SCRITTURE

racconti, poesie, dialoghi, recensioni,
lettere, sceneggiature e altro (radiodrammi)


archivi.jpg (9975 byte)
Archivi scritture



Sereni incubi per voi
                         di Albino Luzzi

Un altro mondo
                                  di Lorenza Del Tosto

Una sola cosa mi sfugge                   di Marina Matricciani

 

 

Sereni incubi per voi

di Albino Luzzi

Ho scritto un libro
Non vado da Costanzo.

Ho un carattere nobile.

Lo metto sul letto
o lo tengo sul mobile?

Lo faccio vedere a tutti i miei amici.

Ma c'ho amici?

**

Un libro è come le scarpe? 
Si può riparare in futuro.

**

Voglio fare il nichilista perché tacere fa piacere.
Voglio parlare con la vista perché vedere è dovere.

**

Il tuo cervello tollera il tuo fisico?

**

La mano che scrive che muove la penna scrive di celebrare un minuto di silenzio di non muovere la penna mettersi in panne per commemorare la scomparsa della mano morta sul lavoro per repentino movimento.

**

Creiamo una forma di dualismo come scelta di vita. Di qua o di là?
L'alternanza aumenta l'importanza.

**

Etimologia

Il nome di Trieste deriva da Est Est Est fanno triest estremamente all'est
Divertente se si pensa alla tristezza di Trieste si commuove perfino Timor Est
Col timore nel cuore Budapest muore.

                            
                          
Un altro mondo

                          di Lorenza Del Tosto 

Commissariato di Polizia a Via di Villa Ricotti. Ufficio passaporti. Procedure d’urgenza.

Sala d’attesa con il numeretto. C’è un solo addetto allo sportello 4. Gli altri sportelli sono chiusi. Ho il numero 505. Siamo al 410. Mi piace aspettare. La sala è piena di gente nervosa. Molti gridano al cellulare- non so se ce la faccio a partire.- Battono con il piede per terra. Fissano il display. Escono e rientrano. Il tipo accanto a me sta dicendo al telefono – niente derby stasera. Niente derby.-

Io ho con me le due lettere del senato. La mia lettera di ingaggio: interprete per la Commisione esteri in visita in Colombia. L’altra è la richiesta per la Questura. Si prega provvedere rilascio passaporto. Il mio è scaduto da più di sei mesi. E’ che non mi va più tanto di viaggiare. Ho spiegato all’addetta al cerimoniale del senato che si è innervosita.

In sala ci sono anche tipi tranquilli, funzionari pubblici con i baffi che aspettano seduti pazienti facendo dondolare le loro scarpe scintillanti all’ultima moda. In tasca devono avere lettere come le mie. Il tipo accanto a me allontana il cellulare dall’orecchio e lo fa roteare in aria sbuffando. Si sente la voce di una donna che parla fitto. Una lunga serie di raccomandazioni. Il cellulare roteando sfiora la mia testa. Il tipo si scusa e ritorna ad ascoltare. L’uomo allo sportello 4 legge la mia lettera. Timbra un foglio. 2° piano stanza 3 mi dice e spinge il pulsante per il prossimo numero.

Salgo al secondo piano. La porta della stanza 3 è chiusa. La chiave è appesa fuori con un’etichetta a penzoloni di plastica rosicchiata sui bordi.

Mi guardo intorno. Il corridoio è vuoto. E’ tutto stranamente vuoto. E immerso nel silenzio. 

Busso. Nulla.

Abbasso la maniglia e mi affaccio.

C’è una signora seduta davanti alla scrivania. E un uomo in piedi alle sue spalle. Un funzionario, un vecchio con strani solchi grigi sulla pelata, è chino sul tavolo e scrive. La donna mi fissa spalancando gli occhi. Il silenzio dura già da un po’.

- Posso? – chiedo alla fine. Silenzio.

- Aaspetto fuori o devo entrare?- bisbiglio. Non si sente neanche la carta frusciare.

D’un tratto il funzionario solleva la testa adirato. E’ una rabbia impetuosa la sua. Mi intima di aspettare nella sala accanto. In realtà non capisco le sue parole. La mia è solo un’intuizione. Usa uno strano lessico e più strana ancora è la sintassi. Ma l’effetto finale è potente. Nelle sue parole c’è tutta la forza e il potere arbitrario dello stato.

La donna seduta e l’uomo in piedi alle sue spalle mi fissano. Non possono parlare anche se lo volessero.

Mi ritraggo.

Sono troppo stupita per rispondere o arrabbiarmi. Aprendo quella porta mi è sembrato di entrare in un altro mondo. Di aver fatto un piccolo viaggio fuori dal tempo

Richiudo la porta e torno nel presente. La stanza accanto è una buffa sala d’attesa. Con divanetti azzurri logori addossati alle pareti e un tavolo tondo con le sedie attorno. 

Mi siedo al tavolo. Poco dopo si affaccia un ragazzo. Anche lui reduce dal viaggio nel tempo. Mi chiede- Ma tu ce l’hai il passi? 
Io gli mostro il foglietto timbrato dal tipo al pianterreno. Chissà se dall’altra parte del tempo quello è un passi. – Meglio che lo vado a prendere – dice. 

Se ne va e non torna.

L’uomo e la donna passano davanti alla porta. Mi guardano muti. Arriva un urlo perentorio dall’altra stanza. Parole burocratiche, forse. Che non capisco.

Mi alzo. Ora la porta della stanza 3 è aperta. Mi affaccio – Vuol dire che posso entrare?- chiedo senza ironia.

Annuisce composto e grave. E’ compito ed efficiente. Sembra essersi dimenticato della mia intrusione di prima.  Mormora altre parole che non capisco. Mi siedo davanti a lui e mi limito a estrarre le cose che so già che servono: le foto, la marca da 30 euro, il bollettino con il versamento di 5, 30 euro.

Lui mi porge dei moduli. Mi guarda come per valutare se io sarò in grado di capire. Mi indica con il dito, con gesto brusco tanto che sobbalzo sulla sedia, fino a dove devo compilare il primo modulo. Gli altri due, in realtà solo due righe ciascuno, devo compilarli tutti, dice.

- Ha capito?

Annuisco.

La parete alle sue spalle è tappezzata di foto di Gino Bramieri. Che sorride biondissimo da molti anni fa. Accanto a  foto di giocatori sbiaditi di squadre che non esistono più e sollevano coppe che non esistono più.

Mi fa un cenno con la testa. In qualche modo capisco che devo andare a compilarli di là e poi tornare.

Lo guardo esterrefatta. Ci metterei due secondi a compilarli lì. Ma stranamente lascio fare. C’è qualcosa in lui che mi calma.

- Mi mandi qualcuno – dice. Questo lo capisco tutto.

- Non c’è nessuno dico. E sono già in piedi sulla soglia.

Lui mi fissa e con sguardo di intesa snocciola velocissimo due, tre, quattro frasi di cui non capisco nulla. Intanto allarga le braccia. Chiude le dita a grappolo e le riapre.

- Capisce?

-No

Ripete il tutto, parole e gesti, più lentamente. Assomiglia a tratti al napoletano. Più o meno vuol dire: - a volte il mio ufficio è pieno, a volte non c’è nessuno.

- Capisco- dico.

Vado di là, compilo e torno. Lui è sempre lì seduto, mi accoglie con un cenno del capo. Le striature grigie della pelata si agitano come piccoli serpentelli.

Dovevo scrivere tre volte nome, cognome e data di nascita. E una volta il colore degli occhi e l’altezza. Alla voce occhi c’era un numeretto. Ma quando andavi a cercare il numeretto in fondo alla pagina c’erano scritte altre cose. Alla fine lo trovo. Metto V per occhi verdi. Dovrebbero metterci altre possibilità, penso. A per occhi allegri. T tristi. D delusi. S stanchi (di guardare) 

Seduta al tavolo tondo mi accorgo che il rinnovo dei documenti è un momento speciale. Ti accorgi del tempo che è passato. Ti sembra impossibile che i tuoi dati esterni siano sempre uguali, la stessa altezza, lo stesso colore degli occhi nonostante le cose che hai visto e i pesi nuovi che un po’, solo un pochino, devono avertele curvate le spalle.

Mi sembra una scelta oculata, adesso, aver messo lì quel funzionario. Per il rilascio dei documenti è necessario prescindere dagli effetti del tempo.

Quasi gli sono grata mentre gli porgo i moduli che ho compilato. Lui li studia a lungo. Pensieroso. Qualche dubbio deve averlo anche lui sul colore dei miei occhi. Poi alza lo sguardo e mormora – Brava, li ha compilati bene. 
E’ orgoglioso, soddisfatto, direi commosso.

Lo ringrazio. In effetti, ha ragione lui, non è mica cosa facile.

Ogni volta che mi chiede una cosa, io non capisco. Non è napoletano, deve essere questa strana lingua che si parla fuori dal tempo. Gli porgo foto e marca cercando di capire cosa indica con il dito.

Sembra molto soddisfatto dalla mia condotta. Si vede che ci capiamo.

- Ha un foglio del Senato per noi ?- mi accorgo che sto capendo la sua strana lingua. I suoi brontolii, i suoi rantoli.

Lo sa che ce l’ho. Glieli ho fatti vedere tutti.

Ma rispondo: - Sì.

- Allora me lo dia.

Studia a lungo il foglio, compiaciuto. La loro è una comunicazione diretta tra rappresentanti dello Stato. La mia lettera di ingaggio non interessa nessuno.

- Allora lei quando deve partire? – sono io che lo capisco, ma è anche lui che si sforza.

C’è scritta sul foglio la data di partenza.

Ma lui me lo chiede perché il rilascio entro quella data sarà un’opera sua per me.

Dico la data. Mancano 6 giorni. Di mezzo sabato, pasqua e pasquetta.

- L’ha fatto scadere per bene questo passaporto. 
Dice. Il suo tono è diverso, ora. Malinconico

- Eh… che non pensavo più di partire. 
Dico e mi pento subito di averlo detto.

- A volte non si ha più voglia di guardare …dice lui 

- Niente che possa servire, bisbiglio

Lui guarda fuori dalla finestra. Il muro. Rimane assorto nei suoi pensieri. Sembra fare strani calcoli. Si allunga il mento.

- Sabato.-  Dice alla fine

Per un istante ho pensato che mi avrebbe aiutato. Che avrebbe detto : non è possibile, non ci stiamo con i tempi.

Speravo che decretasse: Lei è uscita dal tempo. Con quegli occhi Delusi Stanchi Tristi farebbe meglio  a trovarsi una stanzetta come la mia. E riposarsi ai margini del tempo. In compagnia di calciatori estinti.

Invece imbraccia la spillatrice come un barbiere le forbici. Spilla di qua e di là con lo svolazzo. Non capisco come faccia a roteare la mano mentre spilla. Mi scappa una risata. Ha un modo  buffo di mettere i timbri. Ne mette due o tre su un foglio vuoto e mi fa l’autografo. Mi guarda con la coda dell’occhio. E sorride, a me sembra di un sorriso affettuoso.

- La vita continua, mia cara. Non si faccia venire brutte idee. Guardi che mi tocca fare, guardi come si diventa buffi a tirarsi fuori dal tempo.

Ci stringiamo la mano. 
- Venga alle 10 sabato. Strizza gli occhi
- Le 10 e 30 meglio.

Sulle scale d’un tratto mi ricordo che sabato non posso. Torno indietro di corsa.

Lo trovo sul pianerottolo di quel secondo piano disabitato. E’ da solo davanti all’ascensore. Immagino che all’interno ci sia un pulsante. Un pulsante solo per lui che porta giù giù a un piano sotterraneo, al centro della terra, dove lui va a riposare.

Gli dico, - Voglio partire, mi creda, ma sabato non posso. Ho fatto in modo di occuparmi tutte le mattine fino alla partenza.

Lui è quasi preoccupato adesso. Mi dà del tu e mi fa ripetere 3 volte le istruzioni per mandare qualcuno con la delega.

- Io parto- ripeto. E sorrido.

Lui sorride, i serpentelli si agitano sulla pelata. Scompare nell’ascensore.

Io lentamente scendo le scale.     

                            

Una sola cosa mi sfugge

                           di Marina Matricciani
 
      
 

E' un pensiero che arriva come il singhiozzo. Mi morde la gola. Le sue mani sprofondano nel mio corpo. Il mio respiro la rincorre. La raggiungo. I nostri occhi si chiudono. Le mordo il labbro. E' qui. Riapro gli occhi è inghiottita dal vuoto. Ritorna di notte pronta a sparare sulle mie ore. Ha quel rossetto Vertigo 60 Chanel stampato sulla linea della bocca. Il sangue mi esplode sotto l'unico lembo di pelle pudica. Mi strappa la lucidità di dosso. Si insinua dentro. Perdo il mio rigore. Sedimentato per anni come un'invenzione.

I suoi occhi mi desiderano. Sorridono. Io guido sulla litoranea. La sua gonna ha uno spacco pronunciato sulla coscia. La stoffa è morbida. Fuori dall'auto il buio è impenetrabile. Snodo l'indice dentro la sua cavità ingrandita per il tempo del suo desiderio. Grida. Non voglio finire. Mi morde. Sussulta. Muove la testa indietro. E' paga. Scende, attraversa la strada da sola. Una macchina inchioda per lasciarla passare. Sono certo. E' solo per insinuare gli occhi nel tessuto che oscilla sulle sue gambe. Una sola cosa mi sfugge.

Provo ad accendere la luce dalla mia parte del letto, nel suo appartamento, la spina è staccata. Esce dalla doccia. La sua pelle è sottile. Si stende. Le mie mani scorrono su di lei alla ricerca del cibo per sopravvivere. Io suo corpo è ancora tiepido. Non voglio stare qui, la sollevo. Si guarda allo specchio. Affondo senza grazia. Me ne vado. Ritorno. Mi muovo attorno. Giro in tondo. Il tempo è spezzato. Un liquido trasparente caldo e inarrestabile bagna il parquet.
Come un'onda che esce dal suo corpo senza suono.