a cura di Daniele Battaglia e Cristina Esposito
Questo Bestiario vuole essere un ambiente libero dove far scorrazzare tutte quelle specie animali che ci frullano ogni notte nella testa. Specie animali ispirate, a dire il vero, dalle tante bestialità che siamo costretti a vedere, frequentare e assorbire ogni giorno. Vorremmo che dalle fantasie notturne queste bestialità precipitassero, con tutta la loro forza allegorica e narrativa, nel nostro bioparco letterario.
Qui possono entrare brevi testi, ma anche disegni e foto (vedi foto di Fontcuberta qui sotto), che mostrino animali inventati, insieme paradossali e verosimili, che abbiano delle proprietà così originali da farci desiderare, alla loro semplice evocazione, un incontro o la fuga a gambe levate.
Senza vie di mezzo.
Per quanto riguarda i testi, si possono realizzare delle descrizioni di animali fantastici alla maniera di un dotto etologo che in terza persona spiega le caratteristiche fisiche e comportamentali dell'animale (vedi l'esempio di Borges). Per questo tipo di composizione bisogna tenersi nelle 30 righe da 60 battute ciascuna.
Altra possibilità è quella di raccontare in prima persona l'incontro o persino l'adozione e convivenza con un animale fantastico (vedi l'esempio di Kafka). Qui l'ampiezza del brano può arrivare fino alle due cartelle, ognuna di 30 righe da 60 battute l'una.
I migliori lavori che arriveranno alla nostra redazione tramite l'e-mail scuola@omero.it verranno pubblicati sul sito Omero. Dal valore delle "bestialità" in arrivo potremo capire se dar vita a un vero e proprio concorso letterario che possa avere come fine ultimo la pubblicazione di un libro. Intanto pubblichiamo i primi lavori di un certo interesse che ci sono arrivati per Il vostro zoo
Lo squonk (Lacrimacorpus dissolvens)
di Jorge Luis Borges
(da
Manuale di zoologia fantastica, 1957, Einaudi 1998, traduzione di Franco Lucentini)
La zona dello squonk è molto limitata. Fuori di Pennsylvania poche persone ne hanno sentito parlare, benché nelle cicutaie di quello stato sembri abbastanza comune. Lo squonk è di tinta molto cupa e in genere viaggia all’ora del crepuscolo. La pelle, che è coperta di verruche e di nèi, non gli calza bene; a giudizio dei competenti, è il più sfortunato tra tutti gli animali. Rintracciarlo è facile, perché piange continuamente e lascia una traccia di lagrime. Quando lo serrano e non può fuggire, o quando lo sorprendono e lo spaventano, si dissolve in lagrime. I cacciatori di squonk hanno più fortuna nelle notti di freddo e di luna, quando le lagrime cadono lente e all'animale non piace muoversi; il suo pianto s'ode sotto i rami degli oscuri arbusti di cicuta.
Il signor J. P. Wentling, già di Pennsylvania, e ora residente a St Anthony Park, Minnesota, ebbe una triste esperienza con uno squonk nei pressi di Monte Alto. Aveva imitato il pianto dello squonk e aveva indotto l'animale a entrare in una borsa, che ora stava portando a casa, quando all'improvviso il peso s'alleggerì e il pianto smise. Wentling aprì la borsa: non restavano più che lagrime e borboglio.
William T. Cox,
Fearsome Creatures of the Lumberwoods, Washington 1910.
Un incrocio
di Franz Kafka
(1917,
Tutti i racconti, Oscar Mondadori, 1998, traduzione di Ervino Pocar)
Possiedo uno strano animale, metà gattino, metà agnello. L'ho ereditato da mio padre, ma si è sviluppato soltanto ai miei giorni, prima era molto più agnello che gattino. Adesso invece ha, direi, tanto dell'uno quanto dell'altro: del gatto ha la testa e gli artigli, dell'agnello la grossezza e la forma, di entrambi gli occhi selvaggi e fiammeggianti, il pelo morbido e aderente, i movimenti ora saltellanti ora striscianti. Sul davanzale al sole si acciambella e fa le fusa, sul prato corre all'impazzata ed è quasi impossibile rincorrerlo. Quando incontra un gatto fugge, mentre invece aggredisce gli agnelli. Nelle notti di luna la grondaia è la sua passeggiata preferita. Non sa miagolare e ha ripugnanza dei topi. Se ne sta per ore in agguato presso il pollaio, ma non ha mai approfittato d'una occasione di uccidere.
Lo nutro di latte dolce che è quello che gli fa più bene. Lo succhia a lunghe sorsate, facendolo passare tra i denti da animale feroce. Naturalmente è un grande divertimento dei bambini. La domenica mattina ricevo le visite: tengo la bestiola in grembo e i bambini di tutto il vicinato mi stanno intorno.
Allora fanno le più strampalate domande alle quali nessuno può rispondere: perché esiste un solo animale così, perché lo possiedo proprio io, se ce n'è mai stato un altro prima di questo, e come sarà dopo morto, e se si sente solo, e perché non ha cuccioli, come si chiama.
lo non mi sforzo di rispondere, ma senza altre spiegazioni mi limito a mostrare ciò che possiedo. Qualche volta i bambini portano gatti, una volta portarono persino due agnelli. Contrariamente a ciò che si aspettavano, non ci furono però scene di riconoscimento. Gli animali si guardarono tranquilli e accettarono evidentemente la loro esistenza come una realtà divina.
Nel mio grembo l'animale non ha né paura né aggressività. Quando mi si stringe addosso si sente bene più che mai. E’ attaccato alla famiglia che lo ha allevato. E non credo sia non so quale fedeltà straordinaria, è soltanto il giusto istinto di un animale che sulla terra ha un numero infinito di parenti, ma forse nessun consanguineo prossimo, cui pertanto è sacra la protezione che ha trovato in casa nostra.
Certe volte mi viene da ridere, quando vedo che mi fiuta, mi striscia fra le gambe e non vuol staccarsi da me. Non contento di essere agnello e gatto pare quasi che voglia essere anche cane. Una volta, come può capitare a tutti, non riuscivo a trovare un ripiego nei miei affari e in tutto ciò che vi è collegato, stavo per abbandonare ogni cosa e in questo stato d'animo ero in casa, sulla sedia a dondolo, l'animale sulle ginocchia, allorché, chinando per caso lo sguardo, vidi gocciolare lagrime dai suoi enormi baffi. Erano lagrime mie o eran sue? Quell'anima di gatto e agnello aveva anche ambizioni umane? - Da mio padre non ho ereditato molto, ma devo dire che questo pezzo qualche cosa vale. Cose che penso sul serio.
Ha l'inquietudine di entrambi, quella del gatto e quella dell'agnello, per quanto siano diverse, perciò non sa stare nella sua pelle. Talvolta balza sulla sedia accanto a me, mi appoggia le zampe anteriori sulla spalla e accosta il muso al mio orecchio. Pare che mi dica qualcosa e in verità poi si sporge e mi guarda in faccia per vedere l'impressione che mi hanno fatto le sue comunicazioni. Per essere compiacente, fingo di aver capito e annuisco. Allora salta sul pavimento e fa un balletto.
Per questo animale il coltello del macellaio potrebbe forse essere una redenzione, ma avendolo ereditato, gliela devo negare. Perciò dovrà aspettare finché gli manchi il fiato, anche se talvolta mi guarda con intelligenti occhi umani che invitano ad agire con intelligenza.
Centaurus
Centaurus Neandentalentis, della serie Fauna di Joan Fontcuberta
Il vostro zoo
L'Eulamante patagonica
di Guido Marcelli
Sei un fanatico del trekking, ami l'avventura adrenalinica, pratichi sport estremi, vai sempre alla ricerca dei tuoi limiti, odi i pantofolai e la vita routinaria. E' per questo che hai deciso di trascorrere dodici giorni in Patagonia insieme a un manipolo di amici fidati. Dopo un volo di ventiquatt'ore siete giunti a Santiago del Cile. Da qui avete preso un trenino a vapore fino a Chillan e poi la corriera per Ultimo Paso. Vi siete fermati una notte nella locanda "Extrema Unsiòn", dormendo sul pavimento vicino al camino, avvolti nei sacchi a pelo (in Patagonia il letto è considerato un lusso inammissibile). Non c'erano altri turisti (gli ultimi stranieri erano giunti vent'anni prima) e il proprietario - un vecchietto sulla soglia dei novanta di nome Alderabàn - ha salutato te e i tuoi amici con la tradizionale formula "ci vediamo all'altro mondo".
Ma già siete in viaggio, camminate da tre giorni in mezzo a una landa desertica senza fine. Rocce e ghiaccio, ghiaccio e rocce, vento furibondo, tempeste di neve, temperatura mai superiore ai quindici gradi sotto lo zero. A un tratto le bussole impazziscono, il vento vi strappa di mano la carta geografica, una nebbia densa e compatta scende a nascondere ogni cosa.
Fate un breve consulto. Non c'è dubbio, è la fine: tirerete le cuoia in Patagonia. Dei quattro della spedizione il primo scava una fossa nel ghiaccio e ci si stende dentro in attesa di morire, il secondo è uscito di senno, il terzo estrae la pistola e si spara, tu prosegui il cammino. Sì, andrai avanti fino alla fine, da vero avventuriero, lottando contro la furia degli elementi.
Rocce e ghiaccio, ghiaccio e rocce. Per minuti, ore, mattine, pomeriggi, intere giornate. Le scorte di cibo sono terminate, non senti più i piedi e le mani, lunghi ghiaccioli pendono dalla tua barba, vai avanti per forza d'inerzia. Eppure le tue labbra si piegano in un debole sorriso. Così infatti deve coglierti la morte: mentre la sfidi a viso aperto, inerme e al tempo stesso carico di forza interiore.
Cosa accade a un tratto? Dal nulla appare un miraggio. Una pozza d'acqua azzurra, tiepida, cristallina, tra sabbie paludose. Ma forse non è un'illusione ottica. I ghiaccioli della barba cominciano a sciogliersi, la temperatura si è alzata improvvisamente, il vento è sparito, non scende più un fiocco di neve. Solo ora avverti i morsi della fame e l'arsura di una sete inestinguibile. Cadi in ginocchio, preghi, ti rialzi, barcolli come una bestia ferita, getti via i vestiti, ti tuffi nudo nell'acqua, ne bevi a lunghissimi sorsi.
Ma dopo un po' dal fondo del lago grosse bolle risalgono ed esplodono in superficie, c'è odore di zolfo, la superficie increspata si riempie di schiuma giallastra e un rombo sordo fa tremare la terra. Non hai il tempo di gridare, un gorgo spaventoso ti trascina con sé risucchiandoti sempre più giù. In pochi istanti ti ritrovi qualche miglio sotto la crosta terrestre, all'interno di un grosso tubo gelatinoso che emana una debole luminescenza giallo-verdastra. Milioni di lingue sottili d'un rosa fluorescente - capezzoli mobilissimi - ti leccano, ungono, sbavano, fanno solletico, finché sei scosso da un orgasmo fulminante.
Non stai sognando: è l'Eulamante Patagonica, gigantesco invertebrato di sesso femminile noto solo al vecchietto della locanda "Extrema Unsiòn". Lo strano animale ti sta saggiando, controlla se sei commestibile, esplora ogni tuo più intimo recesso. Fosse per te ci rimarresti in eterno, dentro quella sorta di grosso tubo pulsante di vita. Non sai bene perché, ma istintivamente ti senti a tuo agio, riscaldato, accettato, massaggiato, coccolato. Anche l'Eulamante è percorsa da un brivido d'eccitazione. Abituata a una dieta ferrea di rocce e ghiaccio della Patagonia, la povera bestia è rimasta interdetta. Non riesce ancora a decidersi, si strugge nel dubbio se attivare i potenti acidi lito-tritori che tutto distruggono o sciogliersi in tenerezze affettuose. Hai una consistenza strana, un odore inconsueto, un sapore nuovo. Ma soprattutto le stai involontariamente titillando i lunghi e untuosi capezzoli indagatori.
Infine decide.
Con movimenti peristaltici inizia a spingerti dentro di sé, su e giù, per interi chilometri, procurandosi un sottile piacere mai provato prima. Il gioco continua per giorni e giorni, il movimento diviene gradualmente più rapido, i capezzoli s'inturgidiscono, il calore interno aumenta, le accelerazioni si fanno fulminee, le secrezioni bavose escono a spruzzi, insomma è tutto un crescendo di eccitazione. Finalmente l'Eulamante Patagonica s'irrigidisce, pulsa, va in tilt, a testimoniare l'arrivo di un orgasmo travolgente. L'onda d'urto d'una contrazione peristaltica eccezionale ti spinge nel condotto finché in capo a qualche minuto vieni espulso all'esterno.
Ed eccoti in Islanda, appena fuoriuscito da un geiser.
Sei confuso, frastornato, incredulo. Non comprendi come sia potuto accadere, ma in fondo la spiegazione è elementare. L'Eulamante Patagonica è una specie di potentissimo condotto d'aspirazione con un foro d'ingresso ed uno d'uscita. Il primo come sai si trova in Patagonia, l'altro in Islanda. I geiser islandesi d'altra parte non sono fenomeni vulcanici secondari, ma semplicemente i rifiuti dell'apparato digerente dell'Eulamante Patagonica.
Bene.
Appena tornato a casa, unico superstite di una sfortunata spedizione, hai contattato agenzie giornalistiche, centri di studio, riviste scientifiche, università, ricercatori e persino personaggi dello spettacolo. Volevi urlare al mondo intero la straordinaria avventura d'amore vissuta con l'Eulamante Patagonica, il corteggiamento gelatinoso e titillante, la compenetrazione perfetta dei corpi, la suggestiva luminosità fluorescente, il ritmico saliscendi dell'amplesso, l'irrigidimento progressivo e il raggiungimento estatico del piacere assoluto.
Ma ti hanno preso per pazzo, bugiardo e mitomane.
E' per questo che, in preda allo sconforto più nero, hai tentato l'ultima carta: inviare il resoconto del viaggio alla sezione "bestiario" del sito Omero.
Solo loro, che conoscono i sogni degli scrittori, ti hanno creduto sulla parola.
La profumisia
di Roberta Mancino
La Profumisia è un uccello di vetro. Il suo volare è uno spettacolo incredibile perché il suo corpo riesce a catturare i raggi del sole e a restituirli sotto forma d’arcobaleni dai mille colori. Il suo canto ricorda il suono di un sassofono baritono. Ne esistono solo due esemplari al mondo che, a loro volta, daranno vita ad altri due esemplari. Mantengono questa loro particolarità da millenni, fin da quando è stato scoperto, casualmente, uno splendido uovo di vetro che, a contatto con il sole, s’è schiuso, liberando un pulcino che ha raggiunto la sua forma da adulto in appena un’ora. Si sono combattute guerre per il possesso di questi magnifici animali che, però, non è mai stato possibile rinchiudere in gabbia. Sono capaci di gettarsi contro le sbarre, infrangersi, e ricomporsi una volta all’aria aperta, liberi.
Si dice che vederli porti fortuna. Ci sono testimonianze di malati che hanno visto miracolose guarigioni dopo avere incontrato la Profumisia e averne sentito il profumo, da qui il nome. Sono uccelli che non mangiano altri esseri viventi. Si cibano di musica e parole, meglio se scritte. Sono in grado di volare a lungo e i loro becchi capaci, tipo quelli dei pellicani, gli consentono di fare provviste d’acqua pura di cui sono ghiotti. Hanno zampe palmate, come quelle delle papere, per questo non amano camminare ed esprimono tutta la loro grazia nel volo.
Il blefronte
di Roberta Angeloni
Il Blefronte vive nelle fessure dei muri a secco, preferisce la compagnia di lucertole e piante di capperi di cui si nutre. Mi accorsi di lui a Pantelleria durante una vacanza di quattro giorni, ospite di Pina, una mia carissima amica. Pina aveva una casetta tutta bianca in collina, circondata da vigneti carichi di uva. Da lì si vedeva il mare, e la costa tunisina nelle giornate senza foschia.
Il Blefronte venne a trovarmi di notte. Me lo trovai sul letto di lenzuola candide, nel chiarore della luna che entrava dalle fessure della persiana. Lo guardavo inorridita. Mi osservava con quegli occhi a mandorla che mi ricordavano Sue Minoghi, la mia insegnante di giapponese.
Forse è la sua reincarnazione – Pensai – Ma che vuole da me?-
E’ completamente cieco – Mi disse Pina a colazione - Ha un udito e un olfatto formidabili. Strano che se ne sia andato subito, di solito si ferma più a lungo. -
La notte seguente faticai ad addormentarmi. Mi svegliai di soprassalto, Blefronte era lì, con le sue otto zampe palmate, alto una spanna e lungo forse una ventina di centimetri. Viscido come una serpe, aveva uno sguardo sorprendentemente umano, provai uno strano senso di tenerezza. Allungai una mano per toccarlo. Mi sorpresi ad accarezzargli la testa oblunga. Lui chiuse gli occhi, sembrava sorridermi. Mi disse : - Arigatò – E scappò via.
Sfinge
di Federica Nichetti
Si parò davanti a me con un balzo silenzioso. I suoi occhi verdi brillavano di luce propria; sembrava in attesa. Io invece, dopo il timore iniziale, ero sorpresa. La creatura che si era appena materializzata era nera, o meglio, quello che poteva essere definito corpo era nero, con un pelo felino lucido e setoso, talmente scuro che quando la luce lo colpiva di sbieco mandava bagliori bluastri. Aveva due ali ripiegate sui fianchi, due ali di velluto, cangianti, verde scarabeo e blu elettrico, racchiuse da un bordo nero. Erano ali grandi, possenti, ma terribilmente eleganti. Mentre mi osservava talvolta le spiegava, con naturalezza, facendole brillare alla luce obliqua del sole al tramonto. Assomigliava vagamente ad una pantera, ma il muso era tigrato, con delle striature turchesi. E non aveva i baffi, aveva una folta coda equina che dondolava con indolenza e quando si stiracchiò, per poi acciambellarsi ai miei piedi, notai fiammeggiare i rossi artigli. Nella mia testa l’avevo già battezzata Sfinge, tanto ipnotizzata dai suoi caldi occhi che non riuscii a parlare per un tempo che mi parve infinito. Poi mi ripresi e capii che la prima mossa toccava a me. Avevo la netta sensazione che le parole fossero inutili. Ma come entrare in connessione? Allora mi ricordai che il tatto è la prima forma di comunicazione col mondo che un bambino apprende e quindi la accarezzai. Sfinge emise un suono profondo, simile a una nota, che vibrò in tutto il suo corpo e si trasmise al mio. Mi sentii invadere da una strana pace e continuai ad accarezzarla. A ogni tocco i suoni si fecero più numerosi, più dolci e le vibrazioni più intense, più profonde, la melodia riempì ogni cellula del mio corpo e ogni spazio della mia anima. La mia coscienza si ampliò oltre i limiti del mondo, viaggiò nello spazio, tra galassie sconosciute. A un tratto la vidi: una stella brillantissima, trasparente come cristallo, verde scarabeo e blu elettrico, e capii da dove Sfinge veniva. Quando ritornai in me guardai nei suoi occhi e i nostri pensieri danzarono al ritmo dei suoni delle nostre anime. Poi lentamente la melodia si assopì, lasciando solo i bagliori intensi del pelo di Sfinge. Allora mi addormentai. Quando mi risvegliai Sfinge non c’era più, aleggiava nell’aria solo un profumo di cannella.
L'archetopo
di Francesco Picciani
Se ne sta lì fermo sulla scrivania del mio studio con il muso allungato proteso in avanti ad ascoltare i miei umori. Immobile, senza disturbare perché sa come è difficile ridare al pensiero i pensieri già pensati e bruscamente interrotti da qualcuno.
Quando vede il mio corpo curvo sollevare lo sguardo e con le spalle portarmi indietro a formare un arco convesso, capisce che sto prendendo una pausa e allora emette un suono. Normalmente raglia: "haaaa… haaaa… hihaaa hihaaa hihaaaa", sa quanto mi piace quel suono e quanto bene fa alla mia esistenza circondata di cose morte. Di mattina, al mio primo arco, dalla seconda bocca abbaia. Così l’abbaiare del cane intervallato con il ragliare dell’asino, creano una melodia rupestre calda e ritmata.
Sa di cosa ho bisogno e quando è il momento opportuno per concedersi. La scorsa settimana vedendomi un po’ teso sul mio grande letto vicino alla finestra a osservare la luna, si è messo a ululare. Con gli occhi socchiusi mi smarrii tra boschi e paesi dispersi per le montagne, al buio, senza una meta, senza una strada e con una sola luce in lontananza da raggiungere.
Al risveglio ero calmo e rilassato.
Conosce e riproduce con straordinaria fantasia e con impeccabili citazioni, le voci a me care. Il mese scorso mi ha fatto zia Pina "Bello di zia, hai visto che ti ho portato? Un bel trenino per il mio nipotino… Bello bello bello". Mi ha fatto anche l’intero discorso di Pasolini sulla televisione e l’intervista a Pertini sui partigiani che mi ha molto commosso.
Domenica scorsa è stato dolcissimo. Vedendomi un po’ giù, solo e pensieroso, mi ha fatto Totò: "Tebani, popolo di Tebe, abbiamo conquistato Trentooo… conquisteremo trentuno!!!"
Tre giorni fa si è ammalato. Un forte raffreddore gli ha intasato i recettori ormonali e offuscato la vista. Non riesce più a capire con precisione la mia età e l’umore che sto vivendo. Mi canta Battisti mentre sto vedendo un film di Moretti e mi fa i discorsi del Duce mentre mi preparo per lo sciopero generale. Ho provato a parlargli. Gli ho esplicitamente detto del mio stato di stress e della tranquillità di cui ho bisogno.
In perfetto stile New Age ha inondato la casa con i suoni della natura. Ma il vento era troppo forte e le cascate troppo grandi.
Non vedendolo guarire mi sono trovato costretto a rinchiuderlo in cantina. Dalla fessura mi soffermo ogni tanto a osservarlo. Come un topo scompare e riappare continuamente tra la legna. Poi si ferma dritto sulle zampe e con lo sguardo nel vuoto abbaia e canta commosso l’Ave Maria di Shubert.
Se continua così... prima o poi lo ammazzo.
Specchiatore
(Specula Narcisus Alata)
di Anna Sansone
Fortuitamente, costeggiando il Rio Cortèz de la Mendoza, lungo la riva sinistra, mi imbattei in un esemplare di Specula Narcisus Alata, volgarmente detto specchiatore. Mi arrestai di colpo dalla sorpresa e stetti immobile per una sessantina di secondi, nonostante il nugolo di zanzare zebra che mi aggrediva i polpacci nudi. Mai avevo visto uno specchiatore dal vivo. Nel robusto becco grigio stringeva un grande pesce d'argento e il lungo collo rosaceo si torceva all'intorno guardingo, caso mai qualche altra bestia fosse in agguato nelle immediate vicinanze per sottrargli la preda. L'Enciclopedia Massimi Multimediale non rende minimamente l’idea di cosa possa essere questo volatile. Ricoperto di piume dalla superficie di specchio. E' un arcobaleno di riflessi continui, sfaccettati. E' un prisma vivente. Rifrange luci e colori ovunque all'intorno.
Cautamente mi avvicinai per catturarne un'immagine con la mia handycam.
Ma lo specchiatore svolazzò via in un gran tintinnìo, gettandomi una lunga occhiata torva e rimandandomi in mille frammenti sparsi l'immagine del mio volto stralunato.
DAL CORSO DI SCRITTURA CREATIVA A CURA DI SCUOLA OMERO
PRESSO LA SCUOLA MEDIA LUIGI SETTEMBRINI DI ROMA
PRIMAVERA 2003
docente Enrico Valenzi, direttore Scuola Omero, assistito dalla professoressa Maria Concetta Repollino
Ecco una serie di cinque ottime invenzioni narrative ad opera di altrettanti allievi della seconda g della Scuola Media Luigi Settembrini di Roma. I lavori sono stati realizzati, incredibile a dirlo, in appena venti minuti di tempo. I ragazzi, prima di lanciarsi nell'esecuzione di queste perfette e divertenti macchine letterarie, hanno "solo" (si fa per dire) avuto il tempo di ascoltare la lettura dal terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio riguardante il mito di Narciso ed Eco, e un paio di esempi di animali inventati da Borges e da Kafka. In realtà, mentre leggevo quelle splendide pagine di letteratura, ho avvertito un silenzio significativo, ma anche preoccupante. Ho alzato lo sguardo dai libri e ho notato che negli occhi di quei ragazzini stavano passando rapidissime immagini, tremende e insieme piene di vitalità. Ho smesso subito di leggere e li ho lasciati volare ancora per un po'.
Il sosia
di Stefano Montereali
Sono tutto eccitato, tra un'ora e mezza inizierà la mia festa di compleanno. Scendo in salotto e sento mamma che dalla cucina canticchia mentre prepara la torta. Mi siedo su una poltrona e aspetto l'arrivo dei miei amici. Finalmente suonano alla porta: sono Marco e Luca. Marco mi ha portato un gioco per la playstation e Luca invece mi dà un barattolo con dentro qualcosa che sembra una specie di crema pasticcera. Finita la festa salgo in camera e vado a guardare meglio i miei regali. Specie quello chiuso nel barattolo. Prendo il barattolo e lo apro. Tocco un po' la materia molliccia che c'è dentro, ne stacco un pezzo e lo prendo in mano. Mi sembra che pulsi o forse è la mia mano che trema. Allora avvicino quella roba bianchiccia all'orecchio e sento dei battiti e una specie di respiro affannoso. Ributto subito quella roba molle nel barattolo e lo richiudo. Vedo solo adesso che sulla confezione c'è un adesivo con scritto: "Non toccare." Mi sento un po' inquieto. Anche perché Luca tanto tempo fa mi aveva promesso che se lo prendevo in giro di nuovo per la sua balbuzie me l'avrebbe fatta pagare. Riapro il barattolo e riprendo in mano la cosa, ma mi sfugge e rimbalza per la camera. A un tratto si ferma sotto il computer. Mi chino per raccoglierla e vedo che gli si formano degli occhietti che mi fissano. Quegli occhi mi ricordano qualcuno... Quella cosa di gelatina si gonfia e diventa più grande e prende le mie sembianze. A un certo punto con un dito mi tocca la fronte e io mi sento diventare più piccolo e mi trasformo in una cosa appiccicosa e gommosa. Poi vedo il mio sosia che mi mette nel barattolo con un sorriso maligno e sussurra: "Sarò un bravo sostituto".
Lacrime sulla collina
di Oliviero Eletti
La prima volta la avvistai in una notte di luna piena che piangeva sopra una collina. Per curiosità salii sulla collina e la intravidi, nascosta dietro un tronco d'albero. Decisi di seguirla. Aveva il naso blu e stava su due zampe; era una zebra. Quando mi avvicinai, sentii dei sussurri di voci umane. Questi sussurri provenivano dall'animale. A un certo punto la zebra si fece avanti e mi chiese di portarla a casa mia e di accudirla. Decisi di portarla, ma per non svegliare mia madre la feci accomodare sotto al letto. Sono anni che la tengo in questo modo e mia madre non ci ha ancora scoperto. Un giorno mentre facevo i compiti la zebra, che chiamavo Pennone perché era molto alta, mi venne vicino e in pochi secondi risolse il problema di geometria. Ancora oggi siamo buoni amici, ma quando mi chiese di poter tornare in collina, decisi di non trattenerla. Di tanto in tanto, mentre torno a casa la sera, mi sembra di vederla lacrimare sulla collina illuminata dalla luna.
La minaccia elettromagnetica
di Antonio Acconcia
In un paesino di campagna gli abitanti erano preoccupati dalla presenza dello Sblopo. Un insetto, una fusione tra un tarlo e una formica alata, che volava, forava il metallo e per vivere si attaccata alle prese elettriche succhiando energia per lui vitale. Quando era carente di energia sul suo fondoschiena si illuminava una lucetta gialla sfumata sull'arancione e quando proprio ne era a corto da molti giorni la luce diventava rosso magenta. La sua casa era nel contatore dell'elettricità, dove attraverso varie insenature poteva accedere a tutto l'impianto elettrico. Lo Sblopo beveva l'elettricità e mangiava il metallo. Per pura golosia ciancicava il legno. La gente del posto non capiva come mai frigoriferi e lavastoviglie fossero forati e le bollette stratosferiche. Quando un giorno in casa del sindaco comparve un'ombra sul lampadario. Era lo Sblopo che si riscaldava attaccato alle lampadine. Il sindaco si mise gli occhiali per vederlo meglio e salì piano piano su una sedia. Vide che lo Slobo aveva due tubi posti alle estremità del corpo con delle spine per succhiare l'elettricità. Il sindaco gli tirò addosso una ciabatta, ma lo Sblopo con un'abile capriola la schivò. Vistosi scoperto, e per di più dal sindaco, lo Slobo per evitare guai peggiori si trasferì in un altro posto.
Non per farmi i fatti vostri, ma avete controllato l'ultima bolletta della luce?
Il mostro numerico, detto anche 65
di Francesco Vullo
Sicuramente a tutti sarà successo almeno una volta di sbagliare dei calcoli durante un problema di matematica. In quei casi la colpa la diamo a noi stessi oppure al vicino di banco. Ma non è sempre così. Esiste un essere vivente che non ha gambe, braccia e corpo, ma solo la testa. Questo animale vive in colonie sotto i banchi di scuola. Rimbalza sui fogli dei quaderni e dei fogli protocollo e tira via tutti i numeri che gli piacciono di più per mangiarseli in santa pace. Secondo alcune riviste scientifiche questo animale è il mostro numerico, detto anche 65, per la forma che ricorda un sei più grande con infilato al suo interno un cinque. Ha denti aguzzi con cui strappare i numeri e rotola su e giù dai fogli girando sul sei e sul cinque come fossero due rotelline scorrevoli. E' alto un centimetro e mezzo e il maschio possiede una criniera sulla testa. Il sessantacinque può raggiungere la velocità massima di duecento km al secondo. Come si può sconfiggerlo? Un sistema ci sarebbe ed è quello di convincere professori e professoresse di matematica a usare la calcolatrice.
La trota bario-iridea
di Pietro Callieri
Ho vinto un pesce al Luna park. E' una trota bario-iridea. Ha il dorso con tanti puntini neri e invece sul fianco dei puntini rossi. La cosa particolare però non è data dai colori. Ogni tanto salta fuori dall'acqua e gli spuntano quattro zampe da gatto. Così ho dovuto comprargli una vasca da bagno speciale. Da un lato ho messo dei mattoni con un tappeto, una lettiera per gatti, due cuscini e un asciugamano grande dove può asciugarsi facilmente. Ho costruito anche una graziosa scaletta di legno per farla scendere e salire, senza fare salti inutili e pericolosi. La vasca è piena di acqua fredda come piace a lei. La alimento con pezzi di carne che gli butto in acqua e che lei prende al volo. Con me è molto affettuosa, nel senso che quando è in acqua fa le fusa e crea tutta una fila di bollicine di ossigeno. Però mi sono accorto che non sopporta altri pesci. Una volta le ho messo nella vasca un grosso luccio. Sono tornato dopo due minuti per vedere se avevano fatto amicizia. Ma trovai tutta la lettiera sporca di sangue. Da allora abbiamo capito che è meglio restare da soli e viviamo più contenti tutti e due.