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Il corridoio e la solitudine
       di Mario Sandro

Culo lento
                                          di Ginny Sgarro

Pagina 53                                          di Roberta Rossi

 

 

Il corridoio e la solitudine

di Mario Sandro

Spingendo con forza le sue dita riescono a fare entrare la chiave nella serratura. Poi, girandola solo da una parte e dando una leggera spinta in avanti, la porta si apre e la sente scricchiolare fino a poco meno della metà. E mentre arretra la mano, un movimento involontario, un po’ brusco delle braccia, gli fa cadere la chiave per terra. Prova a raccoglierla, ma non ci riesce. 

Volta il capo da qualche parte per vedere se c’è qualcosa per sorreggersi. Eccola lì. Sta proprio di fronte alla porta. Sotto la finestra. Una mensola che sporge bene verso l’interno. Dà subito un calcio al portachiavi. Un altro ancora. E si trova vicino alla mensola che gli arriva poco più sotto delle spalle. Con calma, appoggia la mano destra sulla mensola, e con sicurezza s’inclina fino a toccare con la mano sinistra la chiave. La afferra. Poi, si alza con un leggero sforzo e con più attenzione mette la chiave in tasca. In fretta, distacca la mano dalla fredda mensola che è di marmo chiaro. E, convinto di poter fare il primo passo, sente lo sguardo aggirare stordito verso il corridoio che gli sembra piegarsi. 

Forse sarà la stanchezza. Gli sembra di sentire un suono in tutto il corpo. E’ il sangue. Forse gli sta scorrendo velocemente. Una lieve agonia gli invade la mente. Ma è fortemente cosciente. Resiste. Cerca di scuotere forte il capo. Stropiccia gli occhi con una mano. “Ecco, sta passando”; pensa lui per abitudine. Poi rimane fermo per qualche minuto. Uscito dalla crisi. Torna a guardare il corridoio. Quando uno scatto di rabbia gli tocca un pensiero che lo assilla da tempo: ma l’architetto che ha progettato questo corridoio tornerebbe a vederlo così come lo sto vedendo io? 

Con un pavimento di linoleum che si sta staccando ai lati. Nel soffitto vi sono crepature abbastanza larghe. Non parliamo poi delle pareti. Sono fatte di gesso duro. Una cosa assurda, basta una risatina che si sente da una casa all’altra. L’atmosfera che si è creata è brutta, è rozza: “E’ nuda, è sporca. Ehi, mi sentite? Sono io. E’ infinitamente spoglia”. No, quest’urlo è troppo basso. Si dice deciso. Prova a urlare più forte: “Fa schifo questo corridoio”. Ma nessuno lo sente. Aha! Meglio lasciar perdere. 

Stando ancora nel corridoio. Fissando verso l’interno della prima stanza, che intravede appena. Di poco la corrente d’aria spinge la porta. Si ferma. E con quello spiraglio ha sentito il suo volto cambiare espressione. Così, nell’istante, svanisce poca irrequietezza. Le sopracciglia, poiché erano tese all’insù da non dargli tregua, sono tornate normali, ferme. Rimanere senza alcun pensiero riconoscendo la solitudine, fa scatenare una sensazione di distacco fra lui, la porta e l’entrata. 

A proposito della solitudine. Tempo fa, incontrò una carissima amica. E così, per parlare, si incamminarono senza capire dove. Parlavano di tutto, della vita, anche quotidiana; parlavano delle donne, degli uomini, e, perché no, anche della morte. Dopo due o tre ore stavano andando dai pensieri più semplici a una direzione non proprio vitale. Tutt’e due si sentirono rallentare le parole su un argomento così conflittuale come la solitudine. 

Lei si dibatteva con una fermezza incredibile. Diceva: “Come fai a non aver paura di essere solo. Perché? Non capisco perché hai fatto una scelta così difficile? No, insisto, puoi dire o giustificare tutte le ragioni del mondo, ma io trovo ingiusto questo ubriacarti di solitudine”. Dopo qualche secondo, lui cercava di interromperla. Veramente era bloccato dalla verità che gli discorreva in un modo chiaro. Iniziò a dire: “Ho fatto questa scelta perché mi permette di fare cose”. Lei lo interrompeva coprendo le labbra con la mano. La tolse subito dicendo: “Non ha nessuna importanza”. Gli rispose tra l’intimorito e l’indifferente: “Perché?” Lei, capiva che cos’era qual perché, si dibatté più forte: “Te lo dirò la prossima volta, quando ci rivedremo”. Lui rimase un po’ scomposto, non capiva, ma intuiva qualcosa di più importante della solitudine e dell’improvviso distacco: “Va bene, a presto”. Lei gli diede un bacio: “Sì, a presto”. Disse allontanandosi con un’andatura lenta, ma ancora fresca. 

Lui invece se ne andò per la strada opposta cercando di capire perché si erano lasciati così. Improvvisamente. Ne è passato di tempo. Non la incontrai più. Ma sono ancora qui nel corridoio? No, non è possibile. Quelle immagini e quei pensieri non lontani, facevano in lui meraviglia per sfuggire alla vista di questo terribile corridoio. Ma forse, neanche alla vista si può sfuggire. Veloce. Corre spalancando la porta. Entra in casa. D’improvviso. Una vampata di chiuso gli ha ricordato l’odore dolciastro dei libri. Si gira, e la vista sfugge ai titoli già letti. Sentiva perfino l’odore della macchina per scrivere elettronica. Che sta lì. La indica con lo sguardo, sopra la scrivania. Mentre con le braccia è solo in grado di gesticolare a vanvera. Però, chissà perché, l’assenza di un controllo o di un movimento regolare del corpo lo fa sentire rallegrato. 

Ora, facendo attenzione. Chiude al porta, accompagnandola piano. Poi, si gira verso sinistra e con un passo che sembra tintinnare, si dirige verso la sedia girevole. Si siede e si avvicina alla scrivania. Sistema con cautela il foglio senza provocare sciupature. Afferra con la mano sinistra il polso destro e con il dito indice della mano destra lui inizia l’appoggio sui tasti. 

Premendo e lasciando comincia a scrivere con la sua lentezza. E i tasti che stanno per essere premuti sono questi: la m, la o, la r, la i, la r, la e; poi, q u i, i n q u e s t o m a r e, fra queste stelle. Ecco, e si distacca libero senza alcun confronto. 

                            
                          
Culolento

                         di Ginny Sgarro 

Era il cubista più famoso del litorale romano. Lo chiamavano “culolento”: muoveva sinuosamente il bacino indipendentemente dal ritmo del resto del corpo. Si chiamava Oreste ma si faceva chiamare Jorg, viveva di notte come le falene e si muoveva nel buio con gli infrarossi come uno squalo. D’inverno usciva poco, passava ore a provare i movimenti del pube e dell’addome. Non smetteva neanche per le pause fisiologiche: anzi.

Sua madre pensava a un’infaticabile attività onanistica.  Ne aveva parlato con il parroco, poi con il medico, poi con l’Ucraina che lavorava all’angolo della strada. Tutti l’avevano rassicurata, chi con una benedizione, chi riportando il tutto a una fase normale dell’esistenza, chi con uno sconto (era un pacchetto famiglia, ma questo la mamma di Jorg non poteva saperlo).

Jorg era bellissimo. La sua pelle era lucida come la carrozzeria di un’auto metallizzata, i suoi passi felpati come un doppio fallo sull’erba di un campo da tennis, il suo sguardo intenso e fiero come se fosse in continuazione in procinto di accendersi una sigaretta in una giornata di vento.

Nessuno l’aveva mai visto salire sul cubo, era come se ci fosse nato. Nessuno l’aveva mai visto scendere dal cubo. All’improvviso svaniva.

Jorg non guardava mai nessuno, né parlava mai con nessuno. Le sue labbra non si muovevano se non per protrudersi sensualmente ai ritmi afro o per socchiudersi lasciando scorrere l’acqua (rigorosamente naturale) dalla bottiglietta di plastica per dissetarsi. Le bottiglie di acqua minerale apparivano magicamente tra le sue dita come l’asso di cuori dalla manica di un baro. Solo che Jorg non aveva maniche. A torso nudo torreggiava sul cubo mentre il sudore gli imperlava il petto scolpito, sempre odoroso di muschio e vetiver.

Era abbonato alla rivista “Unachievable Discos”. Era in inglese ma lui si faceva tradurre gli articoli che gli sembravano più interessanti dalla ragazza che lavorava al parrucchiere all’angolo, un po’ prima dell’Ucraina, e che aveva imparato l’inglese ascoltando le canzoni dei Bloody Fucking Pumpkins.

Fu così che lo seppe. Il cubo era al tramonto, le nuove tendenze prevedevano che per aumentare la sensazione di de-energizzazione, spersonalizzazione e alienazione, la nuova tendenza sarebbe stata il “disco-blind”. In discoteca bendati.

Dal cubo all’incubo in un istante. Jorg vide tutta la propria vita scorrergli davanti, veloce come una scarica di dissenteria.

Toccò con entrambe le mani la propria unica certezza e sussurrò: non preoccuparti, ho in pugno la situazione: vedrai che ce la faremo. Prese il numero di “Unachievable Discos” e chiuse la porta del bagno dietro di sé.


                            
Pagina 53

                       di Roberta Rossi
 
      
 

Manuel non poteva sottrarsi alla fissazione che Paola fosse una minaccia. Aveva solo bisogno di prove. Divagazioni filosofiche e lame di coltello si consumarono sul campo di battaglia. Manuel imparò a nutrirsi dalla fonte della vita. Paola cercava soluzioni in Donna Moderna. Lui si rivolgeva verso est tre volte al giorno per assorbire l’energia del Tao Shang-ch’ing. Lei si iscrisse a karate. Lui cercava la fusione del microcosmo col macrocosmo dell’universo. Lei si fuse col maestro di cintura nera. Più Paola lo umiliava a colpi di Mae geri, più Manuel inspirava l’energia vitale nel Regno terrestre; più lei lo insultava, più lui dominava il tant-t’ien; più lei si colorava le guance di strisce rosse tipo guerriero indiano incazzato, più lui illuminava i suoi spiriti guardiani. Fino all’indifferenza. Fin quando Manuel si accorse che gli spiriti andavano fiaccandosi.
Una mattina lesse tra la schiuma che gli copriva gli occhi il nome di un motel da quattro soldi stampato sull’etichetta della boccetta di shampoo. Ecco la minaccia che si materializza in forma di tubetto. Come c’era finito quello schifo tra le essenze al patchuoli e il balsamo anti-caduta? Ecco il mostro che uccide.
Manuel uscì dalla doccia, si infilò dieci dita tra i capelli, le sfilò piano, osservò il risultato. Si rasò, passò il dopobarba. Punzecchiò un punto nero, contò tre sottili rughe all’estremità di ciascun occhio. Si allacciò al collo il talismano dell’imperatore di Giada. Aggiustò la riga piegata a destra, stese una noce di schiuma a partire dalle tempie. Seguì i cadaveri di capelli dal lavandino al pavimento e decise: adesso basta.

Paola rincasò alle sei, trovò Manuel in poltrona, la faccia peperone. Il frigorifero era vuoto. Paola spremette il cartone del succo d’ananas, non ne uscì nemmeno una goccia. Salì al piano di sopra, seguita dalla scia di vestiti scivolati sui gradini. In normali circostanze Manuel si sarebbe eccitato, ma non ora che stava per lasciare sua moglie. Scesero due gambe sottili, nude dalle Nike ai ciclisti neri, la vita scoperta dalla maglietta aderente, i capelli raccolti. Paola ritornò dal parco alle sette e ventitré. Trovò Manuel in poltrona. Non si era mosso di una virgola. <<Dovresti smetterla con tutte quelle lampade>>. Alle sette e cinquanta uscì dal bagno.

<<Non c’è niente da mangiare>>
<<Me ne vado. Per sempre>>
<<E’ un mese che ti dico di andartene, ti sei deciso finalmente>>
<<Perché non te ne vai tu?>>
<<Perché la casa è mia>>
<<Solo in parte>>
<<Vuoi ipotecarla per pagarti i debiti? Domani mattina vieni a svuotare l’armadio. Passa alle dieci mentre sono dalla parrucchiera. Alle dieci, ricordatelo. Le chiavi lasciale nella cassetta della posta, così mi eviti i fastidi con la serratura>>

Manuel si alzò, fece un inchino e sparì come lo sciamano insegna: sbattendo la porta, lentamente. Aspettò che la luna brillasse, alzò le braccia al cielo, inspirò estatico e lasciò che l’essenza yin lo invadesse.
In dogana lo fermò la Finanza.
<<Niente da dichiarare?>>
<<Sono un uomo libero, cazzo.>>
 
In un mondo in cui l’etichetta dello shampoo o l’insegna di un locale determinano il corso della vita, Manuel scelse la strada più rischiosa: il Casinò.
Campione d’Italia. Svizzera.
Le lettere luminose scivolarono a caratteri cubitali sul parabrezza dell’auto e non ci fu bisogno di aggiungere altro.
Il tappeto rosso termina ai piedi della porta scorrevole che si apre sulla sala da gioco. C’è chi dice che alle spalle ti lasci il mondo, ma lì dentro puoi trovarci la gloria. Nell’aria pesante si mescolano rumori di monete, leve meccaniche, sirene. Nessuna parola, solo gesti automatici e corpi rigidi come tanti operai nella fabbrica dei franchi.
Sulla moquette affondano veloci i passi di chi sa che altrove è il suo destino: un ghigno gli taglia la faccia, gli occhi parlano di audacia e follia. Dicono che a uno così prudono le mani.

Senza la cravatta non entri, ma se esci in mutande nessuno ti dice niente. Non è una questione di soldi, ma di fi
ches. C’è il tipo pettinato, gli piace esagerare, stare al centro dell’attenzione. E’ avido, i denti in bella mostra rendono uguali vittorie e sconfitte. C’è quello che fuma, è oppresso dai tic, è un maniaco superstizioso. Si aggiusta l’orologio, alza tre volte la spalla destra, strizza due volte gli occhi, e punta. Se la pallina gli dice bene, bacia l’anello d’oro. Se no, si accende un’altra paglia. Lo sguardo si allunga su quello che si allontana distrutto. Forse andrà a suicidarsi, ma prima gli usurai gli sfileranno le chiavi della macchina. Non sono benefattori quelli che aspettano fuori, sul tappeto nero, ombre magre e avare, strette nelle giacche da contabili che nascondono qualche segreto.
La sfortuna è nell’aria. C’è chi la chiama sfiga, ma ci vuole rispetto. <<Sua maestà ti sfida a duello sul tappeto verde. Ti fotterà la fortuna, perché tu sei solo un coglione se credi di averla sedotta: lei è cieca>>. Quella notte, cazzo come non ci vedeva.
Lo show cominciò intorno al tavolo numero otto. Sette, finale otto nove. Numeri pieni in fila indiana. Pile di gettoni rossi come grattaceli di plastica.
Finale otto nove, fin che morte non ci separi.
Manuel non voleva donne intorno, diceva che quelle le invocano le disgrazie, come le baccanti supplicano il loro dio nelle notti di luna piena... Fece eccezione per una platinata, modello Donatella Versace, solo più vecchia. Fumava sigarette lunghe, le teneva tra le dita ingioiellate. Tagliavano l’aria le unghie di fuoco come artigli che potevano graffiare il marmo. Il fumo la cancellava a tratti, tanto che non si capiva se fosse vera o un fantasma. Si agitava, ammiccava a ogni vincita, la vecchia ventenne in calore. Aveva deciso di puntare sul cavallo vincente al tavolo otto. Diciannove, rouge, bingo. Dopo due Glen Grant lei aveva perso trent’anni, lui la lucidità. La sentiva addosso, si annusavano come cani spregiudicati. Lei sapeva di fumo e Jean Paul Gautier.
<<Hai lo stesso profumo della mia donna.>>
<<Dimmi, è più sexy di me?>>
<<Potresti essere sua madre. Vuole fare l’attrice, ha il sedere più vivace del cervello. Credimi, non avrà mai la tua classe.>>
Un paio di giri erano andati a vuoto, pesantemente.
<<Se avessi dieci anni di più una come te non me la lascerei scappare.>>
<<Ci separano solo dieci anni>>
Molti gettoni erano scomparsi nella cassaforte magica del croupier.
<<Sei una donna pericolosa. L’ho capito subito.>>
La platinata scoppiò a ridere.
<<Ti piace il rischio.>>
La mano infilata tra le cosce era più di un sì.
<<Allora rischia, fallo per me.>>
Manuel lasciò scivolare l’ennesimo bicchiere di veleno giù nella gola. Intravide una scia rossa tagliare il tappeto verde.
<<Rien ne va plus>>
Fu peggio di una doccia ghiacciata a base di malto scozzese.
Terribili presagi si materializzarono come nella scena madre di un film dell’orrore. Una pigna di gettoni era finita sul dieci, un’altra sul pari.
L’alcolizzato ha il solito al bar, il giocatore d’azzardo ha la solita finale, cui dichiara più fedeltà che alla moglie. Quando la tradisce, lei lo punisce: esce. Dieci, a pochi passi dal nove, ma pur sempre dieci. Potevano essere duecento cinquanta, trecento franchi. Pouf!
Di come il veleno cancellò ogni traccia.

Il mattino dopo Manuel si svegliò in una camera d’albergo. Almeno così gli sembrò non appena scese dalla giostra. Sul comodino una bottiglia vuota e due bicchieri. Il cellulare smontato dalla cover alla scheda telefonica. Il posacenere pieno di mozziconi macchiati di porpora. Sparse intorno unghie rosse.
 
Sabato mattina. Milano. Ragazze in coda davanti a un teatro. Una si agitava nel top intriso di sudore e Jean Paul Gautier.
<<Buongiorno a tutti. Mi chiamo Alessandra Benassi ma tutti mi chiamano Alexis. Ho ventun anni, studio legge, ma il mio più grande sogno è di fare l’attrice. E…cosa posso dire, sono molto emozionata.>>
<<E’ il tuo primo provino?>>
<<No, ma è sempre come la prima volta>>
<<Ok, rilassati. Perché non ci racconti una barzelletta, tanto per rompere il ghiaccio>>
<<Sì, vediamo. Ci sono due formiche, anzi due zanzare. Oddio, non me la ricordo>>
<<Non importa, passiamo…>>
<<No, aspetti. Ci sono due, anzi un maiale cade e si fa la bua. Vabé, le barzellette non sono il mio forte. Però so recitare molto bene. Ho fatto un corso…>>
<<Sì, va bene, Alessandra>>
<<Alexis>>
<<Scusa?>>
<<Può chiamarmi Alexis, è il mio nome d’arte>>
<<Va bene, Alexis, fai un giro su te stessa. Ferma. No, no, stai girata. Fai qualche passo, disinvolta. Sì, brava. Ora torna indietro.>>
<<Mi giro?>>
<<No, sempre di spalle. Ecco, magari abbassa un poco lo slip>>
<<Ho il segno del costume, vero?>>
<<Da qui non si vede. Continua a sedurre, bravissima>>
<<Adesso me la ricordo la barzelletta>>
<<Quale? Quella del bue che quando cade si fa la bua?>>
<<Allora la sapeva?>>
<<Dammi del tu, non siamo a scuola. Senti, Alexis, perché non ti togli il reggiseno? Magari te lo sfili mentre ti giri verso di me, sempre molto sexy>>
<<Devo farlo davvero?>>
<<Ti sembra che abbia voglia di scherzare?>>
<<Ma io, io credevo che dovessi solo recitare>>
<<Sì, per la pubblicità delle docce Leccariello. Credevi di fare l’idraulico? Guarda che tutte partono dal basso. Ho altre venti ragazze da vedere. O ci stai o sei fuori. Ecco brava, molto languida. Aspetta, ma che misura porti?>>
<<La seconda, ma sembra una terza>>
<<Cos’ho detto prima? Solo le quarte, via tutte le altre>>
<<Ma io, io non avevo capito. Credevo le quarte in generale, non proprio le quarte quarte. Comunque a settembre mi opero, insomma dopo le vacanze.>>
<<Ecco brava, allora torna a settembre con le tette nuove, Alexis>>
Il cellulare di Manuel esplose in una scarica sonora. Il nome di Alessandra trillava a ripetizione.
<<Ciao amore>>
<<Amore un cazzo. Si può sapere dove sei? E’ un’ora che ti chiamo. Cosa ce l’hai a fare quella merda di telefonino?>>
<<Ero in macchina, non mi sono accorto che era spento, dai non fare…>>
<<Eh no, non dirmi cosa devo o non devo fare>>
<<Ale, ascolta>>
<<Non chiamarmi così. Non ho due anni. A-le-xis, vuoi mettertelo in quella zucca vuota?>>
<<Va bene, scusa. Ho un gran mal di testa, non urlare. Calmati per favore>>
<<No che non mi calmo. Ma dove sei? Ho avuto una mattinata schifosa.>>
<<Il provino…me n’ero dimenticato!>>
<<Figuriamoci se ti ricordi di qualcosa che mi riguarda>>
<<Amore, dimmi cos’è successo>>
<<Vuoi sapere cos’è successo, eh! Così poi cosa fai, spacchi il mondo per me, o mi porti ai Caraibi, magari mi compri una macchina nuova? Sentiamo!>>
<<Ascolta, sono di fretta. Per favore, dimmi cos’è successo, poi vengo da te appena posso>>
<<Dio che nervi, allora stammi a sentire. Il provino è andato male, anzi malissimo, ed è tutta colpa tua, cribbio!>>
<<Colpa mia?>>
<<Sì, perché io gli ero piaciuta sai, si capiva lontano un miglio che ero la migliore. Li avevo conquistati, sono stata spigliata e simpatica. Gli ho raccontato la barzelletta>>
<<Quale? Quella del bue?>>
<<No, non so, un’altra. Gli era piaciuta, ridevano di gusto>>
<<Potevi raccontargli quella dei due pinguini…>>
<<Non me ne frega un cazzo dei pinguini. Il problema è un altro, cribbio>>
<<Amore…>>
<<Il mio problema sei tu! Cos’è che ti continuo a dire da quando ci siamo conosciuti?>>
<<Che vuoi fare l’attrice>>
<<Ma no, quell’altra cosa. E tu mi dicevi no, non ne hai bisogno, vai bene così, a me piaci. Ma chi se ne frega, non è a te che devo piacere. È a loro, cribbio. Hai capito o no?>>
<<La permanente?>>
<<Le tette! Mi hanno cacciata perché non ho la quarta. Manuel, è tutta colpa tua se la mia vita è un fallimento>>
<<Piccola, non fare così. Dai, a settembre, avevamo già deciso, dopo le vacanze, se no non puoi prendere il sole a Ibiza. Te lo prometto, a settembre andiamo dal miglior chirurgo di Milano, ma adesso smetti di piangere>>
<<G-giura>
<<Te lo giuro. Dai amore, calmati. Vedrai che il prossimo provino andrà alla grande. Vorrei essere lì con te. A me piacciono le tue tette, lo so che non conta, ma a me piacciono. Ora devo proprio andare>>
<<Dove sei?>>
<<Lo sai dove vado al sabato pomeriggio>>
<<Dal vecchio. Già che ci sei, chiedi se c’è libero un posto anche per te>>
Così finì la conversazione.
<<Ma vai al diavolo>>
L’infermiera lo guardò di traverso, dal basso dei suoi zoccoli ingialliti.
<<E’ pregato di spegnere il cellulare, signor Cavalli.>> 

Non era molto vecchia, ma era una di quelle con le vene varicose. Quei gonfi rametti che salgono dai piedi come un’edera bluastra. Le grosse tette strizzate sotto la divisa opaca.
<<A chi troppo e a chi niente>>
<<Il signor Mario l’aspetta in palestra>>
Palestra senza bikes steps sauna e donnine in body. Solo qualche vecchietta aggrappata al treppiede. E la chiamano palestra.
<<Ciao papà. Ti trovo bene oggi. Ti fanno fare la ginnastica? So io di cosa hai bisogno. Un paio di massaggi dalla Vanda e te ne esci come nuovo.>>
<<Fammi un piacere, Giovanni. Portami in casa Villa, devo finire il tetto perché fra un po’ piove.>>
<<Ma se non c’è neanche una nuvola. Andiamo fuori che ti faccio vedere>>
<<E’ tardi. Mia moglie mi lascerà fuori casa>>
<<Come al solito. Papà, te le ricordi le tette di mamma?>>

Nel giardino di magnolie il vecchio Mario si appisolò sulla sedia a rotelle, i muscoli pigri dopo la ginnastica. L’ombra del salice lo proteggeva, il corpo incrinato dagli anni, la mente confusa nei vicoli del passato. Un vecchio raggiunse la panchina dov’era seduto Manuel, poi proseguì il lento cammino trascinando un piede dopo l’altro. Appoggiava il bastone sulla fine ghiaia, un po’ di polvere lo inseguiva. Mario aprì gli occhi, trovò accanto suo figlio. Il vecchio col bastone si piegò sulla panchina in pietra di fronte a Manuel. Li separavano trenta metri e trent’anni, come uno specchio che proietta nel futuro.

<<Sai cos’è il bunjee jumping, papà? Si guarda il cielo, non un punto preciso, l’azzurro. Un po’ di rincorsa e un tuffo. La senti l’aria sulla faccia, ti disegna una smorfia che assomiglia a un sorriso. Non ne hai mai abbastanza. E quando stai per toccare il fondo, la corda ti tira su. C’è sempre qualcosa che ti tira su.>>
Il vecchio era sempre lì, stanco, dall’altra parte dello specchio.
<<Non conosco un altro modo di vivere. Ora però ho il culo per terra>>
Il vecchio respirò forte, si alzò e di nuovo trascinò un piede dopo l’altro lungo la strada di foglie e polvere.

<<Da qualche parte devo ricominciare. Magari faccio un figlio. Un marmocchio che mi stia a sentire, potrei raccontargli di quella volta in Marocco o della ragazza di Katmandu. E gli insegnerei a diventare un uomo.>>
Il vecchio era scomparso oltre il giardino di magnolie.
<<Un uomo migliore di me>>.
Manuel smise di cercarlo.
<<Gli direi: guardati alle spalle, quelli sono lì per fotterti. Perché non puoi vivere aspettando di prendere calci nel culo, impara a schivarli. E poi le donne, gli spiegherei che sono come fiori, a volte gigli, a volte no.
Ma il resto deve scoprirlo da solo. Intanto diventerò vecchio e mi dirà Eh no papà, quella bionda l’ho vista prima io.>>
Un soffio di vento spazzò i rami piegati del salice, il fruscio cancellò il silenzio.

<<Ho pensato a cosa resterà di me su questa terra. Tu hai lasciato muri e case che crolleranno, come chi le ha costruite. Io voglio lasciare un figlio che possa vedere gli occhi di suo padre dirgli
: ragazzo, la vita è una merda, ma puoi farcela, so che sei in gamba.>>
Le nuvole avevano coperto il cielo, una luce diversa dipingeva il giardino.
<<Invece io i tuoi occhi non li ho mai visti, papà. Hai costruito un tetto sopra la mia testa, non mi hai mai spiegato come viverci sotto.>>
Nessuno dei due poteva cambiare il mondo, nessun lieto fine.
<<Non importa come ti chiami, io so chi sei. Una volta piangevi lì per terra, stavo dormendo. C’era il sole, come oggi>>
Mario chiuse gli occhi.
La pioggia bagnò il giardino di magnolie, improvvisamente

Il caldo era di quelli che fanno notizia. Le spruzzate di pioggia prolungavano l’agonia dell’afa. Milano rischiava di esplodere minacciata dal detonatore dell’alta pressione. Boom!
Manuel cercava scampo su una panchina benedetta dall’ombra del castagno.
Leggeva Castaneda, centinaia di parole scorrevano sotto i suoi occhi senza alcun senso. Provò a rilassarsi seguendo il ritmo del respiro. Un gruppo di bambini si scatenò in urla e inseguimenti come demoni nella bolgia infernale. Manuel smise di cercare il respiro. Anzi, bestemmiò. Qualcuno lo centrò con una pallonata da finale di Coppa del mondo. La calma interiore evaporò, l’energia yang toccò il minimo storico. Manuel fu invaso da una crisi da tao-rigetto. Volarono imprecazioni come in un rito sciamanico alla rovescia.

Salì in macchina, destinazione Alexis, ultima spiaggia. Il talismano dell’Imperatore prese il volo fuori dal finestrino, il potere di Giada spiaccicato sotto la ruota di una Yaris. Manuel approdò a una nuova filosofia: Vasco Rossi. Trovò la cassetta in fondo al portaoggetti, alzò il volume.
"…che andiamo a letto la mattina presto e ci svegliamo con il mal di testa…"
Il condizionatore gli ghiacciava in faccia il sudore.
Al semaforo sfilò dal tergicristallo un volantino con le offerte di vendita delle villette in Riviera. Si sarebbe sistemato nell’appartamento di Rimini per qualche giorno, aria nuova, molto sole e poco mare. <<La salsedine mi violenta i capelli. Farò qualche seduta di talassoterapia, mi dedicherò al relax>>. Un piccolo paradiso ritagliato nell’inferno di quel sabato pomeriggio.
"…quelli che poi muoiono presto quelli che però è lo stesso …"

Manuel prese le strade della periferia milanese, sepolte dal caldo del giorno che stava tramontando.
Il pianerottolo rimbombava di tamburi picchiati a sangue. Sul tappeto di cocco Alessandra sbuffava verso il soffitto nuvole di fumo bianco. La musica finì, il pakistano volò fuori dalla finestra.
<<Ma cosa vuoi, non sei mio padre. Chi ti ha detto di entrare>>
<<Dì al tuo amico spacciatore di chiudere la porta quando ha finito con te>>
<<Sei geloso?>>
Fecero l’amore, nella versione che si chiama sesso. Lei furiosa, lui distratto, entrambi sudati e stanchi.
<<Ho bisogno di soldi, amore>>
<<Vuoi una sigaretta?>>
<<Quello stronzo di mio padre ha detto che non mi paga l’affitto se non do almeno un esame entro quindici giorni. Da quando fumi?>>
<<A che punto sei?>>
<<Al punto che mi serve un milione tra affitto, acqua, luce e gas. O mi aiuti tu o vado a fare la cubista al Dada>>
<<Scordatelo. Troveremo una soluzione. Pensavo di andare qualche giorno a Rimini, ho bisogno di rilassarmi>>
<<Sei fuori di testa? Sono senza soldi, Manuel, rischio di finire in mezzo a una strada. E tu vai a Rimini?>>
<<Torna dai tuoi. O vieni con me>>
<<No, no, nooo! Ho un provino lunedì, e mercoledì sera comincio al Dada. Perché non vuoi aiutarmi?>>

Manuel ci pensò un attimo, cercò le parole adatte.
<<Sono al verde. Anzi no, sono sotto il verde>>
<<E Ibiza, la macchina, i Caraibi? E le tette nuove?>>
<<E l’affitto, i vestiti, la marijuana?>>
<<Come hai potuto farmi questo, bastardo>>
<<Perché non cerchi il tuo amico spacciatore e te lo fai, lui ha sicuramente più soldi di me>>
Uno schiaffo si stampò dritto sulla guancia destra. In un angolo Manuel si curò le ferite, nell’altro Alessandra si addormentò tra i singhiozzi.
<<Ho sognato che un principe azzurro entrava nella casa di Como dove i miei genitori mi tenevano rinchiusa, mi prendeva in braccio e mi rapiva. Non era molto giovane, profumava di patchouli.>>
<<Vuoi che ti rapisca?>>
<<Magari>>
<<Così poi chiediamo il riscatto ai tuoi>>
<<Non so se pagherebbero per riavermi. Mio padre sta comprando un nuova macchina trita-rifiuti. Ma non si sa mai.>>
Succede che il silenzio diventi parola e le parole idee, ipotesi, progetti. E’ appeso a un filo il silenzio, quando lo spezzi devi scegliere. Normalità o follia. Mediocrità o successo. Manuel ci mise cinque secondi, Alessandra lo stava aspettando da un pezzo.
Avrebbero programmato tutto nei minimi dettagli, una cosa in grande.
La dispensa era vuota, svuotarono il frigorifero, si rinchiusero in camera. Mangiarono tonno in scatola e olive nere. Le briciole dei crackers si sparsero sulle lenzuola, il cuscino succhiò gocce d’olio. Alessandra rovesciò un po’ d’acqua lungo la schiena di Manuel, lui staccò gli occhi dalle chiappe della playgirl e si fece serio. Dal ristorante indiano saliva odore di pollo e curry, che ormai colava dalle pareti zuppe d’umidità. Mettere sottosopra la casa, telefonare per il riscatto, raggiungere Rimini. Alessandra sbadigliava davanti a Star Trek.

Lasciare qualche segno di colluttazione, stabilire il posto per il pagamento del riscatto. Slacciò le gambe dalla posizione del loto e cominciò a pizzicarle con la pinzetta. In un motel dell’Adriatico sarebbe avvenuto lo scambio. Si perse in un vecchio film di Grace Kelly. Volo diretto per Rio, due posti in prima classe. L’incontro con la stampa sarebbe stato decisivo: sul viso un velo di cipria, aspetto sofferente ma non trascurato, un filo di rossetto per bucare lo schermo. Grace era perfetta, Alexis la imitava nei gesti come una ragazzina davanti allo specchio. Doveva essere un sequestro lampo, niente polizia e giornalisti impiccioni. Salutava con la mano la folla che si era raccolta in lacrime per lei, dal terrazzo della casa di Como avrebbe lanciato il foulard di Gucci in segno di riconoscenza.
<<Cosa diavolo stai facendo>>
<<Pensa agli affari tuoi>>
<<Domani si va in scena, preparati>>
<<E’ quello che stavo facendo>>
L’appartamento doveva essere rivoltato come un calzino.
<<Ma perché>>
<<Perché dirai di essere stata prima rapinata e poi rapita>>
<<Da chi?>>
<<Albanesi rapinatori che ti hanno trovata in casa e siccome tu gli hai detto che gli avresti dato dei soldi se non ti avessero fatto del male, quelli hanno fiutato l’affare e via col sequestro lampo>>
<<Così faccio la figura della scema>>
<<Ci restano solo due ore, muoviamoci>>
<<Manuel pensaci tu, io cerco di dormire un po’, vorrei evitare le borse sotto gli occhi. Sai quanto siano odiose>>

Poche cose rimasero al loro posto, poche ce n’erano da spostare. Soprattutto vestiti, due parrucche rosa, molte scarpe e una scatola di bigiotteria aperta sul comodino. La lampada finì a pezzettini sul pavimento. Alessandra urlò. Manuel tentò di devastare il salotto, ma a parte due cuscini e tre mensole non c’era niente da sconvolgere. Alle cinque e mezza Manuel trascinò Alessandra in macchina. Lui non sembrava un principe azzurro, lei aveva due cerchi viola sotto gli occhi. Milano dormiva, spenta dalla luce tenue dell’alba.

Quando scese dal letto, Alessandra barcollò nella penombra, i passi soffocati dalla moquette. In bagno il pavimento era freddo. Sotto la doccia cercò di ricordare, dove fosse, perché, con chi. Pensò al vestito da indossare, qualcosa di bianco. Lo avrebbe strappato qua e là. Si accorse che non c’era nessun vestito bianco, nessuna valigia, neanche la trousse del trucco, accidenti.
<<Manuel, Manuel! Vieni subito su, muoviti!>>
Manuel si precipitò fuori dalla cabina telefonica, si lanciò di corsa per le scale dell’albergo, trattenendo a stento le parole che avrebbe scagliato contro Alessandra. La trovò seduta, l’asciugamano le lasciava scoperto il piccolo seno e la spalla, su quella sinistra teneva appoggiato il viso, nascosto dai capelli grondanti d’acqua.

<<Dove sono i miei vestiti, Manuel. Non toccarmi>>
<<Non lo so>>
<<Dov’è la valigia. Ti ho detto di non toccarmi>>
<<Ma quale valigia? E’ un rapimento, non una vacanza al mare>>
La venere fradicia scrollò i capelli e allungò lo sguardo oltre la finestra, fino alle macchine che saettavano sull’autostrada.
<<Ma dove diavolo siamo?>>
<<Modena sud. E’ il primo albergo che ho trovato da queste parti. Stavo telefonando a tuo padre, prima che tu cominciassi a urlare dalla finestra. Gli ho detto di portare i soldi al Palace di Ravenna. Alle nove in punto di lunedì avverrà lo scambio. Ho camuffato la voce>>
<<Neanche ti conosce>>
<<Non si sa mai. Lascerà i soldi nella stanza numero otto. Tu lo aspetterai nella camera più vicina. Le prenoteremo a nome tuo. Quando lo sentirai allontanarsi, entrerai, prenderai i soldi e li metterai al sicuro nell’altra stanza. Poi dovrai raggiungerlo. Dopo aver recuperato i soldi, andrò a Rimini. Ci incontreremo appena si calmeranno le acque.>>

<<Quando credi che succederà? Voglio dire, quante aperture di telegiornale mi dedicheranno?>>
<<Sei impazzita? Niente stampa o polizia, l’ho detto anche a tuo padre>>
<<Staremo a vedere. A proposito, quanto hai chiesto di riscatto?>>
<<Centomila>>
<<Quanti sono centomila? Santo cielo, meno di duecento milioni! Credi che valga così poco?>>
In macchina Manuel non sentì che lamentele.
<<E’ due giorni che ho la stessa maglietta e gli stessi pantaloni. Non è il look adatto alla situazione, come faccio a strappare i Levi’s, tu non sai quanto costano. Guarda che l’aspetto è importante, io dovrò recitare una parte là fuori e la prima impressione è quella che ti scagiona o ti rende colpevole. Dimmi almeno che domani mattina cercheremo un negozio. Lo so che devo stare nascosta, però tu puoi comprarmi quello che voglio. Manuel, mi ascolti?>>

"…che non abbiamo vita regolare, che non ci sappiamo limitare…"
<<Gli albanesi, nessuno crederà a questa storia se non avrò dei lividi sul corpo. E non li voglio, sia ben chiaro. Perché non diciamo, che so, cinesi, mi sembrano meno violenti.>>
"…generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi…"
<<Vuoi abbassare lo stereo! La storia delle camere non mi convince, anzi mi sembra proprio una cretinata. Troppo banale, per dei cinesi.>>
Manuel si accese una sigaretta, un sapore acre invase la bocca, spolverò i polmoni e cadde giù nello stomaco. La testa gli pulsava, forse stava per spuntargli un cactus.

<<Centomila euro. Tu non mi ami affatto. Non te li meriti quei soldi. In fondo sono solo io che rischio. Me li terrò per comprarmi tutto quello che tu non sei mai stato in grado di darmi. Guardati Manuel, hai quasi cinquant’anni e non vali proprio un cazzo. Tu vali molto meno di centomila euro>>
Alla seconda boccata Manuel soffrì un capogiro annebbiante. Ritrovarsi nell’altra corsia sano e salvo o attorcigliato nelle lamiere della macchina non faceva differenza. Passò una mano tra i capelli, contò i cadaveri. Accostò, scese e inspirò un po’ di energia yang che il sole volle regalargli. Aprì la portiera, trascinò fuori Alexis e ripartì. Tranquillo.
La trovarono sul ciglio della strada, i carabinieri le chiesero spiegazioni, ma lei blaterava <<la trousse, la trousse>> e non la smetteva di rovistare nella borsetta.
<<Forse è straniera>>.
Il signor Benassi la raggiunse in caserma quattro ore dopo, si era beccata una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale. Il padre la trascinò in macchina a calci nel sedere e imprecazioni.
<<Rapita, eh? Ma fammi il piacere>>
La mattina dopo la svegliò il camion degli spurghi. L’aria si appestò in tre secondi. Mamma Iva entrò con il Corriere.

<<Guarda tesoro, sei sul giornale>>
Alexis partì dalla prima pagina, passò al setaccio ogni titolo, ogni articolo, ogni angolo di quel maledetto giornale. Passò all’inserto della provincia. Inutili e inutili notizie, fino alla colonna di pagina cinquantatré. Otto righe, che più o meno così recitavano:
<<Una studentessa milanese, A.. B., aspirante attrice, è stata trovata in stato confusionale sulla corsia d’emergenza della A1, all’altezza di Casalecchio. Gli automobilisti in transito hanno temuto un gesto insano e hanno subito avvertito i carabinieri. Dopo la piaga dell’abbandono in autostrada dei cani, che sia giunto il momento delle giovani donne?>>
<<Cribbio, non ci posso credere… Mamma, sono famosa!>>
In edicola Manuel allungò le mani nel reparto dei giornali scandalistici. Cercò una copia di "Otto e mezzo". Guardò tre volte a oriente, il sole di Rimini picchiava nel suo giallo vivo. Aspettò che i fasci bianchi di luce negli occhi sparissero e osservò.

In copertina Manuel era al fianco di quella donna, la Signora a luci rosse, così la chiamavano. Non conosceva il suo vero nome, ma solo a guardarla gli sembrava di respirarne l’odore, Jean Paul Gautier e Muratti bianche.
 
Odore di guai.
 
Ines Quaglia, a pagina tre, era stata pizzicata col nuovo amante. Un giocatore d’azzardo, intrigante, misterioso. Nessuno sapeva chi fosse, da dove fosse venuto. Eppure tutti credevano di sapere dove volesse arrivare.
Quella mattina, al telefono, l’avvocato della signora Quaglia,
<<Quaglia chi?>>
<<Quella sulla copertina di Otto e mezzo>>
gli aveva proposto trecento milioni perché non parlasse della faccenda con nessuno.
<<Quale faccenda?>>
Nomi di chi frequentava i suoi bordelli mascherati da centri estetici. Politici, imprenditori, manager, pezzi grossi.
Nomi, nomi, nomi.
Manuel non ricordava nessun nome, nessun particolare rubato dallo scrigno dei segreti, niente di niente.
Sorvolò.
La dea bendata, la migliore, quella da una botta e via, decise che i soldi li avrebbe trovati al Savini di Milano, il giorno dopo, all’una in punto, stanza numero dieci.
Prese appunti.
Poco dopo, sul cellulare, gli arrivò un messaggio:
<<Ci dividono dieci anni. Io non posso perdere tempo. Ho convinto il mio avvocato che tu sai tutto e hai voglia di fregarci. Come vedi ripago chi rischia per me. Consideralo un incoraggiamento. Il mio numero ce l’hai.>>

Prima di partire, Manuel passò dalle amiche del Thalasso Club.
<<Vanda, prenotami una settimana di massaggi e trattamenti per due persone>>
<<Che nomi segno?>>
<<Manuel e Mario Cavalli.>>