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Primo amore           
                 di Moreno Catozzi

Occhi d'aquila
                                di Manuela Algeri

La lettera                                           di Roberta Angeloni

                                       

           


Primo amore

racconto di Moreno Catozzi

Alice> finalmente noi due da soli :-)

Kymeks> perché l'hai voluto?

Alice> perché mi sei sembrato diverso dagli altri. Una entra in una chat che dovrebbe trattare di musica e poi si accorge che tutti non vogliono altro che rimorchiare...

Kymeks> sei davvero una donna?

Alice> e tu cosa sei, con quel nome?

nome: Mirko

cognome: Costantini

nickname: Kymeks

età: 17 anni

professione: studente

hobby: navigare in Internet, suonare la chitarra, scrivere poesie

Ebbi per un attimo la tentazione di inviarle il mio profilo, ma poi decisi di non scoprirmi troppo, per il momento.

Kymeks> sono un uomo

Alice> e io una donna

Kymeks> di che cosa vuoi parlare?

Alice> qual è un disco che ti è piaciuto?

Kymeks> l'ultimo dei Radiohead mi ha fatto scoppiare. E tu che musica ascolti?

 

Chattammo per più di un'ora. Le macchine non passavano più, nella strada sotto casa, e si sentivano miagolare i gatti. Sapevo che il giorno dopo mi sarei svegliato con gli occhi che mi bruciavano, ma me ne sbattevo. Da un po' non gettavo più sguardi neanche al mio televisore a quattordici pollici, che mostrava le immagini della Juve, che le aveva suonate alla Dinamo Kiev. All'improvviso quella stronza di mia sorella gridò dal corridoio:

"Mirko, cazzo, devo telefonare !"



Kymeks> purtroppo ti devo lasciare... :-(

Alice> perché non ci vediamo?

Kymeks> intendi dire, dal vivo?

Alice> certo

Kymeks> dove e quando?

 

Una domanda degna di Humphrey Bogart, certo lei non poteva sapere che per scriverla le mani mi tremavano più di quelle del Papa.

 

Alice> c'è una gelateria molto carina, che si affaccia sulla piazza della Fontana di Trevi. Si chiama 'da Augusto'. Ci vediamo lì, domani pomeriggio alle sette. Siediti in uno dei tavolinetti di fuori

Kymeks> come ci riconosceremo?

Alice> ce l'hai una maglietta dei Radiohead?

Kymeks> sì, ce l'ho

Alice> indossala. Ti riconoscerò da quella.

Kymeks> Ok, ci vediamo domani

Alice> un bacio :-x

Kymeks> ciao

 

La fontana era accerchiata da schiere di turisti di ogni razza e nazione, e flussi disordinati di persone le facevano il giro intorno, per poi sparire nelle vie vicine. Il rumore dell'acqua che scorreva si mescolava al brusio della folla. In quel film di Fellini, nella scena famosa della biondona che ci fa il bagno dentro, quel posto aveva una sua vaga magia, mentre in quel momento mi sembrava involgarito dalla presenza di quella folla schiamazzante. Ero seduto dove mi aveva detto lei, all'ora stabilita e con addosso la mia brava maglietta dei Radiohead. Mi ero preso un'acqua tonica, e me ne stavo a guardare le persone che passavano, specie le donne più attraenti, sperando in un cenno rivelatore. Per tutto il giorno avevo provato a immaginarmela. Dal suo modo di scrivere mi sembrava una donna matura: non riempiva le sue frasi di evviva o di punti esclamativi, come quelle idiote delle mie coetanee, e non esagerava troppo con gli emoticon. In più non mi chiedeva se per caso mi drogavo o che cosa avessi mangiato a colazione, ogni volta che azzardavo un discorso serio. Avevo pensato a lungo al momento in cui sarebbe arrivata, e a che cosa avrei dovuto dire. Spesso di fronte alla gente mi ritrovo senza parole e così mi ero creato nella testa una sorta di scaletta di argomenti, tuttavia sapevo bene che sarebbe bastata una sua frase, o una qualsiasi domanda inaspettata, per far crollare tutta quella costruzione mentale e spostare la conversazione verso strade ignote. Ad un tratto una bionda fantastica con un paio di jeans a vita bassa, sopra cui s'intravedeva un arrapantissimo tatuaggio sull'inguine, si diresse verso di me. Lo stomaco mi si contrasse, da quel bravo sfigato che sono, e sembrava non venirmi su il respiro, ma senza che neanche riuscissi a pronunciare la 'A' di Alice, lei mi scivolò di fianco ed entrò nel locale, lanciandomi un vago sorrisino. Era il tramonto, e tremavo di freddo con addosso solo la maglietta, ma non mi misi nemmeno il giubbotto, per timore di non essere riconosciuto. Da tempo non facevo altro che sbattere la cannuccia tra le pareti del bicchiere, dentro alle ultime due dita della bibita che proprio non mi andava giù. La piazza era quasi vuota, ed era già notte, quando me ne andai. Appena giunto a casa, mi fiondai davanti al computer. Lei era on line.

 

Kymeks> perchè non sei venuta?

Alice> alle donne piace sempre farsi desiderare

Kymeks> non vuoi incontrarmi?

Alice> sì lo voglio, ma prima voglio vedere di che pasta sei fatto

Kymeks> che cosa intendi dire?

Alice> voglio una tua foto nudo

Kymeks> una mia foto nudo? Stai scherzando, vero?

Alice> no, non scherzo

Kymeks> mi fai pensare a una di quelle che mettono gli annunci nei giornali porno:'cercasi uomo di bella presenza intelligente istruito grande amatore indispensabile inviare foto del cazzo' !

Alice> io sono molto di più. Dovrà essere scattata a cavallo della statua del Marco Aurelio in Campidoglio

Non potevo credere a quello che leggevo. Con chi diavolo mi ero imbattuto? Una pazza, una maniaca, oppure semplicemente una che voleva prendermi in giro? Era forse una che, una volta avuta quella foto, ne avrebbe riso con le amiche all'ora del tè? O se, peggio ancora, fosse stata per caso un'amica di mia madre? Pensavo già al momento in cui le avrebbe mostrato la foto dicendole "guarda di cosa è capace tuo figlio!"

 

Kymeks> perché vuoi questo da me?

Alice> mi piace sottoporre gli uomini a queste piccole prove, per vedere se mi meritano.

Kymeks> piccole prove? Per vedere se ti meritano? Tu che cosa offri in cambio?

Alice> ora ti invio una mia fotografia. Aspetta solo un momento... ecco, te l'ho inviata

 

Aprii l'Outlook Express e cliccai tre o quattro volte sull' 'invia e ricevi', finché non arrivò la mail con l'allegato, e sullo schermo comparve l'immagine di un piede. Era un piede affusolato, con la caviglia sottile e le punte delle dita che formavano una curva omogenea, a partire dall'alluce fino al dito più piccolo. Un bel piede, nulla da dire, ma mi scoppiò in testa una confusione che non avete idea.

 

Kymeks> tu mi prendi in giro, che me ne faccio di un piede?

Alice> ti ho già detto che alle donne piace farsi desiderare. Vedrai il resto a prova compiuta.

Kymeks> e se io non volessi?

Alice> amici come prima. Mi cercherò un vero uomo. Ma so che lo farai. Coraggio, aspetto la tua foto. Hai tre giorni di tempo :-x

 

Indugiai per qualche secondo, ma alla fine scrissi "OK, lo farò".

 

Perché ho accettato, mi chiesi per tutto il giorno successivo. E perché non dovrei farlo, mi rispondevo. In fondo non avrei fatto del male a nessuno, rischiavo solo di rendermi ridicolo o di essere arrestato, ma rischiavo sulla mia pelle. Sarebbe stato il mio primo, piccolo gesto di eroismo. Non avevo poi molto da perdere, lei mi aveva lanciato una sfida e io la dovevo accettare. Mi chiedevo chi fosse lei veramente. Che cosa volesse realmente da me. Forse le piaceva scherzare, è vero, ma mi capiva. Era l'unica donna di cui trovavo interessante ciò che diceva, ammesso che donna fosse. Fui fulminato da un nuovo pensiero: poteva essere un mio compagno di scuola. Uno di quelli che mi invidiavano per i miei voti, o che mi prendevano in giro perché non ci sapevo fare con le donne. Una mattina sarei arrivato e avrei trovato le mie foto con il pisello di fuori appese per tutto il corridoio. Il rischio era forte, ma la curiosità più forte ancora. Chi se ne frega, mi dissi. In fondo sapevo che fare quella cosa mi avrebbe dato soddisfazione. Una bella cazzata ogni tanto ci vuole. Sono l'orgoglio di mia madre; le brillano gli occhi, ogni volta che mi vede. Forse però non immagina che mi faccio le seghe più volte al giorno. Ho l'impressione che mi amino perfino i professori, ma non sanno che trovo vomitevoli tutte le loro materie, e anche le loro vite. Perché per una volta non potevo, non dico davanti a tutti, ma almeno davanti a una sola persona, essere veramente me stesso?

 

Io sono alto e magro, così tanto che, pensate un po’, riesco quasi a farmi i pompini da solo, quindi ritenevo che non avrei avuto problemi ad arrampicarmi sul piedistallo, su cui è appoggiata la statua, e che sarei riuscito in qualche modo a raggiungere il garrese del cavallo. Ma c'erano ben altre difficoltà. La mia macchina fotografica è dotata di autoscatto ma, una volta premuto il pulsante dell'otturatore, avrei avuto dieci secondi di tempo per salire sulla statua e mettermi in posizione. In più era praticamente impossibile sistemare a priori la macchina in modo da inquadrarmi quando sarei stato seduto lassù. Andai sul posto alle tre di notte, sperando di poter trovare la soluzione una volta lì, in qualche modo; e infatti la trovai. Il piazzale era vuoto, come mi aspettavo, eccetto che per una presenza di cui non avevo tenuto conto: c'era un carabiniere che faceva la guardia notturna. Mi avvicinai timidamente.

"Dovrebbe farmi un piacere", gli dissi.

"Chi è lei, mi dia un documento", mi rispose quello, con un tremendo accento calabrese.

Gli diedi la mia carta d'identità. Avevo addosso la mia tuta da ginnastica, senza niente sotto, ma avevo con me il portafoglio, e c'erano anche molti più soldi del solito.

"Ho fatto una scommessa. Devo farmi una foto nudo sopra la statua del Marco Aurelio. Lei mi deve aiutare. Le do trenta euro"

"Io ti porto in galera, se non te ne vai"

"E per cinquanta euro?"

"Guarda lassù, c'è una telecamera a circuito chiuso, che ci sta riprendendo. Un mio collega ci osserva su di un monitor. Ce li hai i soldi anche per lui?"

Mi costò cento euro, porca puttana, che erano quasi tutto ciò che mi era rimasto dei soldi guadagnati coi lavori estivi, ma finalmente ero pronto per l'impresa. Mi spogliai a terra, perché sarebbe stato ben più difficile farlo una volta in cima alla statua. Il carabiniere mi aiutò a salire sul piedistallo e, mentre mi spingeva verso l'alto, sentii la sua barba sfregarmi su una natica e lo udii esplodere un'imprecazione dialettale. Una volta sopra, posai il mio piede sinistro su quello destro dell'imperatore e una mano sull'enorme ginocchio. Feci forza, e appoggiando il piede destro sulla zampa protesa dell'animale, mi ritrovai con un balzo nello spazio compreso tra la testa del cavallo e il cavaliere. Soffiava un vento fresco, era forse la prima volta che mi trovavo nudo all'aria aperta. Nella piazza sotto il monumento, di tanto in tanto passavano le macchine, ma nessuna si fermava. Il cuore prese a battermi meno forte e il mio respiro si fece regolare. Pensate un po’, cominciai a sentirmi a mio agio.

"Ahò, sei 'na favola!". Fu quel grido, proveniente da un uomo affacciato a una finestra, che non avevo notato, a sottrarmi da quella mia strana beatitudine. Cominciai a guardarmi intorno. La visuale era diversa, da lassù. Su una panchina poco distante, scoprii le ombre di una coppia che si baciava, poi vidi le teste separarsi e mi sembrò di udire i risolini di lei. Mi voltai di scatto e gridai al carabiniere: "Forza, scatta la foto!". Portò la macchina davanti al viso. Appoggiai la mano destra sul braccio proteso di Marco Aurelio e il piede sinistro sulla criniera del cavallo e, prima che premesse il pulsante, visto che c’ero, assunsi anch'io una posa statuaria.

 

Alice> niente male, anche se dovresti andare un po' in palestra

Kymeks> l'ho fatto solo per te

Alice> e ti sei meritato la ricompensa, controlla la posta

 

Trovai una nuova e-mail con allegata un'immagine, l'aprii e vidi un seno. Insomma, una tetta. Non era troppo grande, né troppo piccolo, pallido e con la punta del capezzolo di un colore rosa scuro, che sfumava verso i lati fino a confondersi con la pelle. Mi ricordò quelli della bagnante slava che era fuoriuscita dall’acqua di fronte a me, un giorno al mare, l’ultima estate. Come vorrei una ragazza con due seni così, pensai. Chiusi gli occhi, e immaginai di succhiarlo sentendone il gusto salato.

 

Kymeks> è davvero il tuo seno?

Alice> fa parte anche questo del gioco. Non è eccitante?

Kymeks> non so se amarti o maledirti. Perché mi sottoponi a questa tortura?

Alice> perché è così che si conquista una donna, a poco a poco. Sei pronto a fare un'altra cosa per me?

Kymeks> farei tutto, per te

 

Sopportare, era la parola chiave. Che cos'altro avrei dovuto sopportare, prima di poterla vedere? A questo pensavo mentre, con il respiro ancora affannato, guardavo quella enorme chiazza rossa e nera sul pavimento. Paura, vergogna, ansia, umiliazione, a tutto ciò lei mi aveva costretto. Ancora mi chiedevo perché avessi accettato di stare a quello stupido gioco. Alla curiosità e al reale desiderio si era ormai aggiunto anche l'orgoglio. "Voglio una tua foto con in mano una tarantola viva", mi aveva chiesto lei. Proprio io, che quando un calabrone entra per caso nella mia stanza, scappo e vado a chiamare mia sorella. Con internet non me la cavo niente male, e trovai facilmente un negozio di animali che le vendeva. Devi metterla in un terrario sterilizzato... non devi esporla ad una luce troppo forte... devi darle da mangiare insetti comprati qui da noi... se le dai quelli trovati in giardino i pesticidi potrebbero ammazzarla... sì lo so, non mi interessa, mettetemela in una scatola, la porto via così. Il suo nome scientifico era Teraphosa Blondie, ma in realtà era quasi tutta nera, e non me ne importava nemmeno un granché, per me era semplicemente la specie meno cara. Non costò poi così tanto, almeno in confronto a quanto avevo speso per corrompere il carabiniere. Entrai in casa con la scatolina nascosta sotto il giubbotto. Sentivo il rumore delle zampe che graffiavano il cartone, era come se provenisse dal mio stomaco. Entrai nella mia stanza e la posai sulla scrivania, mi sedetti e aspettai di trovare il coraggio. Era sera, mia madre se ne stava in cucina a guardare un quiz televisivo. Mia sorella, nella stanza accanto, come al solito si stava masturbando davanti a una soap opera: ascoltando bene, la si sentiva ansimare. Devo farlo prima che mi chiamino per cena, decisi. Accesi il computer, trovai un sito: il veleno delle tarantole, pur essendo decisamente doloroso, non è mortale e i suoi effetti sul corpo umano sono di entità poco maggiore di quella che può provocare la puntura di un calabrone... L'arto colpito può dolere per alcuni giorni... non è infrequente l'insorgenza di febbre alta, nausea, vomito sensazione di malessere. Per lo meno non rischio la pelle, pensai. Molto gentile, Alice. Cominciai a staccare piano piano il nastro adesivo che fissava il coperchio. Su un lato della scatola c'era disegnato un ragno, un po’ nello stile dei personaggi di Walt Disney, che mi faceva l'occhiolino. Dalla TV della cucina giungeva il suono di un rullo di tamburi. E' giunto il momento, mi dissi: aprii la scatola e ne rovesciai fuori il contenuto. Una volta all'aria aperta, la tarantola rimase per un attimo come attonita, poi cominciò a zampettare verso il bordo della scrivania. Presi un libro e con quello la risospinsi verso il centro. Appoggiai la mano sinistra sul tavolo e, sempre aiutandomi col libro, spinsi il ragno verso di essa, lentamente. Era davvero enorme. Aveva un corpo tozzo, ma si spostava con un movimento fluido e indecifrabile. Guardai quello strano muso, in cui non si capiva quali erano gli occhi, o la bocca, o se aveva un naso, o con quale parte poteva mordermi. Cominciò guardinga a salirmi sul dorso della mano. Al contatto con quei peli pungenti, trattenni un conato di vomito. Premetti il pulsante della mia macchina fotografica, che era anch'essa appoggiata sopra al tavolo, e cominciai ad alzarmi per essere inquadrato meglio. Indietreggiai e mi passai il ragno sul palmo della mano destra. "Sorridi, piccolina", dissi poco prima del flash. Subito dopo, la lasciai cadere in terra e la schiacciai col piede con tutta la forza che aveva in corpo. Lo schizzo che fece era largo almeno dieci volte le sue dimensioni originarie.

Alice> sei grande, zuccherino!

Invia e ricevi, invia e ricevi, invia e ricevi. L'immagine che vidi quando aprii il nuovo allegato mi fece pensare un po' a quel quadro di un francese, che avevo visto nel mio libro di storia dell'arte: l''Origine del mondo', di Courbet. Provai a ingrandirla, come per guardarci dentro, ma quel mucchio di peli cespugliosi si frammentava in una miriade di tasselli quadrati, tutti uguali nelle dimensioni, ma diversi nei colori. Andavano dal nero, al grigio, al marrone scuro e, muovendomi un po' con le frecce della tastiera, si passava all'amaranto, al rosso, al rosa e al bianco della carne. Riportai l'immagine alle sue normali dimensioni e, riguardandola, per una strana associazione mentale, il mio pensiero riandò al ragno che avevo spiaccicato sul pavimento poco prima. Non era poi così attraente, a guardarla bene; anzi, perfino un po' disgustosa. Pensai a quanti soldi, e azioni, e energie, benzina, vestiti firmati, e ulcere, notti insonni, opere d'arte e stupidaggini di ogni genere, come le mie, si producevano o consumavano ogni giorno, per quell'unica cosa. Se non era l'origine del mondo, di certo ne era il motore.

 

Kymeks> comincio a stancarmi di questo gioco

Alice> è quasi finito, c'è solo un'ultima cosa che vorrei tu facessi per me

Kymeks> non credo che ne avrò voglia

Alice> non vuoi sapere neanche che cosa avrai in cambio?

Kymeks> che cosa?

Alice> tu non hai mai fatto l'amore con una donna, vero?

Kymeks> fatti gli affari tuoi!

Alice> non te ne devi vergognare. E' perché sei migliore degli altri

Kymeks> continui a prendermi in giro

Alice> pensala come vuoi, ma sarà un'occasione persa, sia per te che per me

Kymeks> che cosa dovrei fare?

Alice> il proprietario della gioielleria Bulgari, in via dei Condotti, porta sempre al dito mignolo un grosso anello a forma di cuore, con uno zaffiro. Voglio quell'anello.

Kymeks> non ti chiedo se scherzi, ormai da te mi aspetto di tutto, ma stavolta non ci sto. Va bene rendermi ridicolo, o farmi morire di paura, ma non sono un ladro

Alice> tu mi ami?

Kymeks> nemmeno ti conosco...

Alice> e vorresti conoscermi?

Kymeks> sì, vorrei

Alice> e vorresti fare l'amore con me?

Kymeks> sì, lo vorrei

Alice> e allora fa' questa cosa per me. Coraggio, è l'ultima prova :-x

 

Dopo i soliti secondi di riflessione, scrissi "Che sia proprio l'ultima ".

 

Forse c'è una giustizia più alta di quella dettata dalle leggi dello stato, pensavo, e poi a me quell'anello serviva più che al gioielliere: era il mio passaporto per il sesso, per entrare a far parte del mondo dei grandi. In fin dei conti, lei finora non mi aveva mai deluso, mi aveva dato ciò che aveva promesso, anche se erano solo foto. Ancora nessuno era sbucato fuori a dirmi che ero su una candid camera, valeva la pena di proseguire. Sarò un eroe, mi dicevo, uno speciale, uno che avrà fatto qualcosa degno di nota, nella vita. La gente comune lo definirebbe un crimine: nel mio mondo, e in quello di Alice, sarà una cosa giusta. Digitai 'zaffiro' sul mio consueto motore di ricerca e scoprii che era una pietra azzurra, nemmeno lo sapevo. Per averlo, dovevo compiere una rapina a mano armata, in piena regola. Presi un grosso coltello da un cassetto della cucina e me lo infilai sotto il giubbotto. Erano le sei del pomeriggio e via dei Condotti brulicava di gente, quando mi presentai davanti al negozio. Mi fecero entrare, anche se di certo non ho l'aria da ricco. Il gioielliere era in piedi dietro al bancone: aveva un viso rugoso, abbronzatissimo, e indossava un doppiopetto color crema e una cravatta rossa, quasi dello stesso colore dei capelli, sicuramente tinti. La sua espressione era come sdegnosa. In effetti portava un anello a forma di cuore al dito mignolo della mano sinistra, con una grossa pietra blu. Visto, Alice non mentiva. Sotto le luci del negozio, brillava tanto da far quasi male agli occhi. Non ero in grado di giudicarne il valore, e nemmeno la bellezza. Mi sono sempre chiesto perché mai alle donne piacciano quei cosi. "Posso esserle utile?", mi chiese. Il modo in cui pronunciò quell'unica frase confermò la mia prima impressione: era un gay. "Vorrei fare un regalo alla mia fidanzata ", dissi. Mi descrisse i gioielli che si trovavano sotto il vetro del bancone, con fare svogliato. Sembrava aver subito capito che non avrei comprato nulla, e che potevo essere un ladro. Probabilmente teneva già il dito sul pulsante dell'allarme, come si vede nei film. Alla fine ci fu un momento di silenzio. Mi osservava spocchioso, e io non sapevo cosa dire. Ti prenderò quando esci, brutto bastardo, pensai, quindi dissi: "OK, forse ripasso".

Era buio, quando sbucò fuori da sotto la serranda semiabbassata del negozio. Mi accorsi che aveva ai piedi un paio di scarpe bicolori, incredibilmente lucide. Salutò la commessa con un paio di bacini sulle guance. I due si incamminarono in direzioni opposte, per fortuna. Non c'era molta gente per la strada, quindi dovevo seguirlo a debita distanza, senza farmi notare. Camminò per un paio di isolati, svoltando in una via molto stretta. Non c'era nessuno, si fermò davanti ad un portone. Stava per prendere le chiavi dalle tasche, quando lo raggiunsi, ed estrassi il coltello da sotto il giubbotto.

"Dammi quell'anello con lo zaffiro", dissi fingendo una voce decisa.

Si voltò, e la sua espressione, dapprima stupita, divenne di terrore.

"Senti, ho il portafoglio pieno di soldi, posso darti quello che vuoi, ma non questo anello", disse.

"No, io voglio proprio quello", risposi io.

Dovete perdonarmi, ma ero alla mia prima rapina, e dunque sbagliai nel tenergli il coltello a mezzo metro di distanza. Avrei dovuto piantarglielo ben sotto la gola. Con uno scatto che proprio non mi sarei aspettato, mi scostò la mano e si mise a correre per la via, urlando con quella orrenda voce stridula da checca. Gli scagliai addosso il coltello, senza neanche pensare che così avrei potuto anche ammazzarlo. Il coltello vorticò in aria e gli rimbalzò su una spalla, senza procurargli alcun danno apparente, per finire poi a terra roteando nel verso opposto. Cominciai a inseguirlo. Alto e magro come sono, e con ai piedi un paio di Nike, anziché quelle ridicole scarpe a due colori, lo raggiunsi ben presto. Lo fermai afferrandolo per il collo della giacca, quasi strozzandolo, e lo trascinai in un vicolo laterale. Lo sbattei contro il muro e gli mollai un pugno in pieno volto. L'ultima mia scazzottata risaliva alle elementari, non ricordavo che un pugno in faccia potesse fare così male, anche a chi lo dava. Sentii la mia mano destra umida di sangue e di bava. Provai a colpirlo con l'altra mano, ma lo mancai completamente. Sono sempre stato un inetto, con la sinistra. Provai a dargli un calcio nelle palle, ma lo presi su un anca. Quello se ne stava accovacciato contro il muro, senza opporre resistenza, come ogni onesta checca dovrebbe fare. Poi però ebbe un moto di orgoglio: smise di proteggersi il volto e mi venne addosso digrignando i denti, provando a mettermi le dita negli occhi. Non ci riuscì, ma mi graffiò gli zigomi, con quelle unghiacce rese taglienti dalla manicure. Ora lo odiavo veramente, e credevo ormai di meritarmi l'anello. "Brutto finocchio di merda !", gridai, respingendolo indietro con un calcio. Gli presi la fronte con la mano aperta e gli sbattei la testa contro il muro. Poi lo spinsi a terra, e gli sferrai un calcio nelle palle, stavolta ben assestato. Non so perché ma mi sentii terribilmente bene, dopo quel gesto. Gliene sferrai un altro al volto ancora più preciso. Le gambe sono molto più potenti delle braccia, e ci si fa meno male, questo ormai lo avevo capito. Non emetteva quasi più rumori e perdeva sangue dalla bocca e dal naso. Gli bloccai il polso con una mano e gli sfilai via l'anello con l'altra. Non voleva saperne di venir via e probabilmente, per prenderlo, gli spezzai il mignolo. La ciliegina sulla torta. Osservai l'anello per qualche secondo, nella mia mano sporca di sangue, e pensai "Guardate un po' cosa si deve fare, per una scopata".

 

"Kymeks!"

Sto per alzarmi, quando mi sento chiamare con quel nome. Non può essere che lei, penso. Mi volto e vedo il contorno di una donna ritta in piedi all'imboccatura del vicolo. La vedo dunque avvicinarsi, distinguendone a poco a poco le fattezze. E' una ragazza sui vent'anni, con lunghi capelli color miele. Indossa una felpa e un paio di jeans, e mi osserva con due occhi luminosi. E' semplicemente splendida. Mi stringe la mano dolorante, con entrambe le sue mani, ed io lascio che l'anello vi scivoli dentro. Quindi mi bacia sulla bocca: un bacio morbido e leggero, quasi impercettibile.

"Grazie", mi dice.

Io le chiedo: "sei tu Alice?"

Mi prende di nuovo le mani, e con un sorriso tenero risponde: "no, però seguimi, ti porterò da lei".

Usciamo dal vicolo, a passi veloci ma controllati. Dopo qualche centinaio di metri per le vie del centro storico, entriamo in un portone. La scalinata è buia e i gradini smussati dall'usura. Arriviamo davanti ad una porta, uguale a tutte le altre. Lei prende le chiavi e apre. All'ingresso c'è un mobile antico, con uno specchio, in cui vedo riflessa la mia faccia stravolta, accanto alla sua, decisamente più tranquilla. Accanto, c’è un attaccapanni semi sommerso da pellicce e cappotti. Percorriamo un corridoio, in fondo al quale c'è una porta aperta da cui proviene della luce, e anche una musica di sottofondo. Assomiglia a quella che mia madre è solita ascoltare mentre cuce: forse Cole Porter o qualcosa del genere, a me non è mai piaciuta. Raggiunta quella porta, entriamo infine nel salone. La stanza è grande e le pareti dipinte di un rosa delicato, con appesi molti quadri dai colori vivaci. C'è un grosso divano a motivi floreali e alcune poltrone arancioni dall'aria molto comoda, ma sono stati spostati per realizzare un grande spazio in mezzo. In quello spazio sono appoggiati alcuni tappeti persiani e tanti cuscini variopinti. Sopra quei tappeti, c'è a occhio e croce una dozzina di persone nude. La vista di quei corpi aggrovigliati mi fa pensare stranamente alla scena di un affresco. La differenza però è che stanno facendo del sesso, in tutti i modi possibili, e in tutte le posizioni. E' un'orgia: ne ho viste parecchie, in certi film, ma mai nella realtà. C'è gente di tutte le età, non mancano le fronti stempiate, i seni flaccidi, i doppi menti o i fianchi con la cellulite. Un uomo si alza. E' tra i più anziani e ha una pancia così lucida e rotonda da sembrare quasi finta, sotto cui è appeso un membro scuro e rinsecchito come un dattero. La ragazza gli consegna l'anello.

"Benvenuto, Kymeks!", dice lui.

"Chi siete? Spiegatemi per favore voi chi cazzo siete", gli rispondo.

"Calmati, siamo solo un po' di gente a cui piace divertirsi. Ti va di unirti a noi?"

"Voglio sapere dov'è Alice, è qualcuna di voi?"

La ragazza coi capelli color miele mi prende per le braccia, e inclinando un po' la testa dice: "E' davvero così importante saperlo?"

Pochi altri mi degnano di attenzione: un uomo coi baffi, sdraiato a pancia all'aria, mi strizza l'occhio, una donna alle prese con una fellatio mi fa un cenno di saluto con la mano. Non li conosco, ma mi sembra di averli già visti. Su un divano poco più dietro, c'è una donna con i capelli biondi, semicoperta da un uomo incredibilmente peloso. Mi accorgo che ha un tatuaggio sull'inguine. Probabilmente c'erano tutti, quel pomeriggio alla fontana di Trevi: osservavano la loro cavia, o il loro giullare.

"Alice siete tutti voi, vero? Vi siete divertiti alle mie spalle"

"Non chiederlo, non ci pensare. E' la tua festa, oggi, sei il nostro eroe. Su dai, spogliati".

 

Questo dunque è stato il mio primo amore, ho amato una persona che non esisteva. E ora mi ritrovo qui, in piedi, immobile. C'è una donna nuda, in ginocchio davanti a me, che mi sta sbottonando i pantaloni. A me però viene da piangere. Sì, mi viene da piangere, ma mi trattengo.

Sono cresciuto, ormai.

Devo sopportare.

 

Occhi d'aquila

di Manuela Algeri
 

"Muoviti Gemma, se non arriviamo prima degli altri magari non ci vuole vedere!"

Mia madre mi trascina via correndo mentre gli altri si attardano sul sagrato intorno ai festeggiati.

Maria sussurra: "Non ci andare, Gemma, non ci andare. Quella è pericolosa. Lo sanno tutti che è una strega e in più da quando il nipote s’è fatto frate c’ha udienza all’inferno e pure in paradiso!"

Ma io ho sette anni. Come faccio a oppormi alla volontà di mia madre? Lei ci tiene davvero a salutare la "nonna del santo" (come la chiamano tutti da quando il nipote frate ha iniziato i digiuni e in paese sono cominciati i miracoli).

Spera anche lei nel miracolo, visto che i dottori non le hanno dato neanche una minima speranza per quel mio problema.

A dir la verità, anche prima si rivolgevano tutti alla vecchia, che conosce benissimo piante ed erbe curative, e si occupa di tutto: cuore, salute e malocchio.

Ora però i postulanti si sono moltiplicati e lei non ce la fa più. Cosí ha deciso di ricevere solo i compaesani in grazia di Dio, vale a dire regolarmente confessati e comunicati.

Anche mia madre ha dovuto aspettare: solo adesso, a cerimonia finita, con ancora indosso il mio vestito della Prima Comunione, posso andare con lei a pregare la nonna del santo di intercedere presso il nipote per i miei occhi malati.

Non so perché sia tanto importante che i miei occhi vedano. Io vivo bene anche così. Sto in casa tutto il giorno e aiuto nelle faccende. A casa mia mi muovo bene; so esattamente dove si trova ogni cosa e posso fare tutto senza far rumore e senza urtare nulla, di giorno come di notte. Nessuno è abile quanto me, al buio.

A scuola non ci vado, tanto non potrei imparare a leggere o a scrivere. (Ma in paese ci vanno in pochi: il lavoro dei campi è molto e faticoso e tutti partecipano, anche i più piccoli).

Per il catechismo la vista non serve, e neppure per partecipare alle funzioni o cantare.

Certo non posso uscire di casa da sola, ma anche le mie sorelle escono solo se accompagnate, quindi il problema non esiste.

E poi anche se non ci vedo, con gli occhi, in cambio vedo con chiarezza cose cui tutti gli altri sono ciechi e sordi. Quando qualcuno entra in casa so subito di chi si tratta, ancor prima che apra bocca per salutare, e sento subito di che umore è, se è allegro o preoccupato, se ha ancora perso a carte o se ha litigato con la moglie.

Quelli con gli occhi buoni non sono capaci di vedere queste cose, quindi anche in questo sono più forte io.

"Ce l’abbiamo fatta, non c’è ancora nessuno! Dai, entriamo. È permesso?"

La casa è una delle ultime del paese, tra le più vicine al bosco; non deve essere particolarmente accogliente: non si sentono odori di cibo (eppure è mezzogiorno passato) né di bucato, ma uno strano misto di erba e fumo di candela; mi sembra piuttosto umida, niente a che vedere con la nostra che è sempre calda e piena di vita. Il silenzio poi…

Sono un po’ a disagio, non conosco la casa e non so dove mettere i piedi. Entrando ho avvertito una presenza, ma non saprei dire neppure se di uomo o donna. Non avrà pensieri? E sentimenti? Oppure il mio potere è finito con la Prima Comunione. Magari veniva dal diavolo e io non lo sapevo? Oppure è lei il diavolo ed è più forte lei.

Mi sento piccola e goffa, completamente cieca. Meglio stare ferma.

"Così questa è Gemma. Bella bambina. Posso chiedere a mio nipote di pregare per lei, ma dovrà restare con me per un po’."

La voce è chiara, sicura, di chi è abituato a comandare e ad essere obbedito. Non è sgradevole, no, solo molto diversa da come mi ero immaginata. Tutti parlano sempre della nonna del Santo e io mi aspettavo una voce meno tagliente. E poi questa strana idea di farmi restare qui…

Comunque la mamma non mi abbandonerebbe mai: "I bambini devono stare con i loro genitori." Tante volte avevo sentito questa frase quando qualche conoscente proponeva di mandare una delle mie sorelle a servizio in una casa importante. Nessuno degli argomenti era abbastanza convincente. Non cambiava idea malgrado i vantaggi evidenti: un reddito in più in famiglia, una persona in meno da sfamare e vestire e, soprattutto, l’occasione d’oro di un’educazione come si deve offerta alla fortunata. Era una delle poche occasioni in cui i miei genitori litigavano. Ma la mamma non cedeva mai. Ce la facevamo benissimo così e lei era capacissima di insegnare ai figli tutto ciò che serviva per il loro futuro. Del superfluo non sapeva che farsene.

"Ma è cieca, non può muoversi al di fuori della casa che conosce da quando è nata".

"Dio ha occhi per tutti i suoi figli, anche per lei".

"Se è per il bene della bambina, faremo questo sacrificio."

Un colpo al cuore. La mamma è triste, la sento. La vecchia resta impassibile. Allora è proprio il diavolo.

"Ma per poco tempo, e la tratterete come una figlia, me lo assicurate?"

Mi cedono le gambe…

"Ce la farai, Gemma, non è vero? E’ per il tuo bene e, vedrai, andremo d’accordo facilmente."

Ancora quella voce. Non voglio che mi veda piangere, mentre io non so nulla di lei.

"Va bene, Signora, se la mamma vuole, posso provare…Ma ho paura che non le sarò di grande aiuto."

"Tocca a me esserti di aiuto, semmai. E poi puoi chiamarmi nonna anche tu, sono la nonna di tutto il villaggio."

Non è vero. Non sento il tuo calore, non puoi essere una nonna. Sei il diavolo. Mi volto verso la mamma. No, non cambierà idea.

"Va bene, Signora."

"Ah ah ah…ti abituerai Gemma e ti piacerà imparare tante cose, vedrai."

Sono in questa casa gelida da quasi sei mesi.

Ogni giorno la mamma mi manda il pranzo (le è stato proibito di venire a vedermi) e notizie da casa. Così almeno è sicura che io non mi indebolisca.

La vecchia non sembrava entusiasta, all’inizio, ma siccome le pietanze sono sempre squisite, lascia fare. Al di là del cibo, è consolante sentire una presenza famigliare. Per la prima volta da che sono nata mi rendo conto di cosa vuole dire avere gli occhi spenti.

Non che la vecchia mi rimproveri se urto gli oggetti e non sono di grande aiuto per il lavoro ordinario. Al contrario, mi dice di non pensare alle banalità di tutti i giorni e di concentrarmi piuttosto su quello che mi insegna lei.

Ogni mattina mi copre gli occhi, con delicatezza, con compresse di erbe fredde, mi benda e mi prende per mano per uscire.

Andiamo nel bosco e là mi fa toccare e annusare l’erba o la radice che dobbiamo raccogliere. Mi spiega dove si trova, a cosa serve e come si prepara e conserva. Dice che posso facilmente orientarmi nel bosco anche senza occhi. Dice che mi devo applicare e devo assorbire tutti i segnali che il bosco e le sue creature mi inviano. E’ gentile, ma dentro è sempre cosí fredda, non mi è possibile chiamarla nonna.

Ieri ho osato chiederle se non ha figli o altri parenti a parte il famoso nipote. Mi ha risposto che la sua unica figlia, la mamma del santo, è morta tanti anni fa, in un incidente.

Da allora è morta anche lei.

Ha avuto qualche assistente, ma il lavoro è delicato e nessuna si è dimostrata all’altezza. Aveva dovuto mandarle via. Io invece ero molto brava e imparavo in fretta. Presto sarei tornata a casa con due occhi nuovi belli vispi e acuti.

A pensarci, tutto sembra morto in questa casa. Anche le voci femminili che mi sembra di sentire ogni tanto sembrano tristi e così lontane.

Non ho più osato chiedere altro. Siamo rimaste in silenzio per un po’, ma sentivo che era ancora lí e molti pensieri si affollavano nella sua testa. Solo che non riuscivo a leggerli.

"Signora, ho detto qualcosa che non dovevo?"

"Non è successo niente Gemma, continua a lavorare.

Di nuovo un muro. Non pensa più e non sente più.

Stanotte mi sono svegliata tutta sudata. Eravamo nel bosco a raccogliere l’erba di S. Giovanni. Ad un tratto, sento un grido di uccello e alzo la testa. Qualcosa mi colpisce, come una beccata in un occhio e poi nell’altro. Gli occhi mi bruciano e io grido, ma nessuno mi sente. Per fortuna era solo un sogno. Vorrei tanto tornare a casa mia…

Non riesco a distaccarmi dalle immagini del sogno, mentre lei mi prepara per uscire.

"Cosa è successo Gemma? Cosa ti preoccupa?"

"Niente Signora, ho solo fatto un brutto sogno".

Mi chiede di raccontarglielo, non ne ho molta voglia, ma insiste. Taglio corto: "Ho sognato che ero sola nel bosco e un uccello mi beccava gli occhi. Ho avuto molta paura, ma adesso è passata."

"Brava bambina, era un’aquila reale. Comunque non pensarci più. Oggi andiamo in un posto nuovo, abbiamo bisogno di molta erba di S. Giovanni e dovremo camminare un po’ di più. Niente bende, cerca di tenere gli occhi bene aperti."

"Va bene, Signora".

Camminiamo a lungo, in salita. Sento il rumore dell’acqua che scorre e più camminiamo più il vento aumenta. Credo che stiamo risalendo la collina costeggiando il torrente. Il freddo, sempre questo freddo…

La vecchia mi lascia la mano e mi dice di continuare a seguirla, sento di nuovo il groviglio dei suoi pensieri, impenetrabile come sempre.

Per fortuna ansima un poco e io cerco di seguirla lasciandomi guidare dal suo respiro. Il terreno è umido, ma dove mi sta portando?

"Signoraaa, signoraaa…"

E adesso dove è andata? La chiamo ripetutamente, senza risposta.

L’acqua ha già inzuppato le mie scarpe. Ho i piedi bagnati, freddi.

Da quanto tempo aspetto in questa posizione?

Il freddo si fa pungente. Le mie mani, il mio viso, tutto il mio corpo perdono calore.

Non ho visto la scarpata (come avrei potuto, con i miei occhi malati?) e devo essere scivolata in basso, graffiandomi tra i rovi. Le ferite bruciano. Non mi sembra di avere ossa rotte, ma non oso alzarmi per non rischiare di cadere nel torrente.

Forse è già buio, ma se lei non ha dato l’allarme nessuno verrà a cercarmi.

E se non venisse nessuno? Maledetta strega…

"Nonnaaa, aiutooo…"

"Finalmente, Gemma, sono sei mesi che aspetto."

La voce viene dall’alto. La solita voce, ma la vecchia mi sembra spaventata. O forse è arrabbiata? Ma me l’ha detto lei di lasciarle la mano.

"Cosa è successo, ho fatto qualcosa che non andava?"

"Pensa ad aprire bene gli occhi e smetti di pensare a me, ai miei pensieri e ai miei sentimenti. Sei con me da quasi sei mesi e non hai ancora capito niente. Da quando è morta mia figlia, cadendo proprio qui, dove sei caduta tu adesso, non ho potuto sopportare nessuna delle mie assistenti per più di un mese.

Tutte stupide, a pensare alla mamma e alla casa e a distrarsi per delle sciocchezze. Tu sembravi diversa. Ma sei uguale alle altre. Anche se hai questo grande dono: sei cieca e dovresti capire. Invece anche tu non capisci, sei stupida. Avrei una gran voglia di lasciarti qui."

Mi sembra di essere sotto un enorme falò. Da dove viene tutto questo calore?

"Smettila di pensare a me, o ti ci lascio davvero. Non chiudere gli occhi, guarda i tuoi piedi. Sei già nel torrente, ma l’acqua è bassa in questa stagione. Ora resta nel torrente e scendi a valle. Puoi farcela. Rimani vicino a questa sponda, i tuoi piedi affondano nel fango, ma non è profondo, attenta a non scivolare. Corro giù a chiamare a tua madre, guai a te se ti fai male. Apri quegli occhi! Senti il fuoco che li invade. Puoi vedere. Puoi vedere.

Non ho più freddo. Sento un fuoco che arde in cima alla scarpata. Alzo la testa e mi sembra di vedere un’ombra nera, una piccola donna nera con una gerla di erba sulle spalle e un bastone in mano. Tutto nero. Solo gli occhi sono di fiamma.

"Siete voi, nonna?"

"Si, Gemma, prendi!" Il bastone rotola giù e si ferma vicino ai miei piedi.

"Usalo tu per aiutarti a non scivolare. A me non serve, per scendere."

Vedo il bastone e lo raccolgo, vedo ancora, le mie gambe? Tasto: sí, proprio le mie gambe. Guardo di nuovo in alto, ma la nonna è sparita. Sento dei passi che si allontanano, sempre più rapidi, sempre più leggeri. Non sembrano più passi, ma un battito di ali.

Ho capito, forse sto ancora sognando...

 

La lettera

di Roberta Angeloni
 

Mio caro,

gennaio è l’unico mese che mi ispira a scrivere due righe a te, povero diavolo che continui ad aspettarmi invano, e a quella derelitta di tua madre, che spera di non vedermi mai più. Non credo che stavolta avrai il coraggio di leggerle la mia lettera ad alta voce, la sera, dopo aver desinato, uno di fronte all’altra sul tavolino di faggio del soggiorno, con la tovaglia verde tirolese acquistata dieci anni fa al mercatino delle stoffe. Immagino i vostri volti cupi, grigi, un po’ cadenti, ricurvi sul piatto di minestrina insipida senza parmigiano, troppo costoso; forse con una spolveratina di grana acquistata al discount. Immagino la voce gracchiante della radio a valvole accesa su quell’insopportabile programma serale della rete uno, con l’indicatore della banda di frequenza incastrato in eterno, di certo una diavoleria di tua madre, detentrice assoluta del potere audio-video. No, non credo sia cambiato qualcosa. Da quando sono partita hanno eletto un nuovo presidente, il papa ha rischiato di morire ammazzato, la Ferrari ha vinto un gran premio, Senna non c’è più, i terroristi si sono di nuovo fatti vivi, un italiano ha vinto il premio Nobel, mio padre si è fratturato un femore. Ma tu ancora indossi, ne sono sicura, quella tristissima giacca da camera che ti ha regalato "mammina" il giorno del nostro quarto anniversario, e che ti fa vecchio, vecchio e bavoso. Giacca e pantofole in fantasia scozzese, neanche mio nonno le porterebbe più. Mi fanno dimenticare il bel magistrato rampante che percorre con passo svelto e deciso il pavimento di marmo dei corridoi del palazzo di giustizia, la borsa e l’impermeabile sotto un braccio, e i fascicoli di un omicidio "eccellente" nell’altro.

Quel giorno non notai le ginocchia valghe, che avevano da raccontarmi molto del tuo passato: una vita trascorsa sui libri, con il fiato sul collo di genitori fin troppo presenti e pedanti. Ero invece stata folgorata dal tuo sguardo: gli occhi limpidi e austeri mi inchiodarono al distributore di bevande calde. Da quel momento è iniziata la mia avventura con te.

Ti estirpai con forza da quella terra esausta. Scopristi un mondo fino ad allora sconosciuto: gli amici, il cinema, le fughe clandestine a Praga e a Parigi, da bere tutte d’un fiato, per eludere gli inviti della domenica a casa dei tuoi.

I primi anni del nostro ménage sono stati intensi, ma dopo la morte di tuo padre, le linee perfette di quella sintonia si sono spezzate.

Che dire di Bobi? Non c’è stato mai feeling tra noi, dal primo momento che abbiamo messo piede a casa di mammina… I cani, si sa, assomigliano in tutto ai padroni. Bene, non ho mai conosciuto sentimenti così ben rappresentati in una bestia come la perfidia e la gelosia, e Bobi non ha mai perso occasione per manifestarli nei miei confronti.

Era accucciato ai suoi piedi, lei seduta languida sulla poltrona del salotto buono, santuario impenetrabile per trecentosessantaquattro giorni l’anno, noi davanti a lei, annichiliti, ma pronti ad affrontare il grande cambiamento.

- Cari, manterrete la vostra autonomia, non vi chiederò nulla. E’ bello avervi qui. –

Quel tono mellifluo, quella strana dolcezza, diventavano verità negli occhi assetati di sangue del mastino, il grande prediletto.

Le prime avvisaglie di convivenza impossibile non tardarono ad arrivare. Non dormivo più. Mi piaceva addormentarmi abbracciata a te dopo aver fatto l’amore. Sentire i suoi passi al di là della porta e quelli della "bestia" che la seguiva ovunque nelle rappresaglie notturne, mi dava un forte senso di disagio; temevo che piombasse in camera da un momento all’altro. Impossibile chiudersi dentro: le uniche chiavi erano naturalmente quella del bagno e della sua stanza da letto. Bobi non l’abbandonava un solo istante: i passi di lei erano quelli dell’animale; se tossiva, lui rispondeva con dei guaiti di solidarietà. Non gli perdonerò mai di aver ridotto a brandelli la sottoveste di seta preziosissima che mi regalasti , al riparo di occhi indiscreti, per il mio compleanno. Malgrado tutto, lui fece in modo di scovarla, nel cassetto dell’armadio lasciato socchiuso inavvertitamente, e scelse proprio la preda più ambita, per farne carne da macello. Per la prima volta nella mia vita, piansi per un capo d’abbigliamento.

Non credere che non abbia provato a cercare la sua amicizia, se non altro per mitigare un’ostilità che sembrava non avesse mai fine.

Accadde in dicembre. Eravamo soli in casa, lui ed io, evento raro quanto opportuno per instaurare un rapporto scevro da influenze esterne. Bobi dormiva nella sua cuccia, in soggiorno, ma che dico, non l’ho mai veduto dormire profondamente, era in uno stato di dormiveglia, di costante vigile attesa, pronto a reagire a eventuali mosse false del nemico. Mi avvicinai silenziosamente per osservarlo, e ravvisare in lui qualcosa di buono, di umanamente amabile che riuscisse a commuovermi. Forse non ero riuscita a entrare nel suo mondo, a comprendere il suo punto di vista, avrei dovuto interessarmi di più al suo stato sentimentale, adeguarmi ai suoi umori. Ecco, in fondo dovevo fare la prima mossa. Lo chiamai sommessamente, lui aprì piano gli occhi, mi guardava, immobile. Gli sorrisi, lui non ricambiò. Chinai appena il capo su una spalla, per offrirgli la mia totale disponibilità, con un sorriso da diva stampato sul volto.

Sfoderò i denti con un ringhio inquietante. Allungai la mia mano verso la sua testa, per accarezzarlo. Allungò la sua bocca poderosa per infilarvi dentro la mia mano, senza nessuna pietà.

Porto i segni visibili di quel morso, che ora è una morsicatura dell’anima.

Mammina sorrise quando vide lo scempio dell’arto maciullato e sanguinante.

- Non è nulla cara, non ti lagnerai per così poco, e poi Bobi non ama essere infastidito mentre dorme, dovresti saperlo. –

Tu, in tutto questo, eri nella penombra della platea, imperturbabile spettatore avvezzo ormai a ben illuminate scene di guerra silenziosa, sul proscenio carico di tensione, di recitativi a due, appartenenti a un copione di battute reiterate e terribili.

Perché non gridasti quando piena di rabbia ti lanciai il vaso finto etrusco dritto sul naso, quando dopo aver sorpreso Bobi a vomitare la colazione sulla mia borsetta di Prada, fermasti la mia mano pronta a punirlo. Avevi il volto pieno di sangue, ma la tua unica reazione fu:

- Non picchiarlo, ti prego, mammina ne morirebbe .-

Rimasi senza parole. Chi eri? Un mostro? Un invertebrato? Cosa ero per te?

Ebbi a un tratto una sensazione fortissima che da allora non ho più provato. Mi sentivo evanescente, un ectoplasma, viaggiavo al di sopra del pavimento e tutte le cose erano avvolte da un effetto flou, in un’aria rarefatta e leggera: Sentivo che avrei potuto volare fuori senza sfracellarmi, atterrare dolcemente sull’asfalto e correre via a perdifiato, il più lontano possibile da quell’inferno. Ma svenni, e mi risvegliai sul divano, con la tua mano nella mia mano, l’espressione sorridente e intenerita, il tuo naso grosso come un pomodoro e la zona periorbitale di un color violetto carico.

Da ectoplasma ero diventata macigno, non riuscivo a muovermi, tanta la gravità del mio corpo. Ancora una volta per te era tutto passato, nulla di importante era accaduto, mi amavi come prima più di prima.

Nausea e voglie omicide, furore e rassegnazione, annullamento e desiderio di fuga ; fu poi quest’ultimo a prendere il sopravvento.

Era una giornata limpida di gennaio, come questa, la casa deserta avvolta da una pace e da un silenzio complici. Bobi non sembrava accorgersi dei miei movimenti, era dormiente nella parte opposta della casa. Passai più volte a controllarlo, in punta di piedi.

Appoggiai le valigie cariche all’ingresso. Tornai indietro per lasciare una frase breve di addio sulla tua scrivania, insieme alla fede nuziale : - Non voglio morire qui, perdonami, Amanda. –

Chiusi dietro di me il portone blindato senza fare il minimo rumore, e scesi le scale come una ladra in fuga, trattenendo il respiro. Dopo qualche gradino mi fermai all’improvviso: sentii raspare sulla porta dell’appartamento, Bobi si era svegliato. Attesi immobile che non attaccasse il suo abbaio feroce per attirare l’attenzione degli altri condomini. Ma non abbaiò; lo sentii allontanarsi con un verso che, potrei giurarlo e non era frutto della mia immaginazione, somigliava a una risata grassa di soddisfazione.

Esterrefatta, indignata, incredula, addolorata, evanescente, libera,

Addio per sempre,

Amanda.