Jean-Patrick Manchette  

Nada

di Fabio Cozzi

Jean-Patrick Manchette (1942-1995) scrisse, tra gli anni settanta e gli ottanta, un pugno di romanzi che diedero nuova vita al noir. Nada (pubblicato nella collana Stile Libero dell’Einaudi; pp.174, £ 16.000) è il manifesto politico dello scrittore francese. Il libro racconta del rapimento dell’ambasciatore americano a Parigi da parte di uno sgangherato gruppo terroristico. Un romanzo in cui tutti i protagonisti della vicenda vengono fatti a pezzi dalla penna dell’autore: i corpi di polizia, il potere politico e le diverse anime dell’estremismo rivoluzionario. Lo stile di Manchette è secco, conciso, cinico (alla Hammett per intenderci) e nel corso del racconto tocca livelli di virtuosistica perfezione.

 

Il cascinale aveva la forma di una U appiattita e angolosa. Due ali corte perpendicolari a un edificio principale tozzo, in pietra intonacata di grigio, coperto di tegole brune. C’era un piano mansardato. L’ala sinistra non era altro che un garage, la destra una vecchia stalla non restaurata. L’insieme era abbastanza piccolo. Una costruzione isolata, sorprendente in quella zona di cascinali raggruppati e di borghi. Siccome era antica, avrebbe interessato l’etnologo o il geografo specialista in materia di occupazione del suolo. Buenaventura ed Epaulard se ne fregavano altamente della questione. Fermata la Cadillac tra le ali dell’edificio, dopo che Buenaventura ebbe richiuso il cancello, i due uomini si diressero verso la facciata della dimora, alla porta a vetri. Il catalano bussò. Nessuna risposta. Provò la maniglia, la porta si aprì. I due uomini entrarono in uno stanzone con il pavimento piastrellato, provvisto un tavolo gigantesco, di un enorme camino con la cappa di ferro, di una scala che saliva al sottotetto.

Cash ! – chiamò Buenaventura.

Nessuna risposta. Epaulard, le mani nelle tasche dell’impermeabile umido, faceva il giro del locale, poco meno di cinquanta metri, tre grandi finestre con piccoli vetri a quadri, imposte di legno, una panca, quattro sedie e due poltrone di tessuto sfondate accanto al focolare. Sotto la scala che s’arrampicava obliqua contro la parete di fondo, due porte, una che dava sulla cucina e l’altra sul retro della cascina; si aprì in quell’istante, un’apparizione. Epaulard inarcò le sopracciglia, perché la cosa non quadrava affatto; che ci faceva una ragazza del genere in quello sporco affare? Perché era bella, e non soltanto questo. Era raffinata. Capelli biondo chiaro che le scendevano fino alle spalle, un nasino delizioso alla Heddy Lamarr, occhi verde-bruno, zigomi alti. Il trucco era d’ispirazione britannica (Epaulard, contemplando la ragazza, sorrideva d’istinto); si era imbellettata le guance prima di incipriarle leggermente, la bocca era rossa, la carrozzeria prodigiosamente minuta, indossava un paio di pantaloni di cotone nero e una rutilante camicetta a violente righe verticali, dei rossi, dei rosa, degli arancione, dei bianchi.

(…)

La ragazza frugò in un frigorifero molto capiente, tornò con una ciotola di cubetti di ghiaccio e una magnum di Perrier. Versò da bere nei tre bicchieri, aggiunse due cubetti di ghiaccio per ciascuno e si sedette di fronte a Epaulard, che la contemplava e la trovava eccitante. Era eccitato.

- Lei assomiglia a Roger Vailland, - dichiarò Cash.

Nell’intimo di Epaulard, doccia fredda. Non sono una persona analizzabile, non sono un personaggio, afferma silenziosamente il suo ego (mentre il suo id si accontenta di fare mah); non è facile come affermazione, con la faccia che mi ritrovo, e con la mia carriera, militante diventato canaglia, ex sicario, uomo vissuto, cinquant'anni superati da un pezzo, diciotto mesi che non aveva toccato una ragazza e il peggio è che il bisogno non si era fatto sentire fino a quel momento. Si ricordò una fantasiosa prostituta cubana e arrossì stupidamente. Spezzò la sigaretta a piccoli colpi rabbiosi, la pestò per spegnerla sul fondo del posacenere Martini bianco e oro, ne tirò fuori un’altra e l’accese subito.

Niente letteratura, per favore, - disse.

Non le piace Roger Vailland?

Sì, un po’.

L’ha conosciuto?

No. Parliamo d’altro, la prego. La letteratura non è interessante.

Io sono un personaggio come la giovane borghese di Drole de Jeu – insisté Cash.

Che cosa vuole che me ne freghi? O forse le piacerebbe che la smentissi? – chiese Epaulard in un parossismo di grossolanità. – Lo sa che incomincia a preoccuparmi, - aggiunse. – Non ho nessuna voglia di lavorare con dei pagliacci in una storia come… come questa qui.

Va bene, va bene.

Mi faccia piuttosto vedere i locali, - disse Epaulard alzandosi, il bicchiere in mano e la sigaretta in bocca.

Cash obbedì.

(…)

Epaulard gettò un’occhiata al bagno che riceveva luce attraverso alcune grosse lastre di vetro smerigliato, poi entrò nelle camere, in successione, erano abbastanza simili, muri bianchi, due piccole finestre mansardate, un letto matrimoniale in una, due singoli in ciascuna delle altre, una scaffalatura qui, un cassettone lì. Il cinquantenne raccolse distrattamente un libro brossurato, sudicio e sgualcito, che si trovava sul pavimento. Trattava del "movimento maoista in Francia".

Non sei maoista, almeno?

Non sono scema del tutto, - disse Cash.

Epaulard gettò il volume su un letto, uscì di nuovo nella penombra del corridoio odoroso di linfa o forse di cera. Cash chiuse la porta dietro di lui, sospinse gentilmente l’uomo verso le scale.

E’ tutto quel che c’è da vedere. L’ambasciatore, secondo me, dovrebbe essere sistemato in una camera a due letti, con uno di voi che lo bada. Io mi terrei la camera grande, è la mia camera. Rimarranno due letti per quattro persone. In ogni modo immagino che qualcuno dovrà stare di guardia dabbasso, tanto vale che ci stiano in due, potranno giocare a carte.

Non ha nessuno di noi come amante? – s’informò istintivamente Epaulard ridiscendendo la scala.

Né quello lì né gli altri. Le faccio vedere il garage e il fienile o mangiamo?

(…)Buonaventura attizzava il fuoco, radunava i ceppi già rossicci. Il catalano fece scivolare delle patate nella brace, le ricoprì di cenere, aprì il cartoccio delle bistecche che mise in una griglia a cerniera e dal manico lungo.

Per la carne, - disse – aspetto. Ci vogliono almeno venti, venticinque minuti prima che le patate siano pronte.

Avendo appoggiato accanto al fuoco le costate nella griglia, andò a sedersi a un capo del tavolo e bevve un sorso.

La casa ti va? – chiese a Epaulard.

Sì.

Ovviamente devi ancora studiare le carte e tutto quanto. Vuoi vederla, la carta?

Può aspettare.

Qualcosa che non va?

Epaulard si mise a ridacchiare all’improvviso.

E’ la vicinanza delle ragazze che mi sconvolge.

Io non sono una ragazza, sono una puttana. – disse Cash.

Non esagerare, Cash! – disse il catalano.

Sono una mantenuta, - disse Cash. – Questa casa, per esempio. Benedite il minchione che me l’ha data in prestito mentre lui passa l’inverno negli Stati Uniti a perfezionarsi nelle tecniche del marketing e del racket, del racketting e del market. Pelo sullo stomaco.

E non si è nemmeno lasciata fare, - ridacchiò Buenaventura.

Sì, - disse Cash.

Questo me l’avevi tenuto nascosto.

Sì, - disse Cash. – Ma con ciò non bisogna credere che io sia inaccessibile, - precisò guardando freddamente Epaulard.

Il cinquantenne non sapeva cosa pensare. Il suo spirito optò per la semplicità e si disse che la ragazza era una troia, l’avrebbe scopata quando gli pareva, dove gli pareva, su un mucchio di fieno. Vuotò il bicchiere e abbassò gli occhi sul legno del tavolo.

Si può sapere perché si è cacciata in una storia come questa?

Cash fece una smorfia ironica.

Sono per l’armonia universale, - disse, - e per la fine del penoso Stato incivilito. Sotto il mio aspetto freddo e sofisticato si nascondono e infuriano le fiamme dell’odio più intenso nei confronti del capitalismo tecnoburocratico con la figa fatta a urna e la faccia a forma di cazzo. Devo continuare?

Epaulard la guardava, l’occhio rotondo.

Non sforzarti, compagno, - disse Buenaventura. – E’ un grande mistero, questa mignotta.

***************

Sono perfettamente sveglio, adesso, - dichiarò Richard Poindexter. – Voglio parlare al vostro capo.

Non abbiamo un capo, - disse Epaluard.

Insomma, capisce benissimo che voglio dire.

Non abbiamo capo. Può parlare con me se desidera parlare con qualcuno.

L’ambasciatore si passò la lingua sporca sulle labbra piccole e tumide.

Avrebbe una sigaretta?

Epaulard gli gettò il pacchetto di Gauloises che si trovava sulla sedia vicina e la scatola di fiammiferi.

Non cerchi di appiccare il fuoco o di gettarmi qualcosa in faccia.

Come? Oh no! Non sono un idiota.

Richard Poindexter accese una Gauloise.

Posso sapere l’ora? – chiese in seguito.

Le sei meno un quarto di sera. E’ sabato.

Capisco. Sono stato drogato.

Un soporifero, - disse Epaulard. – Niente di pericoloso, ma forse avrà una crisi di fegato.

Per intanto avrei piuttosto, come si dice?… Una fame del diavolo.

Le porteremo qualcosa. Mi restituisca i fiammiferi, invece di cercare stupidamente di nasconderli nel letto. Dice di non essere un idiota. Stento a crederlo vedendo ciò che fa. Dovrebbe capire che la sua vita è appesa a un filo.

L’ambasciatore tirò fuori la scatola da sotto le coperte e la gettò a Epaulard, che fece una smorfia divertita.

Bene, - disse Epaulard. – Chiamo perché le portino da mangiare.

Si alzò e batté sul pavimento con il tacco. Teneva l’automatica in pugno, nel caso, che il diplomatico avesse altre velleità di fare il furbo. Poi tornò a sedersi.

Per un prigioniero, va bene tutto, tutto può servire, di norma non sa nemmeno lui a che cosa, - dichiarò Poindexter in tono sognante. – Sono stato prigioniero in Germania. Anche lei, magari…

Non cerchi di farmi parlare di me.

L’ambasciatore fece un leggero risolino. La porta si aprì. Entrò D’Arcy.

Che cosa c’è?

E’ bello sveglio. Ha fame.

Vuole un sandwich? – chiese l’alcolizzato. – Perché può anche avere qualcosa di caldo, ma per questo deve aspettare ora di cena, fra un po’.

Come preferisce, amico, - disse Richard Poindexter. – Vedo che sono in buone mani. Mi trattate come un pascià.

Si vede che sei un diplomatico, scimunito, - osservò D’Arcy. – Ti porto su un sandwich. E poi ti do il cambio, - aggiunse rivolto a Epaulard.

Che cosa siete in realtà? – domandò Poindexter quando l’alcolizzato fu uscito. – Maoisti?

Lo saprai più tardi, scimunito, - disse Epaulard con stizza.

Cos’era di fatto? Non sapeva proprio dirlo, e questo lo scocciava.

Posso vestirmi? – chiese Poindexter.

No.

Contate di tenermi qui a lungo?

Lo vedrai

Contate di uccidermi?

Se te lo dico, - osservò Epaulard, - dov’è la sorpresa?

Non ho il posacenere, - commentò Poindexter.

Butta la cenere per terra.

L’ambasciatore tacque, fumò in silenzio, guardando Epaulard che lo fissava. Dopo un istante riprese la parola.

Non è un metodo da popolo civile, il rapimento politico.

Io non sono un popolo civile.

Spiritoso, - disse Poindexter con un sorriso sdegnoso.

Epaulard non rispose nulla.

Non cercherete per caso di convincermi della bontà delle vostre opinioni politiche, eh? – chiese ancora Poindexter guardando la sigaretta.

No.

Credevo fosse la prassi in questi casi.

Scimunito, tu sei un servitore dello Stato, al più alto livello. Niente di più, giusto una cosa.

Dica pure la parola: una merda.

No. Una cosa. Una cosa da niente.

Siete degli anarchici, - disse Poindexter. – Lo so perché ha impiegato con animosità l’espressione "servitore dello Stato".

D’Arcy entrò con due sandwich su un piatto.

Bene, - fece Epaulard, - direi che la conversazione termina qui.

Si alzò. Coprì D’Arcy con l’automatica intanto che l’alcolizzato appoggiava i due sandwich sulle ginocchia dell’ambasciatore e indietreggiava con il piatto.

Stai attento, - disse Epaulard. – Questo signore è un chiacchierone. Si finge sincero, ma è infido. Tenta di informarsi.

Capito.

D’Arcy prese l’automatica e si sedette sulla sedia.

A presto, - disse Epaulard e uscì.

Fa un freddo cane in questa casa, non trova? – disse Poindexter a D’Arcy.

Tu sta’ zitto, - disse l’alcolizzato. – Taci o ti do la pistola in testa, così ti riaddormenti. Non mia va di chiaccherare.

Come vuole, - disse Poindexter rincantucciandosi e tirandosi addosso le coperte, restarono immobili tutti e due a guardarsi in cagnesco mentre il diplomatico masticava i suoi sandwich.


2.5.03

 

Home Page Omero