
Per una recensione dell’ultimo spettacolo dei Menoventi, compagnia emergente fra le più interessanti in Italia,
si veda l’articolo che abbiamo scritto sulle pagine di O.
Ora invece abbiamo fatto qualche domanda a Gianni Farina, coautore dei testi insieme agli altri due membri della compagnia: Consuelo Battiston e Alessandro Miele.
Gianni è un ragazzone del ravennate, e il sangue gallico si vede più che nei lineamenti da allobrogo, nelle sue idee mistiche e libertarie. A 18 anni aveva costruito una casa da sè, ma poi ha preferito andare a vivere in una macchina. Ora fra studi approfonditi dell’iconologia di Semiramide e di misteriosi fenomeni tellurici (i “mitspoeffers”), fa il cameriere in un locale romagnolo dove servono cioccolata contenente oro. E’ un vulcano di idee, e io m’improvviso Plinio il vecchio.
Cosa pensi dell'attuale scena teatrale italiana?
La vedo nettamente divisa in due parti, non scopro niente di nuovo. C’è il teatro che gira, che funziona, che conviene e c’è il teatro di qualità, da tempo in agonia. Non vorrei dilungarmi troppo sulla genesi di questo meccanismo ormai consolidato poiché non è molto differente dalla logica che ha scavato la fossa del cinema o della musica o della letteratura: stupidità di massa, assoluta dipendenza dai modelli televisivi, applauso facile eccetera. Vorrei piuttosto fare alcune considerazioni sulle possibilità di sopravvivenza delle realtà fuori mercato. Ad aggravare la situazione del teatro c’è la constatazione, valida anche per Ronconi o Claudia Koll, che gli incassi non coprono quasi mai le spese, nonostante i mostruosi biglietti a 30 euro. Quindi tutti si sostentano con contributi di vario genere e se questi non bastano o non ci sono proprio, il lamento sale alto. Ma a chi chiediamo aiuto? Ad un apparato che spesso contestiamo, a banche e fondazioni che aborriamo, a sponsor o enti che gioiremmo nel vederli affondare. E ci si lamenta che il loro denaro non arrivi nelle nostre tasche. Metto subito le mani avanti: la nostra compagnia non gode di nessun finanziamento e se troveremo dei soldi li prenderemo al volo, però se questi non giungono proprio dai brutti e cattivi non mi stupisco. Mi chiedo: Esiste un fund-raising ‘etico’? Ci sono molte proposte per una sopravvivenza alternativa, fantasiose o meno, ma tengano sempre presente gli amici ed i colleghi tutti che una soluzione c’è, solo che non piace a nessuno: il non professionismo. Penso al lavoro del Teatro delle Macerie, una giovane compagnia di sconosciuti che ha creato uno spettacolo di qualità lavorando fuori dalle logiche e dai tempi del mercato. Antonio è magazziniere e Marco insegnante. Non è possibile confonderli con la classica compagnia dialettale che scimmiotta, senza peraltro averne i mezzi, il teatro di giro; questi fanno sul serio. Solo che lo fanno, come noi fino ad ora, gratis. Senza lamentarsi, tanto a cosa serve se pensiamo che il nostro punto di riferimento è Rutelli? io continuo a fare il cameriere ed il clown. Spero un giorno di diventare professionista, per carità, ma intanto porto o rompo i piatti.
E per quanto riguarda gli organizzatori?
Ecco, mi lamento. Non resisto, mi fanno incazzare. Accetto delle condizioni miserevoli, o addirittura la gratuità, ma non sopporto i moltissimi che si vantano di dare spazio alle realtà emergenti, agli ‘outsider’, solo per mascherare o giustificare l’assenza di mezzi. Questi, prova provata, appena hanno qualche soldo per la loro rassegna, si dimenticano della bella gioventù che li ha fatti conoscere e puntano dritto ai soliti grandi e pallosissimi nomi. Ci sono poche eccezioni.
In un clima in cui tutti producono arte, forse il vero artista non conta tanto sulla propria opera ma sulla propria vita. Non nel senso dannunziano del "vivere la propria vita come un'opera d'arte" ma nel senso che la vera opera d'arte ha un messaggio che ne trascende i limiti e coinvolge l'esistenza stessa dell'artista. Ciò in realtà è molto raro, e assistiamo a una miriade di artisti che, iperprovocatori nelle loro opere, nella propria vita non deragliano di una virgola da una comunissima esistenza consumista e qualunquista.
Sono d’accordo, ma se stiamo attenti è possibile scorgere nell’opera la menzogna. E’ una questione di linguaggio, a mio avviso, non di contenuto. Facile capire come provocare, ancora di più se si parla la stessa lingua dell’oggetto che si vuole colpire. Più difficile è inventare un’alternativa che parta da una visione completamente diversa e che per questo utilizzi dei segni diversi. Poi c’è Bataille, che dice che non ha senso per l’arte moderna giudicare i portavoce del mondo, al più potrebbe cercare di persuaderli. Non è un’astrazione, c’è molta concretezza: hanno avuto qualche esito gli attacchi di Moore alla presidenza Bush? No. Chi va a teatro per vedere il comico di sinistra che imita Berlusconi? Sono forse i suoi elettori? No. E’ molto semplice. Non sorge la questione estetica o morale se l’arte debba o non debba contenere un messaggio, una proposta sociale o politica. Il fatto è che non c’è proprio nessun risultato, anche a volerlo fare. Il nostro spettacolo contiene alcune domande sul senso di certe convenzioni, certi rituali quotidiani, che si palesano anche nell’esile trama del lavoro, ma non ne sono il fondamento. E’ solo un pretesto, qualcosa bisogna pur raccontare se hai deciso di lavorare attraverso una storia. Ma è l’atmosfera creata il centro di
In festa, uno spettacolo non dichiarato nelle intenzioni che anche le signore in pelliccia hanno visto. E chissà, forse hanno messo in discussione qualcosa proprio perché non attaccate direttamente, non con il linguaggio che gli è proprio, ma questo è un corollario.
E come è nato In festa?
Durante il lavoro con le
Albe, io e Consuelo conosciamo Alessandro e decidiamo di fare qualcosa insieme. Non sapevamo bene cosa, c’era soltanto qualche immagine, qualche lampo, di cui quasi niente è rimasto. Leggevamo e improvvisavamo di tutto per cercare di inquadrare l’oscuro oggetto del desiderio. Non ci siamo ancora riusciti. Dopo due anni di incontri saltuari, a causa della distanza e della mancanza di spazi, troviamo finalmente ospitalità da Capotrave, una compagnia toscana, e ci dedichiamo con continuità allo spettacolo. All’inizio era tutto più marcato, più grottesco. C’ero anche io in scena e mi rapportavo agli altri chiarendo troppo con la mia presenza i loro ruoli. Le lunghe soste tra gli incontri comunque ci hanno permesso di far sedimentare con calma le cose, di rientrare freschi sui materiali costruiti e, non ultimo, di costruire 1700 biscotti di polistirolo! Ricordo bene come venne l’idea del semaforo: ero in macchina, fermo da diversi minuti col rosso. Avevo fretta e c’era alla radio un brano di non ricordo chi, forse Brahms: abbastanza cupo, quasi arrabbiato, come me. Dopo interminabile attesa scatta il verde e parto, la musica intanto si apre, diventa maestosa ed allegra ed io mi sento fortunato ed energico come non mai, lanciato finalmente verso la meta! Poi mi rendo conto di quello che mi stava succedendo: un cambio di colore, un’attesa imposta e la sua risoluzione…ho accostato e mi sono fermato, soffocavo nell’abitacolo. Mi sentivo così stupido! Questo è l’unico elemento portato a priori sulla scena, tutto il resto è nato dalle improvvisazioni degli attori, compreso il novanta percento del testo. Siamo partiti dalla sensazione che volevamo esplorare, dal disagio di cui non sapevamo, e non sappiamo con precisione l’origine. Silenzio e attesa. C’erano pause lunghissime nel primo studio di venti minuti. Poi il racconto del pitone ingrato, i biscotti, i manichini, e solo alla fine, quasi per caso, l’idea che i regali degli ospiti possano essere un altro mezzo di controllo, ancora più spietati del semaforo. Per ultimo il finale, che lo cambiamo spesso, c’è un problema che non afferriamo e ogni volta ci viene l’idea illuminante che ci piace per due mesi, poi basta.
La prossima rappresentazione di In festa si terrà a Salerno dal 17 al 20 marzo, Teatro San Genisio. Per info
www.menoventi.com, o si chiami pure il numero 3334064989.
Scritto il 11.03.07 alle 23:56