I racconti, le poesie, i dialoghi, i radiodrammi, ecc. Le opere, insomma, che vengono fuori dai laboratori della Scuola Omero, raccolte per i nostri lettori.
In questa pagina:
Il portachiavi di Silvia Stoker
Gommapiuma di Eli Rosso
La guardia di Mariella Zaffonato
Game Over di Lina Bufalieri
Il portachiavi
di Silvia Stoker
lunedì pomeriggio
Miles Franchino è un uomo pauroso. Un perdente nato. Un uomo bassetto , pelato, che gli altri guardano con commiserazione, avvertendo un senso di piacevole superiorità.
Ora gli è venuta pure la claustrofobia e al lavoro quando entra nel montacarichi è un inferno.
Per questo si è deciso ad andare da questo medico dell’ assistenza sanitaria, la dottoressa Krista Pherly, che, gli hanno detto, tratta i disturbi psichici.
E’ il 5 agosto, un Agosto arroventato. L'asfalto è gommoso sotto i piedi e traspira nell'aria grigia.
E’ arrivato allo studio e l'ha incontrata sotto, al portone. Una faccia seria, bianca, un sacchetto di plastica in mano.
Lei gli dice :- Ah, lei dev’essere il signor Franchino, mi segua. Prendiamo l'ascensore, perché sono quattro piani.
Lui non vuole salire, ma non riesce a dirlo.
L'ascensore è maleodorante, senza aria, senza visuale. Franchino sulla porta esita, ma ancora gli manca il coraggio di rifiutarsi. Entra e la porta si richiude sferragliando.
L'ascensore parte, ma si capisce subito che qualcosa non va, fa troppo rumore, e poi non ha una velocità omogenea.
Si blocca.
Miles Franchino grida aiuto, suona il campanello, ma la dottoressa gli dice che è inutile, è il 5 agosto sono tutti partiti.
Miles Franchino suda, suda insopportabilmente, dopo poco ha la camicia tutta bagnata, le ascelle colano, sente il corpo viscido, sente il suo stesso odore fortissimo.
Anche la dottoressa suda e anche lei manda un odore forte, ma più acre.
Allora Miles Franchino grida un grido acuto, lunghissimo, il grido di chi è in trappola e sa che nessuno lo aiuta.
La dottoressa è infastidita, gli dice stia zitto ma lui non l'ascolta.
Alla fine dell'urlo , Franchino perde le feci e la dottoressa osserva la macchia che si allarga sui pantaloni celeste chiaro, e poi il materiale semiliquido che è colato e sta uscendo allo scoperto, all'altezza della caviglia.
Continuano a sudare.
lunedì sera
Adesso il problema è la sete. Nel sacchetto che porta la dottoressa ci sono due scatole di polipi surgelati, che si sono scongelati col caldo. Miles Franchino e la dottoressa hanno gia bevuto la poca acqua prodotta dallo scongelamento ma le loro gole sono secche.
Stringono tra i denti i tentacoli dei polipi, cercando si spremere un po’ di liquido.
Si sono tolti i vestiti, tranne le mutande, per sudare meno.
Sono tutte misure inutili, se non arriva nessuno moriranno.
La dottoressa Pherly dice che il mercoledì forse viene l'uomo per la pulizia delle scale.
Dobbiamo sopravvivere tre giorni. Dobbiamo bere le nostre urine.
Miles Franchino dice no e orina per terra.
martedì
Ora Franchino è convinto, vuole bere le urine, ma non hanno contenitori.
Allora lui berrà quella della dottoressa, e la dottoressa la sua.
La dottoressa orina nelle mani unite a coppa di Franchino e poi lui beve.
Poi la dottoressa beve dal pene di Franchino, non può sprecarne neanche una goccia, perché è poca.
Non parlano, Franchino non grida più. Ogni tanto si addormentano, accovacciati sul pavimento.
Nel pomeriggio bevono di nuovo le orine, anche se sono poche, ma questa volta sono troppo concentrate e il sapore è troppo forte. Franchino non ce la fa e vomita.
La dottoressa lo vede e vomita pure lei.
Il caldo è sempre lì con loro.
mercoledì
L'uomo delle pulizie arriva, sente la puzza, va alla ruota di comando dell'ascensore e lo fa scorrere. Lentamente, perché non sente chiamare aiuto.
A metà lavoro si ferma per andare a prendere qualcosa di fresco al bar, ma mentre sta per uscire sente un gemito.
Ha molta sete , decide di essersi sbagliato ed esce lo stesso.
Più tardi torna e porta l'ascensore fino al piano.
Fatica ad aprire perché una gamba blocca la porta, ma poi ci riesce.
Vede i due corpi seminudi a terra, sporchi di liquido melmoso.
Miles Franchino è morto.
La dottoressa però è riuscita a sopravvivere. Ha reciso con il portachiavi l’arteria radiale di Franchino e ha bevuto il suo sangue.
Gommapioggia
di Eli Rosso
Eccomi qua. In un grande parco dove piove a dirotto. Seduto su una panchina col mio ombrello rosso sgargiante a prendere una pausa di riflessione su tutto ciò che non va.
So che sono fradicio, ma non me ne preoccupo. Devo ripensare a ieri notte. Al letto sfatto della mia stanza pregando che il telefono squilli.
A me che mi sdraio per terra sul pavimento di casa e lecco la cornetta del telefono alla ricerca del suo punto erogeno. Mi convinco che se faccio godere il telefono subito dopo arriverà la sua chiamata. Mi alzo dalla panchina di scatto e adesso sono proprio incazzato. L’acqua continua a scendere implacabile. Non vediamoci più mi ha detto. Salgo in piedi sulla panchina. E’ meglio per tutti e due ha aggiunto. E io tiro l’ombrello in aria. Fisso la pioggia e vedo lei vicino a una grande quercia. Comincio a correre inciampo mi rialzo e cado di nuovo. E’ venuta a riprendermi sfidando la pioggia. Raggiungo l’albero, ma lei non c’è. Svanita nel nulla. Forse non era convinta di amarmi ancora e quelle grosse radici l’hanno presa e fagocitata nel sottosuolo. Prendo la rincorsa e vado alla carica come un grosso caprone contro la dura corteccia. La testa in avanti e il corpo all’indietro proprio come una capra. Ho la peggio nello scontro. Mi ritrovo per terra tra fango e sangue.
Voglio sentire le sue ossa. Ho caldo e sto sudando. Mi tolgo la giacca. Mi tolgo il maglione. Voglio sentirla per davvero questa pioggia, voglio sentire qualcosa. Ma esiste forse un contatto che non sia la mia carne che si consuma nella sua? La pioggia la sento, tremo e sudo. Adesso potrei fare qualsiasi cosa. Potrei essere qualsiasi cosa.
Mi rimetto il maglione. Mi rimetto la giacca. Ignoro il suo volto. E’ovunque ma lo ignoro. Vado dritto lungo il marciapiede e chiudo gli occhi. Non c’è niente da vedere. Vado a sbattere contro qualcosa. Qualcosa parla, mi insulta anche. Apro gli occhi. E’ un ragazzo. Richiudo gli occhi. Immagino di prenderlo a morsi finché non muore. Devo andare a casa . Il telefono potrebbe sempre squillare. Ignoro gli insulti e continuo a camminare.
Sono a casa. Vado nella mia stanza da letto. Mi spoglio e giro in mutande da una stanza all’altra. Ho bisogno di concentrazione. Mi sto dissolvendo. Se mi vuole ancora deve chiamarmi adesso. Sto per scomparire non ha molto tempo. Il telefono squilla. Allora ha capito. Lo lascio squillare. Mi ama. Non rispondere prima del quarto squillo questo ho imparato. Alzo la cornetta. ”Pronto?”
“Pronto salumeria?” Mi dice una voce stridula. Non è lei. E' una vecchia troia che mi perseguita da settimane. Sbaglia numero forse. No, lo fa apposta. Vuole tenermi il telefono occupato. Questa stronza ora mi sente. Comincio a gridare. Riesco a fare solo questo. Un lunghissimo grido rabbioso e vendicativo. Passo in rassegna tutte le vocali. Un grido dalla a alla o. Escono dalla mia bocca taglienti e assassine. Riattacco. Non ho tempo da perdere. Torna il silenzio. La chiamo. Rispondi. Fai con calma ti aspetto. Non risponde. La chiamo al cellulare. Potrebbe essere spento o non raggiungibile. Proprio come me tra poco. Tra un’ora mi richiama. Silenzio. Passa mezz’ora. Le mura cominciano ad assumere un colore più dimesso. Mi disprezzano perché non potranno più vedere le nostre scopate. Il letto non sopporta più il mio inutile peso. Il materasso pretende di sentire ancora l’odore della sua pelle. Mi ritiene responsabile e tenta di inghiottirmi. Scendo dal letto. Invece di consolarmi la mia casa mi aggredisce e mi deride. Non mi importa, tra poco non sarò più qui. Prima consumerò la mia vendetta. Chi non mi aiuta deve essere distrutto. Apro la cassetta degli attrezzi. Il martello dovrebbe bastarmi per quello che sto per fare. Vado anche in cucina e prendo un coltello affilato, non si sa mai. Sei ancora in tempo a chiamarmi amore mio. Potresti aiutare il mio appartamento a chiarirsi con me. Tutto tace. Che guerra sia allora. Comincio dai muri della mia stanza. Adesso non mi deridono più, fanno marcia indietro e assumono una tonalità più brillante. E’ troppo tardi. Impugno il martello. Non valgono un cazzo. Si rompono subito come carta velina. Li colpisco con violente martellate. Carissime mura. Piene di buchi e screpolate come siete ora fareste schifo a chiunque. Anche a lei. Riprendo fiato. Fingo di essermi dimenticato del letto. Mi ci siedo addirittura. Guardo il telefono. Mi dichiara guerra anche lui. Non vuole squillare dopo quello che ho fatto ai suoi amici muri. Ogni cosa a suo tempo. Prendo il coltello. Lo affondo nel materasso. Ha assorbito i nostri liquidi. Si è nutrito dei nostri momenti più belli, e ora che sono disperato, cerca di inghiottirmi. Prova a farmi sprofondare nell’angoscia. Mentre lacero la sua gommapiuma provo piacere. Ripenso a lei sopra di me. Affondo con più forza il coltello. La gommapiuma si diffonde nella stanza come neve. Sdraiato per terra, in mutande, in mezzo a gommapiuma e pezzi di muro, fisso il telefono.
Litigi, effusioni illusioni ed entusiasmi. Tutto ha condiviso. Ora si ostina a non voler squillare. Il materasso si può ricomprare, le mura si possono aggiustare. Squilla ti prego. Lei torna qui e tutto andrà per il meglio. Avanti, telefono, squilla. Ostinato e ottuso ecco quello che sei. Prendo il martello. Quattro martellate potenti gli fanno saltare la copertura di plastica nera. Non mi basta. Distruggo con cura la cornetta. Proprio dove ho sentito per la prima volta che credeva di amarmi. E’ arrivato il momento di andare. Mi vesto. Guardo la mia stanza, il nostro nido d’amore. Distrutto. Per sempre. Esco di casa. Salgo le scale. Mi viene in mente una stupida filastrocca :
“Gradino dopo gradino vado verso il mio destino.
Con passo felpato lascio alle spalle il mio passato”.
Arrivo alla terrazza condominiale. Dopo il settimo piano. E’ l’alba. Salgo sul cornicione. Guardo giù. E' tutto così piccolo. Piccolo e insignificante. Come me.
La guardia
di Mariella Zaffonato
"Si tratta solo di una decina di giorni e considera che non dovrai fare
assolutamente nulla", mi disse dandomi una pacca sulla spalla.
Io feci un po' il sostenuto tanto per capire se era possibile alzare il
prezzo. Dopotutto era vero che non avrei dovuto fare nulla ma era anche vero che solo un disperato avrebbe potuto accettare di stare dieci giorni da solo a fare la guardia a un tubo.
Alla fine accettai e mi diede un appuntamento per l'indomani
Tornando alla capanna iniziai a pensare a cosa avrei detto agli altri.
Camminavo a passo veloce, preoccupato solo dai loro visi dubbiosi e diffidenti che scrutavano i miei occhi per capire cosa stessi nascondendo.
Non potevo parlargliene altrimenti si sarebbero presentati al posto mio, magari a venti euro al giorno anziché trenta. Qualcosa però
dovevo pur raccontare visto che sarei sparito per tutto quel tempo.
Decisi che avrei improvvisato.
Certo che avevo avuto fortuna a incontrare quell'uomo al Bar mentre Arden e gli altri aspettavano che qualcuno li andasse a cercare al solito posto.
Mi resi conto di camminare nel silenzio. Ero completamente isolato dalla natura che mi circondava. L’unica cosa che sentivo era il rumore dei miei passi che, come un tamburo, sembravano tenere il tempo ai pensieri.
Allora pensai a quei pensieri e mi accorsi che non erano solo nella mia mente ma avevano invaso tutto il mio corpo. Mi guardai le mani: tremavano.
La capanna era al buio. Bene, pensai, non sono ancora rientrati. Accelerai il passo e voltai nel viottolo. Sentii un fruscio alle mie spalle ma non feci in tempo a capire. Mi ritrovai con la faccia a terra.
"Sono stato bravo eh! Non ti sei accorto di nulla!"
Era Arden.
“Ho trovato la soluzione ai nostri problemi” aggiunse, mentre io, impietrito dallo spavento, non riuscivo a staccare il viso dal terreno.
Era così euforico che pensai si fosse già scolato la sua bottiglia di vino serale.
“Dobbiamo allenarci”, continuò “Per me è più facile, in fondo sono un ballerino e so muovermi in punta dei piedi ma tu avrai bisogno di più tempo. Le foglie, quelle sì saranno un problema.”
Afferrai la mano che nel frattempo mi aveva porto per aiutarmi.
Da come scandiva le parole capii che non aveva bevuto.
Questo avrebbe dovuto tranquillizzarmi invece mi preoccupava ancora di più. Rimasi lì a fissarlo senza riuscire a chiedergli spiegazioni, con l’ansia che continuasse a parlare. E infatti, continuò.
“Prima di tutto, acqua in bocca”, disse. “Non ne devi parlare con nessuno altrimenti non riusciremo a cavarne niente. Adesso è tardi, gli altri stanno per tornare. Ti spiegherò tutto più tardi. Quando dormiranno esci e nasconditi dietro la capanna, io ti seguirò”
Si avviò verso la capanna. Io lo seguii in silenzio.
Entrammo.
Arden si diresse verso la lampada a olio e iniziò ad armeggiare con l’accendino mentre io andai dritto alla brandina e mi stesi. Ero distrutto. Dovevo calmarmi e capire cosa stava succedendo.
Forse aveva saputo tutto e con quel suo strano comportamento voleva mettermi alla prova, vedere come avrei reagito e allo stesso tempo assicurarsi che non ne avrei parlato con gli altri.
Aprii gli occhi. Mi ero addormentato.
Rivissi tutto in un lampo: l’appuntamento, il mio amico che mi buttava a terra, le sue parole incomprensibili e quell’ansia che nel risveglio sentivo ancora più maligna.
Guardai l’orologio: segnava le quattro e dieci. Dormivano tutti, anche Arden sul materasso ai piedi della mia branda.
Cercai di tranquillizzarmi. “Sono tutte costruzioni della tua mente”, mi dissi, “non sei abituato a mentire e questo ti confonde”
Dovevo raccontare tutto ad Arden.
Sì, era la cosa migliore, lui era mio amico, avrebbe capito.
Allungai una mano verso la spalla di Arden ma la ritrassi immediatamente.
Era troppo tardi.
Tra meno di un’ora avevo appuntamento con la guida. Gli avrei spiegato tutto al mio ritorno.
Pensai di scrivere un biglietto e metterglielo in tasca. Due righe solo per dirgli di non preoccuparsi della mia assenza e di coprirmi con gli altri, ma non feci neanche questo.
Troppo pericoloso.
Avrebbe potuto gettarlo e qualcun altro leggerlo al suo posto. Nel frattempo mi ero rivestito. Due di tutto. Due pantaloni, due maglie, il cappello di lana con sopra il berretto e il solito giaccone rattoppato. Fuori della porta infilai le scarpe.
Era ancora buio. Mi incamminai lungo il viottolo Arrivato alla fine mi voltai a guardare la capanna. Era tutto immobile. Ripresi a camminare accelerando il passo. Non mi fermai più. Arrivato all’incrocio stabilito, vidi la guida che era già lì ad aspettarmi dentro una grande auto nera. Mi fece cenno di salire. Obbedii.
“Allora soldini facili e inaspettati”, sentenziò, “stanotte avrai dormito come un bambino”
Lo guardai e accennai a una specie di sorriso.
Quell’uomo mi infastidiva. Era piccolo, grassoccio, con una faccetta tonda e labbra sottili dalle quali usciva una voce stridula, fastidiosa più del suo aspetto.
Mise in moto e, per fortuna non disse più una parola.
Tenevo gli occhi fissi al finestrino. Fuori era tutto grigio.
Mi balenò nella mente l’immagine di Arden e degli altri, ormai svegli, che si stavano chiedendo che fine avessi fatto. All’inizio mi avrebbero cercato lì intorno, ma poi, non trovandomi, chissà cosa avrebbero pensato.
Venni ridestato dalla vocina stridula: “ci siamo!”
Solo in quel momento realizzai quanto fossimo lontani dal paese. Aprii la portiera e uscii dall’auto. L’umidità mi entrava piano piano nel corpo e mentre arrivava alla mia spina dorsale mi rendevo conto che, in qualsiasi direzione guardassi, c’era il nulla. Tutto intorno era una distesa infinita di erba alta plumbea più del cielo.
“Trovo una scusa, una qualsiasi, e mi faccio riportare indietro”, mi dissi, ma ecco che la vocina ricominciò: “Li ho portati per te. Mettili!”, disse, porgendomi un paio di stivaloni, “il terreno qui è fango, anche se non si vede per via delle foglie”
Infilammo gli stivali e c’incamminammo lungo un sentiero.
La guida mi precedeva. Si muoveva, scostando le piante, con un'agilità che mai avrei immaginato in quel piccolo corpo tondeggiante.
Lo seguivo a fatica, goffo e affannato, mentre sentivo il mio stomaco ed i miei polpacci sempre più pesanti.
“Questo è il tuo posto!” esclamò, voltandosi verso di me. Alzai lo sguardo sopra la sua testa
Non capivo. Dietro di lui non c’era niente.
Fece ancora qualche passo e capii. La scoperchiò. Era una buca.
Mi avvicinai e rimasi lì a fissarne il fondo.
Cacciò una busta dallo zaino: “C’è tutto quello che ti può servire”, disse, poggiandola accanto ai miei piedi, “A domani!”. Andò via, tornando indietro sui suoi passi.
Scivolai nella tana e mi accucciai. Mi stringevo lo stomaco per paura che si spezzasse.
Restai così per non so quanto tempo.
Mi sentivo in trappola, come allora, nella stiva. L’avevo scelto io, come allora.
Fare la guardia a un buco di cemento. Questo stavo facendo.Tenevo il posto a un piccolo uomo ripugnante perché potesse usarlo per uccidere.
Alzai la testa. Vidi la busta. Mi sollevai lentamente e la tirai giù. Scansai i panini e afferrai la bottiglia. La portai alla bocca e mi ci attaccai, scollandola dalle labbra solo per prendere fiato.
Mi ributtai a terra.
Nello stordimento del vino, iniziai a riflettere. Arden, l’omino. I visi si mescolavano alle parole senza che io riuscissi a provare nulla di definito.
Il grigiore si era fatto più cupo. Era sera.
Intravidi qualcosa di scuro all’interno della busta, tra i panini, l’afferrai: era un coltello a serramanico.
Forse era finito lì per sbaglio. Forse era nello zaino e…
“Nessuno sa che sono qui”, pensai, in uno sprazzo improvviso di lucidità.
Non sarei mai riuscito a tornare indietro da solo. E se mi fosse successo qualcosa sarei stato uno dei tanti albanesi spariti nel nulla.
Nell’oscurità l’umido era sempre ancora più pungente.
Mi alzai e allungai le braccia per coprire la buca. Allora sentii qualcosa. Aspettai, con la testa all’esterno, per capire cosa fosse.
Balzai fuori.
Erano passi.
Mi nascosi tra le piante e restai immobile con gli occhi sbarrati. Sentivo l’odore del freddo e della paura. Stringevo il coltello nella tasca. Il rumore si avvicinava, era accanto a me. Mi lanciai furioso con il coltello tra le mani e colpii, colpii non so quante volte. Caddi stremato.
Misi una mano nella tasca e cacciai l’accendino. L’accesi. Il volto accanto al mio si illuminò.
Era Arden. Avevo vinto io.
Game over
di Lina Bufalieri
Periferia di Scutari, Albania, luglio, ore 22:00.
- Fermo! Da qui non si passa! ruggì Majlinda piantando braccia e gambe a x nella porta.
- Levati, scema! Mi aspettano al Centro Donna - protestò Agim.
- Te lo puoi scordare. Mamma mi ha pagato per farvi la guardia nel turno di notte, perciò se proprio vuoi passare, mi paghi anche tu! E guarda che non te la cavi con una misera sigaretta come l’altra volta!
- Ma non ho niente! sbottò Agim allargano le braccia.
- E i soldi che ti sei nascosto nelle scarpe? ..Anzi, dove li hai presi?
- Non te li posso dare, sono per Ferit, se no fa la spia agli italiani. E se tutto va bene, mamma sarà contenta, vedrai!
- Mah, affari tuoi! Però sai che ti dico, voglio venire anch’io con te!
- Dove andate?
Si girarono tutti e due verso Tritan, che si era alzato in piedi sul letto e si strofinava gli occhi, abbracciato a un Garfield gigante.
- Brava! Ci mancava anche lui! Se non mi lasci andare, domani diranno che me la sono fatta sotto. Vuoi proprio che mi chiamino cagasotto? Non ti basta quello che dicono di papà?
- Non capisco perché lo difendi tanto, visto che è solo colpa sua se noi non possiamo uscire di casa!
- Senti, se vuoi venire, va bene, basta che ti dai una mossa e che mi lasci passare!
Dopo pochi minuti erano tutti e tre arroccati sulla Graziella rossa di Agim: lui in sella, Tritan nel seggiolino davanti al manubrio e Majlinda in piedi sul portapacchi.
Agim affondava sui pedali con tutta la forza che aveva e le ruote macinavano veloci il viottolo polveroso che portava a Scutari.
L’aria era immobile e bollente. Erano immersi nel buio, interrotto solo dalla luce tremante della bicicletta.
Alla visione del mostro cigolante, che scandiva i giri col rantolo di un pedale sulla lamiera, le lepri schizzavano spaurite nella boscaglia.
Il piccolo Tritan faceva da apripista sobbalzando come un pendolo impazzito sotto i colpi delle buche, e dimenava il suo Garfield gridando di gioia e di terrore.
Majlinda si offriva al vento, immaginandosi a cavallo di un’onda oceanica, in bilico su una tavola color neon, come dovevano fare i biondi patinati dei fotoromanzi che leggeva al Centro.
Agim pensava solo alla sfida.
Ferit li aspettava fuori e non fu affatto contento di vedere anche Majlinda e Tritan. Non era posto per femminucce e bambini piccoli, disse. Ma poi prese i soldi e tornò a far finta di dormire.
Agim era fiero di sé, erano dentro. Poi si ricordò che la partita era tutta da giocare, e il cuore prese a battere più forte.
Una luce azzurro-verde gettava ombre lunghe nello stanzone familiare, dove di giorno si esercitavano a leggere, scrivere e giocare come bambini normali. Ma era notte, adesso, e tutto sembrava diverso.
- Ce l’hai fatta, nanetto! Vedo che ti sei portato i rinforzi… tanto ti batto lo stesso!
La voce di Gergy lo irritò più del solito, ma Majlinda fu più veloce – Non ti eccitare, Gergy, non sono certo qui per te!
Gergy avvampò e un lampo d’odio gli attraversò gli occhi. Agim avrebbe voluto supplicare sua sorella di non peggiorare la situazione, perché cominciavano a tremargli le ginocchia, ma lei li aveva già dimenticati per seguire il richiamo del grande mucchio di vestiti e oggetti, che copriva un intero angolo dello stanzone. Tritan si tuffò in una montagna di stoffe variopinte.
Agim li guardò e le parole gli morirono in bocca, si fece forza e avanzò verso Gergy, che lo aspettava a braccia incrociate. – Allora ce l’hai? chiese inaspettatamente la sua voce.
- Certo, cosa credevi? grugnì Gergy inserendo un CD nel computer già acceso.
Preceduti da uno scroscio di suoni e colori, sul monitor si materializzarono due energumeni sorridenti, inguainati in camicie di due taglie più piccole, che a stento contenevano i muscoli.
Ohh…- Agim li osservava rapito. – Posso essere il biondo? –
- Tu sei il biondo, con quella faccia da pesce lesso!
Paul, il biondo, ammiccava da sotto in su, sporgendosi dietro un paio di occhiali Ray-ban.
Agim sapeva cosa doveva dire, si ricordava ogni parola e ogni gesto. Prima firmi – avrebbe detto – poi si gioca, pensava toccandosi la pancia, alla ricerca della rigida consistenza del foglio di carta, sotto la maglietta.
Ci aveva pensato centinaia di volte, nelle lunghe giornate passate a spiare dietro le finestre, mentre fuori i fratelli di Gergy sgommavano su una enorme macchina tedesca. Così aveva scritto l’accordo. Così era nata la sfida, così l’avrebbe vinta, per suo padre. Anche se, pensava adesso, questo non sarebbe bastato a mettere a posto le cose. E a farlo tornare a casa. In ogni caso, di questo era sicuro, non c’era proprio altro da fare. Non certo uscire e affrontarli a viso aperto, lui solo, un bambino di otto anni, contro una banda di ventenni armati, in cerca di vendetta. Per quanto odioso, Gergy non era armato, forse, e di sicuro aveva solo dieci anni.
Proprio in quel momento James-Gergy, il poliziotto compagno di Paul il biondo, piroettò in aria, scalciando contro un piccolo Antonio, che lasciò a terra sanguinante.
La polizia, avrebbe potuto dirlo alla polizia. Chissà perché non gli era venuto in mente prima. Ma la polizia non avrebbe difeso suo padre, perché dopo tutto un morto è un morto, e lo zio di Gergy era proprio morto - l’aveva visto coi suoi occhi - dopo che suo padre gli aveva sparato. Così impugnò il joystick, dimenticò la lettera e cominciò a muovere Paul il biondo contro ondate di altri piccoli criminali, che apparivano all’orizzonte.
- Molla, nanetto! Questo è per me, tu usa i tasti! fece Gergy riprendendosi il joystick –
Certo, c’era meno gusto così… ma intanto i criminali avanzavano e Paul era rimasto con le grandi braccia a penzoloni, dondolanti, in attesa dei comandi. Visto così, non l’avresti mai detto che può uccidere un uomo con un pugno, pensò Agim, annaspando con le dita sulla tastiera. Ecco, trovato, finalmente avanzava anche Paul. Erano in cima a un grattacielo e sull’altro lato della terrazza, James se la prendeva con un certo Hung, dagli occhi a mandorla, il colorito giallastro e una vistosa cicatrice su una guancia. Hung dimenava una catena, ma James lo bloccò e gli affondò un sinistro nello stomaco. Allora Hung ingoiò un lamento e cadde a terra. Stuncc!- Agim-Paul era distratto e aveva incassato un colpo di tacco in piena faccia, da un tale Gun. Sanguinava. La striscia gialla del punteggio indietreggiò. Va bene, pensò Agim, adesso vi faccio vedere io. Gergy si contorceva sul joystick. La sua, di striscia gialla, correva veloce verso il rosso. Cos’era il rosso? Agim era incatenato al monitor e… – siii! – urlò Gergy. Una pistola grigia e lucente fece due giri su se stessa e finì nella mano destra di James. Paul era di spalle, alle prese con José, che era un osso duro, e non si accorse di nulla. Fu un attimo. Lo sparo risuonò nella stanza. Un urlo agghiacciante e il buio improvviso. Agim provò ad aprire gli occhi, ma era tutto nero. Il computer doveva essersi spento. Cosa succedeva? Chissà. Aveva paura. Nell’improvviso silenzio, gli parve di udire delle voci fuori, ma non riusciva a identificarle, né a distinguere le parole.
- Gergy? Dove sei? - Provò a bisbigliare nel buio. Nessuna risposta. Forse era uno scherzo. Rimase immobile per qualche secondo, per paura di urtare qualcosa e farsi scoprire, ma voleva avvicinarsi alla finestra, che adesso era accesa dalla luce della luna. Una trappola? Il cuore infuriava. - Majlinda, Tritan? - Niente. Tremava. Aveva ancora dentro il suono dello sparo, come una fitta tra le costole. Forse era..? Morto?
Dall’altro capo della stanza venne un – Psss..Agim, qua! Poteva essere sua sorella, ma non ne era sicuro. Sottovoce le voci si assomigliano tutte, e il cuore che gli rimbalzava nelle orecchie era assordante. Poteva esserselo immaginato. Decise che era così, e che avrebbe guardato fuori. Si inginocchiò per non farsi vedere, e quando fu arrivato sotto la finestra, provò ad alzarsi piano. Le voci erano più forti, adesso, ma nessuno lo aveva chiamato più. Le gambe però, erano come liquide dalla paura. Quanto tempo era passato dal tavolo alla finestra? Salì ancora un po’, fino a oltrepassare con gli occhi il davanzale. C’era Ferit, che prendeva delle banconote stropicciate da uno dei fratelli di Gergy, mentre l’altro portava un sacchetto che sembrava pesante, dalla macchina alla baracca di Ferit. Poi anche gli altri due presero i sacchetti. Erano cuscini pienissimi, e sembrava che avessero paura di romperli.
- Ha detto mio fratello che a te penseranno un’altra volta! La voce di Gergy tagliò i suoi pensieri come una lama. Ci vediamo, nanetto! Aggiunse spingendolo a terra.
Una luce gialla lo accecò per un istante, poi apparvero Majlinda e Tritan, che emergevano dal monte di stracci.
Lei gli si buttò addosso, lo abbracciò e gli accarezzò la fronte bagnata di sudore.
- Fuori di qua, e alla svelta! Urlò Ferit sulla porta.
- Tasa! Tasa! Cominciò a dire Tritan, appeso alla sua maglietta.
- Sì, andiamo a casa, rispose lei senza guardarlo.
Uscendo, Agim vide che sul monitor c’era di nuovo Paul, sdraiato con la faccia per terra, in un lago di sangue. Sopra di lui lampeggiava la scritta “GAME OVER - INSERT COIN”.