| Andrea Porporati Sole negli occhi a cura di Annio Gioacchino Stasi Neanche la luce, nelle pupille sbarrate, riflessa da uno specchietto tenuto da una mano distante e ingenua riesce a fargli chiudere gli occhi che pur aperti sembrano non vedere. Agisce, uccide, dorme sonni senza immagini e vive fuggendo fuori dal corpo che ha perduto il sentire. "Riesco appena ad ascoltare i suoni, vedere le luci "
"Perché lo hai fatto?" Chiede alla fine il poliziotto, buon padre di famiglia che gli offre una caramella sulla volante, la domanda risuona muta fin dallinizio. Perché si uccide per niente ? Le donne, la madre, la sorella hanno sempre saputo. Su un materassino, piccola zolla di un'isola, madre e figlio sembrano
ritrovarsi in un accenno velato di carnalità antica, ma la madre che voleva sapere e proteggere, fugge, come fuggì un tempo. E la sorella che gli chiede di guardare il corpo del padre morto ha il suo destino in un matrimonio dove andrà a rinchiudersi. Sembrano complici, loro, di un atto che lui ha compiuto. Donne che sembrano aver rinunciato a una loro presenza. Solo una quindicenne, a cui Marco concede la sua camera per un poco di libertà gli dice: "Posso fidarmi di te ?". Lo dice a un povero pazzo che le dichiara un amore impossibile. La ragazza è sincera, è la prima persona che gli chiede di "essere" e Marco, il parricida impotente sente lontanissimo il violento diritto a vivere che pensava di non avere. Bravissimi tutti gli attori, Mastrandrea, Boccardo, Cavina, Macchniz e straordinario Gifuni nella parte di Marco. Misura e compostezza nella direzione degli attori, gesti e dialogo calibrati. Limpianto del film è solido e avvolgente, non baratta la compiacenza degli spettatori, ci si sente spinti a fidarsi di una storia estrema percependo la sfuggente verità di tutti i personaggi. Serrato il contrappunto visivo tra movimento di camera e inquadrature fisse, tra spazi esterni sociali e solitudine di interni, tra notte e giorno. Intenso il montaggio a "strappi" come a interrompere e ricominciare sequenze con scarti netti e precisi. Nel panorama delle opere prime degli ultimi anni, Sole negli occhi è sicuramente tra le più convincenti. Ci chiediamo come mai questo film non sia stato presentato a Venezia. Lasciamo cadere qui la domanda, sperando che si aprano spazi e occasioni in Italia per vedere un'opera che sta già ottenendo riconoscimenti internazionali (Vincitore Festival di Annecy 2001). Andrea Porporati "... La storia è angosciante e io ho cercato di raccontarla attraverso gli occhi del protagonista. Volevo costruire un mondo realistico, ma che fosse anche quello dell'ossessione del personaggio interpretato da Fabrizio Gifuni. E' la storia di un processo vitale e matematico. Non mi interessava tanto il delitto quanto piuttosto quello che accade dopo in un deserto culturale dove nessuno sa fornirgli delle vere risposte. La reinvenzione dell'etica e del senso di colpa con un protagonista alla ricerca di qualcuno che lo condanni in maniera tale da liberarlo dal fardello che porta dentro... ...Il mio personaggio cerca di potere maturare un lutto in un universo emotivo privo di memoria e in grado sì di punirlo, ma non di fornirgli un senso di catarsi. Basta pensare che molto spesso, in questi casi, si parla di raptus. Un termine che non significa nulla sotto il profilo clinico e che semplicemente non esiste. Un assurdo senza senso che sembra quasi l'equivalente moderno della parola "indemoniato"... ...Se è lecito fare un parallelo con Delitto e castigo, si può dire che Raskolnikov uccideva perchè "intossicato" da unidea, da una filosofia, per quanto erronea e criminale, mentre il protagonista del nostro film non ha nemmeno questa scusa. Uccide "per stare meglio", questa è lunica giustificazione che si dà. E quando se ne rende conto comprende che ha ucciso per niente. Da qui sorge per lui stesso la necessità di una condanna, di una riparazione. Anche se ciò che ha fatto non può essere riparato..." Andrea Porporati
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