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Entrando nei laboratori dove si producono versi...
Immaginavamo, quello della poesia, un viale di botteghe artigianali dove si potesse passeggiare in tranquillità. Invece scopriamo questi laboratori su e giù per il mondo, in città, mare e campagna. Lidia Riviello, ad esempio, la ‘inseguiamo' in un grande magazzino nella zona più internazionale di Roma. Piazza Vittorio. E tra un acquisto, la lettura di un'etichetta e una valutazione tra due prodotti, gentilmente, ci concede questa intervista...
C'è una raccolta poetica che per motivazione, urgenza, necessità ti senti di ricordare e proporre ai nostri lettori?
Indubbiamente Neon ‘80. Le motivazioni mi assalivano e assillavano. Gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza, gli anni Ottanta, sono stati molto più complessi e stratificati di quanto, molti autori che uscivano dai Terribili e Magnifici anni Settanta, hanno letto. Mi sono chiesta perché i miei coetanei ne scrivessero, quando questo accadeva, solo in termini nostalgici (degli anni Settanta!). Ho simulato dunque una "nostalgia fredda" per scriverne la materia bruciante ed epica, usando ad esempio il NOI.
Invece c'è un'opera che avresti voluto pubblicare e che non è stata pubblicata?
Sì. Si tratta di uno zibaldone dal titolo Infasìa, scritto nel 1994. Un ibrido, un brivido tra prosa, versi, saggistica (quello che oggi viene raccolto nuovamente nei pamphlet) sempre sul tema degli anni Ottanta e dell'invasione televisiva in un "tranquillo" paese a pochi chilometri da Roma. Ma non penso fosse ancora maturo per le case editrici che negli anni Novanta compivano i loro felici esordi puntando ad opere sicure: il ritorno del romanzo puro e crudo.
Oggi, invece, su cosa stai lavorando?
Non è solo uno il progetto aperto. Comunque posso dire che è in corso di chiusura, si fa per dire, un secondo Neon, che continua il discorso diretto del primo, ma con una struttura più compatta. E le motivazioni sono le stesse, ancora più forti, anche se meno idealizzanti, del primo lavoro.
In che cosa è cambiato il tuo modo di scrivere poesia? Ci sono uno o più elementi ‘forti' di distinzione tra la tua poesia di oggi e quella di ieri?
Il mio modo di scrivere, e dunque di leggere, ascoltare, ricordare la poesia in ogni istante della mia vita-verifica di linguaggi circostanti, è cambiato, ma è ancora molto difficile stabilire elementi forti di distinzione. Uno potrebbe essere la ricerca di una maggiore responsabilità sulle cose come vengono dette, ma anche sulle cose omesse. Ma questo appunto è vago, mi limito in questa autocoscienza, sperando di non risultare superficiale e presuntuosa.
Uno scenario ‘ideale' e, se vuoi, provocatorio: chi vorresti che leggesse la tua poesia, dove e in che modo secondo te sarebbe opportuno presentarla?
La mia poesia non è solo mia, dunque penso che i luoghi molto affollati siano sempre ‘ideali'. Certo, oggi il luogo più affollato è casa propria, forse, ma... diciamo che i centri commerciali, o di estremo consumo, sono sempre i miei favoriti. Come presentarla? Ah, mi farei aiutare molto dagli oggetti e dalla tecnica della vendita e dell'acquisto. Ecco, in questo senso proverei a vendere i miei versi.
Allora è vero, il poeta è un ‘venditore'?
Sì, sempre, soprattutto perché compra e vende Eternità e Politica, venditore di significanti rivoluzionari, e qualche volta di significati riformisti, afferra il potere nell'oggi, ma poi lo rivende, e spesso lo svende perché la strada, la conquista dello spazio e del tempo, ne rinnovano un intemperante, inquieto e nuovo rilancio.
L'impressione è che, se avessimo continuato, il fiume avrebbe brillantemente disarginato ancor di più, in intelligenza e ironia. Ma per capire di più e approfondire, non ci resta, dunque, che leggere Lidia Riviello. Magari a partire da qui...
PRIMO VIDEO
Dalla raccolta RITORNO AL VIDEO, maggio 2008
Nel primo video sembravamo essere passati
dal primo canale alla vastità di praterie.
Ma le nature sintetiche che ci stavano nutrendo
Invasero la terra ( uno squalo di carta, uno squalo di creta !)
- e la periferia si illuminò di America -
Senza intervallo la trasmissione
delle onde magnifiche e solide
devastò il campo di grano
- e la madre stava appena dando un nome
Al vuoto materno -
Al nord intanto passavano bombe
decisamente lineare il paesaggio
senza appellativi new romantic.
Si chiama paesaggio precostituito.
trovi di che alimentarti ma non altro.
Lidia Riviello.
Vive e lavora a Roma. E' autrice di poesia e prosa. Suoi testi sono tradotti in inglese, francese, arabo, sloveno e giapponese. Con Neon 80 (con una nota di Edoardo Sanguineti) ha vinto la quarta edizione del Premio Antonio Delfini 2007. Partecipa a reading di poesia in Italia e all'estero, è curatrice di importanti festival internazionali, nonché autrice di programmi radio e tv.
e Meddle tv
L’intervista
Il luogo che tu hai scelto per rappresentare il tuo percorso e il tuo fare poetico è un centro commerciale. Ci vuoi spiegare il perché?
Il centro commerciale per uno scrittore è il luogo di un “anonimato confortevole”, una volta si diceva di maggior ispirazione, ora si respira e basta. E’ il luogo dove tutto si consuma e ha il valore che ha solo per un momento, nulla è assoluto e tutto è relativo. Questo spaventa e seduce. Le cose si rimandano al “magazzino” per tornare “in cassa”, da dietro le quinte alla scena, le cose contano e si muovono e gli uomini ne sono irretiti. La fascinazione dell’oggetto è una esperienza che mi turba sempre. I luoghi che Marc Augè definiva negli anni 90 “non luoghi” oggi sono invece i luoghi delle nuove identità che si vengono formando in maniera molto rapida, e per un scrittore non c’è esperienza più interessante e coinvolgente di vedere delle comunità che si ricreano, che si riformano in luoghi di periferia, luoghi marginali, commoventi nel loro ricrearsi, con linguaggi misti, slogan, tecnicismi , che la poesia non può non accogliere, dai quali non può non essere contaminata.
Ti ritieni una poetessa pop? Leggendoti si ha come l’impressione di rivivere alcune istanze della pop art in un turbine di suoni, parole e nuovi significati. Ti rivedi in questa definizione ?
Pop art, pop up the valium, pop corn. Si sono radicalmente pop, ossessivamente pop, assolutamente pop, (così qualcuno mi legge). Uso, con omaggi più o meno consapevoli a certa narrativa e arte americana degli anni sessanta, gli elementi-parole-oggetti di uso e abuso comune. M’interessa molto l’ ”accumulo” e nello stesso tempo l’esclusività di alcune parole che in una fortificata quanto mobile “riserva indiana” si riorganizzano per riaffermare un uso attivo e dinamico del linguaggio e seguirne poi le progressive dissacrazioni e riunificazioni. E’ la tenuta del linguaggio che seguo come un cambio di temperatura e di clima,, la sua durata e la sua sfida all’usura. Gli abusi “edilizi” della parola, l’uso ideologico che se ne fa, i linguaggi tenuti negli archivi, a proposito di centri commerciali, nei garage, nei magazzini, dove tenute in disuso, le parole-oggetti si ribellano all’uso comune eppure di questo si nutrono per non morire. La poesia è il linguaggio per eccellenza della verifica in presa diretta tutti gli altri linguaggi, quelli burocratici, quelli abusati, quelli fuori uso. La poesia permette di sviluppare nuove funzioni mai sperimentate prima , perché è sempre il linguaggio del prima e del dopo.
Riallacciandomi alla domanda precedente, volevo chiederti, a me interessa molto il tuo rapporto dissacrante con la contemporaneità, un rapporto che travalica l’ironia per giungere ad una satira pungente che colpisce la materialità e allo stesso tempo la virtualità dell’oggi. Si può, anzi si deve ancora oggi fare satira con la poesia?
Qualcuno mi ha definito pop, qualcun altro mi ha definito satirica, chiaramente la mia è una satira molto leggera, molto allusiva, molto mediata, non ha la carica invettiva che poteva avere nella poesia classica, però la uso sempre con questa intenzione critica, di mettere in discussione un potere, in questo caso linguistico. Non ho la presunzione di pensare di oppormi al potere come concetto o categoria filosofica in senso assoluto, ma tento perlomeno di mettermi in discussione seguendo da vicino il linguaggio anche attraverso una certa idea ( più nella cultura del linguaggio che nella pratica) di satira ma anche attraverso tutti i generi del comico; il comico è un genere in Italia poco frequentato e mal visto, visto in maniera esclusivamente teatrale, legato alla commedia dell’arte e non all’arte della commedia, non alla funzione reale e importante che il comico ha, quella di esasperare il potere; uso una metafora: il dittatore sottomette il popolo facendolo piangere, se il popolo piange e basta senza consapevolezza del suo dramma continuerà ad essere asservito al potere, penserà di essere destinato a piangere quindi anche l’arte, la cultura, il linguaggio seguirà quest’idea fatalista. Il comico ha invece una funzione sovversiva di rovesciamento delle parti , è terribile per il dittatore perché è capace di spostare continuamente, “assillo del linguaggio”, i termini del confronto. Non posso nè voglio negare l’influenza felice e difficile che ha avuto la poesia di mio padre, Vito Riviello, sulla mia ricerca.
Voglio ringraziarvi tutti voi di [A]live, e voglio che questo grazie sia inserito nell’intervista.
Anche noi ti ringraziamo.
Lo stadio dei mondiali di calcio che si stanno svolgendo in Sudafrica richiama alla mente le immagini del film Invictus dell'ottantenne Clint Eastwood, soprattutto per noi che a Clint abbiamo dedicato un Fantareale Slam sul West (seguite la proclamazione del vincitore - premio speciale - fatta da San Francisco dal grande sceneggiatore Sergio Donati). Michele Fianco è un poeta appassionato di poesie e poeti. Questa settimana ci porta nel laboratorio poetico di Lidia Riviello, l'intervista e si fa regalare per noi una sua poesia. Adesso due sguardi sulla fotografia: Luigi Annibaldi ci parla del World Press Photo, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali nell'ambito del fotogiornalismo. Giovanni Barba ci presenta "My Japan", fotoracconto di Thomas Cristofoletti, un fotografo tra i più interessanti. Torna nell'agitata Thailandia la nostra Laura Orsolini con il suo Rientro a Bangkok. Giovanni Prattichizzo scova le fiction più impensabili, questa settimana tocca a Royal Pains. Francesca Trapè ci parla del romanzo Ti spiego di Romana Petri. Claudia Dalmastri fa un po' di informazione scientifica (e ci voleva proprio!) sulla creazione della vita in laboratorio. E per finire, Luisa Sagripanti impiega solo 500 caratteri (spazi inclusi) per ricordarci che le bionde preferiscono i diamanti. Sulle brillanti pagine di "O", la rivista di Omero.
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Giovedì 24 giugno 2010 ci sarà il prossimo Fantareale slam, sul tema "Vacanze fantareali". L'appuntamento è ai giardini di Castel Sant'Angelo durante la manifestazione "Invito alla lettura".