SCRITTURE
racconti, poesie, dialoghi, recensioni,
lettere, sceneggiature e altro (radiodrammi)

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Posso tornare a dormire di Sara Vinciotti
92
di Rossella Messina
Ginger
for ever
di Emanuela Siciliani
Piante marce
di Milena D'Ambrosio
Posso tornare a dormire
racconto
di Sara Vinciotti
L'asfalto
genera la striscia dalle sue sabbie mobili e la inghiotte dopo uneffimera illusione
di vita. Forse è sempre la stessa, unica striscia che lotta per riemergere.
La macchina
ne segue l'agonia, come camminando sulle acque scure, indifferente, perfetta, chiusa, il
tratto di mina che unisce due punti su un grafico. Il ricircolo dell'aria è ancora in
funzione, dopo unascetica coda in galleria, e le ventole tappano ogni segnale
esterno in un soffio rauco e costante, che appanna i pensieri. 37 gradi, appena sotto i
limiti di velocità.
Sono
ventinove ore che non dormo. Ormai l'adrenalina è scivolata via, strappata a brandelli
dai cespugli di oleandro del guardrail, su cui è rimasta appesa, a fare ombra alla
poltiglia di carne che gatti e ricci hanno lasciato sul ciglio della strada. Presumo siano
gatti e ricci, ma a questa velocità non si distingue. L'orizzonte è fisso, una
scenografia di cartone sincronizzata sul movimento delle ruote, perciò rimane sempre alla
stessa distanza.
Mi sono
accoccolata contro il sedile, modellandolo con tutti i pezzi avanzati dal portabagagli:
asciugamani, felpe, bottiglie. L'acqua gelata mi rinfresca una coscia, e ho i piedi
poggiati su un gradino di cd. Ho economizzato, ottimizzato ogni millimetro per raggiungere
la stasi, e ora l'inerzia mi pietrifica. La densità dell'aria mi fa apparire il minimo
spostamento inutilmente dispendioso. Persino le pupille non si contraggono più. Ferme,
registrano senza partecipazione il caleidoscopio interno del calore che disegna piccoli
cerchi di luce in evoluzione tra me e il parabrezza.
Ho sonno.
E più corretto dire che so di avere sonno perché si tratta di una condizione
razionale piuttosto che fisica. Sto sfiorando l'approdo alla trance. Non trovo alcun
impulso cui dare corso, neanche quello di chiudere gli occhi, e nessuna reazione
istintiva, neanche il cedere-contrarre i muscoli del collo se la testa pesasse troppo.
Anzi, non pesa affatto. E talmente leggera che sembra appesa al tettino, ma senza
resistenza. In equilibrio tra forza di cielo e forza di terra, il corpo sprofonda nel
suolo con tutto il peso eppure è sospeso un centimetro più in alto della sua massima
estensione, le ossa sono cave e hanno la consistenza degli ossi di seppia. Le palpebre
sono incollate alle sopracciglia, attaccate alla fronte con i tiranti delle rughe. Potrei
distendere la pelle, e il viso sarebbe segnato da un sottile reticolato chiaro, a raggiera
intorno agli occhi e alla bocca, ma soprattutto all'attaccatura del naso, dove il sole non
ha potuto lasciare traccia. Lì c'è una specie di breve solco verticale, bianco, un segno
di gesso sulla lavagna. "La ruga dei pensieri", mia madre la chiama così. Non
c'è rischio, comunque: il sonno prosegue l'opera, e ricompone i lineamenti nella stessa
contrazione da molti chilometri.
Ho
dimenticato qualcosa. Devo aver dimenticato qualcosa di essenziale. Ho dimenticato un
pensiero per strada, ho dimenticato per quale motivo sono convinta di aver dimenticato
qualcosa... Ricomincio da capo, da ieri sera quando ho fatto le valigie, ma al terzo
vestito mi fermo, e mi ricordo che in effetti mi fermo sempre lì, al terzo vestito, da
quando siamo partiti e ho la sensazione di aver dimenticato qualcosa d'importante, e sono
tutti questi chilometri che rifaccio le valigie e mi fermo qui. Cosa è successo ieri. A
parte le solite cose. Svegliata, stirata, cellulare, aria calda, costume ... ma già qui
ho perso qualcosa... una cosa che mi ha accompagnato, non so più da quanto, un pensiero
felice e scomodo, a che pensavo, a che pensavo...
Aspettavo
una telefonata. E questo. Ho aspettato una telefonata tutto il giorno. Ho guardato
il mare, fatto il bagno, leccato il gelato che mi colava giù per il polso attraverso un
rettangolo verde. Mi guardo allo specchio e ho piccole pupille luminescenti, a cristalli
liquidi. Mi faccio la doccia per tirare via la salsedine, il cellulare è sul portasapone,
potrei giocarmelo in una goccia d'acqua e schiuma. L'ho spento e riacceso almeno dieci
volte, magari non stava veramente prendendo campo. In pizzeria lo lascio pericolosamente
in bilico sul buffet degli antipasti, a un metro e mezzo da noi, dove c'è una tacca in
più. Non seguo neanche la conversazione, rispondo a monosillabi fuori contesto, tanto lui
lo imputerà alla partenza. Mentre facevamo l'amore, l'ultima volta su quel letto, prima
di partire, ho guardato ancora la sagoma scura del cellulare poggiato sul comodino.
Ma è
rimasto muto tutto il giorno.
Un coglione
ci sorpassa a destra, lui inchioda e bestemmia, il gradino di cd si sparge sul tappetino,
Wim Maertens cade fuori dalla custodia.
Mi si è
addormentato un piede. Lo sto osservando come se non mi appartenesse. Potrebbe anche
essere, tanto la sensibilità si interrompe all'altezza della caviglia. Ho preso una bella
abbronzatura, però. Anche sulle gambe. La pelle è liscia e traslucida e conserva il sole
in frammenti regolari, come scaglie di pesce. Ho assorbito la luce con l'ostinazione di un
cadavere, resistendo e aspettando che una fiammata di troppo mi incenerisse. Ho rubato
fino all'ultima radiazione per portarmi indietro, addosso, tutto quello che potevo. Sento
ancora il richiamo attraverso il vetro, è un calore che mi congela.
Mi aveva
detto di telefonare.
- L'ultimo
giorno.
Mi aveva
detto di chiamarlo l'ultima volta, prima di partire. Solo per salutarci, solo per noi. -
Chi lo saprà?
Mi aveva
detto che lui non mi avrebbe chiamata, che avrebbe aspettato.
- Devi
sceglierlo tu.
Ho ancora il
suo numero appallottolato su una striscia di carta, in una tasca. Non l'ho scritto sulla
rubrica del telefonino. Aspetto di perderlo in una lavatrice.
Una falce di
luce mi brucia gli occhi sotto gli occhiali, di riflesso dallo specchietto retrovisore. Mi
allungo per cambiare leggermente l'inclinazione dello specchietto, senza pensare, e lei è
ancora lì, la striscia bianca, che mi trotterella accanto, come se avessi appena
accostato per abbandonarla in una piazzola di sosta. Mi segue incredula, sparisce e torna,
penso di averla seminata, finalmente, solo la carezza dell'asfalto uniforme, quasi sono
salva, e invece riappare, scompare e riappare, e ogni volta è una frustata.
- Amore
così non vedo.
- Scusa.
Sposto di
nuovo lo specchietto. Non mi volto, non ne ho bisogno per sapere che espressione ha sulla
faccia. Posso tornare a dormire.
92
racconto
di Rossella Messina
Salgono una
dietro l'altra. Le guardo un momento. Hanno tutte i capelli lunghi e lisci, le cosce
strizzate dentro jeans scoloriti di varechina e zaini enormi. Si fermano alle mie spalle.
Io guardo fuori da un lato dell'autobus, loro dall'altro. Profumano di vaniglia,
squittiscono e gracchiano allo stesso tempo. I timbri aciduli delle voci acute si
ammassano uno sopra all'altro sovrastando il fruscio delle pagine dei quotidiani, le buste
di plastica strusciate verso i posti a sedere, qualche ovvia riflessione sul traffico. Gli
altri passeggeri le osservano di sottecchi. Sono tre e tutte parlano gridando. Si pigliano
in giro toccandosi i capelli, le mani, le spalle. Si muovono goffe. Urtano la gente
intorno senza farci caso né chiedere scusa. Ogni frenata è una botta sullo sterno. Una
spinta mi strattona la giacca di pelle nera. Sia il maglione scuro che la camicia bianca
mi si attorcigliano in vita. Scostandomi guardo verso il basso. Ho nere anche le scarpe.
Quandè che ho smesso di indossare i vestiti scelti da mia madre? Guardo l'ora.
L'una. Sento la punta dei loro gomiti irrequieti sui fianchi. Mi stanno addosso. Le loro
borse enormi sono ricoperte di scritte. Mi scosto. Ho la mano destra stretta all'apposito
sostegno e i piedi saldamente piantati giù. Qualche anno fa sull'autobus facevo un gioco,
una specie di passatempo per tragitti solitari. Divaricavo un poco le gambe, liberavo le
mani da qualsiasi appiglio e lasciavo che l'autobus andasse per la sua strada scommettendo
con me stessa che avrei retto in equilibrio fino al limite della caduta. E così era.
Certe volte riuscivo a surfare per tutto il percorso da scuola a casa. Scommettevo spesso
con me stessa. Lo facevo per le imprese più disparate: scommetti che se riesci
ad attraversare la strada prima che il semaforo diventi rosso pigli sei al compito di
latino? Scommetti che se arrivi alla cornetta del telefono prima del secondo
squillo domani la prof di matematica non ti interroga? Scommetti che se
resti in equilibrio per tutto il tragitto ti fidanzi?
Quand'è che ho smesso? Il loro chiacchiericcio
è intermittente e acuto. Le loro voci stridono sulla mia giornata opaca come
ununghia sulla lavagna. Non conoscono toni medi, gracidano. Mi urtano e sbuffo
girando la testa. La mia vicina ha i capelli crespi tinti di rosso e con la mano destra
tiene stretta la borsa appesa alla spalla, sbuffa anche lei. Intorno tutti hanno l'aria
infastidita. Si lanciano sguardi seccati dintesa e io faccio parte dei loro scambi.
Non hanno dubbi in proposito. Un ragazzo ammicca scuotendo la testa. Ha una ventiquattrore
anche lui e mocassini intonsi. Si scimmiottano lun laltra e scimmiottano gli
altri. Parlano. Parlano. Parlano e le loro parole sono onde sonore e nientaltro.
Onde sonore che si spezzano e cadono. Pasta friabile da mandare giù in tre bocconi. Bolo
alimentare. Viaggio nellintestino e poi residui da gettare via. Momenti
biodegradabili per cui non serve memoria e non c'è senso di colpa. Io so di aver fatto un
brutto sogno anche quando non ho ricordi precisi. E un peso sulla nuca che dura
tutto il giorno. Ho memoria persino degli incubi senza immagini. Le mie colleghe la
chiamano cervicale e risolvono con foulard al collo. Quando arriva il senso di colpa?
Ciarlano. Parlano dei loro compagni di classe tutti irrimediabilmente brutti. Di uno
dicono "E povero! È povero!" ma poi la voce acre spiega "di
genio!", "è povero di genio!". Povero di genio. non è fantastico? Povero
di genio. Delicato e atroce insieme. Povero di genio rotola via come una palla giù per la
discesa. La raccolgo io, me la rigiro tra le mani. Potrei restituirla, invece la tengo.
Non si sa mai. Potrebbe servire. Avvicinandosi alluscita il ragazzo con la
ventiquattrore mi sorride. Non mi chiede il numero di telefono, né di uscire. Sta solo
cercandosi sulla mia faccia. convinto che sia il posto giusto. Mi passa accanto, prenota
la fermata e, quando lautobus si ferma, scende facendosi spazio prepotente tra le
ragazzine davanti alle porte. Nel frattempo mi sposto anch'io, ci siamo quasi. Fra
poco arriva casa. Non manca molto, due fermate. Non è tanto due fermate no? Si può fare.
Per due fermate si può fare. Certo, non sarà come da scuola a casa, però
Scommetti
che se resti in equilibrio per tutto il tragitto...
- Scusi ? - Una delle tre ragazzine mi interrompe
- scusi signora, deve scendere anche lei?
Ginger for ever
racconto di
Emanuela Siciliani
Al mattino aveva trovato i vestiti stirati sul letto. Adesso si guardava le
punte delle Nike bordate di giallo. Gli pareva strano non vedersi più i piedi
nudi e indossare pantaloni invece del sarong rosso sbiadito. C'era stato dentro per
così tanto, in quel colore tramonto.
- Hai visto Ginger che ce l'hai fatta. Torni a casa. disse Khalil, accendendo una
sigaretta.
Ginger lo
guardava trasognato, la bocca un po' aperta, gli occhi racchiusi
da efelidi castane. Non si era ancora abituato al suono della sua voce. Gli
sembrava che un altoparlante gli gracchiasse nella testa. Rimase zitto.
Erano seduti in portineria, le pareti di calce azzurrina e Khalil che leggeva
il giornale. Tra poco sarebbe passata la corriera per laeroporto. Era quella che
Ginger aspettava. Erano stati sempre insieme, lui e Khalil. Uno parlava l'altro
ascoltava. A ogni passaggio di luce, dall'abbaino sul tetto, il rituale della loro
giornata si ripeteva. Dopo il tè del mattino, Khalil tirava fuori la foto del figlio,
consegnandola a Ginger. Lui cercava la luce migliore per guardare il bambino già visto un
milione di volte. Se l'angolazione raggiunta era di suo gradimento si volgeva a Khalil, il
dito sulla guancia a dire: - Buono!-.
Quando il sole era alto, Ginger saliva a guardare i piccioni.
I piccoli dormivano, tutti avvolti l'uno all'altro. Intorno le pareti del
nido, colore del fango intessuto di plastica arancio, paglia ed erbe
seccate. Le ali erano già più formate, velate di vasi sanguigni blu cobalto.
Ginger si
sistemava al centro del nido, il tronco tutto proteso,
la testa rasata riflessa sull'acciaio del comignolo nuovo, dono di
benefattori francesi al convento. Copriva gli uccelli della sua ombra,
senza sentire il calore dei raggi sul corpo, divenuto anch'esso di sole.
Tornando, la madre accelerava il battito delle ali, non appena avvistato
il nido.
Era allora che Ginger lasciava il tetto,camminando all'indietro verso la
bocca delle scale, gli occhi rivolti al cielo e le mani a schermare la
luce a picco. Quando Ginger spariva, la madre iniziava la scesa: le ali raccolte
ad arco, le zampe ripiegate sotto il petto, i muscoli del collo finalmente distesi.
I piccoli, ormai svegli, si disponevano intorno al bordo di fango per
lasciarle lo spazio. Lei planava allargando le ali, le zampe come il
carrello di un Boeing, estratte dal piumaggio all'ultimo momento per contenere il
movimento e trasformarlo in stasi.
Era l'ora di pranzo. Ginger aiutava sempre le donne in cucina. Soprattutto gli piaceva
tagliare le verdure in forme perfette. I cerchi arancio delle carote li disponeva a
piramide. Dei porri mischiava la trasparenza bianca ai toni di verde del gambo, stendendo
gli anelli a distesa sul piano di marmo. Dei malu-mirissa,
color verde acqua, incideva la polpa e liberava i semi. Poi, con le listarelle tagliate,
arredava la piramide di carote, di un prato cresciuto in un secondo.
Lasciava per ultimo il ginger, il suo preferito. Senza forma e senza colore.
Impossibile determinarne prima del taglio l'aspetto. E poi non era importante la
forma. Tolta la scorza, compariva la polpa fibrosa, umida di succo bruciante, colore di
muffa lavata dal monsone.
Più delle
cipolle il ginger lo faceva piangere, ma non era questione di succhi
dispersi nell'aria. Le donne in cucina arrestavano mestoli e coltelli per un momento, a
guardarlo tagliare lo zenzero e a piangerci sopra.
In cucina
lui era diventato Ginger, per tutti. Del suo nome di prima a nessuno importava là
dentro.
Di tutte le cose da fare, Sister Mary non amava la cucina. A lei piaceva guardare la
gente. Erano poche le altre suore al convento e lei non aveva mai legato con loro.
Piuttosto si sedeva fuori sui gradini a guardare il passeggio. A volte sgranava fagiolini.
Da quando Ginger era arrivato al convento le mani le rimanevano più ferme e si accorgeva
che i passanti della strada non le facevano più compagnia. Era sempre protesa alle sue
spalle, alla portineria dovera Ginger.
La notte prima lo aveva sognato, che nuotava
in mare aperto con la testa rasata sommersa . Lei era in barca che remava, i gabbiani che
volavano bassi, dietro un peschereccio. Poi Ginger era riemerso e laveva chiamata in
acqua:
"Vieni che è bella! Vieni dai, tuffati."
Si era
svegliata tutta fradicia di sudore, i capelli attaccati alla fronte, la bocca riarsa di
sete. Quella notte non aveva più dormito.
Così le era venuto di pensare a padre
Anastasio e ai pomeriggi passati con lui in sagrestia, a chiudere con la cera di candela i
tarli del confessionale.
Era
cresciuta in convento, con le altre educande che stavano sempre a pettinarsi i capelli
lun laltra. Mary parlava solo con il frate titolare della parrocchia,
intitolata ai SS. Cosma e Damiano. Le altre avevano genitori in visita le domeniche, le
uscite allo zoo del paese. Lei i giorni di festa stava intorno ad Anastasio, che aveva
ormai più di ottantanni e veniva dalla Spagna. Lo aiutava in cucina, sedeva con lui
sul divano di corda mentre il frate leggeva il breviario. A Mary sembrava di essere a
casa, anche senza parole sentiva che il frate le voleva bene. Quell uomo basso e
rotondo, sempre in camicia e cravattino, vezzoso del piacere di stare nei suoi panni.
Anastasio le parlava della sua terra e dei viaggi in treno, della sorella sposata e dei
nipoti bravi a scuola. E le portava il suo mondo popolato di parenti, amici e santi che le
facevano compagnia. Taceva dentro di lei la frenesia di chi è stato abbandonato. Non
pensava a sua madre, una hippy inglese che faceva uso di droghe pesanti. Così, come
niente, laveva lasciata in quel ricovero per bambini a Goa,un pezzo di India sulla
costa, ex-colonia portoghese, eden degli psichedelici di Europa. Non aveva ancora tre
anni. Nessuno era mai venuto a cercarla.
E quando poi
aveva finito il corso di studi ed era diventata donna non aveva conosciuto altro amore che
quello per Dio e per Padre Anastasio.Senza dubbi aveva deciso di restare dovera, in
un luogo protetto con lamore segnato dalle parole degli altri. Era entrata
nellordine delle suore laiche: i sari bianchi inamidati, la testa coperta come le
donne del paese, dal velo che drappeggia le indiane da nord a sud.
Quando era
arrivato lordine per il suo trasferimento le era sembrato che la terra le si aprisse
sotto i piedi. Quei giorni il frate era un po influenzato e Mary restava con lui,
tra i mobili scuri spalmati di cera e le mattonelle di cotto spagnolo. Le giornate rimaste
sembravano correre allimpazzata verso la notte, duravano niente, si consumavano come
la cera delle candele accese.
Padre
Anastasio la osservava aggirarsi come un animale che viene cacciato. Tutto quello che
poteva dirle laveva detto. Era ora di lasciarsi, che la giovane donna che gli era
stata figlia in quegli anni prendesse la strada e che lui terminasse la sua. Non si erano
più rivisti, da allora. Il frate era tornato in Spagna dalla sorella perché non stava
bene in salute.
Insieme alla voce a Ginger erano tornati i
ricordi. Quasi in contemporanea. Ma non avrebbe saputo dire esattamente quale prima prima
e quali dopo.
Con il tempo non riusciva a capacitarsi.
Si ricordava il giorno dell'arrivo a Calcutta. La donna che era al suo fianco, Maria, una
psicanalista.
Era stata la
sua donna, l'aveva trovata in un cinema romano. Erano andati a mangiare una pizza, poi lui
l'aveva accompagnata a casa. Fino a Talenti. Lui da anni non amava una donna.
Dormivano sempre a Talenti ma a lui non piaceva quel posto. Quel finto borghese, gli
attici tirati a lucido, i camini mai accesi. Stava sempre alla finestra, a
guardare il cortile e quegli alberi piantati da poco. Sarebbero cresciuti ma
adesso facevano pena a guardarli.
Solo accanto alla finestra gli veniva facile respirare. Lei lo trovava a fissare gli abeti
:
- Dai vieni che ho finito. Usciamo a fare una passeggiata nel parco.
Solo la cacca dei cani gli sembrava odorasse in quel giardino smarrito che
lei chiamava parco. Ghiaia rada e panchine scrostate.
Una notte che non riusciva a dormire, svanita la frenesia per il corpo di donna al suo
fianco, si era acceso la tele. Cera un documentario su un tassista indiano. Portava
due donne alla stazione che era notte e poi si fermava vicino a un tempietto dedicato a
Gandhi. Dopo le devozioni al Mahatma, aveva svuotato la vescica contro il muro vicino, la
testa appoggiata all'intonaco.
Ginger sentiva che gli veniva meglio respirare. In camera la psichiatra
russava, andando in apnea a volte. Sui titoli di coda del documentario aveva
deciso di partire per l'India.
La psichiatra non aveva voluto sentire ragioni, voleva accompagnarlo.
Ginger,
così incapace di compiere quei gesti necessari all'organizzazione del viaggio aveva detto
va bene.
Erano scesi a Calcutta al Failand Hotel, tutto moquette e ambiente britannico, la padrona
Violet che fumava sigarette al mentolo. Avevano dormito abbracciati sul copriletto in
cretonne a fiori. Al mattino la psichiatra dormiva e lui era uscito. La borsa a tracolla
verso la stazione dei treni.
Sul treno si era assopito, la puzza di orina quando passavano le stazioni a passo di
lumaca. Aveva bevuto sola acqua calda e mangiato crackers speziati.
Della donna lasciata a Calcutta nemmeno si ricordava più. A Trivandrum, appena sceso dal
treno, aveva chiesto dell'ospedale ayurvedico.
All'ingresso, compilati i fogli di ammissione, lo avevano fatto accomodare su una panca.
Al medico aveva spiegato che era venuto a cercare una cura per la sua malattia.
- E che disturbi accusa? - aveva chiesto il medico.
- Sono sempre solo, anche la notte nei sogni.
Il medico lo aveva ascoltato mentre scarabocchiava un quaderno. Era abituato ai mali di
stomaco e alla tosse virulenta. Magari agli esorcismi delle Devil Dances. Ma la solitudine
dei sogni non gli era mai capitata come malattia. Ginger non aggiunse altro.
Venne una donna corpulenta, le braccia nude.
- Il massaggio è pronto. Venga con me, la accompagno a spogliarsi.
Ginger l'aveva seguita in un bagno piastrellato fino al soffitto. Il massaggio lo aveva
fatto addormentare. L'olio caldo sull'addome, l'interno delle braccia avvolto dalle mani
in movimento, la luce che arrivava da fuori, quella della fine del pomeriggio. Si era
svegliato in corsia. Di fuori albeggiava e le cornacchie cominciavano a farsi
sentire. Aveva sete e sentiva il gusto dei crackers ancora sotto la gola. Passò davanti
al letto un' infermiera, con dei termometri in un bicchiere.
- Mi porta un po' d'acqua? - gli venne da chiedere a Ginger.
Mosse le
labbra a formare le lettere necessarie alla richiesta. Non uscì altro che aria dalla sua
bocca. L'infermiera si fermò un attimo a guardarlo e poi proseguì verso l'uscita.
Lo tennero ricoverato per giorni, provando tutti gli impiastri previsti dalla disciplina
ayurvedica per la perdita della voce. Curarono le tonsille infiammate, le corde vocali
stremate, la testa pesante e persino l'uretere, con cataplasmi caldi e freddi. Alternati.
Niente gli fece tornare la voce. Neanche il medico allopatico mandato dall'Ambasciata.
Venne il Console italiano a firmare la dimissione dall'ospedale e Ginger
venne accompagnato in un albergo vicino alla stazione degli autobus.
Il passaporto lo prese in consegna il funzioanrio, in cambio di una diaria
di 3000 rupie date ai dispersi d'India per campare un po' a spese del governo.
Già la sera non aveva più una rupia in tasca.
Dopo qualche giorno lo avevano cacciato dall'hotel perché non pagava. Ginger
era andato a vivere alla stazione degli autobus. Si era sistemato sotto un albero
che aspettava piovesse da tempo. Lì accanto le donne crescevano i figli, imboccandogli il
riso con le due dita giunte. Ginger dormiva tutto il tempo o guardava la gente passare,
ascoltando la tosse di tutti.
Sotto l'albero lo era andato a cercare Sister Mary, avvisata dalle donne del
marciapiede vicino. Stava disteso sulla stuoia con gli occhi semiaperti, gialle di
polvere le efelidi intorno, mischiato a del muco.
Sister Mary gli aveva fatto bere acqua e zucchero da un thermos.
Un taxi a tre ruote li aveva portati al convento, la testa di Ginger
poggiata alla spalla di cotone della suora. Ne sentiva il sapone e la
varechina, anche il ferro da stiro. Si addormentò di nuovo, sazio di odori.
Gli sembrava di essere di nuovo un bambino portato. Stava bene.
Al convento non parlava mai, seduto con Khalil che gli faceva ascoltare la radio. Neppure
faceva un tentativo, di farsi uscire la voce. Stava bene in quel convento a vedere passare
giornate che sembrano non avere mai fine. La sua testa era vuota, come una casa a lungo
abitata dopo un trasloco.
Non riusciva a pensare ad altri visi che non fossero quelli di oggi. Le immagini le
cercava ma c'era qualcosa oltre la quale lo sguardo della sua mente non poteva andare.
C'era un momento che solo a immaginarlo lofaceva venire meno. E allora smetteva.
Aveva anche smesso di essere solo. Almeno di giorno. Sentiva lo sguardo di
Sister Mary su di sè, nel bagno, a fissarsi allo specchio.
Annodava il sarong attorno ai fianchi, provando lunghezze diverse. Fasciava
e allentava i fianchi, a seconda del tempo. Più stretto i giorni di pioggia, mollemente
poggiato col caldo assoluto. Lo specchio lo faceva stare anche ore, fermo a
guardarsi. Ginger faceva solo finta di non vedere la suora nascosta. Anzi gli piaceva
essere guardato di nascosto.
Ginger non
parlava ma stava a osservare tutto come se fosse la cosa più bella del mondo. Le piante e
i fiori, fra tutti. Come aveva fatto sua madre con lui.
Lei, dopo
che il marito se nera andato con una donna più giovane, passava ore a fissarlo
senza parlare. Stavano seduti luno di fronte allaltra, nel salotto stile
Impero. Lei in una bergère bordeau scuro. Lui sul divano di velluto di lino verde.
Arrivava la sera e quando la domestica annunciava che la cena era pronta, ritrovavano il
silenzio anche a tavola.
Ginger ci
provava a intavolare un discorso. Parlava del tempo e delle piante e dei fiori nel
giardino. La madre sembrava ascoltarlo mentre sbocconcellava pezzi di pane al latte dal
piattino Rosenthal. Ma restava zitta e pensava ad altro.
Per protesta
contro la madre, Ginger aveva dipinto i muri della sua camera di frasi ingiurose, con
vernice nera colata fino al pavimento. Quella stanza era sempre chiusa a chiave per farle
dispetto.
A un certo
punto non ce laveva più fatta. Via, me ne vado da qua. Via da quella testa sempre
china, che indossava occhiali scuri fino a tardi la sera. Fumava con passione, le dita
corte sul filtro, tenuto stretto e quasi spezzato, la bocca che succhia il fumo bianco e
azzurro, il profumo mischiato di lei, Chanel numero cinque.
La madre lo aveva visto andare via dalla finestra, mentre si lisciava i capelli con una
spazzola colore oro fino.
A Londra era andato per fare il parrucchiere. Lavorava casa per casa con clienti del
quartiere ebraico. Le signore, appena spento il phon, si guardavano allo specchio e
tutte lavorate da Ginger sembravano belle. Le mance erano a volte sorprendenti. Anche 10
sterline una volta che aveva fatto una tinta.
E
Ginger si sentiva leggero, come le ciocche che tagliava su teste di tutti i colori.
La sorella lo aveva chiamato al telefono un mattino alle 6.00.
Vieni che mamma è morta.
Aveva riappeso che lui nemmeno aveva aperto gli occhi dal sonno.
Si era
buttata dalla finestra della sua camera, quella che lui teneva sempre chiusa a chiave. Sul
suo letto aveva lasciato la spazzola oro fino, prima di lanciarsi nel vuoto.
Aveva smesso
di sognare da allora. Li aveva lasciati, i sogni, nella sua stanza chiusa a chiave.
Si erano sfracellati nel giardino sotto casa. I sogni di giorno e quelli di
notte, le storie che c'erano dentro. La sua compagnia.
Mary aveva
preso a curare il suo corpo. Si chiudeva in camera con la vasca di zinco piena d'acqua
nella quale aveva sciolto le erbe col profumo di sandalo. La pelle ne usciva più ambrata,
i capelli se li lisciava a lungo, il pettine dosso consunto e lolio di cocco a
nutrirle la cute.
Ginger aveva
mani curate da donna, niente a che vedere con le unghie spezzate di Sister Mary. Le sue,
di mani, erano sporche solo quando rientrava dall'orto.
Era sempre lì intorno, al ginger piantato da poco. Lui e Sister Mary lo avevano seminato
di radici di ginger, lo zenzero profumato che faceva piangere Ginger in cucina. Era di
notte e non cera la luna. Solo la madre uccello tubava sulle loro teste, chine a
dissodare il terreno riarso.
Dopo poco, a forza di secchi presi dal pozzo, quellorto era diventato il canneto di
Lilliput, la terra di sabbia, le foglie a lancia allargata, puntate verso il cielo. La
terra spaccava intorno alle 10.00, come un vaso dimenticato nel forno. Le erbacce bucavano
la terra ancora prima, di sicuro la notte, quando le nuvole rilasciano il calore in forma
di brina.
Ginger tutte
le sere innaffiava insieme alla suora. Intorno a quellorto si corteggiavano, Mary e
Ginger, osservati dalle radici figlie del loro amore, inesistente fuori da quel recinto.
Aspettavano
il raccolto. Come fosse un matrimonio, una festa pagana tra statue indù e tappeti
intessuti del volto di Cristo. La sera alla messa spesso la lamiera del tetto si rompeva
al rombo dellacqua del monsone. Pioveva che Dio la mandava e loro non dovevano
innaffiare.
Allora Ginger saliva in terrazzo. Andava a guardare i piccioni volare.
Gli piaceva il verso delle cornacchie, concitato al mattino, dopo la notte sui rami,
più sereno la sera, a stomaco pieno.
Il cielo gli
si colorava di rosso ogni volta, anche durante il monsone. Lui spostava le nuvole a
grappolo con la mano, come un maestro d'orchestra senza musica. Aspettava che la luce
sparisse, inghiottita dal sole. Che il chiarore del buio imminente occupasse il suo spazio
visivo. Che le cornacchie volassero via, insieme ai loro versi.
Controllava la madre e i figli. La coglieva a dormire, a volte. Altre, la trovava al
lavoro, che cibava i figli, facendo fluire il cibo raccolto in gola come una fleboclisi,
goccia a goccia, senza interruzione.
Al convento dormiva al piano di sopra, vicino al terrazzo. Al risveglio ritrovava la testa
sgombera, come c'era andato a dormire.
Intanto
il ginger cresceva, assecondato dal ciclo della luna. Ginger con lapprossimarsi
della raccolta aveva quasi smesso di dormire. Si accucciava in mezzo al canneto di ginger,
a lisciare ogni foglia spuntata la notte. Allora i pensieri sembravano tornare, quei
ricordi che sono appena trascorsi, quelli della notte finita da poco. Sembrava un uccello
alla cova.
Quando
inaspettato comparve il primo fiore, Ginger per guardarlo meglio si allungò
tutto a coprirlo, col tronco, dalla luce lunare. L'ombra della testa rasata rendeva più
scura la terra. Risaltava però il giallo del fiore di ginger e la porpora al centro.
Tornato a
letto ritrovò un sogno brevissimo, una stazione di metro e la scala in discesa.
Era insieme a qualcuno, un pendolare forse.
Comunque non era
più solo.
La notte
dopo aveva sognato che Khalil era con lui, mangiavano seduti per terra. La radio urlava
dietro di loro. Era un sogno in bianco e nero.
Altri fiori
di ginger erano sbocciati nellorto e Ginger era sempre agitato, scordato lo specchio
del bagno. Dagli uccelli non restava più a lungo. Mangiava di meno.
Sister Mary
lo trovò un giorno nel bagno, la bocca incollata allo specchio. Soffiandoci sopra
spargeva il fiato sul vetro, rendendolo opaco. Con le labbra poggiate a ventosa provò a
far uscire la voce, un gorgoglio come lacqua che scende da un lavandino intasato.
Dallo specchio vide riflesso il viso di Mary che lo spiava come sempre. Ma stavolta non
fece finta di non vedere. Si voltò lentamente, staccando il viso dallo specchio e andò
deciso verso il nascondiglio di Mary.
La suora
provò a fare un passo indietro ma lui già laveva raggiunta e lafferrava per
il lembo della manica.
Tirandola a
sé, le prese la mano e ci poggiò la testa, come aveva fatto quel giorno che lo aveva
preso dal marciapiede.
- Andiamo
Ginger, il thè è pronto in cucina. Vieni.
E Ginger laveva seguita.
Il
giorno dopo Mary si alzò prima del solito, che era ancora notte.
Ci mise
tempo a lavarsi, andando a scovare una boccetta di profumo che aveva nascosto sotto il
letto. Si pettinò i capelli a lungo, spostando il mozzicone di specchio da ogni
angolazione.
Scese le
scale arrivò allorto e cera così tanto vento che le faceva volare la veste.
Ginger era lì che guardava le nubi, le piante di zenzero a sfiorargli i polpacci.
- Che dici
Ginger, li tiriamo via? disse trafelata.
Lui fece
segno di sì con la testa. Scelsero la radice più grande, cresciuta proprio al centro del
canneto. La terra intorno era così dura perché era tanto che non pioveva. Le loro mani
si unirono alla sommità delle foglie e cominciarono a tirare. Quando finalmente la terra
si aprì sotto di loro, la radice guizzò allaperto facendoli rotolare a terra. Lo
zenzero stava lì come un trofeo, puntato verso il cielo. La terra della zolla cadde loro
addosso, riempiendogli gli occhi. Ci fu un gran tuono e le prime gocce iniziarono a
cadere. Facevano male sulla pelle, chiara di Ginger, scura di Mary. Dopo poco lorto
era invisibile sotto quella cascata di cielo. I due sdraiati al centro, gli occhi aperti
per fargli lavare via la terra.
Dopo poco li
richiusero, tutti e due, la pelle incollata alle vesti, i loro corpi intrecciati, il
chiaro e lo scuro confusi e abbracciati.
Ginger si
alzò per primo, aiutando Mary a sollevarsi. Aveva smesso di piovere e faceva giorno. Dal
tetto si alzò in volo luccello:
- Guarda,
disse Ginger alla suora, - la madre.
Era poco più di un
sussurro, quasi un battito dali.
Mary si mise
in ginocchio e iniziò una preghiera, non si sa se per la pioggia, lo zenzero,
lamore o la parola tornata.
Ginger
girava intorno al canneto, le mani sui fianchi, fischiando una melodia lieve, provava il
suono che gli usciva di bocca. Mary aveva raccolto il viso tra le mani e guardava la terra
sotto i suoi occhi aprirsi ad accogliere lacqua dei suoi occhi. La madre uccello
volteggiava sopra le loro teste, allargando i cerchi verso il cielo aperto. Pioveva che
Dio la mandava.
Quel giorno
fu tutto un festeggiamento, con i bambini che tiravano Ginger da tutte le parti e gli
chiedevano come ti chiami? E dolci e risate e preghiere innalzate allaltare, per
ringraziamento. Poi era arrivata la notte e tutti erano andati a dormire al convento.
Khalil russava sulla panca di legno, la bocca aperta.
Il Console
era arrivato il giorno dopo per riconsegnare a Ginger il suo passaporto italiano. La
portineria tutta addobbata a striscioni di carta, il thè servito con i dolci di riso,
Ginger al centro della stanza, che sorrideva a tutti e stava zitto.
Tutti
dicevano che ora poteva partire, tornare in Italia che è un posto dei sogni per tutti gli
indiani.
Mary si era
rifugiata in cucina, la testa china a tagliare cipolle e verdure per il pranzo Ogni
tanto sollevava il coltello verso la fessura di luce in alto, aperta sul cielo. Da
quellaria lì fuori Mary pareva cercare risposte, tutte quelle che non era riuscita
a trovare da sola. Cercava il segreto della carne che sentiva ora sul corpo, quello del
desiderio che l aveva spinta a coprire la terra, a bagnarla di umido succo
bruciante.
Ginger si
alzò per andarla a cercare, camminando in punta di piedi. Le arrivò alle spalle in
cucina: e le fermò la mano e il coltello:
- Lascia stare le
verdure, vieni a sederti con me.
La prese per mano e
sapeva di cipolla. Mary si lasciò fare, sembrava una bambina ritrosa. Le loro mani erano
intrecciate.
Entrati in
portineria la porta di fuori si spalancò di botto, col bambino che entra correndo e
grida: - Arriva, la corriera! Arriva!
Khalil si
mise in piedi accendendo la cicca. Insieme andarono verso la porta senza voltarsi indetro.
La strada li
accolse coi suoi rigagnoli d'immondizia affogata nell'acqua. La corriera girò la
curva, annunciata dal fumo nero dello scappamento. Strombazzando si fermò davanti al
convento.
Alla pensilina
dell'autobus era appeso il bigliettaio, insieme a qualche passeggero che non era
ancora riuscito a farsi largo dentro.
Ginger fece
segno con la mano che era lì per salire, Mary dietro di lui, le loro mani ancora
intrecciate.
Il
bigliettaio afferrò la borsa che Khalil gli tendeva e Ginger mise un piede su un pezzo di
predellino libero. Il bigliettaio lo tirò su per il braccio con uno strattone,
incontrando la resistenza delle loro mani intrecciate. La corriera che rombava la sua
fretta, il bigliettaio che bestemmiava in una lingua del nord. Mary si trovò a volare
dietro a Ginger, incollata al suo corpo, con sole due dita del piede in bilico sulla
lamiera della corriera.
Il
bigliettaio fece entrare dei passeggeri, a forza di spinte, per fare posto a Ginger e
alla suora.
Il
velo del sari volava verso il tubo di scappamento come fosse una bandiera. Ginger ne
afferrò un lembo coi denti e lo fece volare.
I
capelli presero il posto del bianco del velo, liberi volavano salutando Khalil di
corsa dietro la corriera, la sigaretta spenta ormai in bocca.
Piante marce
racconto
di Milena D'Ambrosio
So
di essere volubile. Spesso mi chiudo in me stessa. So che non è facile stare con una come
me. E non guardarmi con quegli occhi. Non guardarmi, ho detto.
Persino le tue ciglia
lunghe, come di cucciolo di cane, sembrano rimproverarmi. Perché mi stai rimproverando,
lo so . So cosa pensi. Mi stai dicendo che ho
fatto di tutto per portarti fin qui? Per far giungere la nostra storia all epilogo?
Non guardarmi in quel modo! Non riesco a parlare! Adesso
tu ascolti e io parlo. E chiudi quegli occhi! Chiudili.
E vero. Forse è a
causa mia che il nostro amore è naufragato. Ma che vuoi? Io ti ho amato da subito senza
farmi troppi problemi. Zero domande. E sì che ti avrei lasciato in quella squallida stazione degli autobus
dove mi dichiarasti, confuso e timido, il tuo sentimento. E non guardarmi, capito?
Quel pomeriggio è impresso
nella mia memoria. E anche nella tua, vero?! Cosa volevi che facessi? Seppur piena di
dubbi , fui speranzosa e ci ho creduto. Ti ho
creduto. Ho creduto in noi e nellamore improbabile tra un commesso viaggiatore e una
donna come me.
S ì, hai capito! Era improbabile! E improbabile! E
non guardarmi, per favore.
Non solo per la distanza
culturale ma anche per quella reale. Ottocento chilometri. Li immagini quanti sono? Quante strisce bianche
sull autostrada fanno ottocento chilometri? Quanti giri di ruota sono necessari per
percorrere ottocento chilometri? Senza contare che la tua utilitaria girava di certo più
lenta della mia berlina. Non
guardarmi così! Non sono classista.
La ricordo bene quella volta
che ho atteso al casello di Bologna. Dovevamo incontrarci a metà strada. Tu arrivasti due
ore dopo il previsto. La gita in montagna saltò. Ricordi? E piantala di guardarmi! Non ce la faccio più!
Ti lascio col marcio delle
tue piante sul davanzale. Troppo annaffiate, troppo curate. Tu dai troppa importanza a
tutto quanto ti circonda. Tutto ha bisogno di te, delle tue cure! Pure io. Pure se non
l ho chiesto! Non osare guardarmi così!
Ti accorgi che una come me
deve sentirsi libera e non soffocata dal "troppo"? Perché è così che mi
sento! Sì,
soffocata. Dal "troppo" di te! Ti lascio per questo.
Soffocata dai tuoi sguardi.
Disperati, teneri, interessati. Troppi sguardi, per me. Troppi! Quei tuoi sguardi che non
danno giudizi, sguardi stupidi. Sguardi e basta. Sguardi che chiedono ma non danno.
Sguardi che attendono, inebetiti . Sguardi che si soffermano su tutto; il minimo dettaglio; la piega microscopica
sull orlo dei pantaloni; la lieve sbavatura del rossetto. Su tutto tranne che sulle
cose che non funzionano. Quelle le ignori! Perché tu non risolvi i conflitti, non risolvi
i problemi. Li lasci dove sono. Ti concentri sulle cose "positive". Guardi. Osservi. Fai quello che puoi. Ma
soprattutto guardi, guardi tutto, guardi sempre.
Addio. E mentre vado via non guardarmi. Chiaro?
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