IMMAGINATE. CARLO LUCARELLI. UNO SCRITTORE.
CHE NASCONDE?
di
Lucia Pappalardo
- terza parte -
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Di solito le toghe rosse e i mangiabambini, quando non sono impegnati a perseguitarlo per vie legali, si dilettano ad enumerarne i difetti fisici e a inventare nomignoli che esaltino tali lapalissine scoperte. Io, senza né toghe né grembiuli, innocente come un ramarro, ho provato ad estorcere a Carlo Lucarelli la vera identità del suo Lupo Mannaro… |
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Il Lupo Mannaro è un grande imprenditore, è calvo, ha una moglie che si chiama Veronica ed è convinto di farla…
No, Veronica l'abbiamo tolto, credo…
Maddai? Io, io ho la versione con Veronica…
Ah, sì?
E' convinto di farla franca… è Silvio Berlusconi?
Allora, Veronica…
Perché l'avete tolto?
Veronica l'abbiamo tolto nella versione Einaudi…
No, io ho la versione Einaudi.
Ah sì? Allora è rimasto. Ma tu guarda…
L'ho pure comprato ultimamente…
Sì… no, non è che sia Berlusconi, no. No, oddio, no, non necessariamente… Però in quel romanzo ci sono due figure che si scontrano, tutte e due altrettanto contraddittorie e piene di aspetti negativi. Io volevo che una avesse tutti gli aspetti negativi di una certa sinistra, ed è il commissario, che è un tipo che si ripiega su se stesso, è indeciso, non sa agire, ha un concetto dell'utopia… volevo che fosse un tizio con quei problemi lì, un nevrotico. L'altro doveva essere l'incarnazione invece di una certa destra, efficientista, imprenditoriale, è chiaro che è una destra… Se di là ci puoi vedere un certo partito politico, di qua è chiaro che è vicino a quello, per esempio, che fa Forza Italia. E quel tipo di manager lì è certo che è simile a Berlusconi, Berlusconi è un manager ed è così. Oh, non necessariamente doveva essere lui, chiaramente, anche se poi abbiamo quelle piccole cose che servono a creare…
Ma per questo poi l'avete tolto - cioè, avresti voluto toglierlo - che la moglie si chiamava Veronica?
Non è che il serial killer è Berlusconi in quanto persona Berlusconi. E' che da una parte hai un certo tipo di mentalità che ti porterà a fallire come poliziotto, dall'altra hai un certo tipo di mentalità che, portata alle estreme conseguenze, ti porterà ad ammazzare la gente. Il serial killer di Lupo Mannaro è uno che fa un discorso che non è quello del serial killer classico, che è il predatore: il killer classico dice "io uccido la gente perché mi piace, sono come un lupo, io devo uccidere, c'ho st'istinto, sono superiore agli altri. Io ammazzo". Il mio serial killer dice "io porto avanti un'azienda leader in un certo settore, ho lo stress, devo curare il mio stress, sennò la mia azienda va male - quindi un discorso proprio economico, quasi da globalizzazione - per cui devo sacrificare la cosa minore, ammazzo della gente che non serve a niente". Fine. Allora, questo tipo di discorso è un discorso che io colloco a destra. Non è che è Berlusconi che è così, non volevo che fosse quello: è quel tipo di mentalità che ha prodotto anche Berlusconi, certamente anche lui contribuisce... Quindi troppo "mi consenta", troppo… la faccia che avevo pensato io non era quella di Berlusconi per esempio, il mio serial killer ha gli occhiali. Calvo? Non mi ricordo neanche se sia molto calvo…
Mi sembra che era calvo…
Forse l'hai pensato tu perché t'è venuto in mente Berlusconi. Non mi ricordo. Comunque è un tipino esile, non l'ho costruito così, non porta il doppiopetto, non lo chiamano Il Cavaliere, è un ingegnere che fa un'altra cosa.
Però è convinto di farla franca, non ha sensi di colpa, e non vuole essere catturato…
Beh, penso che comunque il mio serial killer, l'ingegnere, l'ingegner Velasco molto probabilmente vota Forza Italia, sono quei valori lì.
E Romeo è diessino?
Romeo probabilmente è un diessino, sì, un diessino poco convinto, di quelli che dicono "mah, ma tanto poi perdiamo". Però, capito, la personalizzazione non mi serviva, non era quello che volevo fare, non è un libro che c'entra con Berlusconi, c'entra con una certa area di persone, poi il mio personaggio è il mio personaggio, è l'ingegner Velasco. Quando hanno fatto il film dal Lupo Mannaro in effetti l'attore, che è un attore di Milano, bravissimo, forse per il fatto che parla con l'accento milanese, assomiglia ancora un po' di più. Ma non era questo che mi interessava, è ambientato a Bologna e il mio personaggio è quel tipo di persona. Non volevo affatto che fosse Berlusconi, poi se lui ci si riconosce…
Non so neanche se l'abbia letto.
No, credo di no, figurati. Non son così noto.
Interviene Giovanna Palmieri, stagista alla redazione di Blu Notte, presente a tutta l'intervista: "T'avrebbe subito mandato in esilio."
Sì. Beh, il film non è più uscito, il film è stato prodotto da Mediaset. C'è quest'uomo che dice "Mi consenta".
Ah, non è più…
No, beh, e ce l'ha ancora Mediaset, non l'ha mai fatto uscire.
Giovanna Palmieri: "Allora l'ha visto, mi dispiace".
L'avrà visto qualcuno…
Allora ha pensato come me…
Boh. Eh, forse l'ha… è vabbè, cioè, c'è quel tipo di persona lì… E' un po' come, non so, Il giorno della Civetta, tratto da Sciascia, e anche nel libro di Sciascia, c'è il capo dei mafiosi che attraversa la strada e entra nella sede della Democrazia Cristiana. Non è che vuole essere questo un attacco personale ad un uomo della Democrazia Cristiana è che nel contesto mafioso di lì in quale altra sede di partito entrava? E' normale. Allora, mi immagino una persona che ha queste idee, il mio Ingegner Velasco, difficilmente è un tizio che lo trovi che vota per Rifondazione. Fa un discorso che è globale, che rientra in un certo ordine di idee. Non vuole essere un attacco diretto a Berlusconi.
No, probabilmente dipende anche molto da cosa ha nella testa chi ti legge…
Sì, beh, sì.
Come qualsiasi altra cosa.
Chiaro che a un certo punto la dichiarazione o una sfumatura politica ce la metti sempre. Io lì ho cercato di essere abbastanza obiettivo. Non sono personaggi positivi, né l'uno né l'altro. Sì, anche il commissario è un personaggio negativo. Fa un sacco di errori. Non sa fare le indagini. Potresti prenderlo quel serial killer, e invece lui, per la sua stupidità, per come è fatto lui, per tutti i problemi, che sono anche di una parte ideologica, non lo prenderà mai. E' una grossa responsabilità. Certo che ne ho fatto uno un poliziotto e l'altro un serial killer, quindi, la sfumatura ideologica di dove sto, magari, si capisce.
Un pochetto.
Fra i due il meno fetente è chiaro che è il poliziotto.
E Grazia per chi vota?
Grazia secondo me… non ho mica idea. Io di quella lì non so quasi niente. Infatti è in terza persona. Non so che musica ascolta. Non saprei per chi vota. Boh. Il commissario De Luca non vota per esempio. Ho cercato di capire anche lui. Lui viene dalla polizia politica, fascista. Lui non è un fascista però è un poliziotto proprio e nel '48, quando ci sono le elezioni in cui deve andare a votare, è talmente preso dal suo caso che quando gli chiedono per chi ha votato lui dice: "Oddio, è vero, ha ragione, me ne son dimenticato."
Quindi visto che non la conosci bene pensi di riprenderla?
Sì. Nel primo romanzo mi interessavano i personaggi, ho cercato di conoscerli. Dovevano essere tutti e tre in prima persona. Due sono riuscito a costruirli in prima persona perché potevo capire le loro dinamiche. Il terzo no: è questa Grazia. Per un problema di quotidianità, perché fai presto a raccontare l'eccezionalità di un personaggio: te la inventi, o per lo meno ti colpisce, comunque è un terreno lontano che è come quello delle favole, no? Parliamo di un serial killer, com'è un serial killer? E chi lo sa. E comunque posso costruirlo come voglio, è talmente eccezionale. Un ragazzo cieco come il mio ragazzo lì, com'è? Mi documento, chiedo a dei ciechi. Ma comunque appartiene ad un'area che è fuori dalla quotidianità. Il problema è scrivere della quotidianità di una persona che non sei te. Il problema è scrivere di una donna, per esempio. Ma non una donna come Jodie Foster del Silenzio degli innocenti, capito, strana, eccezionale, FBI, quindi, quella, prima di essere una donna è un'agente dell'FBI. Io volevo scrivere di una ragazza normale che ha una serie di problemi e di modi di essere che non sono i miei. Per quello sono partito con le mestruazioni e tutte quelle cose lì, perché è la quotidianità della vita: se tu vai a descrivere senza averla vissuta corri il rischio di descrivere i picchi di eccezionalità.
Quindi ci avevi provato a scrivere le mestruazioni in prima persona?
In prima persona, sì. Solo che, a pensare a lei in prima persona veniva fuori un uomo travestito da donna. Cioè, certi pensieri normali, quotidiani, che appartengono all'essere donna che fa parte di un tipo di universo che non è quello maschile per esempio… Se mi lasciavo trascinare da questa cosa di un personaggio che parla, non riuscivo ad entrare dentro quella testa e a comportarmi normalmente.
E quindi non funziona neanche quello che hai detto prima: cioè che chiedi alle persone, ti documenti?
Sì, funziona, però per alcune cose riesci ad avere un terreno comune. Posso pensare a cosa fa un poliziotto in quanto poliziotto: chiedo, poi vedo quello che avrei fatto io con quelle coordinate, e in effetti riesco a farlo. Faccio un esempio: io non sono un poliziotto, non porto la pistola. Chiedo ai poliziotti come si porta la pistola, me ne posso mettere anche una attaccata alla cintura, sento come pesa, poi mi comporto di conseguenza. Mi immagino che sono in un ristorante, mi immagino che ho caldo, non mi tolgo la giacca, c'ho la pistola attaccata dietro per esempio. Posso chiedere alcuni piccoli elementi, tipo a un poliziotto: tu la porti sotto l'ascella? E lui mi dice: sei matto, la pistola suda, cioè è oliata. E se tu la porti qua ti fotte tutte le camice. Cioè c'hai la giacca sopra la camicia, ti macchia. La porti qua, la porti da un'altra parte. Allora, questo è quello che chiedo. Poi immagino me stesso, con la pistola qua, e mi immagino i movimenti che faccio. Diverso è per una donna. Allora, anche lei la porta, la pistola, come la porta un maschio, però con un problema diverso. Questo è venuto parlando con un poliziotto donna della squadra mobile di Imola, in cui gli dico: sai che una delle accuse che vi fanno i colleghi maschi - era un'intervista su donne nella Polizia - è che sembrate tutte Rambo voi, vi dovete distinguere di più, gli dico, infatti, dico, guarda te, voglio dire, sei sempre vestita così - era una che conoscevo. Il giubbotto di jeans, la maglietta, sempre in jeans, sempre vestita così, gli anfibi - come Grazia - non ti vesti mai da donna? E lei mi ha detto: sì, e la pistola dove la attacco? Dice, io normalmente sono vestita in un altro modo, ma come faccio a mettermi un vestito, poi la pistola dove la attacco? Pesa due chili e mezzo. Se non ho una cintura grossa, e quindi dei calzoni… Questo io non lo immaginerei, capito? Immaginerei, o una con un vestito oppure non immaginerei una che ha l'esigenza di mediare il suo modo di vestire col suo essere poliziotta. Siccome queste cose qui non le potevo capire, non solo, ma se tu vai a chiedere la quotidianità è diverso… Allora, se io che non ho mai provato, chiaramente, i dolori mestruali, mi metto a chiedere ad una serie di persone, come ho fatto, quali sono i sintomi; e poi, dopo, li descrivo dal di dentro, quindi cerco di dargli molta più forza e più carica, perché cerco di interpretarli. Sarebbe come una persona che non ha mai avuto mal di testa in vita sua e chiede i sintomi, a un altro, del mal di testa. Quando li racconti corri il rischio di scrivere un tumore al cervello. Capito? Di vivere i picchi eclatanti, non la quotidianità del mal di testa. Allora, non potevo far questo, l'unico modo che avevo io, secondo me, con Grazia Negro, era quello di starle vicino, una terza persona molto stretta, perché volevo che fosse un personaggio che andava, non uno dei tanti personaggi. Per cui mi ci sono messo proprio di fianco, una cosa quasi voyeuristica, che mi interessava molto come approccio; guardavo lei: cioè, lei arriva in un posto, e si spoglia. Quali sono i gesti? Una terza persona stretta, sei proprio lì, col buco della serratura. Allora, cosa si toglie? Le scarpe, il maglione. Come se lo toglie? Ecco, questo andavo a chiederlo. Tipo, anch'io mi spoglio prima di andare a letto, ma il reggiseno non me lo tolgo. Se voglio descrivere questa cosa, come faccio? Vado a chiedere. Ho chiesto a un milione di persone, so' stato l'incubo, io, di tutte le ragazze che conoscevo in quel periodo. Perché era: tu ti togli il reggiseno? Sì. Come fai? Tutte mi hanno descritto almeno dieci modi diversi. Di tutti questi io sceglievo quello giusto per Grazia. Intanto: quale reggiseno si toglie Grazia? Che tipo di reggiseno porta? E poi dopo lo descrivevo come mi era stato descritto. Grazia non mi ricordo più come fa, fa così… non mi ricordo; fa una roba tutta strana, porta un reggiseno ginnico. Così valeva per le mestruazioni, ho scelto quelle che mi raccontavano, gli aggettivi che mi raccontavano, che stavano nella tipologia sua che chiaramente lo sente forte, sennò non potevo descrivere di una cosa che sentiva poco, ed è venuto così. Allora, non sapendone abbastanza di 'sta tizia io ho concluso il primo romanzo che degli altri due sapevo tutto, la musica, chi erano - potevo essere anch'io così - e di lei mi mancavano un sacco di robe, infatti ho scritto il romanzo successivo. Ne scrivo un altro perché c'ho ancora un sacco di dubbi su 'sta tizia.
Un altro su Grazia ne scriverai?
Sicuramente sì. Sì, sì. C'ho un paio di idee, quando sarà il momento lei torna. Non so, per esempio, - perché i romanzi finiscono sempre aperti - è incinta o no? E se fosse in cinta, lei che tipo è? Lo tiene o no, il bambino? Che tipo di problemi ha rispetto a questo? E questo qui come incide nella relazione con il ragazzo cieco con cui sta? Boh.
Ah, perché quindi pensi che lo fai riprendere dalla relazione?
No, non lo so. Queste sono domande che ti restano, là finiva.
Ma, quindi pensi che non ti ci metterai mai a provare a scrivere in prima persona come fossi una donna?
No, perché non… boh, oddio, non lo so. Magari non si può mai dire, magari divento abbastanza esperto. Ma io direi di no. Attualmente no. Io ho visto donne che scrivono in prima persona come se fossero un uomo e hanno gli stessi problemi. Mi ricordo un bel romanzo di una tizia che faceva così. Però, intanto ci sentivi alcune cose che gli uomini pensavano in un modo diverso, ma poi anche certe azioni. Alla fine c'è questo tizio che arriva, piscia nel lavandino - sto per dire una cosa volgare, adesso spero che questa non la metti - e si sciacqua l'affare sotto il rubinetto. E non è così. Pisciare in un lavandino è abbastanza complesso. E' molto alto. Ma nella descrizione che ha fatto lei in quel modo, beh, accidenti, devi avere veramente… voglio dire, è difficile. Ma questo, comunque, tutta questa operazione così farraginosa…
Beh, però anche quello lo avrebbe potuto chiedere…
Ma lei non l'ha chiesto infatti. Perché altrimenti avrebbe capito alcune piccole differenze… che sono che gli uomini - siamo sempre nel volgare, però sono importanti secondo me queste cose - gli uomini, per esempio, non è che si sciacquano, scrollano. Allora, questa banale differenza, in quell'uomo lì, è chiara: non è che doveva prepararsi, che stava sotto la doccia. Era un tizio normale. Questa differenza banale tra scrollarsi o asciugarsi, per esempio, e lavarsi, questa si sente. Se tu sei una donna sei abituata a una serie di gesti, e dopo certe cose… se sei un uomo, queste sono le cose che rimproverano agli uomini, no? Ah, lordoni! Vabbè, eh eh. Però, è difficile che trovi un tizio che dopo aver pisciato in un lavandino, apre il rubinetto e ci infila il coso sotto. Anche perché dà una serie di sensazioni che non so se siano del tutto piacevoli. Che acqua ha aperto quel tizio lì? Gelata? Calda? Fai un salto. Questa è una donna che sta pensando, capito?
Beh, però a prescindere dai gesti di quotidianità, che uno potrebbe osservare, o comunque chiedere e documentarsi, nell'intimo pensi che sia così differente la descrizione?
Sì, perché questi gesti di quotidianità entrano dentro i pensieri, ed è un modo di pensare. Le differenze sessuali si riscontrano nella quotidianità: la quotidianità ti dà il modo di pensare. E se tu fai una prima persona, che è fatta molto di pensieri, anzi quasi tutta di pensieri, di uno che dice: arrivo, penso, sento, questa cosa mi da fastidio, questa cosa non mi da fastidio. Ci stai molto dentro, allora, corri il rischio che questo tuo modo di pensare si basi su alcuni spunti di quotidianità diversa. Secondo me, oh, c'è chi ci riesce, la maggior parte delle autrici scrivono in prima persona maschile, per esempio, perché è scarsa la tradizione di personaggi femminili, ci riescono, loro sono brave. Io non ce la farei, io ho bisogno di basarmi su una serie di pensieri che partono da una quotidianità che posso sentire anch'io. Per esempio, ma non è che vale solo per le donne, io non ho scritto di personaggi che fumano, non ho personaggi che fumano, non fumo, è una quotidianità che mi manca, non mi viene neanche in mente. Ma se mi venisse in mente dovrei documentarmi e sarebbe meno difficile, è chiaro, non è che l'essere fumatore ti cambia così tanto. Ma il commissario di Lupo Mannaro, per esempio, è un fumatore perché doveva esserlo, perché è messo così nevrotico, fatto così, ma è un fumatore che non ha mai le sigarette pronte. Io ho usato questo espediente. Tutte le volte che lui apre un cassetto c'è il pacchetto di sigarette ma è vuoto. Tutte le volte che sta per fumare qualcosa ha finito le sigarette.
Ma perché comunque il tuo approccio è descrivere in maniera profonda e intima? Nel senso, non ti basta dire: ho preso una sigaretta e me la sono fumata e intanto facevo così, così, cosà?
Sì, può bastare, perché non è che devi sempre descrivere tutto così. Però è una carenza, è un limite che hai, perché se hai un personaggio fumatore e tu non sai di queste cose… dovresti sfruttarle, questa è una porta che ti si apre per crearlo di più. Per dire, l'aver potuto scrivere la storia del mio ragazzo cieco senza saper niente sulla cecità, bastava non entrare in particolari. Eh, però è limitante, perché devo fare a meno di tutti gli spunti meravigliosi che ti offre un altro universo? Bastava che questo ragazzo, io dico: apre la porta ed esce. Come esce? Come esce un cieco, chissene frega. Nooo. Invece hai lo spunto quando ti raccontano i ciechi che ti dicono: Cosa fai quando esci per la strada? Strisci le suole sul pavimento. Perché? Perché sai che su cosa stai camminando. Allora è diverso da dire: "aprì la porta e uscì" da "aprì la porta e uscì strusciando le suole sul pavimento", è molto più bello. Per cui se non ho certe documentazioni non mi ci metto neanche. Certo che, ho scritto il commissario De Luca, io non so esattamente un uomo del 1945 cosa pensa e cosa fa, lì sono passato oltre. C'e' una regola della documentazione che ti dice: se tu non sai come è fatto un tavolo del 600 e sei nel 600, scrivi "un tavolo". Un tavolo è un tavolo. Scrivi la funzione, non descrivi. Ma quando parli dei personaggi se è la prima persona… perché dev'essere proprio lui che ti conduce quando sei in prima persona, tu segui un tizio che ti sta raccontando la storia: non è che lo guardi compiere una storia, devi esserci molto più dentro.
Ma quindi questa, si può dire, è proprio una cifra di come scrivi tu?
Sì.
Cioè il fatto di…
Poi c'è chi fa in modo diverso…
Eh, questo dico.
Sì, sì sì.
E quindi, probabilmente, è questo anche uno dei tuoi punti di forza?
Beh, sì, se funzionano i romanzi sì. Sennò è solo che sono un ossessionato pignolo. Ma quando funzionano i romanzi sì, è un punto di forza. Cioè, se Almost Blue funziona è perché ho fatto questo.
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L.P. |