La più grande balena morta della Lombardia di Fabio Cozzi
Gli
ultimi giorni di Pompei prima dell’avvento di Woobinda. Un mondo, quello
cantato da Aldo Nove in questo suo ultimo libro (La più grande balena morta della
Lombardia, Einaudi Stile Libero, p. 182, e. 12,50), dove c’era
ancora lo spazio per lasciar andare la fantasia e creare mondi
fascinosamente orrorifici, per fare incontri ravvicinati del terzo tipo
perfino con I Ricchi e Poveri (altro che Music Farm!), per scoprire delle
cose senza che un canale televisivo ti soffocasse il cervello. Erano gli
anni settanta. Erano gli anni in cui un bambino poteva crescere con la sua
scorta personale di ingenue illusioni e meravigliose crudeltà. Prima
delle invasioni barbariche con i cibi transgenici, le parabole televisive
e gli ipermercati ovattati. Una volta un mio compagno delle elementari ha detto che l’acqua del rubinetto dei cessi della scuola faceva schifo perché sembrava sborra, l’ha sputata per terra e è andato in cortile a giocare a rialzo con gli altri. Io alla fine dell’intervallo
gli ho chiesto cosa voleva dire sborra e lui ha risposto che agli uomini
delle volte invece di uscirgli dal coso la pipì esce la sborra che è
bianca e ha lo stesso odore dell’acqua del rubinetto delle elementari
quella mattina di maggio. Allora quando esce la sborra
nascono i figli diceva il mio compagno, tutte le persone che vanno in giro
a fare disastri nascono, comprano la mortadella al negozio, vanno alla
partita che c’è domenica o a loro volta si sposano e attraverso la
sborra fanno continuamente altri figli che quando sono grandi esce anche a
loro la sborra e tutto questo, si chiama Mondo. Per un po’ di giorni io ogni
volta che andavo in bagno e facevo la pipì controllavo il colore di
quello che usciva se era bianco. Ero un bambino che era molto
spaventato dalla sborra. Quando vedevo che quello che usciva era giallo
facevo un respiro di sollievo, non causavo a mia volta dei figli ma avevo
otto anni e non capivo ancora nulla del sistema di continuare del mio
pianeta e del mio paese. Io, ci pensavo. Un giorno per capire questa
situazione ho chiesto a mio padre se essendo un padre adulto gli usciva
normalmente la sborra dal coso. Mio padre mi ha dato uno schiaffo e mi ha
detto di non dirlo mai più se gli usciva la sborra dal coso. Mi sono
sentito morire e siccome già da tempo sapevo che ci sono delle parole che
non si possono dire, ho messo dentro sborra tra queste. L’album delle parole che non
si possono dire piace molto ai bambini. Le guardano di nascosto le
dicono piano se le scambiano tra loro. Una di queste è puttana,
un’altra faccia di coglione che sei. Poi ci sono le bestemmie, che
sono le parolacce peggiori, quelle che se le dici succede qualcosa, un
motorino va a sbattere contro le vetrine dei negozi di Via Roma. A volte,
anche i genitori dicono parolacce e bestemmie di ogni tipo ma il motivo è
che i bambini li hanno fatti arrabbiare, ad esempio mio nonno diceva non
farmi bestemmiare non farmi bestemmiare e alla fine bestemmiava e questo
era colpa mia. A nove anni, ho trovato in
Sardegna un giornale nascosto sotto il letto di mio zio, era pieno di foto
che non conoscevo. Lì c’era sempre scritta la parola sborra e si
vedeva. Usciva come aveva detto il mio compagno di classe dal coso e delle
signorine la bevevano con la lingua sennò gli andava sulle spalle, sul
seno. Oppure erano sedute come delle
capre su un divano e un uomo nudo le faceva questa sborra sul culo,
l’uomo aveva le calze rosse. Inoltre i personaggi di quelle
storie si leccavano tutto il giorno erano come impazziti, tra cui anche
una donna molto bella che assomigliava a mia madre che sembrava
schiacciata come una rana in quanto un uomo le metteva un coso davanti e
un altro uno di dietro e lei era bionda e in mezzo a quei due restava. Io, prima di quella sera non mi
immaginavo niente di tutto questo e mi sembrava molto drammatico e
continuavo a guardare il giornale. Ma, un po’ avevo voglia anche
io di diventare grande per fare quelle cose di nascosto strane. Ma, non
potevo perché gli uomini nelle fotografie avevano un coso che sembrava un
wurstel grosso mentre il mio era uguale a quello di tutti gli altri
bambini. Allora prima di andare a
dormire mi concentravo e pensavo che il pisello mi diventava un wurstel
come quelli dei giornali ma l’unica cosa che riuscivo a fare era
stringere il sedere fino a che mi faceva male stringerlo così. Ma un giorno mentre faccio il
bagno mi pulisco il coso e mi diventa duro. Mi spavento lo guardo e
aspetto che esce la sborra, ma passa un sacco di tempo, finisce la schiuma
da bagno e io sono sempre lì nell’acqua con il coso duro senza che esce
nulla di bianco fino a che il coso diventa molle esco dalla vasca e
vado a giocare con Big Jim. Poi un giorno a dieci anni un
mio compagno di classe mi dà un giornalino e mi dice tieni vatti a fare
una sega di nascosto e non farti vedere da nessuno. Io senza che nessuno
se ne accorgesse l’ho letto dove mio nonno teneva le bottiglie di vino
bianco in cantina, in estate le imbottigliava quando arrivava da una ditta
veneta dove l’aveva ordinato. Era la storia di una vampira che succhiava
il sangue a delle persone a cui poi rubava i castelli ma metà della
storia era fatta di disegni come le fotografie del giornale nascosto sotto
il letto di mio zio come la vampira che aveva in bocca il coso di uno che
doveva ammazzare e che le diceva così, leccami il cazzo. (…) Non lo sapevo perché ma quando
le guardavo quelle cose mi veniva il batticuore come quando andavo in
bicicletta al Roncolino in salita. Questo forse perché era proibito
guardarle anche se da quando le avevamo scoperte ne parlavamo sempre e
andavamo a cercarle nelle discariche nascoste dappertutto sopra i mobili
dei genitori dei cugini o anche dentro i sacchi della spazzatura. Nel frattempo avevo capito un
sacco di cose che mi aveva spiegato ossia che Adamo ed Eva erano stati
scacciati dal paradiso terrestre perché avevano scopato e altre realtà
che non immaginavo anche solo l’anno prima, ad esempio quando due
persone una sotto e una sopra si leccano allo stesso tempo si dice il
sessantanove. In un film di Lando Buzzanca avevo visto che seduto sopra di
lui c’era una donna che aveva la gonna corta. Lando Buzzanca le metteva una
mano sotto la gonna e le diceva, tu me lo fai diventare duro come i
giornalini. Quando ho riportato il
giornalino al mio compagno di classe lui mi ha chiesto se mi ero fatto la
sega. Io mi vergognavo però alla fine gli ho detto che non sapevo cosa
vuol dire, farsi una sega. Lui mi ha detto che suo padre
che andava in giro per la provincia di Varese a fare il rappresentante di
medicinali va tutto il giorno dopo alle due ci vedevamo ai cessi
dell’oratorio, mi spiegava una sega. Il giorno dopo vado alle due
nei cessi dell’oratorio c’è il mio compagno di classe che mi dice
entra dentro chiudi a chiave ti faccio vedere. Si tira giù i pantaloni e le
mutande si prende il coso in mano e inizia a fare avanti e indietro sempre
uguale. Subito il coso gli diventa un wurstel e lui fa la faccia come
quella degli uomini dei giornali. Poi si interrompe e mi guarda e
mi dice è bellissimo devi provare puoi pensare a quello che vuoi. A
Cicciolina che ti fa un pompino. Io gli ho detto che sapevo cosa voleva
dire pompino e avevo visto delle foto di Cicciolina e sentito una sua
canzone alla radio che parlava del cielo e di lei che era nuda. Lui ha
detto bravo pensa in questo modo a Cicciolina e fai così e ha ripreso a
fare avanti e indietro con la mano con gli occhi chiusi diceva di sì
Cicciolina vieni qui continuava fino a che hanno bussato alla porta e lui
ha detto occupato sto facendo la cacca e ha smesso di fare avanti indietro
con la mano sul coso si è portato un dito alla bocca e piano piano mi ha
fatto segno di fare silenzio, completamente silenzio. Siamo rimasti zitti immobili un
momento poi da fuori hanno bussato ancora e allora il mio compagno ha
gridato vaffanculo sto cagando e il tipo che bussava se n’è andato e
lui ha ripreso la sua cosa con gli occhi chiusi. Io gli ho chiesto quando ti
esce la sborra e lui ha detto alla fine, quella è la cosa più bella
aspetta che penso a Cicciolina. Allora un po’ tutta questa storia mi
dava fastidio gli ho detto io me ne vado lui mi ha bloccato mi ha detto
guarda che devi assolutamente imparare perché non provi a farmelo un
po’ tu. Io non volevo proprio avevo un
po’ schifo se gli usciva la sborra e mi sporcavo le dita e glielo detto. Lui mi ha risposto di pensarci
bene che se glielo facevo mi dava dei giornalini dell’Uomo Ragno ma io
ero disgustato anche se gli Uomo Ragno mi piacevano molto specialmente le
storie dell’orrore alla fine. Comunque non mi andava gli ho
detto io me ne vado fuori a giocare a pallone con il Villa lui mi fa
peggio per te ti perdi i giornalini e ha continuato a farsi una sega
dicendo delle cose a Cicciolina che si immaginava lì. Quella sera dopo Carosello dove
ho visto Joe Condor che volava per controllare tutto e anche la pubblicità
della carne Montana sono andato a letto per fare la mia prima sega ma
continuava a diventarmi molle anche se mentre era duro era piacevole mi
sembrava di essere uno che guida senza la patente sbandavo in curva e poi
ricominciavo con più concentrazione. Era molto faticoso sempre con
la mano fare avanti e indietro e continuavo a distrarmi con il pensiero. Pensavo a Cicciolina e mi
veniva duro, poi pensavo al mio compagno che nel cesso dell’oratorio
pensava anche lui a Cicciolina e mi diventava molle. Ciascuno deve pensare a
Cicciolina per sé. ************* Quando possedevo un criceto una
sera mi sono affacciato. Sul tetto di una casa che
c’era dopo il mio cortile c’era un gatto. Ma non era un gatto come quelli
che accarezzi. Era un gatto orrendo che
miagolava. La felicità di avere un
criceto è il piacere di guardare quando gira sulla ruota che hai messo
dentro la gabbia. È una ruota colorata e il criceto non capisce niente,
dice adesso corro qui dentro e arrivo da qualche parte, ma è un criceto e
non capisce che è sempre dentro la ruota colorata di plastica che gira, e
attorno c’è la gabbia e la cucina, noi che lo abbiamo comperato lo
guardiamo, perché non siamo criceti e usciamo in strada, andiamo nei
negozi o a Varese con i genitori. Quel gatto lo avevo già visto. Era sbagliato. Era un gatto tutto
spelacchiato. Era un gatto magrissimo. Si capiva che doveva morire. Se era una trasmissione lo
toglievano. Se era una macchina lo
rottamavano. Se era un amico lo scacciavano
dall’oratorio. E per quel motivo il gatto
urlava sui tetti lontano. E se provava a urlare da un tetto vicino gli
tiravano della carta. Lui lo sapeva e stava sul tetto
di una casa vuota. Era la casa dei signori Derlini.
Abitavano da soli e i figli erano andati a lavorare in Belgio. Erano morti
da due anni e quando sono morti avevano novant’anni. Quando sono morti il signor
Nardo si è svegliato di notte e ha visto che sopra l’armadio della
camera da letto c’era sua madre che lo chiamava. Sua madre era morta
trent’anni prima ma il signor Nardo per la vecchiaia non lo aveva capito
e aveva chiesto a sua madre cosa
ci faceva sopra l’armadio. La madre gli diceva che non lo sapeva neanche
lei, che purtroppo era morta cinquant’anni prima e improvvisamente era lì
in cima all’armadio di casa loro e non sapeva scendere. Allora il signor Nardo ha detto
alla madre di non gridare perché sua moglie dormiva e che avrebbe fatto
di tutto per salvarla. (…) Il signor Nardo piano piano si
è arrampicato sul mobile per salvare la madre che era morta
cinquant’anni prima ma era lì, era sopra l’armadio e aveva bisogno di
aiuto. Quando il signor Nardo è arrivato in cima all’armadio ha capito
che era un sogno, che sopra l’armadio non c’era nessuno, che la
vecchiaia gli aveva giocato un brutto scherzo, confondeva la realtà con
la fantasia, aveva fatto un sogno, si è reso conto della situazione e per
lo spavento è caduto dal mobile. (…) Quel gatto mi ipnotizzava. Mi chiedevo perché era
diventato così. Come mai era un gatto orrendo. Come un ragazzo che stava
andando in moto e aveva guardato un cartello. Guardando il cartello si era
sposto troppo e aveva perso mezza testa. Era in coma da molti anni e stava
immobile nel letto. Lo dovevano girare perché se stava fermo delle parti
di corpo finivano, si facevano dei buchi. Quel gatto era pieno di buchi. Una sera con il cannocchiale
l’ho guardato. Era il cannocchiale che mio padre aveva vinto alle
giostre di Cantello e ho visto che non erano buchi della carne, erano
delle chiazze senza peli. Quel gatto era completamente
spelacchiato a casaccio e aveva gli occhi pieni di cispe e miagolava sul
tetto dei signori Derlini morti. E insomma quando il signor
Nardo ha capito che sua madre era morta e non era in cima all’armadio e
che in cima all’armadio c’era lui e erano le quattro di notte gli è
venuto il terrore della vita ed è caduto sul letto dove ha centrato la
moglie e le ha rotto la colonna vertebrale. Anche lui si è rotto tutto.
La moglie è morta il giorno dopo. Lui è rimasto in carrozzella per
qualche mese e alla fine è morto anche lui. (…) Con il cannocchiale guardavo il
gatto orrendo e mi è venuto in mente un documentario su Madre Teresa di
Calcutta. Madre Teresa di Calcutta era una suora piccola con le rughe, e
sorrideva. Quando qualcuno era ammalato prendeva l’aereo e andava da
lui. Anche da tutti quelli che facevano schifo lei andava. Madre Teresa di
Calcutta era la donna più buona del mondo e anch’io volevo diventare il
Madre Teresa di Calcutta del gatto orrendo sul tetto della casa dei
signori Derlini. (…) E se io ero il Madre Teresa di
Viggiù prendevo l’aereo e andavo sul tetto dei Derlini e lo salvavo. Il gatto miagolava e miagolava. Ogni giorno lo guardavo fino a
che gli ho lanciato un po’ di prosciutto ma il tetto era troppo lontano
e è caduto in cortile. (…) Allora un giorno mi è venuta
un’idea. Ho preso la cerbottana di
plastica e sulla punta ci ho messo un palloncino con dentro la Simmenthal.
Mia madre non si era accorta che avevo rubato la Simmenthal dal frigo.
L’ho legata sulla punta della freccia e l’ho tirata contro il tetto
dei Derlini. L’ho centrato. Il palloncino si è tutto
scassato e c’era la Simmenthal sulle tegole e il gatto orrendo è
arrivato lì e si è mangiato la Simmenthal. Allora ogni giorno ripetevo. Con la cerbottana spedivo sul
tetto dei Derlini il palloncino con dentro la Simmenthal o gli avanzi
dell’ossobuco o la mortadella, quello che trovavo in casa lo sparavo al
gatto orrendo. Giorno dopo giorno il gatto
migliorava. Era mio il capire che lo stavo
aiutando, migliorando la situazione di vita di un gatto che sarebbe andato
incontro a morte sicura. Con il cannocchiale vedevo
anche che il pelo faceva meno schifo, grazie al mangiare la pelle
migliorava, i peli ritornavano su di lui e un giorno sarebbe potuto
scendere dal tetto e andare dagli altri gatti, e qualcuno lo avrebbe
potuto prendere, e forse lo avremmo potuto prendere noi, e così avevamo
in casa un gatto e il criceto, e io raccontavo a tutti quelli che venivano
in casa che il mio gatto era orrendo, e grazie a me era diventato normale,
e adesso lo avevo e lui stava lì a fare le fusa, giocava. Giorno dopo giorno il gatto
orrendo aveva capito che si poteva fidare di me, aveva capito l’ora che
gli sparavo da mangiare e mi aspettava ma un giorno purtroppo il
palloncino si è staccato dalla punta della cerbottana la carne è caduta
in cortile la freccia è arrivata in faccia al gatto orrendo e l’ho
ammazzato. (…) Sono andato in camera mia mi
sono detto adesso giochi con le costruzioni non ci pensare ho detto ma mi
veniva da piangere e con le unghie ho strappato un pezzo di tappezzeria
che era già rotto, l’ho strappato di più, sono tornato in balcone. Con il cannocchiale guardavo il gatto orrendo con la testa spaccata, e le nuvole che c’erano, e com’ero anche io compreso nel mondo. 28.05.04
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