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Il nome dei personaggi
secondo Flannery O'Connor
La nominazione per prima
di Enrico Valenzi
A prima vista non sembra il tema più
importante per chi racconta. Per scrivere una storia bisogna mettere insieme tante cose,
persone, luoghi e nominarli. Ma qui si intende proprio il dare nome e cognome a un
personaggio per poterlo chiamare oltre che "ehi tu", in modo più garbato. Tipo
Ulisse, Alice o Peter Pan, per fare dei nomi poco impegnativi, si fa per dire.
Ma anche a seconda vista (?) la cosa non sembra importante perché il nome di un
personaggio, come d'altronde il titolo, si possono certo decidere con calma dopo aver
scritto tutta la storia. Per il titolo d'accordo. Ma per il nome no. E meglio di no.
Scrivere "Dei bigodini di gomma verde le germogliavano ordinatamente sulla
testa, e, sotto, la faccia era liscia come cemento armato, per via d'una
pasta al bianco d'uovo che le cancellava le rughe mentre dormiva"
senza pensare che questa donna sia solo ed esclusivamente la signora May del racconto Greenleaf
è impossibile sia per noi che per Flannery O' Connor che l'ha scritto.
Istruzioni per l'uso
Nel caso dei racconti di Flannery O' Connor,
i brani sono scelti con lo scopo di mettere in risalto direttamente il punto di vista dei
personaggi sul loro "destino nominale". Essi stessi ci confidano cosa vuol dire
chiamarsi in un certo modo ed essere chiamati con quel preciso nome.
Il suono dei nomi
da Il raccolto (The Crop), scritto prima
del febbraio 1946, pubblicato per la prima volta in Mademoiselle, aprile 1971. pag. 40-41 Tutti
i racconti, Flannery O' Connor, volume primo,Bompíani, 1994. Traduzione di Marisa
Caramella.
... "Lot Motun," scrisse la
macchina, "chiamò il suo cane."
La parola "cane" fu seguita da una
brusca pausa. La signorina Willerton era bravissima con la frase d'attacco. "Le frasi
d'attacco," diceva sempre, "le venivano... di botto! " "Di botto,
ecco!" diceva, e faceva schioccare le dita. "Di botto!" E su di esse
costruiva il racconto. "Lot Motun chiamò il suo cane", le era venuta
automaticamente, e rileggendola la signorina Willerton decise che non solo Lot Motun era
un buon nome per un mezzadro, ma anche che chiamare il cane era proprio la cosa giusta da
fare, per un mezzadro. "Il cane drizzò le orecchie e si avvicinò strisciando a
Lot." La signorina scrisse l'intera frase prima di accorgersi del proprio errore: due
"Lot" nello stesso paragrafo. Suonava male. La macchina da scrivere tornò
indietro scricchiolando e la signorina Willerton cancellò con tre x la parola
"Lot", e con un'altra x la parola "a". Poi inserì un "gli
si" prima di "avvicinò". "Lot Motun chiamò il suo cane. Il cane
drizzò le orecchie e gli si avvicinò strisciando." C'erano anche due
"cane", pensò la signorina Willerton. Ummm. Suonavano meglio che non due
"Lot" comunque, decise.
La signorina Willerton era una grande
sostenitrice di quella che chiamava "arte fonetica". Affermava che l'orecchio
sapeva leggere quanto l'occhio....
Fatti per ingannare
da La vita che salvi può essere la tua (The
Life You Save May Be Your Own) Pubblicato per la prima volta nella Kenyon Review,
primavera 1953. pag. 163 Tutti i racconti, Flannery O' Connor, volume primo,
Bompiani, 1994. Traduzione di Ida Omboni.
... "Signora," disse,
"oggigiorno la gente ne fa di tutti i colori. Io posso raccontarvi che mi chiamo Tom
T. Shiftlet e che vengo da Tarwater, nel Tennessee, ma voi non mi avete mai visto, prima
d'ora: come potete sapere che non sto mentendo? Come fate a sapere che non sono Aaron
Sparks e che non vengo da Singleberry, Georgia, o che non sono George Speeds di Lucy,
Alabama, o Thompson Bright di Toolafalls, Mississippi?"
"Io non so niente, di voi,"
brontolò la vecchia, irritata.
"Signora," incalzò lui, "la
gente non ha scrupoli a mentire. Forse, la miglior cosa che possa dirvi è: sono un uomo.
Ma ascoltate, signora," esclamò, e fece una pausa, per concludere in tono ancora
più minaccioso e solenne, "che cos'è un uomo?"
A immagine e somiglianza
da Brava gente di campagna (Good Country
Peaple)
Pubblicato per la prima volta in Harper's
Bazaar, giugno 1955. pag. 8-9 Tutti i racconti, Flannery 0' Connor, volume
secondo, Bompiani, 1994. Traduzione di Ida Omboni.
Il suo vero nome era Joy, ma appena aveva
compiuto i ventun anni e si era allontanata da casa, l'aveva fatto cambiare legalmente. La
signora Hopewell era sicura che ci avesse pensato e ripensato, finché aveva scoperto il
nome più brutto di tutte le lingue. Dopo di che, era andata a far cambiare il suo bel
nome, Joy, senza avvertire la mamma fino a cose fatte. Il suo nome legale era Hulga.
Quando la signora Hopewell pensava al nome
di Hulga, le veniva in mente il grosso scafo nudo di una nave da guerra. Lei si rifiutava
di usarlo. Continuava a chiamare la figlia Joy e la ragazza rispondeva, ma solo per un
riflesso meccanico... Considerava il suo nome un affare personale. Sulle prime, l'aveva
scelto puramente in base al suono sgradevole, poi la genialità della sua perfezione
l'aveva colpita. Vedeva il nome lavorare come Vulcano, brutto e sudato, che restava sempre
nella fornace e dal quale, presumibilmente, la dea era costretta a recarsi, quando la
chiamava. Lo considerava il suo più alto atto creativo. Uno dei suoi maggiori trionfi era
che sua madre non fosse riuscita a trasformare la sua carne in Joy, ma il trionfo supremo
era l'essere riuscita a trasformarsi in Hulga...
Un cognome una stirpe;
due cognomi una stirpe di troppo
da La veduta del bosco (A View
of tbe Woods) Pubblicato per la prima volta nella Partisan Review, autunno
1957. pag. 97 Tutti i racconti, Flannery 0' Connor, volume secondo,Bompiani,
1994. Traduzione di Ida Omboni.
... Mary Fortune si fermò, col viso sopra
il suo. Due occhi incolori affondarono in due identici occhi incolori. "Ne hai avuto
abbastanza?" Il vecchio alzò lo sguardo sulla propria immagine: era ostile e
trionfante. "Le hai prese," gli disse la bambina. "Da me." E aggiunse,
calcando le parole: "E io sono una 'vera' Pitts."
Nella pausa che seguì, Mary Fortune
allentò la stretta, e il vecchio le artigliò la gola. Con un improvviso guizzo
d'energia, riuscì a voltarsi e a invertire le posizioni, in modo da esser lui ad
affondare lo sguardo nel viso che era il suo, ma che aveva osato chiamarsi Pitts. Sempre
con le mani strette alla gola della bambina, le sollevò la testa e la batte una sola
volta, duramente, sulla pietra che, per caso, vi stava sotto. Infine, scrutando il viso
dove gli occhi, stravolgendosi lentamente, avevano l'aria di non prestargli più la minima
attenzione, affermò: "Non cè un'ombra di Pitts, in me."
Sacro e profano
da Malattia mortale (The Enduring Chill)
pubblicato per la prima volta in "Harper's Bazaar", luglio 1958. pag. 119
Tutti i Racconti, Flannery 0' Connor, volume secondo, Bompiani, 1994. Traduzione di
Ida Omboni.
"E' stato gentile a venire,"
disse. "Questo posto è incredibilmente squallido. Non c'è una persona intelligente
con cui parlare. Lei che ne pensa di Joyce, padre?"
Il prete alzò la sedia e la tirò più
vicino al letto. "Devi gridare, " avvertì. "Sono cieco da un occhio e
sordo da un orecchio." "Che ne pensate di Joyce? " ripeté Asbury, più
forte.
"Joyce? Joyce chi?"
"James Joyce, " precisò Asbury,
con una risata.
Il prete spazzò l'aria con la grossa mano,
come se fosse infastidito dai moscerini.
"Mai visto", dichiarò. "E
adesso sentiamo: le dici le preghiere al mattino e alla sera?" Asbury era confuso.
"Joyce era un grande scrittore", spiegò, dimenticandosi di gridare.
"Non le dici, eh?" fece il
vecchio. "Be, non imparerai mai a esser buono, se non preghi regolarmente. Non
possiamo amare Gesù se non gli parliamo."
Flannery O Connor
Americana di evidenti origini irlandesi (a
proposito di nomi). Nasce nel 1925 a Savannah, Georgia, e muore nel 1964 a Milledgeville,
Georgia. Ha scritto: La saggezza del sangue (Wise Blood), 1952, romanzo, Il
cielo dei violenti (The Violent Bear It Away), 1960, romanzo. Dal 1971 i suoi racconti
sono raccolti nel libro Tutti i racconti di Flannery O Connor (The Complete
Stories of Flannery O Connor). |