| L'inizio
visto dal mezzo del cammmino
di Richard Ford
Traduzione di Daniela
MatronolaA questa particolare età, 55 anni (né
decisamente giovani né decisamente vecchi è così che ci si sente), gli argomenti
partigiani intesi a provare qualche verità generale sul mondo per lo più si risolvono -
nella mia testa, perlomeno - in ciò cui penso come a un bell'equilibrio esistenziale:
quasi nulla sembra essere generalmente vero, e quasi nulla generalmente falso, per cui il
meglio che uno possa fare è trovare la propria strada, averla presente e proseguire con
fiducia. I consigli, i veri consigli intesi come li intendeva Walter Benjamín - parole
utili per le vite degli uomini -, è sempre stato arduo conquistarli. Benjamin riteneva
che i buoni consigli fossero una grande virtù delle storie raccontate, quelle dette dalla
voce umana di saggi viaggiatori, e che in esse l'uomo giusto potesse identificarsi nella
persona del cantastorie. Io comunque non riuscii a farmi pubblicare le mie storie. Le inviai a tante - ma proprio tante - di quelle riviste che ognuno ha in lista. (Alla fine furono compilate delle vere e proprie liste ciclostilate ad opera di chissà quale misterioso samaritano basate sul "Digesto dello Scrittore" e su certe voci di corridoio, per nulla controllabili, sulle varie pubblicazioni, che venivano fatte circolare generosamente, e logicamente, per corteggiare gli scrittori inediti). Io tenevo un taccuino, un quadernetto in cui avevo messo in evidenza dentro a delle piccole caselle dove il tal racconto fosse stato spedito quando, e se tornava indietro dove era andato dopo. Qualcuno - non ricordo chi in questo momento - m'aveva detto che era questo che mi serviva. Essere ordinato. Sistematico. La faccenda che avevo intrapreso era seria. L'orrore strangolante che un racconto fosse accettato da due se non tre riviste contemporaneamente, l'imbarazzo, e il cattivo sangue che un simile incidente avrebbe provocato negli ambienti editoriali, potevano essere evitati tutti in un sol colpo con questo stratagemma. Nel frattempo, questo sistema, la mia registrazione per date e destinazioni come un addetto alle spedizioni, m'avrebbe dato di che ingannare l'attesa delle mie buone notizie, e m'avrebbe consolato se non ce n'erano. Difatti non ce ne furono. Ma io ero tenace. Tenni i miei racconti fuori. E spalancai tanto d'occhi. Magari la "Cimarron Review" nel lontano Oklahoma andava fin troppo bene per me a quel punto; avrei dovuto spedire un mio racconto a una rivista contando su un nome meno di peso. Me ne ricordo una chiamata "Fur-Bearing Trout" (Trota con la Pelliccia, ndt!) pubblicata chissà dove, nel Minnesota forse, dove fui rifiutato da un loquace redattore che mi disse che a lui non piacevano racconti brevi più lunghi di otto pagine, anche se non dovevano vertere necessariamente sul pesce. Manovrai tutti i miei fili, qualunque filo pensassi d'avere. A "Sumac" rivista del Michigan, scrissi che ero un laureato di Michigan State. M'era sembrata una dritta. A una rivista del Mississippi mi spacciai per nativo di là. Ma i dadi non mi furono favorevoli. Avevo il mio amico che godeva di sicura ammirazione ed era regolarmente pubblicato dalla "Cimarron Review", a raccomandarmi. Ancora una volta no. Ebbi finanche un mio vecchio insegnante, che aveva insegnato un tempo a Willie Morris, allora redattore di "Harper's", che mi fece da intermediario per un racconto presso quella stimata rivista. Avevo puntato, per una volta, alla luna. No! Una volta un tale di nome Nick Crome (gli auguro di essere felice, ovunque si trovi) mi chiese la revisione d'un racconto che avevo mandato alla sua rivista, "TransPacific", pubblicata in Colorado. Però, quando lo feci con cura e glielo rimandai, lui ignorò la mia versione e mi chiese di premere sulla mia biblioteca locale (che si dà il caso fosse la biblioteca pubblica di Chicago) per farle sottoscrivere l'abbonamento alla rivista e inserirla nei suoi scaffali. Lo ammetto - gli scrissi prontamente e suggerii dove avrebbe fatto meglio a inserire la sua rivista, a seguito di che lui m'inviò una lettera di tre pagine, spaziatura interlinea-uno, zeppa di invettive e minacce in cui periodicamente usava la metà rossa del nastro per evidenziare quando mi dava del "povero figlio", "dilettante", "asso", "studentello", "credulone", "povero pazzo petulante", e "ignorante rottinculo". A suo credito va detto però che mi scrisse anche: "Dedico la maggior parte delle mie ore di veglia al tentativo di promuovere la carriera di tipi come te, asso. E lo faccio non solo pubblicandoli ma anche scrivendo a ognuno personalmente, in modo che sappiano che qua c'è sul serio una persona che sa chi sono, e legge effettivamente quello che scrivono... Mia moglie, che attualmente lavora come direttore commerciale, mi dice che lei non è un abbonato. D'accordo - sono relativamente pochi quelli che si curano di assicurare ai giovani scrittori i mezzi per trovare pubblicazione in America - merda, ragazzo, loro vogliono unicamente essere PUBBLICATI!!!! ". Anche "pubblicati" era una di quelle parole scritte in rosso. Maturare penso si chiami così. Pagare la mia parte di tributi. Imparare i rudimenti. Sporcarmici i piedi. Partire dal fondo. Era questo che facevo. Solo che a nessuno piacevano i miei racconti. Finalmente arrivò una telefonata da un amico in California. Una rivista, mi disse, in Nuova Zelanda era interessata alla nuova scrittura americana. Magari potevo mandar là qualcosa. Nuova Zelanda, pensai, guardando fuori dalla finestra a un cielo d'inverno per niente promettente. Un bel posto. Si parla inglese, là. Nuova Zelanda. Sì. L'avrei fatto. E i redattori presero il mio racconto davvero, anzi me ne chiesero pure un altro, che io mandai e loro acconsentirono a pubblicare subito. Per una volta nell'inverno del 1971 pensai con molto, molto trasporto alla Nuova Zelanda, a quanta brava gente c'era là. Lettori. Gente disposta a darti una possibilità. Incurante di tendenze e mode e reputazioni. Era estate là, allora. Pensavo al signor Peggotty in "David Copperfield" che salpa per l'Australia - a un passo dalla Nuova Zelanda per l'appunto - "Cominceremo una nuova vita laggiù", è così che la mise. Esuberante. Gagliardo. Presi in considerazione un trasferimento. Prima, però, sistemai con fastidio i titoli dei miei due racconti nelle loro nuove caselline sul mio taccuino accanto alla parola "accettato", e nello spazio, vuoto fino a quel momento, nel mio curriculum vitae riservato alle pubblicazioni. Nuova Zelanda. Mi sembrò anche più lontana, là, su quella pagina, di quando erano arrivate le lettere della felicità. Mi chiesi per un momento cosa uno avrebbe potuto pensare a vedere quelle annotazioni, che razza di scrittore avrebbero pensato che fossi, e che forma di disperazione scema mi abitasse se avevo bisogno di mandare i miei racconti fin laggiù. L'avrebbero capito che i diritti esclusivi nordamericani su ciascun racconto erano ancora intatti, e che potevo ancora pubblicarli negli Stati Uniti se volevo? E chi avrebbe mai letto queste storie? Ai redattori - tutti bravi ragazzi garbavano, e ci spendevano dei complimenti. Ma nessun altro mai intervenne con lodi o lamentele o osservazioni di qualunque genere. Era tutto tranquillo. E in un mese decisi di non trasferirmi in Nuova Zelanda. Non ancora. Tanto, in fondo, stava sempre là, non andava da nessuna parte. E neppure io. Tornai a far circolare i miei racconti. "Epoch", "North American Review", "Red Clay Reader", "New American Review" - tutte riviste letterarie dove avevo letto degli scrittori i cui nomi mi erano noti. Philip Roth, William Gass, Robert Coover. Smisi di scrivere comunicati catturanti. La mia "produzione" cominciava a rallentare. Avevo scritto otto racconti o giù di lì, avevo ventisette anni, e sentivo che diventavo confuso riguardo al mio "stile". Il mio taccuino era strapieno. Un giornalino studentesco di un piccolo college in Ohio acconsenti a stamparmi un racconto, ma si trattava di uno di tre anni prima - quando cominciavo appena la scuola! Il redattore lo amava: "Se riesci a scrivere così", ricordo che diceva la sua lettera, "vai proprio sul liscio". Solo che non riuscivo "più" a scrivere in quel modo. Ero "andato oltre". Forse non avrei dovuto. Ma lui che ne sapeva? Tutto questo mi mise a terra. Questo è quanto posso dirvi. I racconti planavano fischiando nella mia cassetta della posta alla testa d'un oscuro mistrale. Leggevo le lettere accompagnatorie, controllavo che ciascun racconto fosse ancora pulito e non troppo sciattato di orecchie a causa delle spillette per rispedirlo, tracannavo una dose intollerabile di amarezza, e per quel giorno lasciavo stare. Di solito mi facevo un drink verso le 10.45 del mattino e poi facevo una lunga camminata fin quando mia moglie staccava dal lavoro e c'era qualcosa di nuovo con cui scaldarsi il cuore. E poi? E Poi! - E poi, come previsto, smisi di scrivere racconti, "imbavagliato dal silenzio degli altri", come dice Sartre. Ero scoraggiato. Ma non credo che fossi disilluso. Anche allora sapevo che una vita, anche breve quanto la mia, dedicata alla letteratura non era una vita sprecata. Ero semplicemente un fiasco in quel che stavo facendo, e assieme alle altre noie del fallimento viene - com'è giusto l'opportunità di riflettere sulle cose. L'insuccesso può anche non ispirare sempre le migliori decisioni su di sé, ma spesso vi sorgono accanto le convinzioni più profonde che uno ha. E così, alla fine dell'inverno del 1971, a Chicago, rivolsi la mia attenzione al mondo e, come si legge in Dickens, presi a farne una mia, personale "storia, avventura, esperienza e osservazione". Cè un detto strasentito tra gli avanguardisti che compare anche nei programmi dei migliori corsi di scrittura americani, o i più progressisti, che chiede: non capita quasi sempre che si possa dire un racconto bello dal fatto che piace veramente a pochi? Considerando però chi erano i pochi cui i miei racconti erano piaciuti, non mi pareva di potermi dare conforto neppure con lo stordimento di questa piccola saggezza. E, in ogni caso, "volevo" che alla gente i miei racconti piacessero. Cosa più importante, volevo che la gente li leggesse, se anche non dovessero piacere. Ero convinto - me ne convinsi quell'inverno, proprio - che gli scrittori, quelli di cui m'importava, scrivevano per esser letti; non per farsi grandi chiudendosi nell'elitarismo, non per compiacere o psicanalizzare se stessi avvicinando il più possibile il mondo dei propri sentimenti, e neppure, d'altra parte, al solo scopo d'esser pubblicati e riempire quel certo spazio vuoto nel proprio curriculum vitae. Gli scrittori non scrivevano neppure, conclusi, per rivolgersi a una determinata fetta di pubblico, ma per scoprire e portare attraverso il linguaggio le cose più importanti di cui fossero capaci, e rivelare tutto questo agli altri con la speranza che avrebbe avuto effetto su di loro - dar loro piacere, insegnamento, consolazione. Arrivare fino a loro. Io, era chiaro, in questo non riuscivo. Nessuno al momento leggeva i miei racconti perché, decisi, semplicemente non erano molto buoni non erano buoni abbastanza, perlomeno. Magari un po' questo lo sapevo in qualche anfratto nascosto del cervello; magari era solo che mi fidavo dei redattori che, i miei racconti, me li avevano restituiti regolarmente tutti. Ma lo sapevo. Ed è vero che mi sono sempre fidato più dei rifiuti che delle approvazioni (fino a quel momento avevo avuto soprattutto esperienza del rifiuto). Ma è vero anche che arrivai alla conclusione che nessun buono scrittore resta inedito. Magari questo era solo l'originario, libero, e cieco atto di fede dello scrittore, ma se era così gli s'affiancava la prova, abbondante, di tanta pessima scrittura - seppure non mia - che di routine è "di casa" nella stampa. A parte queste convinzioni, mi si fecero evidenti certe questioni pratiche. Non scrivevo molto velocemente. Scrivevo con difficoltà; al mio passo non mi sarei mai procurato la quantità adatta di esperienza di pubblicabilità minima per avanzare tra i ranghi. Troppo pochi turni di battuta, diciamo noi da queste parti. In più non mi piaceva tutto questo tacito meccanismo di massima divisione e serie cadetta che anch'io per convenzione avevo ereditato. Leggevo le riviste al cui giudizio m'ero sottoposto, come pure quelle cui desideravo rivolgermi, e non riuscivo a trovare prove che quel meccanismo funzionasse a dovere. Parecchi racconti orribili spuntavano in entrambe le categorie. Non c'era ragione di credere, difatti, che si realizzasse, o si fosse mai realizzato, un intero pacchetto di scrittura davvero eccellente. Ed è tuttora quello, ovviamente, il caso, anche se non scoraggia proprio nessuno, né dovrebbe. Venendo anche di più al punto, cominciai a prendermela per quello che mi sembrava l'indimostrabile fondamento dell'esistenza di una "qualunque" utile struttura, o di uno schema, di gradini da scalare la cui regola fosse quella che i miei racconti non erano molto buoni a tutta prima ma potevano essere migliori in seguito; e che io avrei dovuto pazientare e andare avanti rassegnandomi al rumore metallico di quella ferraglia. Quel che mi sembrava era che volevo che i miei racconti fossero dei grandi racconti, scritti al meglio che fosse possibile. E subito. E se non lo erano (come non lo erano) erano fatti miei, un problema mio, non il riferimento a un qualche sistema per una carriera regolare nelle patrie lettere, una specie di saggezza tenuta presuntuosamente desta da insegnanti della specializzazione, stremati, seduti davanti a pile di manoscritti, o anche da qualche scrittore già affermato che era saltato dall'altra parte a metà percorso e s'era trovato a fare il redattore. Ebbi un sacco di pensieri per la testa quell'inverno. Ma mi si fece chiaro che i miei fallimenti erano solo affar mio. Certa gente immagino si sente a posto se si rimette a un'autorità sconosciuta, presumibilmente superiore, alla benevolenza di istituzioni vaste, indistinte. E, com'è ovvio, non è mai semplice che per un'intera vita si sottometta se stessi e i propri sforzi al continuo giudizio degli altri. Tutti noi accettiamo questo. Ma la maggior parte degli scrittori che rispetto non mi sembrano così abili a discernere e a rispettare un disegno sotterraneo, quanto a inventarne di nuovi. Quel ch'è là fuori, pensavo allora, e penso più che mai anche adesso, non è una struttura cui arrendersi, ma un caos subdolo e turbolento. E nostro compito privilegiato sarebbe di forzarlo e addomesticarlo a seconda delle nostre volontà. Quel che feci allora, con la mia bella testa fresca, fu mettere via i miei racconti nelle loro cartelline con tanto d'etichetta, ingrossate dalle tante redazioni e revisioni e note di rifiuto allegate e dedicarmi alla scrittura di un romanzo che presumevo prendesse degli anni, e così feci. Non che io suggerisca questa stessa strategia a chiunque altro. Riguardo al mettere mano a un romanzo, specie il primo, sono convinto che l'impulso vada trattato come l'impulso a sposarsi: solennemente, e con la riserva che sarebbe meglio, se ci si riesce, chiamarsi fuori. Se non ci si riesce, allora non c'è consiglio che tenga. Però dovevo migliorare - diventare molto, molto più bravo in quel che facevo, e in modi cui non voglio neppure più pensare adesso. Un romanzo avrebbe preso quegli anni; avrei potuto procedere più lentamente; c'era molto di più cui lavorare, in cui migliorare. Nessun rifiuto demoralizzante avrebbe più fatto irruzione nella mia cassetta della posta. Alla fine uno poteva pure capitare, ma l'eventualità era davvero remota. E dedicandomi a questo lavoro di raccordo, a questo rallentamento, a quest'uso sontuoso del mio tempo e della mia gioventù, avrei avuto un romanzo, magari, quando tutto questo fosse finito - un risultato non trascurabile. Un affare in cui ero fin troppo felice d'imbarcarmi. Ripensando al 1971, sono anche più convinto adesso di quanto potessi esserlo allora. Non che una sorta di filosofia di vita che informasse l'esistenza dello scrittore si plasmasse su quest'unica decisione. Ancora adesso voglio che il mio lavoro venga pubblicato - l'unico modo in cui possa esser letto. Era solo una questione di protocollo pratico: decisi che sarei riuscito a fare del mio meglio "tenendomi a una certa distanza" dalle beghe e dalle istituzioni e dalla magra consolazione e dai fiaschi della pubblicazione. Mettendola in un altro modo, fallire nella pubblicazione dei miei racconti proprio là dove volevo e tentavo ostinatamente di pubblicarli mi fece tornare al lavoro, che è quel che conta. Il "successo", che misuro tuttora in lettori, mi era negato, e io mi sentivo in certo qual modo incoraggiato - anche se sembrava diverso allora. Rendo merito alla mia decisione ora che sono convinto che la pubblicazione di quei primi racconti m'avrebbe di sicuro dato la zappa sui piedi approvando - in qualche modo del lavoro che pretendevo fosse buono ma di fatto non lo era. Quando rovisto tra gli scaffali delle librerie, e sbircio nelle pubblicità sui risvolti di copertina delle riviste, mi pare si voglia dare a intendere che, davvero, con pazienza e ingegnosità, "ogni" scrittore può trovare un editore per ogni cosa scriva - buona, cattiva o mediocre che sia. E mentre non punterò l'indice contro il pubblicare troppo in fretta - o pubblicare gli amici, o quelli famosi perché magari si pensa che siano "parafulmini della cultura" (come ha recentemente ammesso un famoso redattore), o anche solo pubblicare una rivista che a parte i redattori e i loro stretti familiari nessuno leggerà mai - finora ho scritto abbastanza racconti che "non vanno bene per noi" o che "troverebbero di sicuro migliore collocazione da qualche altra parte" da pensare di poter sostenere con autorità quest'opinione: pubblicare roba non molto buona probabilmente non è una grande idea né per gli scrittori né per gli editori, non importa a che gradino nella scala letteraria si dà il caso che essi si trovino abbarbicati. Per noi scrittori, è dura quando a nessuno garba il tuo lavoro, e lo è sotto altro profilo quando invece qualcosa per te comincia muoversi; ma è meglio tentare e orientare le tue alte qualità verso quel ch'è buono o che non lo è - anche se, Dio solo lo sa, si dà il caso che sia stato sempre e comunque tu a scrivere tutta quella roba. Per finire, le piccole case editrici, le riviste letterarie, le rassegne universitarie hanno di sicuro ancora un posto nella mia vita di scrittore. Capita ogni tanto che decidano di pubblicare quelle che per i miei standard erano racconti buoni quanto so scriverne io dopo anni di tentativi. Però non credo che le piccole case editrici o i giornali letterari siano lunico "luogo deputato" della scrittura, non più di quanto io creda che il "New Yorker" o l "Esquire" siano più sensibili o favorevoli nel giudizio o indulgenti di altre audience putative, o che i loro redattori siano più di mente aperta, generalmente disposti a correr rischi, meno capricciosi, meno vittime del cronismo, o che siano più inorecchiti per la buona scrittura di chiunque altro si proponga come pubblico arbitro letterario. Daccordo, quelle riviste patinate sono gestite in sintonia col profitto economico. Ma il profitto delluno è verosimilmente impegno di principio dellaltro. Chi può dire quale di quegli idoli sia più meschino o volgare? Il "luogo deputato" per la letteratura nel mio Paese è là dove è sempre stato presso gli scrittori e in quel che essi scrivono. Scrivere è un lavoro oscuro e solitario, e nessuno è obbligato a farlo, e a nessuno importerà se non ci sarà nessuno a farlo, per cui scegliere di farlo e cercare di farlo meglio che si può è già abbastanza come compito di tutta un'esistenza, è già abbastanza come primo passo, e, per quel che possono valere la mia moneta e il mio consiglio, è già abbastanza anche come passo finale. |