Yashar Kemal

Teneke

A cura di Andrea Campanozzi

Quello di collocare gli uomini, i popoli, sulla terra; di dare un senso alle loro esistenze è una esigenza etica che, da sempre, il mito assolve. Yashar Kemal, autore turco curdo, è squisitamente in questo senso, autore di mito. Il testo che vi proponiamo non è tra i più famosi di Kemal, ma è il migliore per comprendere le implicazioni dell'operazione "etica" di creazione del mito.
A guardarla dalla trama, TENEKE è una "storiaccia" di corruzione, di sopraffazione, di cupa mafiosità rurale che ben sarebbe piaciuta a Leonardo Sciascia. Siamo nella Çukurova, Anatolia; il nuovo sottoprefetto Irmaklï arriva proprio quando sta per iniziare la semina del riso. Gli arroganti proprietari terrieri, gli aga, pur di piantare riso, allegherebbero villaggi e case. Irmaklï, giovane e pieno di entusiasmo, tenterà di comportarsi con onestà, ma dovrà cedere: quando sarà costretto a partire, rulleranno i TENEKE, i tamburi di latta, a sentenziare la vorace vittoria degli aga.
Ma proprio perché TENEKE è una "storiaccia", essa è la culla del mito. Il mito è risposta all'alterità (o all'alterigia) del divino. Spesso è caricatura: l'uomo cosparge di trame comiche la seriosità che accompagna gli statuti divini. Il mito dà ragione della sofferenza che accompagna alla vita. Il mito è il luogo narrativo del dualismo uomo-dio.
Il mito è terreno. Anche tecnicamente, Kemal agisce costruisce spesso dei periodi leggeri per poi farli precipitare in un ultima frase cruda e realissima. E in questo tirar giù i dolori, a livello del mare, e chiamarli con il loro vero nome, Kemal costruisce la posizione di un popolo, e dell'uomo in generale. Questa posizione, che è un plesso di sentimenti e intenzioni, è ciò che si può chiamare dignità.

Brani da Teneke, Giovanni Tranchida Editore, 1997

 

Sono tre mesi che in paese manca il Kaymakam (sottoprefetto N.d.R.). Il segretario del distretto provinciale, Resul Efendi, ha avuto incarico di sostituirlo. È un uomo avanti negli anni, un pusillanime… c'è, ma è come se non ci fosse. Ha paura della sua stessa ombra. Con un tipo simile non si arriva a capo di nulla. Intanto aprile è alle porte. Cominciano a piovere le richieste di autorizzazione dei campi, gli affitti dei poderi, le dispute per l'acqua, le compravendite, chi imbroglia e chi viene imbrogliato: tutto si svolge in un turbine.

(pag. 9)

 

Arriva in paese un giovanotto preparato al peggio, entra in una casa come questa che è un angolo di paradiso… Per quanto lo riguarda il gioco è fatto. Murtaza Aga sa di non sbagliarsi. L'esperienza insegna. Un ragazzo tanto giovane, chiunque egli sia, basta escogitare il sistema giusto e ne fai quel che vuoi. Diventa uno strumento nelle mani di chi la sa lunga.

(pag. 22)

 

Si è mai ottenuto niente per niente? Voi avete seminato i campi di Osman. Io, per il bene delle anime dei vostri defunti, vi do giusto trenta lire a dönüm. Palude, zanzare, fango, vi do anche questo. Una persona di buon senso darebbe più di trenta lire per il cotone che non è ancora germogliato? In aggiunta vi fornisco anche palude e malaria ".

(pag. 50)

 

La notte del sesto giorno una valanga d'acqua impetuosa invase interamente il villaggio. In un attimo ne fu sommerso. A mezzanotte nel villaggio scoppiò il pandemonio. I cani ululavano, gli asini ragliavano, i cavalli nitrivano, mucche e buoi muggivano, gli uomini levavano alti lamenti. Come dopo un terremoto…

(pag. 68)

 

" Guarda, guarda, e che ti si sciolga quel cuore di pietra. Tu hai detto che bisogna coltivare il riso per il bene della patria, così si dice che hai detto. Ad Adana così hai detto. Lo si seminerà dentro il villaggio e dentro le case lo si seminerà, hai detto. Non hai timor di Dio. Lo vedi ora in che stato siamo? Anche noi siamo la patria. "

(pag. 76)

 

Fracassarono la jeep in dotazione all'ufficio agricolo. Il Kaymakam ci andò a cavallo a ispezionare i campi… Ammonirono il proprietario della locanda che gli servisse cibi avariati e maleodoranti. Rinunciò a mangiare. Multò il locandiere. Si ridusse a pane e formaggio.

(pag. 84)

ci andò a cavallo a ispezionare i campi… Ammonirono il proprietario della locanda che gli servisse cibi avariati e maleodoranti. Rinunciò a mangiare. Multò il locandiere. Si ridusse a pane e formaggio.

 

I corpi dei bambini distesi dentro le automobili erano scossi dal tremito della febbre, le mosche ricoprivano loro i volti e gli occhi, i colli piagati dai morsi delle zanzare, ricoperti di pustole rosse; le donne accovacciate in terra lungo i muri, le orbite degli occhi scavate; i ragazzi, afflitti e impauriti, gemevano come canne di narghilè; c'era da rimanere sconvolti a quella vista. Con rabbia ripetevano: "Come è possibile? Il Governo come può permettere questa tragedia?"

(pag. 119)