Misfatti, racconti di trasgressione di Fabio Cozzi Joyce Carol Oates non è una donna ma una vera e propria macchina sforna-storie. Ogni anno vengono pubblicati almeno un paio di romanzi e talvolta anche delle raccolte di racconti di questa incredibile e geniale scrittrice americana. L’opera della Oates si dispiega nello studio accurato e implacabile della psiche umana e delle sue multiformi manifestazioni. Anche in questa raccolta di racconti (Misfatti – racconti di trasgressione, traduzione di Alberto Pezzotta, Bompiani, p.454 e.18) la scrittrice americana ci descrive, con il suo stile preciso e affilato, uomini e donne in continua lotta con le loro ossessioni e debolezze. Uomini e donne che sono spesso obbligati a fare delle scelte per continuare a sopportare i “fantasmi” di una vita. Scelte di trasgressione. Agosto, all’imbrunire. Nel silenzio della villetta di periferia squillò il telefono. Mitchell esitò un istante prima di alzare il ricevitore. Ed ecco la prima nota sbagliata. A chiamare era il suocero di Mitchell, Otto Behn. Otto
non telefonava mai prima delle undici di sera, quando scattava la tariffa
notturna. Anche quando sua moglie Teresa era stata in ospedale. La seconda nota sbagliata. La voce.
“Mitch? Pronto! Sono io, Otto.” Il tono era stranamente alto, ansioso,
come se Otto fosse più lontano del solito, e temesse che il genero non lo
potesse sentire. Ma sembrava anche cordiale, perfino brioso, come in quel
periodo era di rado. Lizbeth, la figlia di Otto, era arrivata a temere le
sue telefonate notturne: appena alzavi la cornetta, Otto si lanciava in
una delle sue interminabili invettive che non si sapeva mai se prendere
sul serio, un po’ in stile Lenny Bruce (un idolo di Otto alla fine degli
anni Cinquanta). Adesso che aveva passato gli ottanta, anche Otto era
diventato un arrabbiato: ce l’aveva su col cancro di sua moglie, con i
suoi malanni cronici, con i vicini di Forest Hills (marmocchi rumorosi,
cani che abbaiavano, tosaerba, aspirafoglie), con le due ore di attesa
“in una ghiacciaia” per la sua ultima risonanza magnetica, con i
politici – compresi quelli che aveva aiutato in campagna elettorale
quindici anni prima, durante la prima ondata di attivismo
postpensionamento dopo avere smesso di insegnare alle superiori. Era con
la vecchiaia che ce l’aveva su Otto, ma chi aveva il coraggio di
dirglielo? Non sua figlia, e di certo non suo genero. Questa
sera, comunque, Otto non era arrabbiato. Con
un tono caldo e affabile, anche se appena forzato, chiese a Mitchell come
andava il lavoro (era architetto in uno studio), come stava Lizbeth (era
figlia unica) e come stavano i loro meravigliosi figli (ora cresciuti e
indipendenti, ma adorati da Otto quando erano piccoli). E andò avanti così
per un pezzo finché Mitchell, a disagio, riuscì a dire: “Senti, Otto,
Lizbeth è fuori a fare spese, e tornerà verso le sette. Ti devo far
richiamare?” Otto
rise sonoramente. Quasi si vedeva la saliva che luccicava sulle sue labbra
carnose. “Non ti va di parlare col vecchio, eh?”. Mitchell
cercò di ridere anche lui. “Otto, è da un bel po’ che parliamo.” Otto
si fece serio. “Mitch, amico mio, sono lieto che abbia risposto tu, e
non Bethie. Non posso stare qui molto, e forse è meglio che parli con
te.” “Sì?”
Mitch avvertì un’ombra di terrore. In trent’anni, era la prima volta
che Otto Behn lo chiamava “amico”. Teresa doveva avere avuto un
attacco. Che stesse morendo? A Otto tra l’altro era stato diagnosticato
il morbo di Parkinson, tre anni prima. Non era ancora un caso grave. O lo
era diventato? Mitchell
aveva la coda di paglia perché lui e Lizbeth non andavano a trovare
l’anziana coppia da quasi un anno, anche se vivevano a meno di duecento
miglia di distanza. Lizbeth, in compenso, non mancava mai di telefonare,
di solito la domenica mattina, sperando (spesso invano) di parlare prima
con la madre, che al telefono cercava di essere espansiva e ottimista; ma
l’ultima volta che erano andati a trovarla, erano rimasti scioccati del
suo peggioramento. La povera donna veniva da mesi di chemioterapia ed era
ridotta a uno scheletro, con la pelle simile a cera. Pochi anni prima,
passati i sessanta, era stata una donna esuberante, robusta e tonda come
una pignatta. Per tacere di Otto, che non si capiva se facesse apposta a
esagerare il tremito delle mani, mentre si produceva in una buffa
geremiade contro le cospirazioni di infermieri, mutue a pagamento ed
extraterrestri. Che visita penosa e spossante. In macchina, tornando a
casa, Lizbeth aveva recitato i versi si una poesia di Emily Dickinson:
“O vita, cominciata nel Sangue fluente, e consumata opacamente!” “Gesù,”
disse Mitchell con la bocca secca, rabbrividendo. “E’ proprio così,
eh?” E
adesso, a dieci mesi di distanza, Otto stava parlando al telefono con la
massima tranquillità, come uno che discutesse della vendita di un
terreno, di “una certa decisione” a cui erano arrivati lui e Teresa.
Dei globuli bianchi di Teresa o della propria “salute di merda” non
era neanche il caso di parlare, tanto entrambi gli argomenti erano chiusi.
E Mitchell a cercare di raccapezzarsi, appoggiandosi alla parete, d’un
tratto privo di forze. Sta
succedendo tutto troppo in fretta. Che cosa diavolo significa?
“Avevamo deciso di non dire niente a te e Lizbeth, ma sua madre a luglio
è tornata in ospedale. E quando l’hanno rimandata a casa, abbiamo
deciso. Non c’è nulla da discutere, capisci, Mitch? È solo per
informarvi. E per chiedervi di onorare i nostri desideri.” “Desideri?” “Ci
siamo messi a sfogliare album e vecchie foto. E ci siamo divertiti un
mondo: cose che non vedevo da
quarant’anni. E Teresa che non la smetteva di dire: ‘Cavoli! Abbiamo
fatto questo? Abbiamo vissuto tutte queste cose?’ Ci si sente strani e,
per così dire, avviliti, quando ci si rende conto di essere stati
maledettamente felici, persino quando non lo sapevamo. E non lo sospettavo
neanche, ti devo confessare. Sono così tanti anni, sessantadue, che
stiamo insieme Teresa e io, e ti verrebbe da pensare che è una cosa
deprimente. Ma non lo è, se sei dell’umore giusto. Come dice Teresa:
‘ Questa è come se fosse la nostra terza vita, vero?’” “Scusami,”
disse Mitchell, con il sangue che gli rombava nelle orecchie, “ma qual
è la ‘decisione’ che avete preso?” “Dunque,”
disse Otto, “quello che ti chiedo è di onorare i nostri desideri in
proposito. Penso che tu capisca.” “Io…cosa?” “Non
ero sicuro di volerne parlare con Lizbeth. Chissà come l’avrebbe presa.
Ti ricordi quando i vostri figli sono andati al college?” Otto fece una
pausa. Sempre corretto, lui. Non avrebbe mai criticato la figlia col
genero, anche se con lei poteva essere rude e offensivo, o lo era stato in
passato. “Lo sai, può essere molto…emotiva,” disse in tono
esitante. D’un
tratto Mitch ebbe l’idea di chiedergli dove si trovava. “Dove?” “Siete
a Forest Hills?” “No,”
disse Otto dopo un momento di silenzio. “E
dove siete, allora?” “Alla
baita,” disse Otto, con un accenno di sfida. “La
baita? Au Sable?” “Esatto.
Au Sable.” E
lasciò che la cosa facesse il suo effetto. (…) Au
Sable era la proprietà dei Behn negli Adirondacks. A centinaia di miglia
di distanza. Sette ore di distanza. Sette ore di macchina, di cui
l’ultima a inerpicarsi su tortuose stradine di montagna, quasi tutte
sterrate, a nord di Au Sable Forks. Per quello che ne sapeva Mitch, i Behn
non ci andavano da anni. Fosse dipeso da lui – ma non dipendeva, dato
che tutto quanto riguardava i genitori di Lizbeth era di competenza di
quest’ultima -, avrebbe consigliato ai Behn di venderla; più che una
baita era una baracca con sei stanze fatta di tronchi tagliati rozzamente,
senza riscaldamento con attorno dodici acri di splendida desolazione a sud
del monte Mariah. Mitchell non avrebbe voluto che Lizbeth la ereditasse.
Non sarebbe stato bello vendere qualcosa cui Teresa e Otto erano stati
tanto legati, e d’altra parte per loro era fuori mano e poco pratico.
(…) Mitchell
deglutì. Non era abituato a fare domande al suocero, e si sentiva come
uno dei suoi studenti, in soggezione di fronte all’uomo che ammirava.
“Un momento, Otto, perché tu e Teresa siete ad Au Sable?” Otto
rispose con circospezione. “Stiamo prendendo le nostre misure. La nostra
decisione l’abbiamo presa. Se ti ho chiamato…” Otto fece una pausa
teatrale, “… è solo per informarvi.” Per
quanto Otto parlasse in modo così pacato, Mitchell si sentì come se gli
avesse dato un calcio nello stomaco. Con
chi stava parlando? Hanno sbagliato numero. Deve essere un errore.
Otto stava dicendo che era da almeno tre anni che ci avevano pensato. Da
quando gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson, lui e Teresa
avevano cominciato ad accumulare il necessario. I loro bravi barbiturici,
potenti e affidabili. Con calma, senza lasciare nulla al caso, senza
pentimenti. “Lo sai,” disse Otto espansivamente, “sono uno che
prepara le cose in anticipo.” Questo
era vero. E glielo si doveva concedere. Mitchell
si chiese quanto avesse messo da parte il suocero. Gli
investimenti degli anni Ottanta, le case in affitto a Long Island. Si sentì
invaso dalla nausea. La maggior
parte la lasceranno a noi? E a chi altri? Si vide davanti Teresa che
sorrideva mentre pensava ai suoi cenoni natalizi, ai monumentali pranzi
per il giorno del Ringraziamento, alla consegna dei doni lussuosamente
impacchettati ai nipoti. “Me l’hai promesso, Mitchell. Devo potermi
fidare di te,” stava dicendo Otto. E Mitchell, prendendo tempo, confuso:
“Otto, ce l’abbiamo il tuo numero, qui?” E Otto: “Per favore,
rispondimi.” E Mitchell si sentì pronunciare queste parole, senza
sapere che cosa stesse dicendo: “Certo che puoi fidarti di me, Otto! Ma
funziona lì il telefono?” E Otto, scocciato: “No. Non abbiamo mai
avuto bisogno di un telefono alla baita.” E Mitchell, che da anni
discuteva col suocero della cosa: “Ma se è proprio il posto in cui uno
può averne più bisogno?” Otto mormorò qualcosa di incomprensibile,
una specie di alzata di spalle verbale, e Mitchell pensò: Sta
chiamando da una cabina ad Au Sable Forks, e adesso riaggancia. Si
affrettò ad aggiungere: “Senti, adesso arriviamo subito, Teresa sta
bene?” “Sta bene,” rispose Otto pensoso. “E non abbiamo bisogno di
compagnia. Sta riposando sul portico, e non c’è nulla che non vada
bene. E’ stata sua l’idea di venire qui, le è sempre piaciuto.”
Mitchell azzardò: “Ma… siete così lontani.” “È ben per questo,
Mitchell,” si sentì ribattere. Adesso
riaggancia. Non può farlo. Mitchell cercò di prendere altro tempo
chiedendo da quando fossero lì. “Da domenica,” disse Otto. “Ci
abbiamo messo due giorni. Ma guido ancora bene.” (…) Mitchell stava
dicendo che sarebbero andati a trovarli, partendo il giorno dopo
all’alba, ma Otto fu reciso: “Abbiamo preso la nostra decisione, non
c’è niente di cui discutere. Sono lieto di averne parlato con te. Me lo
immagino come sarebbe finita con Lizbeth. Preparala tu,
come ritieni che sia meglio, okay?” E Mitch: “Okay, però, Otto, non
fare niente di…” ansimava, disorientato, senza sapere quello che stava
dicendo, sudato, con l’impressione che qualcosa di freddo gli stesse
colando addosso, “…di avventato. Ci richiami? O ci lasci un numero?
Lizbeth sarà qui fra una mezz’ora.” E Otto: “Teresa preferisce
scrivere a Lizbeth, e anche a te. È fatta così. Non lo sopporta più il
telefono.” E Mitch: “Ma almeno parla con Lizbeth, Otto, voglio dire, a
lei puoi spiegare tutto.” Ma Otto: “Ti ho chiesto di onorare i nostri
desideri, Mitchell. Hai dato la tua parola.” E Mitchell pensò: Io?
Quando? Che parola ho dato? Che cosa significa? “A casa abbiamo
lasciato tutto in ordine,” stava dicendo Otto. “Sulla scrivania ci
sono le polizze dell’assicurazione, i certificati di deposito, gli
estratti conto, le chiavi. Teresa mi ha fatto penare perché cambiassi il
testamento, ma accidenti se le sono grato. Finché non hai messo giù le
tue ultime volontà non stai affrontando le cose. Vivi nel mondo dei
sogni. Dopo gli ottanta, a dire il vero, vivi
nel mondo dei sogni, e devi essere tu a controllare dove vanno.”
Mitchell stava ascoltando senza sentire. I pensieri gli si affollavano in
testa come carte da gioco date a casaccio. “Certo, Otto. Ma non pensi
che dovremmo parlarne? Anche per noi, potresti spiegarci meglio. Perché
non aspetti che veniamo lì? Possiamo partire anche stasera…” Ma Otto
lo interruppe in un modo che sarebbe sembrato sgarbato a chi non lo
conoscesse. “Ehi, buonanotte! Questa telefonata mi sta costando una
fortuna. Figlioli cari, vi vogliamo bene.” E
riagganciò. Quando
Lizbeth tornò a casa, nell’aria c’era qualcosa di sbagliato, di
appena stonato: Mitchell sul balcone sul retro, al buio; seduto da solo,
con un bicchiere in mano. “Tesoro? Qualcosa che non va?” “Niente.
Ti stavo aspettando.” Mitchell
non stava mai con le mani in mano ad aspettare, era strano; ma Lizbeth gli
si avvicinò e gli sfiorò la guancia con un bacio. Odore di vino. Di
pelle sudata, di capelli umidi. La maglietta fradicia e appiccicosa.
Indicando il bicchiere, Lizbeth osservò canzonatoria: “Hai iniziato
senza di me? Non è un po’ presto?” Strano anche che Mitchell avesse
aperto proprio quella bottiglia: un regalo di amici, o forse proprio dei
genitori di Lizbeth, quando Mitchell si interessava di vini, e non aveva
ancora dovuto rinunciare agli alcolici. “Ha chiamato qualcuno?” chiese
Lizbeth esitante. “No.” “Niente
di nuovo?” “Niente.” Mitchell
avvertì il sollievo di Lizbeth, sapendo quanto fosse impaziente di
ricevere telefonate dai suoi. Anche se naturalmente suo padre non chiamava
mai prima delle undici di sera, quando scattava la tariffa notturna. “È
stata una giornata tranquilla,” disse Mitchell. “A quanto pare siamo
gli unici a non essere partiti.” (…) Nel
corso del loro lungo matrimonio, Mitchell aveva tradito un paio di volte
Lizbeth, e Lizbeth pure, sul piano emotivo se non su quello sessuale; ma
il tempo era passato, e continuava a passare; giorni, settimane, mesi e
anni, nello stordimento della vita adulta, come indumenti buttati alla
rinfusa in un cassetto: una pacifica confusione, una serie di sogni vividi
e sempre nuovi di cui, una volta svegli, si riescono solo a ricordare le
emozioni. Belli, i sogni: ma bello anche essere svegli. Lizbeth
si sedette sulla panchina di ferro battuto accanto a Mitchell. Ce
l’avevano da sempre, quel catafalco, arrugginito malgrado l’ultima
mano di bianco. “Saranno tutti via. Sembra di stare ad Au Sable.” “Au
Sable?” Mitchell la guardò di scatto. “Ma
sì, dove andavano sempre mamma e papà.” “Ce
l’hanno ancora?” “Penso
di sì. Non so.” Lizbeth scoppiò a ridere, e si appoggiò contro di
lui. “Ho paura di chiederglielo.” Gli prese il bicchiere e ne bevve un sorso. “A noi. Qui, da soli,” brindò. E sorprese Mitchell baciandolo sulla bocca. Con l’audacia di una ragazzina, proprio sulla bocca, come non faceva da molto, molto tempo. |
9.5.03