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racconti, poesie, dialoghi, recensioni,
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Cane amaro
di Marco Bocci
Déjeuneur sur l'herbe
di Marco Bocci
Elettra
di Franca Nicolai
Nirvana
di Cristina Cadolini
Cane amaro
racconto di
Marco Bocci
Nella vita ho fatto un sacco di mestieri.
Da qualche mese, per esempio, ne ho uno nuovo.
Ammazzo cani.
Non avete idea di quanta gente abbia un cane da ammazzare, al giorno doggi.
Quelli che il cane glielhanno regalato da bambini, se lo portano dietro da una vita
e ora non ne possono più.
Quelli che è vecchio e malato e non lo possono vedere soffrire.
Quelli che il cane non è nemmeno il loro, manco lavrebbero voluto. Glielha
lasciato in eredità la nonna, la moglie divorziata o un figlio che studia in America.
Chiariamo subito una cosa, tanto per mettere il cuore in pace agli animalisti. Chi ha
deciso di ammazzare il proprio cane, prima o poi lo fa. Non ci sono santi. E magari lo fa
male. O non ci riesce. Che gli resuscita sul più bello e pure incazzato.
Oppure lo abbandona in mezzo allautostrada, così ammazzano qualcun altro.
E allora
tanto vale che lo faccia un professionista.
Io offro un
servizio: se volete, il cane ve lo vengo a prendere a casa, gli preparo un ultimo pastone
favoloso, una passeggiata nel parco, lultima monta con la barboncina, ve lo
seppellisco o ve lo cremo. Vi assicuro che non soffrirà.
Sono io il
professionista. Posso anche usare metodi differenziati. Dimmi che cane hai e ti dirò chi
sei.
Tutto questo
in teoria.
In pratica
non lho ancora fatto. Non ho ancora ammazzato un cane. Sto cercando di imparare.
Sul mio.
Daltronde, se riesco ad ammazzare il mio, di cane, figuriamoci il vostro.
Il problema
è che proprio non ci riesco.
Ho pure
provato a parlarci, a fargli capire che devo ammazzarlo. Che ne va del mio futuro. Della
mia sopravvivenza. Se il cane è il miglior amico delluomo, lui deve farsi
ammazzare.
Non
cè niente da fare.
Quando sono
al momento decisivo, quando ho preso la decisione irrevocabile, quando gli arrivo di
fronte con il cappio nascosto dietro la schiena, o con la polpetta avvelenata, o con la
rivoltella di mio nonno partigiano, me lo vedo lì, che mi guarda, con la testa piegata da
un lato, una stalattite di bava che gli cola dalla bocca, la coda che scodinzola e non ce
la faccio, non ce la faccio proprio.
Lunica
cosa che sono riuscito a fare fino adesso è stata di prenderlo a calci nel culo.
Déjeuneur
sur l'herbe
racconto di Marco Bocci
Quattro
tavoli delimitano il perimetro attorno al corpo. Quattro tavoli di legno rettangolari,
pesanti, da osteria allaperto. Quattro tavoli coperti da tovaglie di carta, tenute
ferme dalle angoliere di metallo per non volare vie. Quattro tavoli unti, coperti da
briciole di pane casareccio, croste di lasagne, macchie di caffè. Sopra uno di essi una
brocca di vino rovesciata e una chiazza che puzza di alito di alcolizzato.
Il parco
brulica di gente. Chi è più lontano e non si è accorto di nulla, chi ha già visto e va
via. Cinque o sei uomini stanno ancora lì attorno e commentano. Le mosche banchettano
sotto al sole con i resti di cibo sparsi a terra, tra i tovaglioli di carta appallottolati
e le cicche di sigaretta. Un paio di vigili dentro la macchina compilano con fatica il
loro verbale.
Su tutto
aleggia unodore di maiale alla brace, cotto sui fornelli a carbonella tirati fuori
dai portabagagli delle macchine arrivate fin sullerba. La colonna sonora è il rock
sentimental melodico sportivo scandinavo partenopeo che arriva da qualche decina di
megastereo appena abbassati per non disturbare chi dorme sui plaid.
Accanto ai
tavoli, lambulanza è ferma, i lampeggianti blu accesi, le portiere aperte, gli
infermieri fuori, in attesa, a fumare e parlottare di ferie, straordinari, case al mare e
motori.
Un ragazzino
arrischia la scalata e sale su uno dei tavoli, a guardare dallalto.
Il corpo è
sulla mezza età, disteso sotto una montagna di pancia. Da un versante la montagna scende
dentro i pantaloni di cotone marrone con cintura altezza pube, la striscia di carne bianca
e molle tra il risvolto e il calzino grigio chiaro, i piedi infilati in sandali neri
diecimila lire alla bancarella dietro casa. Dallaltro tende la canottiera a righe
macchiata di grasso sotto la camicia celestina mezze maniche aperta, a mostrare la catena
doro sabbiato mezzo chilo con crocifisso e medaglietta. Sulla cima della pancia la
mano destra dal dorso peloso segue il resto del braccio, col bicipite stretto
dallorlo della manica. Le dita sono grosse e tozze, lunghia da naso del
mignolo, tutta nera sotto il bordo come le sue compagne, è accompagnata da un anello
doro quadrato con un rubino in un angolo, che fa pendant con il bracciale a maglie
piatte al polso.
La testa
reclinata allindietro tende le pieghe del collo in una collezione di strisce di
sudore raggrumato. Laltra cima del naso, vista di tre quarti, è un cespuglio di
peli che escono dalle grotte delle narici. La pelle del viso malrasato è lucida,
granulosa, con i pori larghi. I capelli folti, bianchi e neri, luccicano al sole grassi di
brillantina. Gli occhi chiari sono spalancati, acquosi, coperti di venuzze rosse e velati
come quelli dei pesci poco freschi al mercato.
Un pallone
rimbalza sulla testa del morto e schizza fino ai piedi degli infermieri, che se lo
palleggiano per un po e poi lo rispediscono ai ragazzi lì vicino.
Seguita dal
furgone della mortuaria arriva una berlina blu. Luomo in abito chiaro scende e
chiede ai due che cosa è successo. Niente, risponde il più anziano, il solito infarto
alla panza di ferragosto. Dice che ha battuto un record, tre chili in quindici minuti.
Il
magistrato guarda verso lalto, si asciuga il sudore con un fazzoletto immacolato e
annuisce. I rami di due platani tendono lo striscione rosso a caratteri bianchi: "15
agosto 2002. Quarto trofeo cittadino della porchetta".
Elettra
racconto di Franca Nicolai
Al tavolino di un bar al
caldo di mezzogiorno con frinire di cicale, la gonna lunga di finta pelle nera molto
sottile ad arte spiegazzata e la sottovestina di pizzo viola che esce dallo spacco, i
tacchi piantati nellasfalto molle e i pini immobili nellafa, il caldo e le
cicale, il tavolino è traballante issato a tre piedi sullasfalto pieno di buchi,
laperitivo con le patatine croccanti saccheggiate con le mani e infilate in bocca,
alle dieci di mattina in gonna nera lunga con lo spacco, le mèches nei capelli e le
chiome dei pini che ondeggiano nella calura e le patatine croccanti nella ciotolina di
vetro, pini verdi che a lei piacciono nel lungo nastro dissestato di asfalto di Via Val
Padana , il tavolino che ondeggia sullasfalto e la sua sottovestina viola che spunta
dalla gonna, giovanotti vocianti a mezzogiorno e il ricordo di una squisita bibita alla
fragola, siede tutta fasciata e carenata in avanti, quando si alza chiude lo spacco con le
mani ma non tanto da non mostrare linterno coscia tonificato da lunghe stimolazioni
elettriche, le gambe accavallate e i marciapiedi sbreccati e i pini sbilenchi sognando le
cene con i cristalli e le bianche tovaglie pulite, e pensando a serie infinite di calici
di vetro dal lungo gambo presi allUpim di Prati Fiscali, pensando alla figlia
anoressica che si nasconde i bocconi di cibo in tasca, al marito che rompe le stoviglie
sulla tavola, la pelle nera sui fianchi e una generosa scollatura mentre i pini ondeggiano
nella calura e il tavolino traballa sull'asfalto pieno di buchi.
Nirvana
racconto di Cristina Cadolini
Si erano
arroccati tutti su un piccolo scoglio e in silenzio avevano aspettato che facesse giorno.
Con lo sguardo all'orizzonte guardavano la costa del loro paese che si delineava nel
mattino nitido. Il silenzio fu rotto da una lontana vibrazione: il motore degli scafi blu
dei contrabbandieri. Gli scafi rallentarono nel vedere la piccola folla come sospesa sulle
acque. Una folla immobile. Accostarono e con le radio chiamarono i soccorsi.
Il loro
primo ricovero fu la palestra della scuola del paese vicino. I raggi di sole entravano dai
finestroni in alto sui muri e una diagonale di luce tagliava in due la palestra. Nella
zona in ombra, in fila davanti alla cattedra delle autorità, stava la piccola folla di
profughi disorientata e confusa. Nella parte della palestra inondata di pulviscolo e di
sole si preparava una lunga fila di brande per la notte. Nirvana era seduta in un angolo
della palestra, con in braccio il suo piccolo. I grandi fiori rosa stampati sul vestito
nero si erano ammucchiati sotto la sedia assieme allo scialle che aveva avvolto il bambino
durante la traversata. Era pallida Nirvana, ma non solo per la stanchezza. Aveva la
carnagione chiara e i lunghi capelli neri mossi dai mille pensieri lo sottolineavano.
Le si
avvicinò una volontaria. Portava dei vestiti asciutti e un biberon per il bambino. E
mentre le porgeva gli abiti la guardò negli occhi. Nirvana era stanca, ma i suoi occhi
erano vigili e asciutti. Non si mosse. La volontaria fece il gesto di prenderle il bambino
e lei lentamente glielo affidò, senza sorridere. Era un bambino di circa tredici mesi,
leggero come una piuma e scuro. Si era assopito tranquillo, nonostante fosse affamato e
con indosso pannetti umidi. Fu adagiato su un tavolo, cambiato e asciugato.
Dallaltra parte del tavolo un fornello da campo scaldava del latte. L'odore del
latte e dei biscotti invase quel luogo trasformandolo in un nido d'infanzia. Gli enormi
occhi scuri del bambino scrutavano attenti quei visi sconosciuti e tornavano a cercare gli
occhi dello madre. Anche lo sguardo di Nirvana abbracciava attento quel luogo che li
ospitava, ma con una certa diffidenza guardava le cure prestate al suo bambino. Con
altrettanta diffidenza la bidella della scuola portò a Nirvana una fetta di pizza di
cipolle calda e profumato. Nirvana accettò, senza ringraziare. Dalla porta della palestra
si affacciavano a turno, spinti dalla curiosità, piccoli gruppi di insegnanti e bidelli.
Qualcuno
tornò a portare latte e biscotti, altri arrivavano con viveri e coperte. Mentre la bidella
raccoglieva i fiori di oleandro che rovinavano in cortile, ipnotizzata dal frusciare della
saggina sull'asfalto, due donne attraversarono il cortile. Entrarono nella palestra e si
avvicinarono al tavolo delle autorità. Una incedeva su alti tacchi sotto un rigoroso
completo grigio. Laltra trascinava una grande borsa di cuoio, aveva capelli corti,
jeans e scarpe da ginnastica. Presero un foglio e cominciarono a guardarsi attorno,
prendendo a parlare a mezza voce. Nirvana continuava a seguire lo svolgersi degli eventi
con distacco quando un'ombra attraversò il suo sguardo: allora si alzò e andò
verso la volontaria per riprendersi il suo bambino. La volontaria raccolse quell'ombra e
accompagnò lo sguardo di Nirvana: vide così le due donne che erano da poco entrate.
Appoggiò una mano sulle spalle di Nirvana e si diresse verso le nuove arrivate. Parlarono
a lungo la ragazza spettinata, la signora elegante e la volontaria. E Nirvana non
le perse di vista un solo momento. Forse non capiva l'italiano, ma sembrava proprio
leggesse sulle labbra quello che le tre donne avevano da dirsi. E troppo spesso vedeva che
quegli occhi si rivolgevano a lei e al suo bambino. La volontaria gesticolava più delle
altre poi si legò i lunghi capelli biondi con un nodo e salutò il giudice per la tutela
dei minori e l'operatrice interculturale. Sembrava proprio la fatina di Pinocchio con i
suoi lunghi capelli biondi e i passi leggeri. La sua andatura composta e l'incedere
eretto erano quelli di chi è certa di essere nel giusto. Tornò da Nirvana e dal suo
piccolo sorridendo con quanta più sincerità le riuscisse.
Nel tardo
pomeriggio le autorità lasciarono il presidio della palestra. Rimasero solo due militari
di piantone. Il sole tramontava. Alzava i suoi raggi al soffitto della palestra assieme
agli occhi di molti dei profughi che sdraiandosi sulle brande cominciavano a capire dove
fossero e cosa era successo. Molti quella notte avrebbero sognato il mare che avevano
attraversato. Nirvana alzò lo sguardo al soffitto della palestra e vide il mare.
Chiuse gli
occhi e sentì la brezza arrivare fino a lei dall'Adriatico. Rivedeva se stessa mentre
sentiva il mare. Ferma, in piedi, con i lunghi capelli neri che le turbinavano attorno
catturando salsedine. Lo aveva già attraversato mille e mille volte col pensiero il mare.
E aveva pregato mille e mille volte davanti al mare. Rivedeva il gommone come se lei
stesse ferma a terra e lo guardasse allontanarsi da riva. Per tutta la traversato
era come se lei non fosse stata lì, accalcata a tutti quegli altri corpi. Ferma, gambe
incrociate sul fondo della barca, con in braccio il piccolo a cercare di attutire per lui
ogni rimbalzo della chiglia sulle onde. Era come se non fosse lì, con le gambe
intorpidite, la schiena dolorante, l'osso sacro torturato dal moto della barca e le
braccia pietrificate tra lo stringere e il tener sospeso suo figlio. Imperturbabile ai
pianti e alle imprecazioni che si levavano attorno a lei nella notte, all'apparire della
costa lei era tranquilla, quieta come il suo bambino. Ora seduta sulla branda, con lo
sguardo fisso alla porta della palestra, per la prima volta si sentiva inquieta.
Sentiva la paura strisciare attorno a lei insieme all'istinto di fuggire da quel posto e
di cominciare a vivere.
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