Episodi incendiari assortiti di Fabio Cozzi
Questa preghiera in forma di
lamento – se mi passate l’espressione – cominciò il giorno in cui
eravamo in campeggio a Sleeping Bear e Rondo uscì ubriaco fradicio e si
perse. Quando alle dieci noialtri ci svegliammo, distrutti, con la luce
che non ci lasciava tenere gli occhi aperti, fummo presi dal panico. Amy
era in mutandine nel chiarore arancio della tenda, china in avanti, che
tentava di infilarsi nei jeans. Cazzo, Rondo è sparito. Non
disse altro. Cooosa?, saltò su Ricky.
Eravamo in tre, lì dentro, addormentati come altrettanti sassi. Quel coglione stanotte non è
rientrato, disse lei, picchiandosi in testa un paio di volte il palmo
della mano, come se cercasse di spostare qualcosa, di ripristinare un
collegamento saltato. Rondo era il suo ragazzo, e il panico che le stava
affiorando nella voce mi rendeva vagamente geloso, perché anch’io
provavo una certa attrazione per lei, anche se lui in teoria era il mio
migliore amico; giocavamo a hockey insieme alla State University, ci
davamo pacche sulle spalle, bevevamo insieme e via dicendo, ostentando una
facciata di cameratismo quando in realtà il vero legame che ci univa era
avvolto dal mistero, o forse semplicemente fisico; eravamo due ragazzi
pieni di energie, nel fiore del nostro sviluppo – mai più saremmo stati
belli, forti e virili come in quell’autunno. L’esatto contrario si
poteva dire di Sam – il protagonista del mio lamento – che era
impacciato e dalla presenza fisica inesistente, sudicio e ripugnante, con
i capelli lunghi e unticci che gli sbattevano sul giubbotto di pelle come
una coda di castoro. Quello spaventoso mattino ero
certo che avremmo trovato il corpo fradicio d’alcol e ormai gonfio di
Rondo abbandonato sulla riva, cullato e rigirato mollemente dai tre metri
di risacca del lago Michigan. Chi vive al di fuori del Midwest crede che
io esageri quando descrivo l’estensione delle onde del lago Michigan,
allo stesso modo in cui può sembrare delirante l’idea di un’enorme
duna di sabbia fine nel bel mezzo della campagna o quella che fra uomini
che si considerano eterosessuali, quali il sottoscritto, possa nascere
l’amore… Non pensai a Sam fino a che non
fu trascorsa un’ora buona di ricerche, durante la quale percorremmo la
spiaggia in tutta la sua lunghezza, passando accanto ai resti carbonizzati
del nostro falò di fortuna, alla ghirlanda di lattine di Bud rosse e
bianche accartocciate, risalendo in cima alla grande duna e proseguendo giù
per il terreno ondeggiante, in ogni anfratto e avvallamento…Non pensai a
Sam fino a quando non mi lasciarono solo in fondo a uno dei parcheggi,
seduto sulla sbarra più alta di una staccionata, con il viso affondato
tra le mani, arreso – con la profonda convinzione che Rondo fosse ormai
morto e che la corrente lo stesse trasportando verso Chicago, che il suo
corpo stesse imboccando la grande curva all’altezza di Gary,
nell’Indiana, accanto alle rigurgitanti ciminiere della U.S. Steel.
Avvertivo un enorme, profondo vuoto in fondo al cuore ripensando al suo
torace muscoloso, al suo sorriso ironico e al modo in cui riusciva a
risucchiare la birra in enormi sorsate che gli facevano ondeggiare il
profilo della gola. Mi piace pensare di aver imparato in quel momento la
mia prima lezione sulla stupidità del machismo; su quanto fossi leggero,
nel corpo, nello spirito, e su come il rozzo ideale dell’essere veri
uomini mi andasse stretto. Forse l’avevo sempre saputo. Perché una sera, anni fa, dopo
essere rientrato a piedi da casa di Sam, andai in camera mia e piansi.
Ecco come mi piace immaginarmi: un ragazzino ancora né carne né pesce,
biondiccio e con gli occhioni sgranati, che affronta per la prima volta
l’atrio buio e vuoto della casa di Sam, giù vicino alle fabbriche,
quella sua stanza in cui Natale era passato lasciato un unico giocattolo.
Non avrei mai potuto recitare la parte del bulletto strafottente che una
volta entrato in casa sorrideva con disprezzo; che appena uscito correva
dagli altri bambini a raccontare che quel cacasotto di Sam non aveva un
giocattolo che fosse uno con cui valesse la pena di giocare, giusto una
base spaziale Matt Mason, la stessa che chiunque aveva ricevuto l’anno
prima; che la sua casa era spoglia, vuota, e che quando scendemmo al piano
di sotto il suo vecchio, appena tornato dalla fabbrica – con quella sua
pettinatura alla Elvis – era lì che grugniva attaccato a una lattina di
birra, gomiti puntati sulla tavola, faccia spenta; che le sue prime parole
furono Tutto a posto, testa di cazzo?, e che Sam, il viso rosso acceso di
vergogna, mi accompagnò alla porta, mi allungò la giacca e uscì insieme
a me. Andiamo via, disse. Bastardo. Piansi? Oppure il giorno dopo andai a
scuola e raccontai tutto quanto a Ted Nelson, che era alla ricerca
costante di un motivo per sfottere Sam? E gli feci una sorta di riassunto
per sommi capi della casa – i punti spelacchiati al centro di ogni
singolo gradino delle scale, la lunga crepa in mezzo al pavimento in legno
del corridoio piena zeppa di polvere? E rivelai a Nelson, quasi fosse
un’informazione top-secret, la realtà della situazione di Sam: che era
povero in canna? Finestre rotte piene di spifferi rappezzate col cartone.
Una stalattite di lerciume verdastro sotto il rubinetto della vasca da
bagno. Lampadine fulminate. Materassi per terra. Un unico merdoso
giocattolo per Natale. Seduto sulla staccionata del
parcheggio a Sleeping Bear, pensai a Sam per la prima volta da quattro o
cinque anni a quella parte, visualizzai un’immagine di quel tardo
pomeriggio a casa sua, l’unica volta che c’ero mai stato, di me che
entravo nella sua cucina e vedevo suo padre, occhi rossi, stanco, con
indosso il camice verde oliva delle cartiere, una piccola toppa rotonda in
alto a destra sul petto con il suo nome, ED, ricamato a lettere rosse
larghe e flosce; suo padre, logoro e stanco, annoiato e deluso dalla vita,
che si porta la lattina di birra alle labbra prima di dire quello che deve
dire…Mi venne in mente, lì sulla staccionata a Sleeping Bear – mentre
quasi mi procuravo una crisi di nervi al pensiero del corpo di Rondo, del
suo cadavere laggiù nel lago – che quel giorno uscimmo di casa,
attraversammo la strada, tagliammo fra i due edifici della fabbrica e di lì
verso l’enorme bacino di scarico in cui le cartiere Allied Paper
riversavano i liquami, e dove noi (quelli della mia banda) ci divertivamo
a sfidarci in stupide prove di forza e di coraggio; era pericolosissimo,
un enorme lago di scorie sulla cui superficie si formava una crosta simile
a ghiaccio, che in certi giorni diventava tanto dura da poterci fare
persino qualche passo, poi qualche altro ancora, se eri certo che fosse
abbastanza spessa da tenere. Ci proviamo? Sam non disse
altro, mi pare, immobile, osservando la luce del crepuscolo che moriva
sulla superficie compatta e corrugata della pozza. Alle sue spalle,
sull’altra riva, davanti a una fila di alberi stremati, uccelli
invernali scendevano e risalivano sopra la sponda del
fosso…L’industria brulicava tutt’intorno, ma a quei tempi noi non lo
sapevamo, né ci importava di saperlo, e in quell’istante eravamo
soltanto due ragazzini che si sfidavano in silenzio a fare qualcosa di
meravigliosamente stupido. La verità è che in quel
momento Sam non stava davvero chiedendo a me di farlo, stava parlando con
se stesso, con le sue gambe curve e il suo parka di nylon da due soldi con
la fodera arancione e il bordo di finta pelliccia intorno al cappuccio.
Sembrava più che altro intento a recitare una preghiera per invocare la
protezione divina, mentre a passi incerti si avvicinava al bordo, con il
vento freddo della sera che gli arruffava i capelli, e con la punta dei
piedi saggiava la superficie della pozza – era una sostanza infida, né
carta né ghiaccio, non somigliava a nient’altro, una robaccia
extraterrestre – e prima che potessi dire Come no e incamminarmi
anch’io, lui già stava prendendo il largo a piccoli passi, studiando la
tensione della melma, testando l’elasticità della superficie sotto le
sue calosce o le sue vecchie scarpe da ginnastica o qualunque altra cosa
avesse ai piedi quel giorno. Avanzò. Riuscì a fare cinque o sei metri.
Non avevo mai visto nessuno dei miei amici spingersi tanto in là su
quella crosta. Eravamo strasicuri che la superficie solida sprofondasse
quasi subito di almeno quindici metri, praticamente ad angolo retto. Alla
nostre spalle la locomotiva si avvicinava, flettendo e facendo stridere i
binari, e quando Sam ebbe raggiunto la distanza che voleva lentamente si
voltò verso di me e mosse le labbra, disse qualcosa, non saprò mai
esattamente cosa, ma le sue labbra si mossero un bel po’, qualcosa come
cinque frasi, recitando una cosa che, per quanto riuscivo a capire, poteva
essere il discorso di Gettysburg, che quell’anno a scuola tutti quanti
avevamo dovuto imparare a memoria. Stanco e patetico, con quel suo parka
leggero da due soldi a proteggerlo dal vento sempre più forte., Sam, il
ragazzino che possedeva un unico misero giocattolo, in piedi in mezzo alla
melma parlò: Ottantasette anni fa i nostri
padri crearono su questo continente una nuova nazione, concepita nella
libertà, e fondata sull’affermazione che tutti gli uomini sono creati
uguali… Finché a un tratto la melma
cedette e lui affondò fino alle ginocchia – alle mie spalle il treno
continuava ad arrancare, ora però lento abbastanza da far udire il grido
di Sam al di sopra del suo sferragliare – in una densa poltiglia di
diossina e pasta di legno, di solventi e composti chimici indelebili. Come
un Cristo che cammini sulle acque e cade, con le gambette secche e fragili
a infrangere la superficie della poltiglia che gli si appiccicava ai jeans
e li imbrattava, Sam avanzò faticosamente verso di me. Quando infine uscì,
aveva perso uno stivale (o una scarpa). Arrancando sulla via del
ritorno, oltre i binari, attraverso la strada, Sam si scrostò quella
robaccia dalle gambe con un bastone e mi fece giurare che non avrei
rivelato a nessuno quello che aveva fatto. Me lo prometti?, continuava a
ripetere. Prometto. Giuro su Dio. Su una
montagna di Bibbie. Sull’abito da sposa di mia madre. Non lo dico a
nessuno. È una cosa fra me e te. L’avrei detto a tutti. Era
una storia troppo divertente per tenerla nascosta. Con l’immagine di Sam,
quel povero coglione che affonda nella melma fino alle ginocchia, avrei
informato il mondo. Solo che nella mia versione della storia in quella
schifezza ce l’avrei fatto affondare fino ai fianchi, o forse
addirittura nuotare. Sentii Amy chiamarmi per
cognome, Means. Mi voltai e la vidi dall’altra parte del parcheggio che
gesticolava freneticamente verso di me. Avevano trovato Rondo, mi
disse, facendosi scorrere un dito dentro il bordo dei jeans per allentare
una qualche fastidiosa tensione nell’elastico delle mutandine; mi
sforzai di non guardare. Attendevo di sapere se Rondo era vivo o morto e
al tempo stesso nella mia mente e nella mia memoria riviveva l’immagine
di Sam, durante le prove dell’orchestrina di classe, un attimo dopo che
il sottoscritto gli aveva sferrato uno schiaffo sulla campana della
tromba; aveva lo sguardo sbigottito e confuso della persona appena
colpita, un attimo prima che esploda la gigantesca vampata del dolore; nei
suoi occhi si leggeva, mi piace pensare oggi, il lungo e ampio balzo verso
la grazia che tutto redime. Due dei suoi denti anteriori rimasero sul
bordo dell’imboccatura, schizzata di colpo verso l’interno; tutta
quella forza si era spostata lungo la curva della campana, snodandosi
lungo la tubolatura e andando a concentrarsi sul bordo metallico
dell’imboccatura 7C; ero perfettamente conscio, mentre scagliavo il
palmo aperto della mano contro la campana della sua tromba, del meccanismo
fisico che avrei innescato. Oggi non posso più negarlo come feci allora.
All’epoca non sapevo da dove venisse la mia rabbia, ora sì. La lezione
che ho ricavato dalle mie azioni è lampante: ero reo di molte colpe nei
confronti di quel ragazzino dell’orchestra che in prima media si era già
fatto crescere i capelli lunghi e portava giacche di pelle rubate. Mi
piace pensare che gli ruppi i denti per vergogna; avevo raccontato al
mondo della sua casa, di suo padre e di come era sprofondato in quella
crosta di melma (dopo averci camminato sopra come Gesù Cristo per cinque
secondi buoni). Sta bene, disse lei. era così
fuori che ha perso l’orientamento e alla fine si è addormentato per
terra nel campeggio, accanto ai cessi. (…) Lo schianto dell’imboccatura
contro i denti gli spinse i due comesichiamano davanti verso l’interno,
danneggiandogli dentina, gengiva e nervi abbastanza da ucciderli. Nel giro
di qualche settimana lo smalto divenne grigio e infine, un mese dopo,
caddero entrambi. Non l’avevo fatto apposta, dissi al professor Tear, il
nostro insegnante di musica. La colpa ricadde sulle spalle di Sam. Le cose andarono così: Sam
scomparve, come Rondo quel mattino, con la differenza che lui abbandonò
questa terra per davvero: si levò in aria, dispiegò le ali d’angelo e
volando attraversò il grande lago fino al Wisconsin. Era con alcuni amici
(questo lo so per certo), quattro ragazzi della nostra città poveri come
lui, a cazzeggiare, farsi le canne e roba del genere; era con loro, ma a
un certo punto prese e si allontanò per i fatti suoi (almeno così pare).
E scomparve per una settimana. Questo noi non lo sapevamo. Fosse scomparso
uno di noi la notizia sarebbe finita in prima pagina, ma che uno come Sam
sparisse dalla faccia della terra per una settimana non era cosa degna di
nota… Alla fine però si resero conto
che qualcosa non andava e spedirono delle squadre di ricerca a
scandagliare la sabbia delle dune. Uomini che conficcavano lunghe aste qua
e là, lavorando a gruppetti, tracciando quadranti con picchetti e spago.
Cercavano la morbidezza della carne, l’elasticità di un cadavere. Ci
volle una settimana. Lo spazio da perlustrare era enorme. Ecco come immagino la scena, e
mi piace pensare che questa ipotesi sia qualcosa di più di un semplice
passaggio del mio lamento. Che sia davvero andata così. Fu un tizio di nome Mel, che
lavorava per la forestale, mento sporgente, occhi spioventi e sigaretta
perennemente tra le labbra; un uomo con gli occhi tristi che viveva in una
delle roulette messe a disposizione dallo Stato vicino al campeggio di
Sleeping Bear; un uomo ben felice di starsene solo con la sabbia e con il
vento che sferzava le dune incessantemente. Stava ricontrollando un
quadrante per la seconda volta. Si era fatto un’idea su dove potesse
trovarsi il corpo. Anni e anni di lavoro come guardia forestale gli
avevano fatto sviluppare un sesto senso riguardo al modo in cui la sabbia
si muoveva; riusciva a individuare i punti che stavano per cedere, quelli
che potevano franare. Si piazzò in quel punto e prima di infilare la
sonda nella sabbia guardò il cielo. Quattro gabbiani punteggiavano
l’aria scura del crepuscolo. Fece un bel respiro, pronunciò una
preghiera silenziosa, piantò la sonda e la sentì affondare in qualcosa
di morbido. Capì immediatamente che il destino aveva voluto che fosse lui
a scoprire il corpo del ragazzo morto; che avrebbe ceduto il passo agli
altri uomini – quelli della scientifica, gli esperti – perché
finissero il lavoro, e i badili avrebbero sibilato mentre lui si fumava
una sigaretta e osservava l’ennesimo stormo di gabbiani scendere a
mangiare i pesci morti per gli sbalzi termici prodotti dagli scarichi
della centrale elettrica a centocinquanta chilometri da lì. Avrebbe
finito la sua sigaretta, salutato Mike, il suo capo, e lentamente si
sarebbe incamminato giù per la stradina che rientrava nel
parco…Camminando avrebbe pensato a suo figlio, che viveva con sua moglie
a Paw Paw, e a quanta paura aveva per lui, la stessa paura che, ne era
certo, da qualche parte un altro padre aveva avuto per quel povero
ragazzo. Si sarebbe fermato un istante sentendo qualcosa muoversi tra i
cespugli, una rondine, un passero, forse una coppietta, e lì avrebbe
pronunciato una sorta di preghiera per quell’anima e si sarebbe
inchinato a modo suo al cospetto delle immense forze naturali che avevano
creato quella gigantesca lingua di sabbia lungo il guantone dello Stato
del Michigan, e che avevano congiurato per trovare il modo di uccidere un
ragazzino che probabilmente non si aspettava affatto di morire sotto una
frana di sabbia. La cosa fantastica di questo momento, secondo me, è che
in un attimo Sam riceve più amore di quanto ne abbia ricevuto in tutta la
sua vita: quell’amore sconfinato e profondo di un padre per un figlio di
cui tutti abbiamo bisogno, un amore più grande di quello che io, o quello
stronzo di suo padre, o chiunque al mondo ancora cammini su questa terra
gli abbia mai dato. Devo immaginare tutto questo e
interrompermi così, mentre Rondo, sulle dune, grida il mio nome nel vento
e mi dà del coglione e mi dice di alzare il culo e andare che dobbiamo
tirare giù la tenda e fare i bagagli e tornare a casa in tempo per il
fischio di inizio della partita dei Notre Dame. Continua
a sbraitare, con la voce disturbata dal vento e dalle onde, e io
resto seduto sulla staccionata e penso che qui dovrò tornarci da solo,
farmi altre quattro ore di macchina dopo averli scaricati a casa a
ritrovare questo stesso punto per comunicare con Sam, trovare un modo per
chiedergli scusa. E penso proprio che lo farò, tornerò qui e mi siederò
e ripenserò a tutto quanto da capo; al momento in cui mi sono trovato
sulla soglia della sua stanza – e lo farò non nei panni della persona
che sono diventato, e nemmeno in quelli di un bambino dall’animo
gentile, bensì in quelli di qualcuno che ancora avverte la desolazione
della stanza con la base spaziale Matt Mason al centro del pavimento, il
materasso da due soldi buttato nell’angolo, la flessibile membrana di
cartone della finestra a registrare il respiro della fredda aria invernale
che quel giorno freme in quella zona della città. Una volta tornato qui piangerò quei due denti davanti, che naturalmente lui non poté mai farsi sistemare o sostituire. Morì senza, inghiottito dalla terra in un pomeriggio d’estate, mentre i suoi amici saltellavano come sulla luna giù per il fianco della grande duna di sabbia, con le braccia tese verso il cielo, gustando a ogni salto per pochi istanti il sollievo della gravità, fatti di benzedrina e acidi e solitudine, con le sigarette fumanti tra le labbra che lasciavano scie a zigzag contro il cielo azzurro come razzi traccianti. |
16.5.03