La lasciò entrare dentro di sé e poi pian piano s’impadronì dell’accento matematico di quella precisione militare. Lo fece suo. Gli accostò le rime ottuse di una filastrocca.
Ponte Ponente ponte pì, tappe tappe rugia, ponte ponente ponte pì, tappe tappe rì.
Si scoprì a sorridere di sé e della situazione, mentre il suo passo si faceva, intanto, più sicuro. Pigiava coi piedi sulle tegole secondo gli accenti delle note. Le labbra scandivano la cantilena che si sostituiva senza fatica agli ordini del capo pattuglia. Settimio si ritrovò a immaginare i suoi persecutori nell’atto di recitare la filastrocca, in coro, con tanto di gesti d’ordinanza. Preso dalla familiarità dell’immagine e da un ristoro che non si aspettava, Settimio non si rese conto di aver raggiunto il palazzo vicino, poi il successivo, quello dopo ancora. Si risvegliò da quell’ebbrezza che già vedeva le luci di Piazza Argentina, ai margini del quartiere ebraico. La salvezza.
Ma, dinnanzi a lui si frapponeva una frattura dei caseggiati, che erano divisi da un vicolo. Vicolo della Misericordia.
Settimio si fermò, sul ciglio del cornicione. Sentì la pioggia picchiettargli il volto, le gocce formare dei piccoli rivoli che gli colavano dai capelli completamente scompigliati. Vide il suo fiato condensarsi, nell’umidità del primo mattino. Vide il lavoro degli spazzini, puntuale, come in un giorno qualunque.
La musica taceva di nuovo. I lampioni spandevano in lontananza una luce lugubre. A Settimio sembrò di sentire il respiro del fiume vicino.
Fu un ritmo nuovo a scuotere l’aria. Passi su una scala di ferro. Una porta che si apre sul terrazzo. La perentoria percussione di un “alt!”.
Voltandosi per un attimo, Settimio vide i tre militari che avanzavano verso di lui.
Ci fu un secondo alt, pronunciato da una voce diversa, prima che a violentare l’aria fosse il crepitare regolare e ottuso di una sventagliata di colpi.
In quel momento, che sembrò fissarsi nell’aria come una foto sportiva, Settimio era già sospeso nella sua sfida alla gravità. Senza fatica, senza peso, senza avversari, sentì scorrere dentro di sé la musica che aveva cercato invano fino a quel momento: la sua. E arrivò nitida, squillante, inequivocabile, come a sancire uno stato di grazia.
L’oscurità circostante fu risucchiata all’interno di quell’armonia suprema, fino a stemperarsi in un bianco assoluto, mentre Settimio pensava che sì, quella era la musica giusta – pausa - di quell’assurdità.






Canzone delle strade e del mare
di Giovanni Di Stefano

Ho deciso… non lascerò questa strada, non ancora. Sento tutti i giorni una voce che dice "è ora di partire, c’è un mondo di altre strade che ti aspetta", ma io non voglio.
Voglio continuare a camminare questa strada, questa stessa via che ho cominciato a camminare quando ancora mi cullavo nelle carezze di mia madre, questo vicolo che ho corso in lungo e in largo mentre soffrivo, questa strettoia di cui conosco ogni insenatura.
Ho imparato ad amarne lentamente le case, i marciapiedi, le persone, le insegne, ogni scritta, e proprio ora che riesco ad apprezzarne ogni cosa devo lasciarla.
Resterò ancora per qualche tempo qui, in questa strada, la mia strada. Con queste persone, le mie persone e questi marciapiedi, i miei marciapiedi.
Ho visto la mia strada crescere in questi anni e mi sono affezionato a tal punto da non volerla più lasciare, ma so che dovrò andare, altrimenti la strada diverrà così stretta da soffocarmi.
Nei lunghi anni in cui ho abitato questa via sentivo voci venire da altre strade, voci che parlavano di altre strade ancora, intere carreggiate camminabili per giorni, e mi dicevano di guardare in basso, verso l’orizzonte, e che era quello il punto di arrivo per ognuno di noi.
Ma no. Io non volevo. Io non ci credevo. Non ho mai creduto per un solo istante che tutta la mia vita dovesse essere spesa in un interminabile viaggio.
Ma ho imparato. Ho imparato ad attenuare i tratti più scuri, a dare più luce agli angoli bui. Ho imparato ad apprezzare ogni piccola cosa che potevo osservare. Tutto. Anche le foglie che cascano dagli alberi e portano con se colori ciechi. Ne presi una manciata, che porto ancora qui, con me. Che ho portato con me quando decisi di camminare in quella strada, tra quelle persone.
Ora la strada è sempre la stessa, sono io che cambio. Sento il mare forte, potente, unico, che mi chiama, che mi chiama a sé, o che forse sto cercando io, dal profondo. Sento che è arrivato il momento di passare per l’orizzonte che tutti guardano, ma solo per andare verso il mare, il mio mare. Questo è l’unico viaggio al quale davvero voglio donare la mia vita, l’unico del quale non mi vergognerei. Però ho un po’ paura.
Ed è forse per questo che voglio restare, voglio restare per non partire. Però è quasi ora e perciò comincio piano piano ad avvicinarmi alle mie cose, alla mia casa, e ripasso per l’ultima volta nella mia strada, sui miei marciapiedi, tra le mie persone. Ma non è come al solito. C’è qualcosa di diverso, qualcosa che rende ogni gesto già esplorato, già studiato, quasi una lacrima d’asfalto che percorre l’intera strada che mi ha dato così tanto e alla quale ho dato così poco.
So che dovrò passare per quella lunga strada a cui tutti guardano e perciò ho già chiamato un taxi, ed è lì che mi aspetta alla fine della strada. Ho già pagato e mi aspetterà ancora per un poco.
Quel poco che mi serve per non scordare, quel poco che mi serve per partire con più coraggio, quel poco che mi serve per sentire il calore del mare.




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