Ioanna Karistiani L'isola dei gelsomini a cura di Marina Sassu
L'isola dei gelsomini di Ioanna Karistiani è il quindicesimo volume della collana Aristea, che l'editore Crocetti dedica alla letteratura greca contemporanea con ottime traduzioni dal greco. La storia narra le vicende di due sorelle che vivono nell'isola di Andros tra la fine degli anni venti e quelli successivi alla seconda guerra mondiale. Sorelle che amano lo stesso uomo e che in suo nome lotteranno anche dopo la sua morte fino alla ricomposizione finale dei loro affetti. Un libro pieno di tensione e passione che si avvicina a noi con l'andamento delle onde del mare. Il linguaggio ricco di metafore e similitudini ricorda a volte i classici, mentre svela dietro le immagini il vero sentire dei personaggi. La storia si scioglie nella seconda parte quando la tragedia si manifesta e non c'è più nulla da nascondere: cadono le barriere e i dubbi esplodono in cerca di risposte. Queste arriveranno con la presa di coscienza dei protagonisti e in particolare delle due sorelle. Il cielo, il mare e la terra troveranno il loro punto di congiunzione.
...Orsa strinse nel pugno i tre cucchiaini corrosi dalla salsedine che il debole meltemi del giorno prima aveva rigettato a riva, li aveva disseppelliti ed erano ricoperti dalla patina verde dell'oblio, li terrò per sempre nella borsa, pensò, nel pomeriggio aveva fretta, il costume tardava ad asciugarsi e la nuotatrice, tornata a riva, si era sdraiata per prendere il sole, il mondo intero erano tre strisce parallele orizzontali, una biancoazzurra in alto in alto, una azzurra al centro, una gialla in basso, e a un'estremità la nuotatrice con il costume vermiglio... ...Il giorno prima a casa loro era venuto lo zio di Spiros, Emilio Balas, a prendere un caffè e a introdurre l'argomento con tatto, l'ho promessa a un altro, ci sono di mezzo molte cose sacrosante che mi tengono le mani legate, dillo a tuo nipote, purtroppo mi sono già impegnata, con un altro, comunque questo Spiros, caro mio, mi sembra un po' troppo dongiovanni per mettere su famiglia, e lo zio, inetto, si era inghiottito la lingua, non una parola sui sentimenti, la Saltaferro, a sua volta, aveva svicolato evitando di spingersi troppo oltre come avrebbe dovuto e come era solita fare, sospettosa com'era, Orsa aveva origliato tutto. Si era sentita le vene crack spezzarsi e svuotarsi, e aveva visto il sangue trasformarsi in un ruscello che aveva cominciato a scorrere lentamente e irrevocabilmente, metro dopo metro, verso il diletto giro Maltabès, San Demetrio, ponticello, vecchio camposanto, grotta, qui aveva perso il colore scarlatto ed era diventato acqua, scomparendo nel mare... ...La Saltaferro comunque aveva organizzato il matrimonio di Orsa come un'operazione militare, aveva distribuito istruzioni precise a parenti, vicini ed estranei per non far pesare l'assenza di Savas, per non lasciare a nessuno il tempo di considerare le ombre di questa unione, per stupire anche la primogenita con il pigia-pigia, distrarla e tenerle la bocca chiusa... ...Moscha vedeva da lontano sul molo scaricare dalle maone e caricare sul dorso degli animali le sedie viennesi, i quattro asini procedevano lentamente, ci misero circa mezz'ora per arrivare, scendere la scalinata e appoggiare nel cortile quelle sedie di squisita fattura e un attaccapanni, regali dell'armatore Chadulis, tutti i complici avevano messo generosamente mano al portafoglio... ...Lei ciondolava in pasticceria accanto al baffuto fondatore buonanima, che da un decennio ormai, sbiadito dai raggi del sole, riposava sopra la frutta glassata incurante di tutto, la sua unica preoccupazione era fulminare con l'occhio brillante le mosche golose di zucchero, che non era possibile leccare... ...Avrebbe sposato un pasticcere? Pur di non sposare un marinaio, avrebbe sposato anche il garzone che infornava i pasticcini alla mandorla e i timballi di maccheroni, Dio mio, senza amore avrebbe anche sposato lo schiavetto che d'estate trebbiava i campi e comprava le mandorle amare per la bibita... ...Restarono senza fiato. Orsa per la prima volta in vita sua perse completamente il controllo di fronte a tutti, balzò su come una leonessa ferita, scalciò lontano da sé i figli, gatti, sgabelli, fece roteare nei budini di riso le scarpe bianche che teneva in mano e si precipitò lungo la scala esterna, Moscha, pietrificata non voleva credere a quello che aveva sentito né a quello che aveva visto, la confusione mise subito in subbuglio le due case vicine, chi con in mano le pantofole e il tovagliolo e chi in pigiama corsero alla palazzina bianca, diteci che cosa succede, perdio, chiedeva fuori di sé qualcuno che aveva familiari sulla nave di Maltabès, ma chi poteva fornire spiegazioni, Moscha era impassibile, Annesiò altrettanto, Mersina, Cristina, Dimitris e Arta piangevano, mentre Mina Saltaferro, con ancora addosso l'abito elegante e il collier di perle, cominciò a sbattere la testa contro il muro finché svenne... ...Moscha, quando si rese conto che oltre alla scomparsa del marito e della nave anche un'altra sciagura l'aveva colpita, corse a casa della sorella maggiore, Orsa era in cucina che piangeva a dirotto, non aveva la forza né la voglia di fermare la sorella minore che spalancava con violenza cassetti, mensole, portagioie, cappelliere e ne rovesciava il contenuto, sollevava materassi alla ricerca di prove, strappava lettere e cartoline conservate a seconda del soggetto o del continente in scatole, cassette, borsette, cercava tra le pagine dei libri appunti che poi sbatteva contro il muro, ribaltava i santi sull'altarino, staccava cornici, svitava lampadine, scoperchiava lattiere, zuccheriere, zuppiere dei servizi eleganti, osservava attentamente regali e souvenir che Spiros aveva portato a Orsa, due elefantini di seta, un alligatore di legno, le geisha, lo spremiagrumi americano, i guanti verdi e le piume di pavone, cercandovi qualche scritta che sapevano solo loro, una parola, una data, iniziali, qualcosa; dopo aver ridotto la casa a un porcile, Moscha incontenibile sommerse Orsa di calci e pugni, le fece sanguinare le tempie, il mento, il collo, le ginocchia, le strappava invasata i lunghi capelli color miele, finché, fisicamente e psicologicamente a pezzi, si fermò un momento, accese una sigaretta, dimmi, le domandò piangendo, chi è il padre di Mersina, Nikos o mio marito... ...Orsa desiderava rivedere la gente della città riunita in chiesa e abbandonata al potere del santo patrono nelle cui mani stavano gli equipaggi e il loro destino, i venti contrari rasserena, e le onde placa, e i marosi cheta, e tempi e venti favorevoli e acconci suscita, tu che sei in eterno nocchiero e ausilio dei tuoi servi, e li conduci a porto di salvezza, l'aveva mandato a memoria per una recita al ginnasio, tutti gli uomini della sua vita, padre, zii, marito, figlio e l'uomo che amava gli appartenevano... |