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Finché morte non ci riunisca
  
      di Nicola Venanzetti

Come un cane morto al guinzaglio
  di Ginny Sgarro

La vita è un'opera d'arte                      di Pier Luigi Brunori

                                    


Finché morte non ci riunisca

racconto di Nicola Venanzetti


Com'era bella quella notte. La luna, le stelle, le tombe ... la pace. Finalmente potevo dormire all'aperto; ero stanco di quel loculo così scomodo, stretto e freddo. Mica potevo dormire a casa mia: primo perché avevo paura di uscire dal cimitero (odio i manicomi e il mondo è un manicomio formato gigante), secondo perché se li avessi lasciati soli chi avrebbe badato agli inquilini? I loro amici? I parenti? No, no di certo; e poi il sindaco mi pagava per questo no? Per custodirli. Lentamente raggiunsi la mia fossa, la mia cara tomba e mi sdraiai. Non l'avessi mai fatto! Il terreno era ancora umido e in quella situazione mi avrebbe fatto davvero comodo una bara, magari imbottita, come quella della mia vicina.

Chissà, pensai, forse la signora Romero non avrà niente in contrario ad ospitarmi per una notte. Così, dopo aver scavato per un quarto d'ora, trovai la sua bara, e che bara!

Era il modello che preferivo: sobria, quasi spartana nella forma e nelle rifiniture ma con una soffice imbottitura all'interno.
"Scusi se la disturbo - le dissi sussurrando - stava dormendo?".
Lei non mi degnò di nessuna risposta, anzi, non mi guardò neanche, visto che i suoi occhi erano chiusi; così le sollevai le palpebre e cercai di attaccar bottone per rompere il ghiaccio:
"Sa che è tale e quale alla fotografia sulla sua lapide? Complimenti! Si è conservata benissimo ... l'hanno imbalsamata?,"

Lei rimase impassibile.

"Mi dica la verità, è stata seppellita da poco; potrei leggerlo sull'incisione se voglio, ma sono un gentiluomo e non mi permetterei mai di sbirciare la data di morte di una signora."

Ci volle del tempo prima di convincerla ma, in fondo in fondo, la signora Romero è simpatica. Riservata, ma simpatica; così passai la notte con lei, nella sua bara. Alle prime luci dell'alba mi svegliai e dopo averle ricoperto la fossa, uscii a fare spese.

Odiavo la luce del giorno, la odio tuttora: si trascina dietro tutto quel frastuono, tutta quella frenesia ... non so ... a volte vorrei che la Terra fosse un sepolcro, un sepolcro grandissimo; allora sì che ci sarebbe la pace nel mondo ...

Avevo veramente una fobia cronica a lasciare il cimitero di giorno: coi tempi che corrono non sai mai cosa ti possa capitare.

Appena entrai nel supermarket, infatti, scoprii che i miei timori erano più che fondati: non c'era una persona, dico una, che non mi fissasse con aria disgustata.
Forse non mi ero pettinato o avevo l'alito pesante, non so ... eppure avevo dormito con la signora Romero tutta la notte e non si era mai lamentata.

Era veramente umiliante sentirli parlottare tra loro: "Chi è quel barbone? Non sarà mica drogato!" "Ma chi, quello là vestito di nero? Io non lo conosco ... però, Dio mio quant'è brutto!"'

"Ma come, non lo sapete? E' il nuovo becchino; lavora qui da poco più di un mese."
"Un mese? Strano, è la prima volta che lo incontro."'
"Sfido io, dicono che sia uscito solo due volte dal cimitero ed esclusivamente per venirsi a comprare da mangiare."
"Sì, sì, è vero, mio marito giura addirittura di averlo visto chiudersi in un loculo una notte ... dev'essere proprio matto!"

Io cercavo di far finta di niente ma alcune affermazioni (quelle riguardanti il mio aspetto), mi ferivano profondamente; d'accordo, forse non sono bellissimo ma anche qualcuno di loro era veramente bizzarro: signore di mezzetà completamente di plastica, ragazzi deturpati da piercing e tatuaggi, uomini ingessati nel loro completo grigio e con la 24 ore in mano.

E' proprio questo il genere di persone che mi rattrista: sono così condizionati dal loro lavoro, dalla perfezione fisica e dal successo da dimenticare completamente un aspetto fondamentale della vita: la morte.

Col lavoro che svolgo ho avuto l'opportunità di conoscere un gran numero di defunti e vi assicuro che sono più veri e sinceri di quanto lo siano mai stati in vita. Uno sguardo, il pallore, lo stato di decomposizione, possono dire molto di loro; più di qualsiasi parola. Sono veramente straordinari! Riescono a comunicare in maniera così semplice e diretta da far invidia a un politico.

In un certo senso molti di loro sono veri e propri artisti della comunicazione; a volte basta una lapide oppure una croce di legno o addirittura un'urna per farti comprendere, non tanto come abbiano vissuto prima di passare a miglior vita (in tutti i sensi), quanto chi sono tuttora, come se la passano.

Inutile spiegare che è molto più comoda una bara imbottita di un'urna, ma ognuno è padrone di riposare dove preferisce.

In quei giorni, comunque, mi sentivo solo, terribilmente solo; certo, il cimitero era pieno d'inquilini, quindi gli amici non mi mancavano, però ... avevo bisogno di una compagna, di una fidanzata.

La signora Romero, in effetti, non era proprio il mio tipo e a dirla tutta, mi interessava di più la sua bara. L'amore, però, non tardò a far vista al mio cuore; fu un vero e proprio colpo di fulmine: i nostri occhi s'incrociarono e si fissarono per dei lunghissimi, interminabili, eterei secondi, finché il nostro ardore venne bruscamente interrotto:

"Brutto idiota, perché le hai riaperto gli occhi? Abbi almeno un po' di rispetto!"
A parlare così era l'ottuso marito della mia amata; quello, infatti, era il giorno del suo funerale, essendo annegata cadendo accidentalmente dallo yacht del suo sposo; era anche incinta di sette mesi.

Il nostro amore, dunque, sbocciò tra i pianti isterici di suo marito e il fastidioso brusio delle persone presenti che evidentemente, avevano scambiato il camposanto per una piazza.

Al termine della cerimonia, quando tutti se ne furono andati, la portai a fare una passeggiata per il cimitero e le presentai i miei amici più cari: la signora Romero, il dottor Caligari, il vecchio Bava e il piccolo Argento e lei era felice, felicissima di avere dei vicini tanto simpatici e gentili.

Dovevate vederla, era così bella all'inizio: quel colorito pallido, quasi violaceo; gli occhi vitrei completamente bianchi e quelle labbra sottili che accennavano un sorriso sensualissimo (gli scienziati l'hanno definito rigor mortis; credono che sia una semplice contrazione dei muscoli, ma non sanno che i cadaveri sorridono perché sono realmente felici di essere morti).

Nei giorni seguenti, di tutte le persone presenti al funerale, non si fece più vivo nessuno tranne il marito; io comunque non ero geloso: sapevo che erano visite di circostanza.

Trascorremmo giorni felici insieme (scavai persino una fossa matrimoniale), ma più il tempo passava più il suo corpo andava putrefacendosi, così stringemmo i tempi per avere un bambino.

Lei decise di partorire l'aborto di sette mesi e mezzo che aveva in grembo, anche se io non ero molto d'accordo, dopotutto era sempre il figlio del suo primo marito: non riuscivo ad affezionarmici.

Ero veramente tormentato, ossessionato da questo fatto, poi, improvvisamente, trovai una soluzione: perlustrai l'ossario e scelsi il più bello scheletro di bambino che ci potesse essere. Finalmente avevo un figlio tutto mio e il primogenito un fratellino con cui giocare.

Il nostro status di famigliola felice non durò molto a lungo. Il 2 novembre, infatti, accadde l'irreparabile.

Quando aprii il cancello del camposanto, la mattina, non ricordavo, non ricordavo assolutamente che era il giorno dei morti.

Dopo qualche ora il cimitero venne invaso da una moltitudine di persone che a stento definirei esseri umani: in realtà erano bestie, anzi batteri, virus letali.

Frantumarono la pace e la sacralità del luogo con le loro volgari parole, disturbarono il riposo degli inquilini calpestandone le tombe e li sbeffeggiarono con le loro false preghiere.

Tentai di salvare la mia famiglia da quell'inferno, ma era troppo tardi ed ora sono qui, rinchiuso in una cella imbottita con addosso una scomoda camicia di forza. Questa è la ricompensa per aver fatto il mio dovere e per aver amato i miei cari; ora nessuno potrà più riportarmi da loro, nessuno tranne la mia più cara amica: la morte!

 

Come un cane morto al guinzaglio

racconto di Ginny Sgarro

La strada era deserta. Katia camminava piano, la testa persa in un pensiero grigio.
Le lettere di amore di Carlo, tutte le sue lettere, erano nella borsa di cuoio, stretta tra il suo gomito e il suo fianco. Quante bugie. Le avrebbe distrutte, le avrebbe bruciate. Le avrebbe fatte a pezzi e gettate nel mare. Senza neanche accorgersene, aveva cominciato a piangere. Gli occhi le bruciavano.

Lo strattone al braccio e il dolore alla spalla la scossero. In un attimo incrociò lo sguardo di un ragazzino con gli occhi spalancati. Lo slancio in avanti le aveva quasi fatto perdere l'equilibrio. Istintivamente tentò di tirare la borsa a sé con entrambe le mani, per la tracolla. Il ragazzino aveva, nel frattempo, afferrato la borsa saldamente e la tracolla le sfuggì tra le dita.

Katia lanciò un urlo di frustrazione. Nella borsa, a parte i documenti, c'erano pochi soldi e un vecchio cellulare. E le lettere di Carlo. A questo pensiero cominciò a correre. Correva dietro quelle lettere che voleva bruciare, che doveva ridurre a nulla. Mentre correva con le scarpe alte che la sostenevano male, le scarpe dure che le stringevano il tallone, il respiro affannoso, pensava a quelle pagine piegate in tre, in carta leggera, vergate con la stilografica azzurra. Le gambe si slanciavano freneticamente in avanti e sotto i piedi le sfuggiva la propria ombra. Il ragazzino scappava veloce, una macchia color marrone e jeans che apparteneva ai muri corrotti, macchiati con lo spray rosso, con lo spray nero. Respirava con la bocca, la saliva le si seccava continuamente, le gengive le formicolavano. Le ginocchia sembravano fluide, sotto lo sforzo, sentiva che guadagnava terreno. Il ragazzino aveva cominciato a guardarsi dietro, sbalordito. Gli occhi scuri sudavano lacrime, la cinghia della borsa stretta nel pugno, muoveva la testa a scatti dietro le spalle ogni tre-quattro balzi in avanti.

Fu solo quando gli calpestò il tallone con la punta della scarpa che Katia si rese conto di averlo raggiunto. Con un urlo gli afferrò le spalle.  La lana ruvida del maglione le graffiò il palmo della mano. Il ragazzo sembrava intontito. Si era voltato di scatto ma Katia aveva già cominciato a graffiargli il viso e a colpirlo convulsamente con le ginocchia. Stordito lanciò la borsa in mezzo alla strada, spinse Katia lontano da sé e
riprese a scappare. Katia si voltò ansimante e guardò la borsa abbandonata sull'asfalto pieno di buche. Un paio di macchine erano già passate sopra la tracolla che si era spezzata. Il cuore le batteva nelle orecchie e le lacrime avevano ripreso a scenderle sulle guance. Vide che la strada era libera, l'attraversò, raccolse la borsa. La guardò un attimo, come se le fosse estranea. Tornò sul marciapiede. Aprì la borsa, prese il borsellino con i documenti, i soldi e il cellulare e se li ficcò in tasca. Poi, con nel pugno l'estremità della cinghia rotta, prese a trascinarsi la borsa dietro, con dentro le lettere d'amore, come un  cane morto al guinzaglio.

 

 

La vita è un'opera d'arte
un'avventura di Bertrand

racconto di Pier Luigi Brunori


Il sole implacabile picchia sulle mura per gran parte dell’anno.
Il rumore del mare riempie ogni suono, anche lo stanco grugnito di Tommaso, e l’occhio acquoso del vecchio che ora segue spaventato il tragitto di una forchetta che gli passa poco distante e si infrange contro il muro.

  • - Non devi temere questo, almeno da me – dice calmo Bertrand, l’autore del lancio, seduto a cavalcioni sulla branda alta del letto a castello – se volessi ti potrei uccidere con le parole-

Poi si allunga verso la manopola della televisione. Sfrigolii e righe frenetiche che succhiano lentamente il ritmo eterno delle onde.

  • - Ehi quello io l’ho conosciuto, quello è Pelè, lo stanno intervistando – grida Bertrand.

Ma immediatamente, dopo aver guardato Tommaso, aggiunge
        – Tu non sai neppure chi era Pelè –

Pelè è intervistato da una donna, le solite domande, il più bel gol, la più grande emozione, il marcatore più arcigno.

  • - Ora gli chiede se gli piace la pizza – fa Bertrand.

La giornalista domanda a Pelè se a lui piace la pizza, il campione risponde affermativamente.

       – Ora gli chiede qual è la pizza migliore del mondo e lui risponde   la pizza di zia Maria – commenta ancora Bertrand senza sapere neppure se una zia Maria facesse la pizza, ma questo avviene e Pelè risponde esattamente a quel modo.

Tommaso in mezzo alla stanza raccoglie in terra uno straccio, forse una maglietta slabbrata, e la scia di un coltello attraversa di nuovo le minuscole onde tremolanti dei suoi occhi acquosi.

- Ti avevo detto di non toccare la roba di Raul -

Gli avversari attaccavano e lui pensò: adesso quello laggiù con il numero nove passa la palla al numero otto che invece di triangolare con il dieci che è smarcato e viene da dietro, ecco che si gira e tira sulla mia destra. Sul tabellone luminoso, che esisteva solo negli occhi di Bertrand, apparve la scritta "il numero otto tira sulla tua destra" un attimo prima che questo accadesse davvero. Poi in quell’altra partita memorabile l’azione si svolgeva dall’altra parte del campo e Bertrand invece di guardare la palla fu catturato dal modo di gridare di una parte degli spettatori, da un refolo di vento, dall’ombra precisa della tribuna coperta allungata sopra metà del campo di gioco, e quella sensazione d'onda elettrica che si trasmise per tutto lo stadio. Allora Bertrand alzò gli occhi al tabellone luminoso e vide scritto – Ora segniamo noi – qualche attimo prima che la palla entrasse davvero nella porta avversaria.

Raul chi era? Quando Bertrand arrivò lui sembrava che l’aspettasse. Era un uomo alto, dal sorriso largo come un boulevard e dalla faccia di ragazzo che morirà prima di invecchiare. Bertrand lo guardò e gli sembrò di conoscerlo.

  •           - Ho la sensazione di averti già conosciuto – gli disse
  •           - Dove ci saremmo conosciuti? -
  •           - In Francia, quasi trent'anni fa –
  •           - Ma se trent'anni li ho adesso – concluse Raul.

Raul aveva appena ottenuto dal Direttore l’autorizzazione a lavorare in officina. I motori erano la sua passione perché, diceva, sono come noi, non hanno scelta.

Raul, dunque, benché fosse molto più giovane di Bertrand fece conoscere all’amico tutto quello che bisognava sapere della vita del carcere. Bertrand n'approfittò subito e durante l’ora d'aria piuttosto che gironzolare per il cortile interno chiese l’autorizzazione a farsi accompagnare nell’officina dell’amico Raul. Attraversò un lungo padiglione in compagnia di una guardia, scese attraverso scale di ferro al piano inferiore, poi un altro corridoio fiancheggiato da porte di ferro, e infine l'officina, un locale largo, alto e nudo. Raul era così intento nel proprio lavoro che non tirava fuori neppure la testa. Ogni tanto usciva una mano alla ricerca degli attrezzi.

  •         - Come va – domandò Bertrand.
  •         - Un'opera d’arte – rispose.
  •         - Il motore, dici del motore… –
  •         - Non dire altro amico mio non dire altro… -

Visita dopo visita, Bertrand - per mezzo di Raul - cominciò a conoscere l’interno del carcere, i lunghi corridoi disposti su più piani, i diversi padiglioni, la zona dei locali adibiti a servizi, la mensa, l’infermeria, la biblioteca, l’officina. Di cosa ci fosse fuori non era dato sapere. Le finestre rivolte all’esterno erano sempre troppo alte e la luce o il rumore che venivano da fuori era sempre lo stesso. Neppure Raul, insomma, poteva dire se il rumore del mare c'era perché si trovavassero su una piccola isola deserta o altro.

Raul amava i motori e riteneva che il vero privilegio nella vita di un uomo consistesse nel non dover scegliere. I dialoghi tra i due compagni di cella, quelle tre o quattro volte che Bertrand raggiunse Raul in officina, ovvero le parole che si scambiavano un uomo in piedi e un uomo con la testa sotto il motore di un mezzo di proprietà dello Stato, potevano apparire singolari alle guardie. Che, infatti, li osservavano e li ascoltavano con il loro fare allenato alle stranezze, per redigere un dettagliato rapporto al Direttore ogni sera.

Nei giorni buoni Raul parlava di un'opera d’arte e le guardie ascoltavano pensando a un piano per evadere dal carcere.

  • Raccontami dunque di quando mi avresti conosciuto – chiese Raul.

- Bene – disse Bertrand che non era più tornato sull’argomento
– devi sapere che io sono nato in Francia da genitori italiani e sono vissuto in Francia fino a vent'anni, poi venni in Italia a giocare a calcio, facevo il portiere e odiavo giocare in notturna perché ogni tanto qualcosa mi distraeva. Ero in Francia dunque, dentro un caffè, seduto da solo quando a un tavolo vicino notai un viso interessante, un tipo facile alla battuta, uno di quegli individui che si guardano e fa piacere conoscere, o soltanto incontrare, non altro che per il desiderio di metterne a fuoco l’originalità. Mi trovavo di fronte al tavolo, dunque, solo e con un giornale in mano. Anche l'uomo in questione leggeva un giornale, però sedeva al fianco di una bella donna dagli occhi scuri, tizzi di carbone, e in un primo momento, a essere sinceri, mi ero più interessato alla donna che a lui. A un tratto quell'uomo, ovvero tu, accennasti allo scambio del giornale, io ti feci cenno di avvicinarti e, poiché era la mia occasione, tanto non sembravi uno dal muso lungo, ti sussurrai all’orecchio: non desideri scambiare altro?
- Se tu non fossi solo come un esquimese – rispondesti con una tonalità di voce che ti rese subito simpatico. - - Pura apparenza – replicai – in altre occasioni potresti anche scegliere.
– Questo è un grave errore, caro amico. Io non scelgo mai: mi adeguo e cerco di adeguarmi. Nessun uomo ha mai scelto di nascere e tutti, probabilmente, preferirebbero non morire mai. La vita è un'opera d'arte –
- Quel Raul disse questo? –
- Parola per parola –
- E ti rimase simpatico?-
- Più che simpatico, da quel momento mi venne il desiderio di     proteggerti –
- Proteggermi? Ma se qui sono io a proteggere te –
- Proprio così, proteggerti. Due giorni dopo tornai al bar e     chiesi informazioni al barista. Seppi che ti chiamavi Raul    e qualcos'altro. Quel cognome, quel qualcos'altro a me non    interessava, a me interessava assegnarti un nome che          conoscessi solo io. Volevo renderti invulnerabile come nelle credenze di certe tribù primitive che non rivelano mai il
    loro vero nome. Eri un bel selvaggio, uno che si ferma troppo o troppo poco a considerare le faccende. E mi presi il compito di proteggerti -
- E così diventammo amici –
- Non subito, ci rincontrammo la settimana successiva,    mentre scendevi da una berlina scura, al fianco della donna già vista al bar. Lei indossava un boa piumato e tu, il selvaggio e altissimo Raul, perdevi tutte le tue qualità sotto un abito dal taglio elegante e un bastone da passeggio sul quale poggiavi le lunghissime gambe – Sei un borghese – ti sussurrai all’orecchio fingendomi agitato come una scimmia - un vero borghese - continuai a ripetere saltellandoti intorno. Tu mi afferrasti sottobraccio, tanto per farmi assaggiare la consistenza dei tuoi muscoli, e tirasti fuori dal taschino un fazzoletto di seta per tergerti la fronte
niente affatto sudata, in un gesto signorile che nascondeva la risposta – Sono un borghese e se non la pianti continuerai a saltellare con il bastone infilzato nel petto – me lo dicesti con una voce così cupa e con un viso così poco signorile che, il contrasto, mi costrinse ad allontanarmi di corsa
per ridere dietro il primo angolo della strada -
- E poi – domandò Raul – come andò a finire la nostra amicizia?
-
- Bene, ma Raul morì -
- Morì?
-
- Sì, da lì a qualche mese –
- Questo dimostra che ho ragione io, quel Raul è morto, io
sono vivo e tu non potevi conoscermi –
- Hai ragione, le cose veramente importanti mi sfuggono sempre… e nessuno di noi che sappia ricordare perché ci
troviamo in questo posto e come ci siamo arrivati, quanto resteremo, né cosa c’è intorno al carcere, se è un
'isola
deserta o una striscia di terra circondata dal mare –
- Come lo chiamavi? –
- Cosa? -
- Il suo nome segreto –

Bertrand lo guardò, un uccello notturno si era posato sull’esterno della finestrella in alto, il vento prese a soffiare, il mare prese a parlare. Sul monitor della televisione spenta apparve la scritta "se lo dici morirà".

  • - Quando glielo dissi lui morì –
  • - Fu quella la causa della sua morte? –
  • - In un certo senso, sì.-
  • - Racconta, allora –
  • - Non volevo dirglielo ma lui insisteva perché era molto incuriosito da questa storia. Erano giorni che trascorrevamo sempre insieme, eravamo inseparabili. Ci trovavamo a casa dei genitori di lui e ascoltavamo quella sonata chiamata "Chiaro di luna". Gli chiesi se gli piacesse e lui rispose di sì. Poi mi fece la stessa domanda e io risposi – Anche a me Didier – Dissi proprio così, Didier e lui non ci fece neppure caso. Si addormentò con la cuffia alle orecchie e quando fu sveglio…-
  • - Morto !-
  • - No, era ancora vivo e ciarliero come non l'avevo mai conosciuto. Raccontò di aver sognato, in quel breve lasso di tempo, tutto il suo futuro ma in modo così dettagliato che non era più sicuro del fatto che invece di un sogno poteva essersi trattato di un lungo ricordo. Un lungo ricordo. Sembrava non rendersi neppure conto di aver dormito una mezzoretta. Mi guardò incuriosito, mi domandò addirittura perché mi fossi tinto i capelli –
  • - Scherzi-
  • - Il giorno seguente morì –
  • - Scherzi –
  • - Morì di vecchiaia –
  • - Didier si chiamava ?-
  • - Didier, Didier come te –
  • - Io mi chiamo solo Raul. Ma sì, sì… adesso se non ricordo male conoscevo una donna che si metteva davanti a una parete bianca e diceva di vedere come un film. Una volta mi sembra di ricordare che raccontava di una faccenda che riguardava questo certo Didier –
  • - Chi era questa donna? –
  • - Ci sei caduto – disse scoppiando a ridere - ma devi sapere che la vita è un'opera d'arte, la sola e vera opera d'arte, la giusta miscela di verità e menzogna. Se io ti dico "…metti un uomo che cammina sopra delle palafitte piantate nel vuoto…", come riuscirai a comprendere che manifesto un sollievo e che quell'uomo sono io, e che sono guarito dalla condizione di sentirmi condannato a camminare con la testa in giù? -

Da quella sera, per alcune sere, Raul cominciò a narrare le proprie storie a Bertrand. Ne conosceva tantissime ed erano vere e false allo stesso tempo e le sue parole nascondevano sempre altre parole e le sue storie false nascondevano storie vere. Raul narrava a voce alta e certe volte si sentiva ridere i due uomini anche dalle altre celle, anche negli altri livelli del carcere.

Alcuni non gradirono. Più volte oltre il diffuso borbottio delle tubature fu sentito urlare – Basta, fatela spassare anche a noi – oppure – Finirete a mangiarvi come topi –

Voci diverse, altre voci cui non diedero mai il giusto peso.

Due individui - brutte facce pescate alla meglio tra quelle in giro per l’istituto - invasero il rifugio di Raul e Bertrand. Quello con la chiave in mano si accomodò neanche si trattasse di casa sua. L’altro fumava il sigaro e sputava ogni tanto una schifezza marrone in terra.

  • Voi due ve la spassate – disse quello con la chiave togliendosi il berretto di lana dalla testa.
  • Vero Toni? –

Toni annuì aprendo alla vista di Bertrand e Raul una dentatura bianca come una fila di pezzetti di legno.

Gino ha ragione, dovreste farcela spassare un po’ anche a noi vecchi –

E giù a sputacchiare, e giù a fare mozze risate.

  • Dovreste provare compassione per i poveri vecchi o almeno non farlo capire. Adesso il più è fatto, non si può tornare indietro. Giusto?-
  • Giusto- gli fece eco il Toni
  • Parli del cannoncino naturalmente – disse Raul affacciandosi tranquillo tranquillo dalla branda alta del letto a castello.
  • Hai ragione bellezza, parlo del cannoncino –
  • Fallo sparare a salve –
  • E’ un peccato bellezza non capirsi tra noi –
  • Allora fallo sparare da Toni – rispose di nuovo Raul con quel tono tranquillo tranquillo.

Allora Raul si stese tutto lungo sulla branda superiore e con il suo sterminato braccio penzoloni afferrò lo sgabello. E fortuna che Gino ebbe la prontezza di mostrare il fianco altrimenti…altrimenti si giocava la testa. Ma alla spalla l’ebbe di sicuro e lì il colpo dovette arrivare violento.

L’altro, il Toni, gettò il sigaro in terra e si portò fuori dalla stanza, fece uscire un coltello e rientrò con quello in posizione. Dopo aver trascinato Gino oltre la porta, Gino che bestemmiava il male cane alla spalla, rientrò stuzzicandosi i denti con il coltello.

Pagherai bellezza – minacciò rivolto a Raul e se n'andò sputando, un'altra volta, la solita schifezza nera in terra prima di richiuderli a chiave.

 

 

Il Direttore del carcere mise in relazione i dialoghi in officina sull’opera d’arte con la rissa dentro la loro cella e si fece l’idea che Bertrand e Raul stessero per organizzare un evasione. Dopo essersi fatto quell’idea il Direttore divise i due amici. Bertrand rimase dov'era mentre a Raul furono inflitti dieci giorni d'isolamento.

 

Bertrand, senza Raul, cominciò a trascorrere il proprio tempo fumando e guardando la televisione. A volte mentre era intento a fumare si metteva in testa di tradurre i rumori che giungevano sciolti nell’aria. Quelli restavano gli unici modi per gettare uno sguardo oltre le mura – alla faccia di tutti i guardiani del mondo – anche se dall’inferriata filtrava soltanto il colore inconfondibile sprigionato dal cielo e con l’aria penetrava l’inconfondibile rumore causato dal mare, così vicino come può esserlo in un carcere costruito su un isola deserta, senza che nessuno sapesse veramente descrivere come fosse quel fuori, poiché nessuno di loro se ne ricordava. Poi venne Tommaso.

Tommaso era un drogato di sessant'anni, dagli occhi sfuggenti che non guardano mai l’interlocutore e il volto di uno che prende tutte le faccende sul serio, che non vede altre parole dietro le parole. Entrò nella cella di Bertrand e non lo degnò neppure di uno sguardo, affermò che lui non voleva essere la "pupa" di nessuno, e in compenso si mise a fissare le dita annerite del suo nuovo compagno. Era una delle tante fissazioni di Tommaso e Bertrand se ne accorse soprattutto quando gli successe di fare la doccia vicino a lui. La volta che lui e Bertrand si trovarono insieme sotto la doccia – quello la mandava a tutto andare e Bertrand che non ci avrebbe lasciato un solo dito del piede sotto quell’acqua bollente si sentì afferrare tutto ad un tratto le proprie mani dentro quelle dell’altro che con forza, bestemmiando, lui completamente sotto lo scroscio rovente con le dita annerite di Bertrand tenute salde nelle sue mani. Quasi gli riuscì a lessargli la pelle.

Allora Bertrand gli pronunciò un bel discorso. Gli disse che quella non era una cella bensì una stanza. Perché fosse una stanza e non una cella era una faccenda che non doveva chiedere a lui, era una delle tante faccende non date a sapersi in questo mondo. Che si trattava probabilmente di un certo rifiuto dell’ovvietà o un volontario riferimento alla conclusione dell’apprendistato. Nulla, d’altronde, gli faceva venire in mente nomi come patria, dove si nasce o si vive, e per la quale, talvolta, si muore, o galera con le fruste che cadono pesantemente sopra le schiene nude e sudate degli schiavi.

Gli disse che era la loro stanza e in un modo o in un altro costituiva la loro fissa dimora, senza peraltro apparire buia come una cella, né umida, né brulicante di topi motosi e lui Bertrand si serbava l’opportunità di fare nulla eccetto – intesi – fumare una sigaretta sopra la branda e guardarne il fumo salire verso il soffitto annerendo, al contempo, le sue dita.

Naturalmente, concluse, non si trattava di una stanza da ricordare per la bellezza, per il decoro dell’arredamento. Era una stanza e poco più, con altre stanze lì vicine, molte stanze, senza far parte di uno stesso appartamento. Gli accessi sbarrati segnalavano la distinzione del posto come il decoro dell’arredamento. E non c’era da aggiungere altro. Le prigioni, si sa, sono costruite apposta.

 

Guardando il suo nuovo compagno a Bertrand veniva voglia di sentirsi un uomo fortunato. Si metteva a chiedergli – Lo senti il rumore del mare? E questi odori? E’ estate fuori. Lo senti? Come sarà l’estate là fuori come sarà?–

Tommaso non rispondeva, esalava uno stanco grugnito da bestia ferita e con gli occhi tondi pieno d’odio fissava le dita di Bertrand macchiate dal fumo. Oppure, gli lanciava contro il primo oggetto a portata di mano.

A Tommaso cosa ci fosse oltre le grate sembrava non importare affatto, lui si era conficcato le sbarre dentro il cervello e non riusciva neppure ad immaginare che esistessero ancora spazi liberi.

E prendeva tutto sul serio. Una volta Bertrand si accorse che non aveva più droga e gli disse – Non è che ora ti inietterai un po’ d'intonaco – Tommaso sembrò non attendere altro. Grattò un po’ d'intonaco, lo raccolse in un piatto e lo diluì con l'acqua. Tirò fuori una vecchia penna a sfera, gli tolse il cappuccio e con la cannuccia si soffiò l'intonaco diluito dentro la vena aperta da un colpo di forchetta.

Poco dopo, quando il suo polso tornò a battere calmo poco dopo, rimise accuratamente a posto la cannuccia della penna. Prese il ricambio, quello che in cartoleria si chiama "refill", vi legò in punta, con un filo, un ago da cucito e imbastì pazientemente sulla propria coscia destra un tatuaggio raffigurante una fila di topi che risalivano la sua gamba in direzione dell'inguine. Il tatuaggio lo tenne impegnato vari giorni. La prima notte gli si era gonfiata la pelle e una febbre altissima rischiò di condurlo dove non esistono le prigioni. Po questo non successe più perché era diventato più bravo.

Stava per finire il tatuaggio quando Bertrand gli disse – Non sarai mica così bravo da materializzarlo ? – da lì a poco un topo gironzolava per la cella e ce ne volle per buttarlo fuori. Tommaso prendeva tutto le cose troppo sul serio.

 

A Raul comminarono dieci giorni di isolamento, ma la cosa peggiore per lui fu radio Prigione, la voce che lui fosse la "pupa" di Bertrand. Poi si venne a sapere che era destinato nella cella affiancata a quella di Toni e Gino, neppure a farlo apposta, e che il Direttore inoltre gli tolse definitivamente l'officina.

Rivedere Raul durante l'ora d'aria in mezzo a due guardie, a Bertrand fece l'effetto di avere di fronte una persona impermeabile e l'ombra di febbre negli occhi lasciava pensare che stesse resistendo come sempre.

  • Come si sta tra due angeli custodi? - domandò.
  • Bene - rispose Raul che poi aggiunse ridendo - perché ti sei tinto i capelli? -

Anche Bertrand rise dello stesso sorriso falso.

 

Quel giorno, appena messo piede in cella, Tommaso gli puntò addosso gli occhi tondi e smarriti dell'animale gravemente ferito. Significava che aveva di nuovo terminato la roba e che pensava alla morte. Cominciò a fissare le dita annerite di Bertrand. Pensava alla morte e quasi riusciva a materializzarla come gli era riuscito con i topi tatuati, e quasi riusciva a far entrare nel suo pensiero anche Bertrand e tutta la stanza. Bertrand si stese sul letto e accese una sigaretta, questo era l'unico modo che conosceva per immobilizzare i pensieri di Tommaso.

Steso sulla branda il tempo di Bertrand e quello di Tommaso seguivano destini separati. In Tom il tempo subiva come una dolorosa contrazione mentre Bertrand se lo sentiva scorrere, ripulito da tutte le scorie della vita, come se fosse tempo puro, come se vivesse il tempo infinito del sogno che fece invecchiare Raul, come se vivesse il tempo infinito della cella di isolamento di Raul, come se lui non si trovasse neppure dove si trovava…

Quando si svegliò sulla televisione spenta apparve la scritta -

- E' tutta menzogna ormai, non ha più scelta -

Era notte fonda e si alzò. Tommaso dormiva nella parte inferiore del letto ma lo udì, si svegliò e guardò Bertrand come si guarda un fantasma. Il cuore sembrava spezzarsi sotto i colpi del cuore. Gli fece paura, gli fece. Attese che i propri occhi si abituassero al buio e fissò dritto Tommaso senza che questi potesse rimandargli qualcosa nell'oscurità. In quella notte, esclusi dal tempo, in quel carcere che non sapevano in quale parte del mondo fosse costruito, loro due soli, senza parlare per interminabili momenti, Bertrand chiese a Tommaso la droga.

  • Tommaso - disse - tu sai cosa sei e ti piacerebbe essere ricordato per quello che sei.

Tommaso non rispose.

Voglio la droga-

Tommaso non rispose proprio perché credeva davvero di trovarsi di fronte ad un fantasma.

  • Non barare Tommaso, dammi la droga o ti ammazzo -

Tommaso allora si alzò dalla branda, rovesciò il materasso, aprì gli armadi, si tolse i vestiti di dosso, si tagliò una vena con una forchetta. La roba non l'aveva.

  • Era per Didier, era per salvare il sorriso falso di Didier -

 

La mattina seguente, Raul portò a termine il suo proposito mentre gli altri si asciugavano, mentre Bertrand incrociava l'uscita del primo turno e rovistava tra i volti che sbucavano dalla bruma vaporosa della zona docce. Era ancora agitato dalla notte e non vedendolo uscire cominciò a gridare forte, fino a far accorrere le guardie, fino a che il trambusto si diffuse per tutto il piano.

Lo trovarono ancora in vita ma con gravissime lesioni al collo. Ne seguirono tre giorni d'agonia. Bertrand chiese di farsi ricevere dal direttore, chiese di essere scortato in infermeria. Il direttore mandò a dire che non dirigeva una scuola materna. Con la scusa del mal di denti Bertrand riuscì a farsi dare un tubetto di analgesici. Li ingollò tutti d’un fiato durante l’ora d’aria e prima di rientrare in cella rovinò a terra. Riprese conoscenza che era prono sopra un lettino dell'infermeria, con la testa ruotata di lato ben sotto il livello dello stomaco. Gli avevano praticato la lavanda gastrica.

Per lunghi attimi credette di essere lasciato solo in infermeria, con due guardie che parlavano tra di loro, appena oltre la porta.

  • L'unica è trasportare quel poveretto in un vero ospedale - diceva uno - Un vero ospedale, ma dove vivi, quando entri qui dentro non ci sono più ospedali - rispose l'altro.

Così almeno udì Bertrand, con le voci deformate dalla debolezza e la sensazione che Raul fosse proprio nella branda accanto, a due metri forse meno da lui, che quasi ad allungare un braccio uno poteva stabilire un contatto con l'amico. Ma sentiva tutto così pesante che neppure gli riusciva di sollevare la lingua dal palato.

Si svegliò - quanto tempo era passato? -, Raul non stava più sul lettino di fianco. Poi si ritrovò sulla propria branda con la sensazione che qualcuno avesse avvitato i dadi dello stomaco lasciandogli, però, la testa sganciata dal collo.

Riconobbe la voce indifferente di Tommaso – La tua pupa è morta –

- Morto vorrai dire brutto vecchiaccio – urlò o forse gli sembrò solo di urlare. Provò a saltargli addosso ma i dadi si svitarono dallo stomaco e svenne tra le risa di Tommaso, senza più viti, né ossa, né parole.