IMMAGINATE. CARLO LUCARELLI. UNO SCRITTORE.
CHE NASCONDE?

di Lucia Pappalardo

- quarta parte -


"Noi siamo autori di tensione, di paura e di mistero, la paura e il mistero provocano eccitazione, sempre, e questa eccitazione è anche un’eccitazione erotica, allora diventa quasi naturale per un autore di thriller avere a che fare con una sfera in cui c’è anche l’erotismo."




Tu dirigi una collana Einaudi, non ti imbarazza che il primo libro pubblicato sia il tuo?

 

Sì, no. Non è che dirigo una collana Einaudi.

 

Beh, c’è scritto curata da…

 

Curo. Assieme a Bernardi. Siamo più i consulenti, non è che noi decidiamo… No, in quel senso lì no. Perché, allora, intanto non era il mio libro nuovo, e abbiamo messo lì una ristampa, mi sembra, in Sile Libero Noir.

 

Sì, Guernica.

 

Guernica. Eh, ma non solo. Era una specie di mio contributo dato lì. Allora, per esempio, è imbarazzante, secondo me, che un editore pubblichi i suoi libri quando ti da il ragionevole sospetto che altrimenti non li avrebbe pubblicati.

 

I suoi libri che scrive?

 

I libri che scrive.

 

Ok.

 

E questo infatti è brutto. Sto dicendo una cosa antipatica, però per dire…

 

No, vai vai.

 

Nel mio caso, non è così, fortunatamente. Quindi non è  che “mi” sono pubblicato. Potevo pubblicarmi da qualunque altra parte. Allora, da quel punto di vista lì diventa una specie, come dire, di contributo.

 

Un battesimo?

 

Sì, come dire: ci sono anch’io e sto lavorando qua dentro. Poi la collana ha bisogno sicuramente di una piccola mano e io sono uno degli autori che poteva essere venduto, quindi insomma… A parte quello, quella lì è una collana che rimette assieme tante cose noir. Fa un discorso complessivo sul noir, nel quale ci sono anch’io, come ci sono gli altri. Quindi lì dentro io entro come uno dei noiristi italiani. Stile Libero Noir vorrebbe pubblicare un certo tipo di noiristi italiani e io sono uno di quelli. Non c’è ragione che ne stia fuori.

 

Cioè, che tipo di noiristi?

 

La narrativa noir che è un po’ più nuova, diciamo, o classici di un certo tipo, oppure nuovi autori come possiamo essere noi che raccontiamo le città, la contemporaneità anche quando raccontiamo del passato, l’irrazionalità del periodo in cui viviamo; storie che si basano molto sulla trama, sulla suspense, questo tipo di cose di cui ti parlavo prima.

 

Quindi in che senso tu la curi? Li leggi? Hai potere decisionale?

 

Beh, li leggo.

 

Come lettore o proprio li…

 

Sono un lettore e un consigliere, e poi ci scrivo sopra quando ce n’è bisogno. Lì la vera mente però è Bernardi, Luigi Bernardi. E’ lui quello bravo, insomma. Quello che li conosce tutti. Io vado un po’ a rimorchio di quello che fa lui. Però questa cosa qua è anche data da questo fatto: se io fossi il mio editor, cioè io fossi davvero un editore, quindi quello che si corregge il libro, beh anche quello sarebbe negativo, perché io ho il mio libro e me lo pubblico lì e nessuno lo tocca. Ma in realtà io non sono niente di questo. In quella collana c’è un editor, che è Severino Cesari, che fa su di me il lavoro che fa sugli altri autori. Quindi io divento, quando c’entro dentro, uno dei tanti autori. Non c’è ragione che io non ci stia dentro. E’ imbarazzante quando sono io a dover parlare di libri noir italiani. Ti faccio un esempio. Ho parlato dei libri di poliziotti scrittori. E ho citato una serie di poliziotti scrittori, non ho potuto citarne un altro perché ha scritto il libro assieme a me. Un libro che ancora deve uscire.

 

Che libro?

 

Un libro che abbiamo scritto su…

 

Che non è uscito?

 

No no, un’ipotesi di uscita.

Ora per questo pudore non ho potuto citarlo perché sono io che faccio un articolo sui poliziotti che fanno gli scrittori, non posso scrivere “e il sottoscritto con…” Capito? Però è stata una carenza perché abbiamo tolto un libro che comunque esiste.

 

Ah, lì l’imbarazzo te lo sei sentito?

 

Eh, sì perché lì era un articolo. In questo caso qua, voglio dire, se Stile Libero Noir toglie anche i miei libri dal panorama noir, come toglie quelli di Bernardi, per esempio, che è uno scrittore anche lui, o di qualcun altro, non dico che ci sia un buco, per carità, però c’è una parte di questa… No, io non me lo sento questo imbarazzo, perché praticamente non si da, non è che arrivo, io ho un libro e lo do, come potrebbe succedere. Lì succede esattamente la stessa cosa che succede a me come autore. Poi io è sugli altri libri che faccio il consulente.

 

Lì, in Guernica, poi hai anche cambiato il finale, così c’è scritto nella prefazione…

 

Sì, ho cambiato l’approccio al finale, però le ultime parole sono le stesse, il finale quindi è lo stesso. E come ci si arriva? Perché nell’altro libro era molto più veloce, e contravvenivo, se vuoi, ad alcune regole narrative, cioè che un colpo di scena lo devi preparare, lì non lo preparavo, arrivava e basta.

 

Perché hai deciso di metterci proprio l’esplicitazione che fossero una sorta di Don Chisciotte e Sancho Panza?

 

Perché piano piano quel romanzo lì, che era partito in maniera vagamente storica e realistica, visto che aveva un linguaggio epico, in un certo senso, è diventato sempre più metafisico, si è trasfigurato sempre di più, e siamo arrivati alla fine che questi qui non erano più personaggi veri; era anche un modo per salvarli, sennò sarebbero dovuti arrivare a Guernica e sarebbero finiti male sicuramente. Invece, arrivati a quel punto, puf, diventano due personaggi nel mito e finisce il libro.

 

Anche se tutti s’aspettavano…

 

Anch’io m’aspettavo che finisse in un modo diverso… ma è finito lì.

 

No, io chiedevo perché ci hai messo proprio una citazione di Borges alla fine?

 

Perché era perfetta per quel finale. L’hanno fatto questi due, questi due arrivano in un posto, mano a mano che io lo costruivo era sempre più metafisico, era sempre più romanzesco questo romanzo, era sempre più pieno di citazioni. Ad un certo punto quindi è venuto normale, visto che questi sono a cavallo di un brocco e di un ronzino, uno è grasso, uno è magro, sono lì che vagano per la Spagna… Quando entrano in una casa mi è sembrato normale che uno trovasse una bacinella, stava vaneggiando, e se la mette in testa. A quel punto l’altro ha guardato il tizio alla finestra, il tizio li ha guardati e io mi sono visto Don Chisciotte e Sancho Panza. Avevo questa poesia di Borges, lì è finito il romanzo e quella s’attacava perfettamente. E lo diceva. A questo punto punto: ta! è finità lì.

 

Ho trovato su Internet una tua lettera aperta a  Giorgio Scerbanenco…

 

Una prefazione di un libro di Scerbanenco…

 

…in cui racconti di come Lui scrivendo delle lettere per un anno ad una donna le aveva impedito di suicidarsi: pensi che la scrittura sia importante, anche da questi punti di vista?

 

Come no, questo lo dice Scerbanenco, chiaramente. A parte che si scrive per un motivo, c’e’ sempre anche un motivo pratico. Anche secondo me. Che è quello, tipo, scrivo un libro sulla Uno Bianca, su Bologna, perché vorrei che Bologna non fosse così noir. Scrivo un libro sui misteri perché io vorrei che i misteri si risolvessero: c’è un motivo sempre, tutte le volte. O questo sul Lupo Mannaro, perché non mi piacciono queste due realtà di cui parlo, vorrei modificarle. Quindi, sì, sì, questo c’è. E Scerbanenco lo raccontava bene, alla fine: serve a qualcosa scrivere libri? Sì. Non so, io non l’ho mai visto però sì, ho questa fiducia.

 

Tu hai esplorato ambiti diversi della scrittura, quella  per la narrativa, la televisione, la radio, il cinema e il teatro: quali sono le differenze più lampanti che hai trovato nei diversi approcci?

 

Beh, allora dipende… beh ce ne sono un sacco. La scrittura per la narrativa, per i libri, ti permette di fare quello che vuoi, almeno a me, perché è quella che più mi piace. Le altre sono tutti esperimenti per poi portare queste cose dentro alla narrativa, oppure rispondono ad esigenze in quel momento lì, sennò normalmente non mi ci sarei messo a fare una cosa se non mi fosse stata chiesta, per esempio, o se non avessi voluto fare un esperimento. Se mi viene un’idea è per un libro, non mi viene un’idea per una commedia. Poi succede che lavori con qualcuno che lavora nel teatro e questa cosa diventa una commedia. La cosa della televisione non mi sarebbe venuta in mente, mi hanno chiamato, altrimenti non mi sarebbe neanche venuto in mente di fare una cosa così. Le differenze sono differenze di mezzo tecnico sicuramente, per quanto riguarda me. Perché poi c’è chi scrive narrativa e scrive per la tv, io faccio sempre la stessa cosa, perché io posso fare una cosa sola, io faccio narrativa e la porto in tv, allora trovo le differenze che sono del mezzo tecnico. In tv non posso fare quello che faccio nei libri, in televisione, per esempio, c’è bisogno di un linguaggio, non diverso, perché il linguaggio è lo stesso, però fai leva su aspetti diversi. In un libro se io continuassi a dire “invece no”, “invece, no”, come faccio in tv, sarebbe una schifezza, in televisione questa ripetitività sicuramente ti serve, ma sono queste le differenze. In un libro io mi creo l’immagine che scrivo e ho bisogno di certe coordinate che sono quelle; nella televisione io ho il repertorio, quindi sono le immagini a parlare. Molte volte la scrittura della puntata si basa anche sull’immagine che c’è nel repertorio. Scrivo certe cose per arrivare a farti vedere quella cosa lì. Nel romanzo no. Però sono tutte differenze che hanno a che fare col fatto veramente tecnico, se tu parlassi con un vero autore televisivo che contemporaneamente è un vero scrittore di romanzi, ti direbbe probabilmente delle cose molto diverse. Ti direbbe che sono due cose completamente diverse. Per me sono la stessa cosa fatta in un modo, con un mezzo diverso, perché poi io diversamente non so fare, quindi…

 

Perché hai sempre lo stesso da dare, questo intendi?

 

Sì, sì, ma no. Soprattutto perché io sono un autore di narrativa, se io dovessi scrivere una casa diversa, un programma televisivo, non saprei cosa fare, dovessi scrivere, boh, un programma diverso da quello che è: io arrivo e racconto una storia, in quel modo lì. Dovessi scrivere, che ne so, boh, qualunque altra cosa. Non so fare, non è questione di… sono i limiti, io sono uno scrittore di libri.

 

Ma ti piace comunque fare Blu Notte?

 

Sì, beh, certo. Sì, sì, questo è molto bello. Infatti tutti gli anni io dico che non lo faccio più, poi tutti gli anni mi ritrovo a farlo di nuovo.

 

Perché ti permette bene di approfondire i casi, ché altrimenti non ti ci metteresti?

 

Perché permette di lavorare sulla realtà, sì. Da una parte permette di lavorare sulla realtà in un modo diverso da come faresti in un libro, di incidere di più, di investigare di più. Ti dà delle realizzazioni che sono diverse, a me piace il repertorio, e l’intervista, per esempio, sono cose che stanno in Blu Notte e non starebbero in un romanzo. Dall’altra ti permette di fare delle indagini proprio tecnicamente molto più elaborate di quelle che farei io da solo, non faccio io da solo le indagini, ci sono quattro giornalisti di ottimo livello, un sacco di gente che ci lavora, chi ricerca, chi va a vedere il repertorio. Tutta questa enormità qui a meno che io non fossi Stephen King non avrei modo di farla. Quindi, sapere cose sul caso Mattei: io personalmentente saprei quello che vado a cercare in biblioteca facendo il piccolo giornalista, così ho materiale come se io fossi il pubblico ministero. L’altra cosa importante è che ti permette di entrare in contatto, come nel vecchio Blu Notte soprattutto, con la realtà della vita che è cosa che non fai da scrittore. E facendo il vecchio Blu Notte, con i casi criminali, io parlavo con le persone che erano, non lo so, i familiari di una persona uccisa. E’ un tipo di emozione che io non posso conoscere da solo e che lì invece conoscevo e che poi ho usato nei libri.

 

Quindi ti sta portando anche nuovi spunti?

 

Porta un sacco di materiale. Come no? Sì sì. Anzi. Tutto quello che io ho visto in giro è finito in un libro. Le foto delle autopsie, che non avrei visto normalmente, che non ci sarebbe stata ragione, o parlare con i medici legali, o la realtà dei cadaveri – visti sempre attraverso foto  o attraverso  ricordi – hanno fatto nascere per esempio L’isola dell’angelo caduto; ci sono alcune scene che sono questo: la scena dell’autopsia, e quelle cose lì. Se non le avessi viste ‘ste cose qua non le avrei scritte. Tutta questa cosa qua c’è, a me piace anche per quello, sennò…

 

Pensi che visto che sei un autore sempre a contatto con il mistero, che vai a sondare tutte le varie cose, pensi di potere, rispetto alla cronaca, magari certe volte capire più di quanto fanno giudici e poliziotti?

 

No. No no. No perché noi abbiamo di meno. Assolutamente.

 

Meno dati o meno esperienza?

 

Meno dati e meno esperienza. Beh, sì. Credo che potrei essere migliore di alcuni giudici e alcuni poliziotti, ma che vuol dire? Come loro sono migliori scrittori di altri scrittori, ci mancherebbe, ognuno fa… Diciamo, a confronto con persone che fanno bene il loro mestiere, no. Un magistrato ha molti più elementi… è vero che in alcuni casi, soprattutto quelli passati di Blu Notte, noi avevamo molte più possibilità del magistrato che allora fece le indagini. Ci son stati dei casi in cui io avevo a disposizione – mentre quello magari era un piccolo magistrato, di una piccola zona disastrata, ha avuto a che fare soltanto con il maresciallo dei carabinieri, che non aveva una Scientifica, perché erano magari anni, tanti anni fa, e lui ha fatto la sua indagine su questo – io invece ho avuto a disposizione tutta la Scientifica di Bologna, il dirigente della Scientifica, che è molto bravo, è Silvio Bozzi, due medici legali, quattro giornalisti…

 

Questo perché eri la televisione?

 

Un po’ perché si erano appassionati, noi avevamo un rapporto di consulenza con la Scientifica di Bologna, con Silvio Bozzi, quindi solo con lui, però poi tutta la Scientifica s’era appassionata ai casi e ci lavorava. Abbiamo avuto elaborazioni al computer, che certi giudici se le sognavano, due medici legali bravissimi che semplicemente perché gli piacevano queste cose si mettevano a farci delle perizie. Tutti i ricercatori che ho avuto io - qui da noi arrivano in continuazione - scatenati come dei segugi, il giornalista legale, forse più persone di quante ne poteva avere il magistrato con la sua polizia giudiziaria, che magari aveva un maresciallo che andava a fare due domande. Cioè ci sono stati dei casi in cui io… più tutte le carte, più tutti i ritagli di giornali, avevo veramente più cose, ma, al di là di uno o due casi che eran così, no, loro hanno una serie di cose, hanno la capacità di farlo meglio di noi. Loro fanno investigazione, noi facciamo storia, che è diverso.

 

Quanto è importante l’erotismo nei tuoi romanzi?

 

Passi da una parte all’altra…

 

Interviene Paola De Martiis - una delle autrici delle scorse quattro edizioni di Blu Notte – che ascolta da un po’ la mia intervista fiume – e se Lucarelli mi sorride lievemente imbarazzato lei mi da manforte: “Brava, è una bellissima domanda questa… “

 

Sì, sì, è importante.

 

Cioè nel senso, come decidi… per esempio, in un personaggio come Grazia è anche molto importante…

 

Sì, certo. Infatti la cosa che mi piace di quel personaggio lì, è di starcene fuori è perché la guardo. A me piace, voglio dire, mi incuriosisce. E anche altri personaggi, mi piace guardarli e vedere quello che fanno. Il fatto che lo facciano loro, dal loro punto di vista, cioè il punto di vista donna-femminile mi piace perché a me sembra erotico. Quindi, sì sì. Lei è importante, certo. Anche se poi non ce n’è esplicitamente, credo, più di tanto. Solo negli ultimi romanzi. Agli inizi finiva tutto in dissolvenza.

 

Poi ti sei scafato?

 

Poi mi sono scafato un po’, sì. Da una parte son difficili le descrizioni, dall’altra non ci stavano, invece adesso ci stanno. Però si che è importante. E’ una roba che si lega anche a un discorso che ho sentito fare da una psicologa rispetto alla paura: noi siamo autori di tensione, di paura e di mistero, la paura e il mistero provocano eccitazione, sempre, e questa eccitazione è anche un’eccitazione erotica, allora diventa quasi naturale per un autore di thriller avere a che fare con una sfera in cui c’è anche l’erotismo. Non siamo sicuramente scrittori asettici, quindi, c’è anche quello. Poi per me è importante soprattutto adesso, scrivendo di personaggi femminili, come ho fatto ultimamente insomma, di parecchi, che hanno reazioni di un mondo che è anche un mondo maschile, c’è anche quello in questa dinamica, in questo dialogo, quindi anche lì devo andare.

 

Per esempio, anche il discorso che facevi tu dell’intimità, cioè di descrivere anche le cose più piccole di un personaggio…

 

Anche e non solo. Perché se parli di Grazia per esempio, in Un giorno dopo l’altro. C’è questa tizia che si confronta con il killer professionista, ora non è solo “io sono un poliziotto e tu sei un assassino”, è anche “io sono una donna e tu sei un uomo”. Siccome è un discorso molto di intimità, e di scontro tra loro due, eh, certo, l’unico modo per riuscire a parlare di loro due assieme passa anche da lì. Quindi sarebbe stato assurdo, cioè, assurdo… a me è servito inserire una serie di cose che hanno a che fare con l’erotismo tra loro due; perché è uno dei terreni in cui loro hanno uno scambio, diventa una cosa realistica e normale che a me serve. Non ci sarebbe stato questo, terreno di scambio, se ci fosse stato il commissario del Lupo Mannaro e il serial killer: quando si parlano non esiste questa cosa, non c’è. Però, quando io ho cominciato a scrivere, per esempio, Lupo Mannaro, c’era il commissario e poi ci voleva un’assistente. Non avevo idea di chi fosse l’assistente, doveva essere  un poliziotto qualunque che passava di lì e basta. Siccome avevo fatto l’intervista a quella tizia di Imola mi è venuto in mente: facciamo una donna assistente, non ci sono donne nei romanzi polizieschi, io non ne uso – era il ’93 – perché non è una donna? E’ Grazia Negro. Quando si sono ritrovati in macchina a fare l’appostamento, il poliziotto e lei, tra le varie dinamiche che c’erano tra loro, tipo “cosa fai?”, “io sono più anziano”, “tu sei più giovane”, “io ho un’idea fatta così, tu no”, “tu mi ammiri perché io sono un poliziotto esperto e tu sei una giovane poliziotta”, beh, c’è anche questo: “tu sei una ragazza carina e io sono un carismatico… “, allora, forse nasce qualcosa. Infatti  da lì è venuto fuori. Lei come lo guarda lui? Lei è diventata importante in quel modo lì. Come lo guarda questo tizio? E lui come la guarda lei, la ragazzina? Allora, certo che c’è, perché serve.

 

Lei all’inizio la fai sempre innamorare di quello superiore in grado…

 

Sì perché lei…non perché sia, lei è così, questa è una tizia insicura. E’ una appena arrivata all’inizio, poi è una poliziotta, insicura, che ha dei grossi problemi con se stessa, col suo… Adesso non sarebbe più così. Dopo tre romanzi è cresciuta ‘sta tizia immagino. Anzi nel secondo già no. In Lupo Mannaro lei sì, si trova lì, è appena arrivata, è questa giovane ragazzina insicura, si trova il carismatico commissario Romeo, oddio! pa! Questo, marpione.

 

Pure in Almos Blue all’inizio lei pende…

 

In Almost Blue lei c’ha un altro tizio, ma è ancora lì lei. Dopo Almost Blue ha passato una grossa cosa: s’è scontrata con un killer, un serial killer, gliene son successe di tutti i colori, lei è una tizia… In Un giorno dopo l’altro non è già più innamorata di nessuno, ormai è cresciuta, povera Grazia, ora è un ispettore di polizia abbastanza sicuro, con le sue insicurezze, ma ce ne ha insomma… è cambiata la dinamica.

 

E’ il tuo personaggio più sensuale?

 

No, secondo me no.

 

E qual è?

 

Ce ne sono altri…

 

Paola De Martiis: “Il cieco. Secondo me il cieco aveva una grandissima sensualità.”

 

Sì?

 

Paola De Martiis: “Di Almost Blue. Io l’ho trovato uno dei suoi romanzi più sensuali.”

 

Forse è lì…

 

Paola De Martiis: “Parlo come lettrice eh.”

 

No, io come autore…

 

Paola De Martiis: “Con i colori, quella cosa lì dei colori era di una sensualità, secondo me unica.”

 

Eh, vedi, questo è il lettore, poi prende… No, io non è che lo avessi fatto con quel concetto, però…

 

Paola De Martiis: “Però, come lettrice mi ha… “

 

Tra i personaggi più sensuali ci sono quelli di Un giorno dopo l’altro, per esempio. La moglie dell’inglese a me sembrava abbastanza sensuale, non so, vabbè poi…

 

Quindi può essere che certe volte ti scappa proprio la sensualità nei personaggi, senza che te ne rendi conto, come ha detto lei…

 

Tutti i personaggi crescono senza che un autore se ne renda conto, perché anche le dinamiche interne che tu costruisci, non consapevolmente, poi reagiranno insieme con la sensibilità del lettore. Tutti i romanzi che scrivi sono diversi da quelli che legge il lettore. Per quello uno non dovrebbe lamentarsi  dei film che fanno, pensare: no, non ha la faccia del mio protagonista.  Qual è la faccia del tuo protagonista? Una delle critiche che facevano a Montalbano era: Zingaretti non ha la faccia di Montalbano. Perché Montalbano ha una faccia fotografata? Ha la faccia che gli dai te quando lo leggi. Certo, se ha ottant’anni o ne ha venti è diverso, però… Uno scrive e magari pensa che la cosa più importante di quelle che ha scritto sia una storia d’amore tra, che ne so, la ragazza e il cieco. In realtà il lettore legge e dice: no, il serial killer è il personaggio più forte. Ognuno lo vede come gli pare. Infila dentro delle  cose, punto. I colori sono sensuali: io non è che li ho scritti pensando: ora Paola De Martiis leggerà e dirà che sono sensuali, io li ho scritti, lì ci stavano, lui se li è creati. C’è chi li legge e può trovarli banali, può trovarli sensuali, chi può leggere e pensare che è curioso, tante cose. Poi ognuno si fa il suo libro. Questo è normale. Anzi, il bello è questa cosa qua.

 

Va bene, ti ringrazio

 

Di niente, anzi, è stato divertente.

 

Ti ho tenuto tantissimo.

 



LUCARELLI INDEX

L.P.
(20-07-03)