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Vicolo del gatto
                                di Patrizia Gargiulo

io e nutella
                                         di Giorgia Catapano

La quinta vittima                            di Luigi Ramazio

 

 

Vicolo del gatto

di Patrizia Gargiulo

Passano tante persone da qui. Solo qualcuno sa della mia esistenza. Quei pochi per un istante tirano su il naso, sorridono e mi additano. Nessuno si chiede realmente di me. Nessuno sa quanto ho viaggiato senza stancarmi mai. Dura un attimo, vengono qui mi guardano e poi vanno oltre. Lei invece no. Un giorno è venuta e si è fermata per ore. Mi ricordo che guardandomi si è illuminata e con un filo di voce l’ho sentita mormorare un saluto, poi la bocca le si è riempita del suo stesso sorriso. Presa da qualche pensiero si è seduta sul marciapiedi di fronte al mio palazzo, ha tirato fuori dei fogli dalla borsa e si è messa a scrivere. Da quassù vedevo la punta della penna vibrare mentre i fogli bianchi si macchiavano d’inchiostro. Ogni tanto si fermava e tornava a guardarmi con quella luce tutta particolare negli occhi e ho capito che tanta frenesia nello scrivere le veniva da me. S’illuminava per me. Qualcosa è tornato a muoversi. Ho sentito un rumore prima discreto poi sempre più deciso venirmi dal lato del cuore. Era tornata la voglia di avvicinarmi a qualcuno. In un momento ho preso la decisione di raccogliere le forze e di scendere giù in strada per dare un’occhiata da vicino. Mi sentivo tutto il corpo intorpidito. Dovevo trovare qualcuno che mi aiutasse. Lei restava lì, la testa china sui fogli a scrivere. Mi sono guardato intorno. Forse dal palazzo di fronte qualcuno poteva aiutarmi. Vedevo entrare e uscire continuamente gente dal portone ma sono spariti tutti. Sono tornato a guardare in alto. Al secondo piano una ragazza stava aprendo le imposte, aveva i capelli chiari e girandosi ho notato anche un bel profilo, mi piaceva ma mi sono detto meglio di no. Ho cercato altrove. Il giornalaio all’angolo era un uomo piccolino potevo provarci, era piegato a sistemare i giornali e con una mano stava salutando il ragazzo del bar che arrivava in motorino col solito gilet nero. Mentre pensavo chi scegliere lei si è messa a cercare qualcosa nella borsa. Ha tirato fuori una sigaretta ma continuava a cercare, probabilmente l’accendino, si vedeva che non lo trovava. Alla fine si è arresa, ha tenuto la sigaretta spenta in mano, poi ha guardato l’orologio. Dovevo prendere una decisione e di corsa altrimenti sarebbe andata. All’improvviso mi è caduto l’occhio su un gatto rosso piuttosto in carne. Se ne stava seduto con la coda insofferente alla fine della strada, proprio sotto al cartello che indica il divieto di sosta. Ogni tanto sbadigliava, vedevo la sua lingua rosa sottile allungarsi verso il basso e gli occhi stringersi in due piccole fessure. Aveva una strana macchia sul dorso e un orecchio mangiucchiato, un po’ bruttino a dire la verità. Ho ripetuto tutto dall’inizio con precisione, poi un senso di calore profondo mi ha invaso. Il tempo si è dilatato, allungato all’infinito e poi per un attimo sospeso. Tutto ha ripreso a scorrere veloce, sempre più veloce finché alla fine è successo.

 

Quando mi sono svegliata stamattina ho guardato subito fuori dalla finestra, c’è un sole spettacolare, non ho saputo resistere. Sono uscita  e ho girovagato un po’ senza meta. Alla fine sono tornata. Il vicolo è sempre lo stesso, il palazzo in ombra, il gatto di pietra sul cornicione. Rivedendolo ti ho ripensato, mi è parso di sentire la tua mano sottile, ben curata prendere la mia che invece è rimasta lì penzoloni lungo il fianco. Ho sorriso e rivolto un saluto al gatto come una scema poi mi sono seduta a scriverti queste righe. Ogni tanto mi fermo, torno a guardarlo e sembra che anche lui mi stia fissando incuriosito. Ho ripensato a quando l’estate scorsa mi hai portato in questo posto. Mi hai detto di guardare in alto e ho scoperto quel micio curioso che dà il nome a questa strada. “Viene dall’Egitto” hai detto, e io ho pensato che fosse un peccato lasciarlo lì dimenticato sul cornicione di un palazzo. Tu hai continuato: “ E’ magico” ho riso ma poi hai detto tutto serio: ”Quando vuole può prendere le sembianze di un essere vivente per tornare in vita, chiaramente predilige i gatti!” Ti ho guardato perplessa che mi stessi prendendo in giro e sei scoppiato a ridere. Ti piaceva portarmi in posti come questo dove potevi sorprendermi con le tue storie bizzarre. Siamo rimasti a guardare il gatto ancora qualche istante, poi siamo andati via. L’estate è passata e con il freddo mi sono piovute addosso tutte le mie responsabilità. Alla fine ho scelto lui, la nostra casa, gli amici, le cose che condividevamo da sempre. Ho rinunciato a te ti ho eliminato tolto via dal cuore. Sono dovuta tornare in questo vicolo ancora per una volta. Volevo vedere se il gatto egizio era ancora lì o se aveva ripreso il suo viaggio. Ora vorrei fumare ma non trovo l’accendino, guardo l’orologio, si è fatto tardi. Non sai, poco fa mi è successa una cosa curiosa. Un gatto rosso mi si è piazzato davanti. Sedeva diritto dal lato opposto della strada, mi fissava insistente, la sua ombra sinuosa si allungava sull’asfalto verso di me. Per un attimo mi ha sfiorato un pensiero folle. Ho creduto che il micio lassù avesse deciso di scendere. Ho alzato gli occhi per controllare ma un riflesso di luce mi ha colpita dritto in faccia, non sono riuscita a vederlo, il cuore ha preso a battermi forte, Con la mano a scudo sugli occhi ci ho riprovato e lui era lì nel suo angolo, fermo come sempre. Il battito mi è tornato regolare, ho sorriso di me, scosso la testa. Il gatto rosso ha preso coraggio, ha attraversato la strada e ora è qui che mi si strofina contro ruffiano e invadente. Sembra quasi non voglia mandarmi via.

        

                                     io e nutella

                          di Giorgia Catapano 


o che vuoi? mi stai a spiare? io voglio solo sapere perché cazzo tiene la musica a palla. mi fa venire i nervi. ascolta una musica di merda. dice che così si concentra. nutella si appende ogni giorno. si infila dei pezzi di ferro nella schiena e si appende al soffitto come un lampadario. ti fa schifo? ti impressiona? E allora sei una testa di cazzo perché nutella non si fa proprio niente. gli piace appendersi. e basta. e non lo so perché lo fa e non lo voglio neanche sapere. nutella abbassa quella merda! viviamo insieme io e lui. ma è come se non ci fosse sta sempre appeso e quando non sta appeso non lo so dove sta. c’è anche Muffa qui. adesso se ne sta là fuori. Muffa! o vieni qua. Muffa! eccola. l’ho trovata per strada e l’ho portata con me. è una bastarda. zoppica e sbava. e non respira bene. fa un rumore forte quando respira sempre fa rumore. mo si è messa con la faccia sulla mia gamba e mi guarda. sto a disegnare. tatuo. questo qui sul braccio è stato il primo che mi sono fatto. una bella carpa giapponese. è forte perché è colorata e sfumata. quando mia madre ha visto la coda della carpa che mi usciva dalla manica stava a svenire. ma poi le è passato. non mi ha visto più e si stava a preoccupare e ha pensato che me l’ero presa e che era meglio vedermi col tatuaggio che non vedermi. meglio. così quando ho fame vado a casa. solo a cena però perché io la mattina non so quando m’alzo. quando mi va. pure da piccolo ero così. e dormo quando quel cazzone di nutella non mette la sua musica di merda che mi sveglia. è un cazzone nutella ma è uno a posto. una volta mi ha anche salvato da uno enorme che non gli piaceva il tatuaggio com’era venuto e allora giù a urlare e ha tirato fuori un coltello e nutella ha tirato fuori il ferro dalla schiena che stava per appendersi e sembrava un cavaliere con la spada che la tirava fuori e l’enorme si è messo paura e se n’è andato. è forte nutella. o ci sei ancora? guarda un po'? mi sto a tatuare il polso. e che cazzo però ne viene fuori di sangue. ma io uso aghi sterili. lavoro bene. tutto in regola. la cosa che più m'impiccia sono tutti sti fazzoletti di carta che consumo mi stanno a riempire tutto il tavolo. Muffa! non si fa non si mangiano. mi fa tagliare le piace il rosso. e pure a me mi piace. siamo uguali io e lei. mo devo scendere per prendere altri di 'sti fazzoletti. anche nutella li usa e io lo so che li usa perché mi finiscono subito. quando nutella se li leva i ferri un po' di sangue gli esce e si deve pure pulire ma a me non mi dà fastidio perché tanto pure io li consumo e poi non è che costano tanto. li prendo da una signora che c'ha il tabaccaio qua sotto. se ne sta tutto il giorno a vendere le sigarette. che lavoro di merda. quando mi vede tira fuori i fazzoletti di carta e mi dice che sono un bravo ragazzo e che c'ho gli occhi dolci. no non ci prova la signora e poi c'ha due figli che dice che non la aiutano e non li vede mai. ed è pure un po' grassa. c'ha il debole per nutella perché pure lui non lo vede mai e quando lo vede gli attacca i pipponi. nutella non parla tanto però dice le cose giuste. non so come fa le dice sempre le cose giuste specie dopo che si è appeso. perchè è più contento dopo che si appende.  ma io proprio non l'ho capita una cosa. non capisco la musica di merda. vero Mu? bella Muffa. pure lei la pensa come me siamo proprio uguali. mo per dire una notte a nutella gli è venuto di appendersi e io non riuscivo a dormire. allora mi sono girati i coglioni e  ho pensato che tra amici bisogna dirsele le cose e che cazzo. sono andato nella sua stanza e gli ho urlato che la musica era troppo alta. o nutella mo basta mi sto a impazzire! nutella non mi rispondeva e ho visto che Muffa stava a dormire su tutti i fazzoletti sporchi e allora ho detto Muffa! cazzo fai? fuori! e allora mi sono preso paura perché ho visto che nutella se ne stava lì appeso e cantava. cristo cantava e le sapeva tutte le parole di quella merda di musica. e Muffa non si svegliava. Muffa svegliati e c'aveva la bocca piena di fazzoletti e allora me ne sono uscito e ho chiuso tutte le finestre così la sentivo di meno quella merda. mi sono messo a dormire nella cuccia di Muffa. o ci sei ancora? nutella? Muffa? o ci siete? o non fate i cazzoni. o ma che cazzo è sta roba? o nutella ti stai a dissanguare. o che la chiami l'ambulanza che c'ho il cellulare scarico? che ti sei impressionato di nuovo? no non serve l’ambulanza volevo vedere se stavi a seguire. vabbè insomma alla fine io ci ho dormito bene là dentro e mi ero messo a fare rumore pure io come Muffa. e certo che t'abitui a fare rumore là dentro ti serve aria e respiri più forte e ti s'infila nel naso sta puzza di Muffa e mi sono pure entrati i peli nel naso ne perde di peli. però il cazzone non l’abbassa la musica. non è che lo fa apposta è che poi me l’ha detta pure a me una cosa giusta. mi fa devi ascoltare. ed è una cosa che te la dicono tutti. ma come me l’ha detta lui era giusta. bello sta a venire proprio bello c’ho tutto il polso tatuato. è un draghetto che ci gira tutto intorno al polso con la coda e poi c’ha la testa che va a finire sulla mano e la bocca è aperta. mo devo finire i denti che gli escono però qua c'ho un pezzo d’osso che mi sporge e l'ago mi rimbalza. vabbè insomma Muffa stava a dormire e sembrava proprio andata e secondo me stava a fare finta d'ascoltare la musica però quando nutella ha pure iniziato a cantare Muffa non ce l'ha fatta più e s'è accasciata. sei intelligente sei. o non ci credo. Finalmente l’ha spenta la musica. di qua quando non c’è la musica si sentono tutti i rumori della strada. C’ho la finestra che è proprio sopra la strada e mi piace sta cosa perché senti tutte le macchine che passano e la gente che grida. mo uno per esempio sta a insultare un altro che s’è fermato al centro della strada e ha buttato dal finestrino la spazzatura. E si sta a incazzare perché lui c’ha il motorone di quelli grossi e dietro c’ha una pischella che sta più in alto. Se ne sta appoiallata come una reginetta e c’ha pure i capelli lunghi e lisci e mastica la gomma guardandosi le unghie mentre quello sta a imprecare come un matto. a lei però non frega niente perché sta là sopra. ah no aspetta mo lei sta pure a strillare ma contro il suo uomo. gli dice di non incazzarsi che sempre lui s’incazza come un animale. Mo sono ripartiti e hanno fatto un rumore bestiale col motorone.  Che fissa. la signora del tabaccaio è uscita e ha strillato pure lei e ha detto che sono incivili a suonare e a strillare che non c’hanno rispetto per la gente.

- o ciao nutè.

- …

- o c’hai una faccia.

- …

- o che ti sei stranito? vedi un po’ come sta a strillare la tua signora. È una tosta.

- …

- o che non ridi? o, ma che c’hai? che vuoi co sto ferro?

- …

- no, non se ne parla. Lo sai che io non le faccio ste cose. Tu appenditi fai pure ma io no io non ci sono buono.

- ciao.

Nutella ci prova sempre. Vuole che mi appendo pure io. E mi dispiace però io sono contrario. io c'ho la pelle sensibile e poi se mi infilo uno di quei ferri là e magari mi ci lascia il segno come faccio poi a farmici sopra un tatuaggio? mo chi è che chiama? uffa la devo cambiare sta suoneria del cazzo ecco è mia madre che rompicoglioni. si ciao mà. sì. vabbè. sì. o ma che te la vuoi finire di strillare? o ma che vuoi da me? possibile che non lo sapete che io a pranzo non ci vengo? no non venite qua non venite va bene? no non mi sto ad alterare è che lo sapete che io dormo e voi con la vostra vita del cazzo che vi svegliate sempre presto sempre presto sempre presto mi fate proprio pena. sì. vabbè. sì. ciao. dimmi tu se si può essere così. non lo vogliono proprio capire che io sono diverso da loro e mi vogliono uguale e mi vogliono diverso e poi che cazzo gliene frega a loro? non è che non me ne frega niente di loro è che uno secondo me deve essere libero e io ci sono libero però a loro sta cosa non gli va bene. che devo stare a fare? devo mettermi a fare quello preciso? devo devo devo. solo ste parole mi fanno diventare una bestia. devo cosa? solo a sentire la voce di mia madre mi viene una cosa allo stomaco. fa quella che capisce e poi quando pure mi guarda c'ha sempre sta faccia preoccupata come se pensa che sono uno strano e che non sono suo figlio non posso essere suo figlio. e io le voglio gridare ma che cazzo c'hai da guardare? che cazzo vuoi? che cazzo volete da me? nutella non ce l'ha più la madre e a lui gli piace mia madre ma certo perché lei con lui è diversa ci parla e ci discute ma con me strilla mi guarda non dice niente ma strilla dentro e parla con nutella perché vuole farselo amico e vuole che lui diventa una spia perché vuole arrivare a me ai miei pensieri. ma che cazzo ne so io dei miei pensieri? che cazzo ne so? se ne vanno i pensieri e si incasinano e mi fermo a volte e guardo il muro che c'ha una crepa e vedo i vermi che escono e non ci sono i vermi ma li vedo che escono e camminano da soli e stanno con i miei pensieri e si girano e strisciano e si mangiano tra di loro e poi io voglio smettere e allora li faccio a pezzi ma loro continuano e da ogni pezzo se ne forma un altro di pensiero e vanno per i fatti loro e poi la stanza è piena è pienissima e mi cadono addosso e io mi metto paura perché devo uscire. devo uscire. nutè sto a uscire. Muffa? vieni. ti porto fuori così ti ripigli. o mbè? che fai nutè vieni pure tu? si sto bene. niente ferro ok? niente ferro.

- o vuoi accendere? E' roba buona.

- grazie.

- nutè, guarda un po' Muffa come corre. è proprio bella quando corre. è felice. nutè, tu quand'è che sei stato felice?

- oggi, quando mi sono appeso.

- nutè, senti...madonna è forte sta roba eh?

- cosa vuoi chiedermi?

- niente niente è che...

- cosa vuoi chiedermi?

- no è una stronzata nutè. proprio una stronzata. ma perchè sei felice quando ti appendi?

- sei felice e basta.

- io non lo so quando sono felice. mi sento un po' una merda ogni tanto.

- hai di nuovo litigato con i tuoi?

- mi fanno impazzire. mi fanno diventare isterico io stavo tanto tranquillo per i cazzi miei e poi la voce quella voce quella voce del cazzo che mi strilla che mi urla. non la sopporto.

- guarda che tua madre è una dolce.

- e tu che ne sai eh? che cazzo ne sai? con te è dolce perché tu non sei suo figlio e ha pena per te perché tu non ce l'hai una madre.

- ...

- scusa nutè non volevo. scusa. mannaggia è che sto proprio fuori.

- mia madre si è impiccata. davanti a me. è forte sta roba è vero. è forte. e io non ho detto una parola. l'ho guardata che era leggera leggera e mi sembrava che sorrideva. sì.  e poi ha chiuso gli occhi. e mi ha detto a occhi chiusi ti voglio bene. e poi è morta.

- merda nutè sta roba è troppo forte che cazzo dici nutè ti stai a inventare tutto?

- sì mi sto a inventare tutto. io quando mi appendo provo a morire ma poi so che non muoio. e c'è un momento che provo una paura di quelle proprio forti che tutto sta per finire. e non finisce. e sono felice che non finisce e urlo perché sono così felice che devo urlare e piangere forte ma forte perché la devo sentire la voce la devo sentire per sapere che sono vivo.

- merda nutè merda.

- hai capito perché c'ho la musica a palla?

o gli ho detto che ho capito e ho pure pianto. ma poi non mi sono ricordato più e poi Muffa è arrivata e si è messa con la testa sulla gamba e io c'avevo dentro tutta la roba che m'ero fumato. era forte sta roba proprio forte.
                    

La quinta vittima

                                     di Luigi Ramazio
 
      
 

Voglio chiarire subito che non sono un mitomane. O peggio, un bugiardo. Un millantatore. E neppure un uomo con problemi adolescenziali irrisolti. Ho studiato informatica. Lavoravo in un'impresa. Poi sono diventato il simbolo di un’associazione per la difesa dei diritti civili dei detenuti. Un equivoco. In realtà, sono un assassino. Uno vero. E sto leggendo una lettera anonima. Ma so di chi è. È di Marie.

Tuttavia quando dialogavo con lei in carcere, condannato per omicidio plurimo, non avevo fatto niente, proprio niente.

Un’ingiustizia? Un tragico errore? No. È che io ho confessato. Ho ammesso di aver ucciso tre ragazzi nello stesso giorno. Mi sono accusato di quei delitti. In realtà non ne sapevo nulla di più di quello che si leggeva sui giornali. Certo avevo un’idea delle vittime, tutti si conoscono in un piccolo centro. Ma non erano amici miei. La polizia mi ha incontrato per caso, cercando indizi, interrogando qua e là i giovani del paese.

Io non sapevo niente, ma dopo il primo colloquio ho capito subito le risposte che volevano e fra vaghezze ricercate,  secondo loro, e particolari cruenti, gliele ho offerte. “Allora, come hai ucciso il primo, Jean-Luc? Non vorrai farci credere che lo tenevi per le braccia? Lo hai bloccato e poi lo hai colpito da dietro, alla base del collo. Non è vero? È la tua tecnica, sei uno specialista. Non è vero? Ti piace sentire il crack delle teste rotte. Nella colluttazione siete caduti a terra. Non è vero?”

-“Sì. È vero. È stato così. Siamo rotolati a terra. Mi ha fatto lo sgambetto. Era forte, molto forte”-.

 -“Ah, allora questo spiega le tracce di terriccio sulle ginocchia…”-. 

E così di seguito. Non è stato difficile. Non facevo altro che ripetere la loro storia, con qualche particolare in più.

Poi ho dovuto convincere il commissario, ma si era già convinto da solo. Il giudice istruttore. Ma la mia storia era ormai più che solida. I giudici del primo processo. Quelli del secondo. Le giurie popolari. I giornali. Tutti mi hanno creduto. Solo Marie non era convinta.

Al primo processo non ho commesso alcun errore, nemmeno una sbavatura. Certo, non esistevano prove contro di me. Non potevano esistere. Certo non si era trovata l’arma del delitto. Non potevano trovarla da me. Certo, non esisteva alcun movente. Eppure l’intensità nel raccontare quello che era successo, la corrispondenza perfetta tra quello che io inventavo e quello che loro, tutti loro, volevano sentirsi dire, li ha convinti. Condannato, ma con le attenuanti per la confessione.

Marie, la psicologa del tribunale, però non mi credeva. Nel secondo processo mi aveva interrogato lei direttamente. Aveva cominciato tranquilla, quasi con vaghezza, facendomi domande su mia madre, mio padre, sui silenzi durante i nostri pasti –“Sinceramente avrei voluto urlare ma non ne avevo il coraggio”-. Poi era passata alla mia infanzia – “Ti picchiavano, Jean-Luc?” – “No, assolutamente, non mi hanno mai neanche sfiorato”-. Mi resi conto che cominciava a incalzarmi quando mi chiese di quel cugino che aveva abusato di me. “No, non è stato un trauma, e poi non se n'è accorto nessuno...”. Avevo una ragazza? Dissi di no. Mi masturbavo? Risposi ancora di no. -“Neanche quando passavi le serate su Internet?”-. Ero a disagio. Trasportato da quelle domande per me prive di senso, poco a poco non ero più in sintonia con le mie risposte. E all’improvviso, brusca, Marie mi chiese se andavo d’accordo con i miei compagni del liceo.

“Certo. Andavo d’accordo con tutti”. Risposi d’impulso ma la guardai e sentii che non approvava. –“No, no – mi corressi immediatamente - non con tutti, quasi con tutti.

–“Non vorrai farci credere che le tue vittime siano solo quelle di cui ci occupiamo in questo processo?”- Mi sorrideva adesso.

E confessai un altro assassinio, lì, nell’aula, davanti a giudici e pubblico. Quello di Francis C., mio compagno di banco per tre anni.

Nel silenzio che aveva seguito le mie parole, Marie si era rivolta alla sala - “Abbiamo un altro delitto, un’altra confessione e un’altra vittima, la quarta di Jean-Luc Remereault, il suo compagno di banco Francis C.”

E Francis si era alzato, era lì in mezzo. –“Sono io Francis C.- disse – e sono qui”.

In quel momento non sentivo più il mio corpo. Ero investito da una sensazione diffusa di pericolo. Avvertivo solo un dolore acuto, concentrato dietro la testa. Come se qualcuno mi stesse pungendo con la punta di una matita.

Fortunatamente il Presidente del Tribunale la bloccò. Considerava quella confessione assurda come un’ulteriore prova della mia scaltrezza di delinquente. La paragonò alla mia tecnica omicida. La tecnica Remereault. Micidiale ma pulita, senza sangue in giro. Sentii il sollievo di tutta l’aula.

Me lo ricordo il Presidente, inesorabile come un dio cartesiano mentre leggeva la sentenza definitiva contro di me. Eliminò tutte le attenuanti che mi avevano dato in primo grado. Ma ricordo anche gli occhi smarriti di uno, un parente, forse il padre di uno dei ragazzi uccisi, che urlava “Giustizia è fatta”. Come se volesse convincersene.

Eppure Marie non ci credeva. In carcere siamo andati avanti per quattordici mesi. Lei non mi tendeva tranelli. Lei non cercava di incastrarmi in una qualche posizione insostenibile. Aveva calore quando, appena arrivata, a volte mi chiedeva “Ti piaccio con questo vestito?” Non era solo per chiedermelo. Non mi sembrava che fosse solo la terapia e questo permetteva che io parlassi di me veramente, per la prima volta. Cominciai a sognarmela. Niente desideri violenti, però. La notte, me la immaginavo a fianco sul cuscino, dolcemente, proprio come con Marguerite, la prima ragazza di cui mi ero innamorato.

Forse a Marie piaceva la musica, proprio come a Marguerite. Forse avrei dovuto raccontare anche a lei che ero un musicista, e perché no, anche un compositore. Che la mia famiglia era composta di musicisti. Che c’era armonia tra di noi e che facevamo insieme i concerti. Ne sarebbe stata affascinata. Chissà però quale tipo di musica le piaceva? L’avrei scoperto. Il problema era che io non sapevo quasi niente di musica.

No, il problema era che Marie sapeva tutto di me. Non potevo inventarmi niente. Allora sentivo la paura, la mia solita paura, impossessarsi di me e rendermi impotente. Cosa volevo veramente da Marie? Stabilire una relazione con lei? Ridicolo nella mia situazione. No, avevo solo paura che mi lasciasse, che il suo interesse per me svanisse.

Lentamente mi resi conto che anche io sapevo qualcosa di Marie. Mi aveva detto che aveva studiato a Grenoble. Che gli uomini che aveva conosciuto erano poco coraggiosi. Che non volevano soffrire. “Tu no, - mi diceva spesso – tu hai scelto una strada difficile. Tu non ti tiri indietro se c’è da rischiare. Non è vero Jean-Luc?”. E sorrideva. Io annuivo ma era come se attendesse qualcosa da me, qualcosa che non capivo.

A un certo punto arrivai a pensare che forse si interessava per davvero a me come donna. Però quando se ne andava c’era sempre una grossa Peugeot ad attenderla. E un uomo.

Lei non lo sapeva, ma li avevo intravisti dalla finestra della saletta che ci era riservata. Un giorno le chiesi chi fosse quella persona. –“Non ti deve interessare”-. Forse non era contenta di quella relazione. E continuai a sognarla.

All’inizio non pensavo niente del carcere. Era quasi meglio che stare a casa. Vedere persone nuove intorno a me mi impegnava. In quel tempo sospeso ero tutto teso a capirle, aggrappate com’erano alle loro occupazioni quotidiane. Di sicuro mi studiavano anche loro. Il mio comportamento irreprensibile li spiazzava. Avrei potuto essere un informatore. Forse invece mi rispettavano. Come si rispettano i veri delinquenti.

Non ricevevo visite. Mio padre si era fatto vivo una sola volta dicendomi: - “Tutto a posto ragazzo? Bene, bene”-. Poi più niente, tranne il nostro teso, reciproco, mutismo. Mia madre invece, cominciava subito col chiedermi se mi ricordavo di quando, da piccolo, mi accompagnava allo zoo. Me lo aveva cominciato a chiedere da quando avevo sedici anni, da quando avevo cominciato a uscire di casa. -“Sì, certo che me lo ricordo”, le dicevo per farla contenta. Sembrava rallegrarsi per davvero, però poi cominciava regolarmente a piangere: “È proprio un peccato che hai fatto quella cosa lì. I vicini non sanno come comportarsi con noi”-. –“Mamma, ti ho detto che non è vero niente”- Lo sapeva, ma poi continuava -“Eh, ma ti hanno condannato”.

Come se la condanna fosse più forte della verità. Per fortuna c’era Marie.

Nei nostri colloqui sempre più spesso mi attaccava per spingermi a cambiare atteggiamento. –“Dovrai uscire di qui, prima o poi, anche se questo ti spaventa più che rimanere dentro”.

- “Perché dovrei uscire?”-

 -“Per esempio avresti la possibilità di invitarmi a cena. Potrei anche accettare, non credi? Certo, dovrei essere libera. Oppure dovresti liberarmi tu.” Sorrideva guardandomi fisso negli occhi  sorrisi anch’io. “Scherzo, Devi uscire di qui perché sei innocente, ecco perché. E prima o poi ti difenderai”-.

Lei sorrideva e a me tornava senza alcuna giustificazione la paura, la mia angoscia di non essere all’altezza. Di non saper rispondere a tono.

Altre volte era aggressiva nei miei confronti. –“Sei solo Jean-Luc. Solo. Fronteggia la situazione. Battiti per te stesso. Non sei matto”. E io a dirle “Perché perdi il tuo tempo con me?”

–“Faccio il mio lavoro”.- E terminavamo così, io senza parole e lei impassibile.

Avevo paura che mi lasciasse perdere. Però tornava sempre.

Per il secondo Natale in carcere chiesi un permesso temporaneo, con accompagnamento ovviamente. Non avevo voglia di andare a trovare i miei, volevo solo passeggiare per la città, come facevo sempre dopo il lavoro, sentirne il respiro, gli odori, vedere i mendicanti, senza dimora, ubriachi per superare indenni l’inverno. Parlare con loro no, non ne avevo il coraggio prima e non lo avrei avuto neanche ora. Mi sarebbe bastato vederli. Volevo vedere come, nonostante tutto, si battessero per continuare a esistere.

Ero il detenuto con il migliore comportamento, ma mi fu rifiutato. Possibili problemi di ordine pubblico.

È in quel periodo che cominciai a cambiare. Marie era in ferie e l’ordine dei colloqui per il nuovo anno non era stato ancora fissato. Non avevo date da attendere, giorni ai quali aggrapparmi. Le parole da lei ripetute tante volte giravano nella mia mente, ossessive. Battersi. Difendersi. Liberarsi. E poi, uscire a cena. Liberarla. No, questo non c’entrava niente con la mia situazione.

Quasi per gioco, provai a smontare la mia confessione. Con mia sorpresa mi riuscì piuttosto facilmente. Di certo era dovuto all’esperienza che mi ero guadagnato ma, in ogni caso, era piena di contraddizioni evidenti. Per dei professionisti avrebbe dovuto essere un giochetto da niente farmi cadere in contraddizione.

Eppure, nessuno l’aveva fatto. Ne fui stupito.

Realizzai poco a poco che le mie finte verità non erano state valutate. Era come se i poliziotti, le giurie, persino i giornali, vista la mia tendenza a compiacerli, mi avessero accettato come colpevole.

Ma se era stato così, allora tutti avevano recitato come me, insieme a me. E io non me ne ero accorto.

Ne fui indignato.

Quando Marie tornò gliene parlai. Lei avvisò il direttore del carcere, che mi convocò. Gli dissi che ero innocente e che volevo scrivere una memoria. Mi sconsigliò di farlo, la sentenza era definitiva.

Avviai dei contatti con alcune associazioni umanitarie che venivano a farci visita regolarmente. Purtroppo la mia storia, quella vera, non era interessante per loro. Nessuno mi aveva estorto niente.

Dopo qualche colloquio, decisi di concentrarmi sulle omissioni grossolane dell’inchiesta, sulla superficialità delle analisi, sui condizionamenti dei giurati. Dichiarai anche che, con molte probabilità, c’era stata una congiura contro di me, un complotto. Esageravo, ma stavo cominciando a battermi per me stesso, come voleva Marie. Funzionava, mi davano retta, si interessavano al mio caso.

Ma non c’era niente da fare, non si poteva riaprire il processo. I mezzi delle associazioni erano limitati e altre storie, altre situazioni, altre persone, avevano la priorità. Furono mesi di rabbia sorda e crescente. Ma furono pochi.

Prima dell’estate, in casa di Vittorio R., ragioniere nonché assassino seriale, era saltata fuori la sua contabilità nascosta. La registrazione puntuale di tutti i suoi delitti. Anche quelli per i quali ero stato condannato io. Una specie di trattato sulla tecnica che utilizzava per ammazzare, quella che era ormai conosciuta universalmente come la tecnica Remereault, era stato ritrovato nel suo garage. Voleva brevettarla. Vittorio R. aveva persino conservato i biglietti del treno per la mia città alla data dei tre delitti e aveva richiesto un rimborso al ritorno. Il treno aveva avuto un ritardo importante.

Le autorità cercarono di limitare l’impatto di quello che era stato trovato, ma fuori si era saputo che volevo ritrattare la confessione. Una nuova associazione mi sponsorizzò. I giornali furono messi al corrente e dopo poco la decisione divenne inevitabile. Il mio caso fu riaperto. Si doveva fare un altro processo e presto. La data fu fissata per metà luglio. Solo qualche settimana ancora.

Parlavo sempre di meno con Marie. Quando ci vedevamo, mi chiedeva di me ma non come prima. La terapia era finita. Sosteneva che, una volta fuori, dovevo smettere di trascinarmi alla ricerca di un palcoscenico su cui recitare. Dovevo fare sul serio. Quasi da amica, almeno così mi sembrava, una volta mi raccontò che aveva un bambino, ma che non andava bene con suo marito.

Dalla biblioteca del carcere, dove studiavo gli atti del processo e rifinivo la mia memoria scritta, la vedevo andar via ogni giorno sempre alla stessa ora, sempre alle sei. E, sempre, c’era la Peugeot ad attenderla con quell’uomo dentro. Li osservavo di nascosto, come se avessero potuto sorprendermi. Eppure non sembrava il marito. Un amante? Chissà. Mostrava interesse per lei, certo, ma non gioia di vederla. E, a sua volta, Marie non sembrava per niente felice. Tutt’altro. Un giorno dedussi dai loro gesti che stavano avendo una discussione feroce. Appena entrata in macchina Marie fece per uscire, però poi rimase dentro, accasciandosi sul sedile come sconfitta. L’auto andò via. C’era qualcosa tra di loro che non arrivavo a capire. A ogni modo, non la sognavo più. In fondo, lei non mi interessava veramente. Quello che volevo in quel momento era inchiodare tutti quelli che mi avevano permesso di farmi del male. Li odiavo ora.

“L’odio è importante, per andare avanti” - mi aveva detto lei una delle ultime volte– ma ci vuole coraggio. Soccombere è più facile. Certo se qualcuno ti aiutasse...” , concluse sorridendo senza aspettarsi una risposta.

Quando mi sentii pronto la mandai a chiamare e glielo feci leggere.

“ È plausibile, ma è falso – sbottò infuriata - come al solito continui a essere falso e a mantenere il tuo candore. Perché hai inventato la storia del complotto? Non dici neanche una parola su te. Su quello che hai capito in carcere. Il doppio legame con tua madre, il boicottaggio dei tuoi desideri, la tua angoscia. Chiedi comprensione ma non vuoi mai spiegare. E poi, pretendi di leggere questa roba al processo senza sapere niente delle tecniche della comunicazione? Si addormenteranno. Fai attenzione Jean-Luc. Il pubblico, gli individui, si possono condizionare ma bisogna saperlo fare. E non è detto che funzioni sempre”.

Andandosene mi chiese una copia della mia memoria. Gliela diedi, anche se gli avvocati delle associazioni mi avevano detto di tenere segreto tutto quello che scrivevo. Cosa poteva cambiare? Ero sconcertato dalla sua reazione .

 “Mi hanno fatto del male”-, dicevo tra me e me, ma era come se lo stessi ripetendo a lei. Non avrei avuto bisogno di sapere niente sulla comunicazione e le sue regole. La mia esperienza sarebbe bastata.

Sempre più spesso mi immaginavo in tribunale. Avrei puntato il dito, prima sui giurati, poi sui giudici ed infine sul pubblico. “Come avete potuto condannarmi? Non c’era niente contro di me, se non una confessione traballante. Volevate una vittima. Una qualunque”. Avrebbero dovuto ascoltarmi fino alla fine. Mi avevano fatto il processo, adesso l’avrei fatto io a loro.

Prefiguravo anche le interviste. Se mi avessero chiesto perché avevo accettato il ruolo di colpevole non avrei tirato certo fuori le storie di Marie. Invece mi era venuto in mente quello che Louis mi aveva insegnato una sera. Louis il matto, lo chiamavamo. Era solo uno dei tanti originali che si trovano in provincia. Coraggioso però. A un certo punto era andato in Africa meridionale e non avevamo avuto più notizie.

 -. “Vedi quel cameriere? Sta recitando.– mi aveva detto quella sera– Recita a fare il cameriere. Sì, carica esageratamente il suo modo di fare. Vuole dimostrare a quel cliente che non è solo un cameriere. Si sottrae al suo ruolo attraverso la malafede. Ha proprio ragione Sartre”.

 “Ma cosa racconti Louis?” Avevo detto ridendo.

 “È così. Ha ragione Sartre. Ma a te non interessa, non capisci e non vuoi saperne niente”.

Si sbagliava. Louis era riuscito a incuriosirmi e mi ero subito procurato un libro di Sartre, capendoci ben poco tuttavia. Già, Sartre. Avrebbe fatto un bell’effetto nominarlo. Anche se forse Sartre non era più tanto di moda. Poco importa, l’avrei fatto tornare io di moda.

A volte mi chiedevo perché avevo accettato di giocare a quel gioco. Perché era quello che gli altri volevano da me? Aveva ragione Marie. Non dovevo farmi più condizionare. Agire, essere protagonista della mia vita. Non aver paura di rischiare per davvero. Ecco cosa dovevo fare una volta libero. Perché sarei stato libero, ne ero certo. Aveva ragione Marie. L’odio è importante. E poi, c’era anche chi mi aiutava.

Al processo c’era veramente tanta gente. Sceso dal cellulare, mentre passavo tra la folla, notai volti sconosciuti che mi salutavano. Sarebbe stato il mio giorno.

La Corte entrò in sala alle 9,30. Il Presidente prese la parola:
“ Disponiamo la scarcerazione immediata di Jean-Luc Remereault perché completamente estraneo ai fatti che gli sono stati ascritti in precedenza.” Alle 9,35 era già finita.

Ero libero. I miei due processi, i miei mesi in prigione non esistevano più. Insomma, non era successo niente. Ci furono spintoni e urla di rabbia. Mi ritrovai fuori, in una macchina dell’associazione. I miei avvocati erano furibondi. “Mesi e mesi persi. Ci hanno fregato.Ti hanno fregato di nuovo, Jean-Luc. Neanche avessero saputo cosa c’era scritto in quella memoria.”

Avevano ragione. Non poteva che essere stato così. Era stata Marie. Era lei che aveva dato la mia memoria ai giudici. Ma perché?

Ma non era importante. Dopo molto tempo avvertivo di nuovo la mia angoscia e questo era più importante. Di nuovo non ero più niente.

Per fortuna, qualcosa era cambiato per davvero intorno a me. Quelli dell’associazione mi chiesero di lavorare con loro. Avevo l’esperienza adatta. Ero diventato un simbolo, anche se non così noto come avevano sperato. Loro e anch’ io. Mi precipitai ad accettare.  

Fra i vari compiti che mi venivano proposti, mi interessavo sempre più ai delitti, ai colpevoli. A volte veri, a volte finti. Proprio come me. I colleghi mi invitavano spesso a uscire, ma non mi interessava. Ero tranquillo, ma il rancore era diventato la base della mia vita. Forse sembravo strano, ma ero Remerault. Avevo i miei fans. A un colloquio al quale ero stato invitato mi avevano persino regalato un bastone di tek di venticinque centimetri circa, tascabile, come quello che utilizzava Vittorio R. nelle sue azioni.

Affittai un appartamento in periferia e mi iscrissi a Legge. “Avrò più strumenti a mia disposizione”, pensavo. Ma non ce la facevo. Non riuscivo a concentrarmi su una cosa per più di un ora. Tuttavia non lavoravo male. Riuscivo a guadagnarmi facilmente la fiducia dei detenuti. Scoprivo e portavo avanti casi difficili. Ero quasi temuto dalle autorità. Marie non si era fatta più viva. D’altronde cosa avrei mai potuto dirle? Non importava, forse odiavo anche lei ormai.

Un giorno rivisitai il mio vecchio carcere. C’era un detenuto che poteva rivelarsi interessante. Quelli dell’associazione non volevano, ma io avevo insistito. Conoscevo già l’ambiente, avevo detto. In realtà dopo soli sette mesi per me era tutto cambiato. Il direttore, le guardie, i ritmi, gli odori. Però, all’uscita dopo i colloqui, intravidi Marie. Alle sei, come sempre. E come sempre quella Peugeot ad attenderla. Sempre lo stesso uomo.

Quella volta ebbi il coraggio di stare a guardarli. Sfrontatamente. A parte lo sguardo scuro e penetrante, l’uomo mi sembrò insignificante. Di mezza età, con pochi capelli, molle, mollissimo. A vederlo così, non c’entrava niente con una come Marie. Lui non sembrò notarmi. Invece mi sembrò che lei mi sorridesse ma non accennò neanche a venirmi incontro. Partirono. Senza pensarci, mi ritrovai a seguirli.

Si fermarono in una strada secondaria appena dietro la Stazione Centrale. Un posto certo non raccomandabile. Bussarono a una porta ed entrarono. Lei si voltò. Mi sorrise. Volevo entrare anch’io, ma non lo feci. Dopo un certo tempo mi avvicinai per vedere cos’era. - “The Black Prince - Club Privé” –, diceva la targa.

Cosa ci faceva Marie alle sei e mezza di un pomeriggio qualsiasi in un privé alla stazione centrale? La ballerina? Aveva un secondo lavoro, un’altra attività? In un privé della Stazione Centrale?

Aspettai ancora per un po’. Non mi decidevo ad andarmene. Poi finalmente mi avviai. In fin dei conti, che cosa mi importava di lei? Ero pieno di rabbia. Contro me stesso. E riapparve quell’uomo. Era solo. Andava via senza di lei.

Me lo trovai di fronte. Disse qualcosa che non capii. Forse mi aveva riconosciuto. Forse mi aveva insultato. Forse era solo impaurito. Forse mi voleva attaccare. Forse voleva solo evitarmi. Forse cercava aiuto. Ma non c’era nessuno.

Dopo sorridevo. Camminavo a testa alta. Guardavo le donne e loro ricambiavano il mio sguardo. Ero sereno, come non mi ricordavo di esserlo mai stato. Mi recai all’associazione per scrivere una nota sul detenuto che avevo incontrato quello stesso pomeriggio. Mi autoinvitai a cena con i colleghi. Ne furono sorpresi. Uno di loro disse anche -“Ma cosa hai fatto per deciderti a venire con noi? Hai ammazzato qualcuno?”- Un riso irrefrenabile mi prese allo stomaco. Erano anni che non ridevo. Bevvi molto quella sera. L’attesa era cominciata.

Il giorno dopo però non trovai l’omicidio sulle prime pagine dei giornali ma nelle pagine interne di cronaca locale. Un delitto negli ambienti bene della città, dicevano. La polizia riteneva che potesse trattarsi di un affare di donne o di un delitto legato al giro della droga. Il nome dell’uomo non veniva rivelato. Sicuramente un pezzo grosso. Tra i dettagli il giornale menzionava la tecnica utilizzata dall’assassino, un colpo alla base del cranio, proprio come Vittorio R. L’arma del delitto non era stata ritrovata.

Questo era davvero strano. Il bastone che avevo usato l’avevo lasciato lì, bene in vista, accanto al cadavere.

Il giorno successivo il giornale quasi non riportava più l’accaduto. Qualcosa non quadrava. A ogni modo, era inutile aspettare ulteriormente. Chissà dietro quali piste si erano lanciati gli investigatori. Era arrivato il momento di dare una mano.

Mi recai a un commissariato di quartiere. Mi presentai. Come speravo, il mio nome non disse niente agli agenti e potei verbalizzare la mia confessione, piena di dettagli, convincente. Vera, finalmente. Mi arrestarono subito. Ero quello che volevo. Non mi sentivo né sollevato né depresso, ero me stesso.

Stavo aspettando il giudice da un paio d’ore quando invece si presentò il capo della polizia della mia città, accompagnato dal giudice dell’ultimo processo, quello che mi aveva liberato.

Esordì con un - “Allora Signor Remereault...”- che mi mise subito in allarme.

“Signore, questa volta come si sarà reso conto o come potrà rendersi conto dal verbale, se non l’ha letto ancora, è tutto vero.”

“...ci incontriamo di nuovo.” disse.

“ Remerault dov’è l’arma con cui hai ucciso”, chiese il giudice.

“Dovreste averla trovata sul posto. I giornali dicevano che non c’era ma era lì ne sono sicuro. L’ho lasciato lì il bastone.”

“Remereault, l’arma sul posto non c'era”. Disse il poliziotto.

“Remerault, come si chiamava la vittima?”, incalzò il giudice.

“Non lo so. Ma so chi è. Davvero”.

“E chi è?”

“È l’ uomo che veniva a prendere Marie al carcere.”

Il poliziotto rise, come sollevato.

“ Ma certo, ecco dove l’hai visto. Lasciatelo libero. Mi creda signor giudice, non vale la pena di continuare. Da quello che ho potuto sperimentare direttamente, il signor Remereault ha una sensibilità particolare per i delitti. Quelli che non ha commesso. Un vero talento. Utilizzato per ridicolizzare noi della polizia e voi della magistratura, nonché le istituzioni in generale. Mi creda, abbiamo indagato a lungo su di lui. Eppure non risulta coinvolto in nessun partito. In nessuna organizzazione, né ufficiale e nemmeno occulta. In nessuna setta. Qualche anno fa avrei detto un anarchico, ora potrebbe essere…chissà cosa. Lavora per i diritti dei prigionieri. Ce ne ha dati di pensieri e ce ne dà ancora con la sua attività.”

 “Dovete credermi, sono stato io, è vero. Non dovete più cercare”.

L’uomo si avvicinò e mi diede uno schiaffo. “Smettila. Non so perché tu faccia così. Non sei nemmeno pazzo. Ma chi ti manda? I tuoi amici dell’associazione? Ridicolo. Ma chi sei, Remereault? Smettila. Smettila di prenderci in giro. Vattene. Un provocatore, ecco cosa sei. E maledettamente abile. Scordatevelo - aggiunse rivolgendosi agli altri - toglietevelo dalla testa o vi farà impazzire, quasi come è successo a me.”  

Scordarmi, ecco quello che volevano tutti: non permettere che io esistessi.

Qualche giorno dopo, l’associazione mi inviò una lettera. “La sua iniziativa non era stata concordata e avrebbe potuto danneggiarci enormemente. Non rientra nei nostri fini né la distruzione delle istituzioni, né la vendetta personale. Le revochiamo immediatamente ogni responsabilità”.  

Ora, in questo momento, sento che il cerchio fatto di vuoto, quel cerchio di assenza che è stata la mia vita, si stringe sempre più intorno a me. Non ho più niente. Quasi niente. C’è questa lettera anonima. So che è sua, ma non potrò mai dimostrarlo.

Anche se mi hai fatto un favore, non credere che quello che hai fatto, tu l’abbia fatto per me. È stato un gesto tuo, autonomo, per rabbia, per dimostrare a te stesso che esistevi. Con quella tua impossibile sensibilità, hai capito che c’era qualcosa di diverso tra me e Aldo, lui si chiamava così. Qualcosa di particolare. Me ne sono accorta dalle domande che facevi, da come ci guardavi. So che ci spiavi. Fai sempre così quando qualcosa ti interessa. Vedi, lui mi ricattava. Una sera mi ha portato in un giro particolare. Dopo, io volevo lasciarlo, ma ero andata troppo oltre. Lui ha cominciato a dire che se lo lasciavo avrebbe detto tutto a mio marito e avrei perso l’affidamento del bambino. Aveva ragione e poi forse mi piaceva anche quello che mi faceva fare. Quando ti ho intravisto fuori del carcere che ci osservavi fisso, con ostentazione, non volevo crederci. Ho avvertito che, forse, il momento era arrivato per davvero.

 I messaggi che ti avevo inviato durante i nostri colloqui ti erano rimasti dentro, dunque. Oppure te ne saresti andato? Ci sarebbe stata una vittima?  E chi? Lui? Oppure io? Oppure tu? Ti ho sorriso fuori del carcere. Ti ho sorriso per invitarti. Poi di nuovo all’entrata del club. Lì ero sicura che non te ne saresti andato, eri incuriosito, e che non saresti nemmeno entrato. La tua solita angoscia, la tua paura di scoprire come stanno veramente le cose, della realtà Jean-Luc. E poi, di conseguenza, la tua rabbia.

Dopo un po’ ho fatto dire ad Aldo di non aspettarmi, di andarsene. Doveva essere sconcertato. Negli ultimi tempi non capiva più se era lui a controllarmi o se invece ero io a tenere in mano il gioco. È uscito appena in tempo. Stavi andando via. Ho visto tutto da una finestra. Nessuna esitazione da parte tua. E pensare che avresti potuto girarti dall’altra parte. Non mi ero sbagliata. Sei stato bravo, hai assorbito bene la tecnica Remereault. Sono uscita immediatamente. Non c’era anima viva e in quella zona nessuno si avvicina a un corpo in terra. Ho preso io il bastone. Non so perché l’abbia fatto, ma non importa. Forse siamo più simili di quello che tu creda. Così siamo pari, Jean-Luc. La tua memoria contro questo mio favore. Sai, i giudici mi hanno apprezzato molto per quel gesto. Gli ho evitato un bel po’ di problemi, e loro li hanno evitati a me. Qualcosa di quella mia particolare attività cominciava a trapelare.

Ancora una cosa. Non sono mai riuscita a capire che cosa fossi per te. Ti piacevo? A fianco a te mi sentivo una specie di essere senza sesso ne carne. Una condizione insopportabile per me, per una donna. Non pensavo che potesse esistere qualcuno come te, che recitando facesse sul serio. Un clown in cerca di sensazioni, niente di più.

Adesso ero davvero solo. Con la mia vita da portare avanti. Forse.