Andrea Porporati

Sole negli occhi

a cura di Annio Gioacchino Stasi


Neanche la luce, nelle pupille sbarrate, riflessa da uno specchietto tenuto da una mano distante e ingenua riesce a fargli chiudere gli occhi che pur aperti sembrano non vedere.
Agisce, uccide, dorme sonni senza immagini e vive fuggendo fuori dal corpo che ha perduto il sentire. 
"Riesco appena ad ascoltare i suoni, vedere le luci…
"

Nella confessione fatta per gioco al poliziotto, seduti uno accanto all’altro su una panchina in un giardino, risuona un urlo muto, in un luogo della natura fuori dalle pareti di una casa abbandonata in cui si è consumato l’omicidio del "padre".
Film d’esordio nella regia di Andrea Porporati, Sole negli occhi ha il rigore formale e il coraggio di
affrontare un tema classico e irto di difficoltà senza fronzoli e concessioni. Fa pensare alle immagini asciutte e nitide di Rossellini e del primo Rosi. Film d’esordio questo ma punto d’arrivo di una maturazione di autore iniziata come scrittore con il romanzo La felicità impura e proseguita poi con prove di sceneggiatura (L’america di Gianni Amelio tra gli altri).
Sole negli occhi è un film sul presente che non si concede a sentimentalismi ma punta dritto alla riscoperta "affettiva" di un dramma, riportando all’umano un tema, la "malattia", che non riesce ad essere compresa, con le conseguenze di una continua rinuncia alle ragioni di uno stare insieme che non sia conformismo o alterità patologica. Malattia d’un'epoca, la nostra, in cui è la normalità di un quotidiano "non esserci" a produrre "mostri strani", "pazzi incomprensibili", malati di una perdita di affetti che porta a uccidere, così, per niente.
Ma ad essere ucciso questa volta è un padre senza storia, un padre che si preoccupa della casa da vendere, e della febbre che divora il figlio coglie solo l’aumento di un calore fisico come se non comprendesse oltre, come se non avesse mai compreso nient’altro che le cose materiali, le manifestazioni apparenti di un affetto senza pretese, senza coraggio.

Lo snodarsi inquieto delle prime sequenze prelude alla scomposta eppur lucida azione omicida.
"Diverso da come l’avevo immaginato".
Il primo colpo di pugnale affonda malamente in un corpo colpevole di non aver fatto nulla per fermare l’isolamento di una mente che si stava perdendo. Novello Bruto, Marco, il parricida, colpisce fuori dalla Storia, in una casa mai finita, in una stanza dei ricordi piena di banali oggetti di consumo. L’inseguirsi in una colluttazione goffa si conclude poi nel bagno dove il padre si chiude a morire nella vasca, guardando per l’ultima volta l’uomo che aveva fatto nascere, riscatto ultimo questo, nel pudore della morte, da una vita inutile. Marat di una rivoluzione fallita in una razionalità che è riuscita dopo due secoli a donare a tutti vacanze a buon mercato su spiagge affollate. Ritorna su quella spiaggia Marco, dopo l’omicidio, a risentire un mare che è solo febbre e suono. Intorno nessuno si accorge dell’orrore di ciò che è accaduto. Si placa il movimento scomposto nella notte e nella penombra di un sonno allucinato, nudo solo il corpo a tratti caravaggesco. La parola inutile ricompare poi nei dialoghi: confronti di chi parla nel richiamo di un'eco, a muro risponde muro, nell’attesa che si apra una sola fenditura, un solo varco possibile. Perché in fondo tutti sanno: la sorella, la madre, il poliziotto, i bambini che hanno visto. E una colpa leggera come un manto aleggia. Lui è stato solo la mano omicida. Aveva preferito la solitudine e il silenzio ma gli altri dove erano? Dove erano andati?

"Perché lo hai fatto?" Chiede alla fine il poliziotto, buon padre di famiglia che gli offre una caramella sulla volante, la domanda risuona muta fin dall’inizio. Perché si uccide per niente ? Le donne, la madre, la sorella hanno sempre saputo. Su un materassino, piccola zolla di un'isola, madre e figlio sembrano


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ritrovarsi in un accenno velato di carnalità antica, ma la madre che voleva sapere e proteggere, fugge, come fuggì un tempo. E la sorella che gli chiede di guardare il corpo del padre morto ha il suo destino in un matrimonio dove andrà a rinchiudersi. Sembrano complici, loro, di un atto che lui ha compiuto. Donne che sembrano aver rinunciato a una loro presenza. Solo una quindicenne, a cui Marco concede la sua camera per un poco di libertà gli dice: "Posso fidarmi di te ?". Lo dice a un povero pazzo che le dichiara un amore impossibile. La ragazza è sincera, è la prima persona che gli chiede di "essere" e Marco, il parricida impotente sente lontanissimo il violento diritto a vivere che pensava di non avere.

Bravissimi tutti gli attori, Mastrandrea, Boccardo, Cavina, Macchniz e straordinario Gifuni nella parte di Marco. Misura e compostezza nella direzione degli attori, gesti e dialogo calibrati. L’impianto del film è solido e avvolgente, non baratta la compiacenza degli spettatori, ci si sente spinti a fidarsi di una storia estrema percependo la sfuggente verità di tutti i personaggi. Serrato il contrappunto visivo tra movimento di camera e inquadrature fisse, tra spazi esterni sociali e solitudine di interni, tra notte e giorno. Intenso il montaggio a "strappi" come a interrompere e ricominciare sequenze con scarti netti e precisi. Nel panorama delle opere prime degli ultimi anni, Sole negli occhi è sicuramente tra le più convincenti. Ci chiediamo come mai questo film non sia stato presentato a Venezia. Lasciamo cadere qui la domanda, sperando che si aprano spazi e occasioni in Italia per vedere un'opera che sta già ottenendo riconoscimenti internazionali (Vincitore Festival di Annecy 2001).

 

 

Andrea Porporati
"... La storia è angosciante e io ho cercato di raccontarla attraverso gli occhi del protagonista. Volevo costruire un  mondo realistico, ma che fosse anche quello dell'ossessione del personaggio interpretato da Fabrizio Gifuni. E' la storia di un processo vitale e matematico. Non mi interessava tanto il delitto quanto piuttosto quello che accade dopo in un deserto culturale dove nessuno sa fornirgli delle vere risposte. La reinvenzione dell'etica e del senso di colpa con un protagonista alla ricerca di qualcuno che lo condanni in maniera tale da liberarlo dal fardello che porta dentro...

...Il mio personaggio cerca di potere maturare un lutto in un universo emotivo privo di memoria e in grado sì di punirlo, ma non di fornirgli un senso di catarsi. Basta pensare che molto spesso, in questi casi, si parla di raptus. Un termine che non significa nulla sotto il profilo clinico e che semplicemente non esiste. Un assurdo senza senso che sembra quasi l'equivalente moderno della parola "indemoniato"...


...Se è lecito fare un parallelo con Delitto e castigo, si può dire che Raskolnikov uccideva perchè "intossicato" da un’idea, da una filosofia, per quanto erronea e criminale, mentre il protagonista del nostro film non ha nemmeno questa scusa. Uccide "per stare meglio", questa è l’unica giustificazione che si dà. E quando se ne rende conto comprende che ha ucciso per niente. Da qui sorge per lui stesso la necessità di una condanna, di una riparazione. Anche se ciò che ha fatto non può essere riparato..."

 

Andrea Porporati
E' la prima volta dietro la macchina da presa di Andrea Porporati, autore di due romanzi, "La felicità impura" (1990) e "Nessun dolore" (1993) e coautore delle sceneggiature del film "Lamerica" di Gianni Amelio e degli episodi 7, 8 e 9 del film tv "La piovra".

 

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