Dan Fante e Zi' Vincenzo
Dan Fante e Zi' Vincenz

TUTTI GLI ANGELI SONO CADUTI

E SONO A PEZZI

Incontro con Dan Fante
a cura di Daniela Matronola

Dan Fante è figlio del mitico John Fante, lo scrittore italoamericano autore delle saghe dei Bandini e dei Molise, e di quel magistrale capolavoro che è – tra i tanti suoi ottimi romanzi – ASK THE DUST / CHIEDI ALLA POLVERE.
Dan Fante che esordì a vent’anni come narratore promettente nella vita ha fatto molti mestieri, tra gli ultimi il noleggiatore di limousine a Los Angeles – suo cliente è stato anche Mick Jagger. Dopo dei giri immensi è tornato al suo destino di scrittore di grande talento e ha pubblicato CHUMP CHANGES, che per l’editore Marcos y Marcos nella versione italiana è diventato ANGELI A PEZZI: un figlio torna a casa perché suo padre è in ospedale vinto dal diabete, sempre indomito e caparbio, in lotta come quando era gagliardo e pienamente in vita ma praticamente sfinito.
Il figlio prova a avvicinarsi a quest’uomo che ha molto amato ma anche temuto.
Dan Fante è venuto in Italia anche di recente, per il Festival di Arti Musica e Letteratura di Brescia svoltosi tra il 2 e il 4 giugno, ma queste sue dichiarazioni le abbiamo raccolte a Settembre a Mantova durante il Festival Letteratura dove Dan Fante ha letto (molto bene) alcuni (toccanti) passaggi di questo romanzo in cui Jonathan Dante, tronco umano mutilato e gettato in coma dal diabete in un letto d’ospedale (il gagliardo spiritaccio indomabile messo sull’attenti dalla morte – uno di quei cambiamenti netti suggeriti dal titolo originale del romanzo), pare proprio non essere altri che il vecchio John Fante e nel nevrotico Bruno Dante, uno zuccone alcoolista (CHUMP vuol dire anche zucca, testone) perso dietro al cane Rocco (il bull terrier di suo padre, malmesso pure lui), in lotta per riuscire a vincersi e andare a vedere suo padre per un ultimo saluto, pare proprio essersi acquattato narrativamente il nostro Dan Fante o ciò che l’autore pensava di essere, perlomeno agli occhi di suo padre.

 

Il destino

Mi ricordo di Point Dume, la penisola–promontorio che si getta nel mare, molto fuori Malibu. Sai, allora dire Malibu non era come ora. Oggi uno dice Malibu, e pensa… oh Malibu! Si pensa subito a un posto di lusso, come dire Park Avenue o che so io. Ma allora, all’inizio degli anni Cinquanta, lì non c’era niente. Mi ricordo quando mio padre ci si comprò pochi acri di terra e ci trasferimmo lì, l’intera famiglia. Stavo sul tetto della casa di mio padre. Per miglia non c’era nulla, non si vedevano né cavalli né case. E che vento… Point Dume si gettava nell’oceano, un corpo di terra dentro tutta quell’acqua, e ogni pomeriggio arrivava il vento, soffiava così intenso, spazzava via tutto. La storia di Point Dume, il nome del posto, viene dal Capitano Dumé, bisognerebbe pronunciarlo con l’accento sulla e, dumé, ma gli americani non ricordano più la storia del capitano francese che lì combatté gl’indiani, tutti lo pronunciano dum, come doom, cioè apocalisse, o giorno del giudizio, o semplicemente destino finale. Ora il posto è popolato, pieno d’alberi. Non c’è più quel gran vento, è calato, sparito, si è acquattato, ma allora… tutto era così desolato, i pomeriggi erano freddissimi ma era un gran bel posto, molto genuino. Per questo l’ho usato nel mio romanzo. Mio padre si trasferì a Point Dume per fuggire da Hollywood, da tutta quell’intensità, quello stress, quel ritmo di vita, di relazioni, di lavoro, e anche da quella mentalità malata. Per questo quel posto resta così vivido per me. Perché andando a stare lì, lui, mio padre, stava scappando lontano ma non lontano abbastanza.

 

Figli e padri

Il protagonista del mio romanzo, Bruno Dante, torna a casa. Da New York, dove prova a vivere – si arrabatta, vola a Los Angeles. E’ l’ultimo figlio che manca all’appello al capezzale di Jonathan Dante. Bruno sta cercando di salvarsi facendo la cosa giusta per suo padre, è una sorta di tentativo disperato da parte sua di essere bravo in qualcosa, di portare a termine, a compimento qualcosa, un gesto degno, per avere poi qualcosa di cui esser fiero. Non pare riuscirci molto eppure vuole farcela davvero. Poi è terribilmente triste perché suo padre muore da artista incompiuto, perciò parecchia della sua tristezza è proprio per suo padre. Sai, è come se Bruno agisse sempre allo scopo di rendere l’estremo omaggio a suo padre, vorrebbe esprimergli il proprio amore ma non riesce a riunirsi a lui. Ma lo ama molto e vuole a tutti i costi ricongiungersi a suo padre, perciò spasmodicamente, disperatamente fa tutto ciò di cui è capace pur di riuscire a raggiungerlo.

 

Identità e travestimenti

Il mio è un romanzo autobiografico. Finzione certe volte basata sui fatti, certe volte no. Mio padre, John Fante, è vero, in Full Of Life ha rinunciato al mascheramento dietro nomi finti, ma anche quello è un romanzo, anche quello non è puri fatti, certo c’era una base di fatti storicamente, biograficamente accaduti ma era finzione narrativa. Poi quel romanzo, magari troverai abbastanza interessante scoprirlo, fu soprattutto un’impresa commerciale. Mio padre lo scrisse per soldi. Sì, penso proprio che l’abbia scritto per far denaro. Non lo scrisse per fare arte, lo scrisse perché sapeva d’avere uno sguardo, d’avere proprio occhio, e pensava che l’avrebbe facilmente venduto al cinema. Ma, sai cosa?, per quanto riguarda me, onestamente penso sia stato più facile perché se uno decide di scrivere una narrazione, che è invenzione, di stampo autobiografico, non è che uno scriva fatti, appunto scrive finzione. Finzione autobiografica. Io per esempio qui ho condensato quindici anni in tre settimane e non ho rispettato una sequenzialità vera. Ho compresso tutto insieme, ho forzato il tempo e cambiato le cose per imporre una sequenza mia. Gli episodi sono anche riferiti con accuratezza, eppure per me c’era un buco, una frattura nel tempo che io ho compresso in tre settimane.

 

 Frantic

Bruno si muove spasmodicamente tra le sponde del suo percorso di avvicinamento al padre sempre lambendo come un cane l’area dove suo padre sta mezzo morto. Vedi, qui in effetti parlo molto dell’alcolismo, parlo di una malattia, esattamente come il cancro, come il diabete. La caratteristica dell’alcolismo, questo spostarsi parossistico da parte di Bruno, spasmodico, sempre guidato dalla ricerca della bottiglia, o delle medicine per sé e per il cane, l’ossessione ecco sta nella ripetizione, nell’aggirare continuamente le responsabilità, nella capacità di essere gentilissimi il momento prima e completamente fuori di testa il momento dopo. Bruno, il protagonista, tutto sommato cerca di fare del suo meglio ma è torturato da questa che è una vera e propria malattia. Perché gli alcoolisti sul piano emozionale sono persone agìte. Quando bevono è terribile, ma quando non bevono è anche peggio.

 

Uomini e cani

Bruno si prende cura di Rocco del cane invece che subito di suo padre perché ritiene sia suo dovere farlo. Questa relazione stretta col cane, accudirlo, pulirlo, anche se a lui quel cane non piace molto, mostra però il suo desiderio di fare la cosa giusta – per suo padre. Perché è il cane di suo padre. Il cane è il suo nuovo sodale, un mezzo parente: è come un fratello di cui prendersi cura, un fratello che non può parlare, che sta male, e Bruno sa che suo padre ama il suo cane. E la famiglia questo cane lo ha completamente messo da parte. Perciò Bruno in un certo senso lo adotta. Anche Rocco, l’ho diciamo così usato. Vedi, quando John Fante è morto, quel bull terrier già non c’era più. Mio padre aveva un altro cane a quell’epoca. Ma io ho usato la morte del cane fuori del tempo. Finalmente con la scusa del cane che deve rendere l’ultimo saluto al suo padrone, Bruno riesce a scivolare da una porta sul retro dentro l’edificio dell’ospedale e fino al letto di suo padre, e riesce a congedarlo, a dirgli che può mollare, può smettere di battersi, può lasciarsi scivolare via. L’uso narrativo di Rocco è stato portare il filo della storia fuori dal tempo ma dovevo farlo, io sapevo quanto mio padre lo amasse. La sua morte era già stata cantata da mio padre in quella scena magistrale sulle rive dell’oceano in West Of Rome / A Ovest Di Roma (www.fazieditore.it), il giorno in cui Rocco fu assassinato. Ma quando andò in ospedale l’ultima volta, mio padre non poteva più prendersi cura dei suoi cani, il loro pardone, un uomo forte…

 

 Padri e figli

Per Bruno, il protagonista, non è facile andare a incontrare questo padre della finzione, qualcuno con cui non riesce a comunicare. Nella realtà mio padre era un uomo davvero gagliardo. Un uomo forte. Che non perdeva mai il controllo sulle situazioni. Molto artista. Di idee forti, opinioni estreme. Di forti passioni. Da lui ho eredità la sensibilità letteraria anche se non ho mai cercato di copiarlo. Penso che l’imitazione sia la più grande forma di piattezza. Da lui ho avuto molto, ma la mia vita è quel ne ho fatto da me. Se come dicono il mio libro, per lo stile, il tono, fa pensare a Charles Bukowski è perché forse qualche somiglianza c’è. Non che io volessi, avessi l’intenzione di scrivere alla maniera di Bukowski, peraltro non ci sarebbe stato nulla di male, visto che Bukowski a suo modo ha fatto della buona roba. Se poi sono un incrocio tra i due, tra John Fante mio padre e Charles Bukowski che stimava mio padre e andò anche a vederlo nel suo letto d’ospedale prima che morisse, la cosa non è intenzionale, è semplicemente come sono fatto io. Un modello però che è per me un vero punto di riferimento è Selby, Hubert Selby. Il romanzo è Last Exit To NewYork: uno dei due o tre più grandi libri del ventesimo secolo, davvero un gran libro. Penso sia stato pubblicato nel ’59 ed è stato moderatamente un best seller.

 

 Radici

Per me essere qui, in Italia, è anche come fare una specie di pellegrinaggio sulle tracce di mio padre. Ho pensato molto a lui stando qui. Mi è tornato in mente il suo amore per l’Italia, per i suoi avi, per il paesello. In Svizzera a Mendrisio ho sentito i mandolini e ho pensato molto a lui. A quando raccontava di Napoli, per esempio. Sarà stato tra il ’59 e il ’60, mio padre era in Italia a fare cinema, e ci scriveva dell’Italia, di quanto amasse essere lì, quei posti, quella gente. Ora sono in contatto anche con dei parenti. Pare che a Torricella Peligna, il paese in Abruzzo da cui sono venuti i nostri avi, ci siano ancora dei cugini, Vincenzo mio cugino. Queste persone gentili dell’ufficio stampa del mio editore hanno preso dei contatti, hanno avuto un fax e penso che andrò a trovarli, a conoscere questa gente. Le origini sono importanti, i posti da cui si proviene, a cui si appartiene…

 

Di Los Angeles, Dan Fante, da una rotonda sul Mincio, il fiume di Mantova, infestato di umidità e zanzare, ci ha detto: "L.A. sa stregarti come una bella donna. La sera prima ti promette qualunque cosa, la notte ti dà tutta la sua intimità, la mattina dopo non ti riconosce nemmeno" – come la Belle Dame Sans Merci (la bella dama senza misericordia) cantata da John Keats. Comunque, imparata la lezione, Dan Fante ha indossato mimetica e anfibi. Come fosse un Marine. Come suggeriscono la sua sagoma e la sua faccia.

 

 

Un paio di links ancora:

www.rockol.it/rockol/news/Italia/capfante.htm (Vinicio Capossela canta e recita John Fante)

www.villaggio.it/johnfante/sommario_john_fante.htm (tutto su John Fante e Torricella Peligna, Dan Fante e Zi’Vincenz’)

Esplorando www.altavista.com oppure www.northernlight.com si può trovare di tutto su John Fante, Dan Fante, Tom Waits e un sacco d’altri.