DENIS JOHNSON Jesus' Son di Fabio Cozzi I racconti dello scrittore americano Denis Johnson, pubblicati dalla Einaudi nella collana Stile libero (p.112, £. 16.000) descrivono unumanità "deragliata", che spende la propria solitudine in mezzo a droghe pesanti, bar squallidi e desolati quartieri metropolitani. Unumanità che in preda al panico di vivere non riesce a distinguere cosa sia giusto e cosa sbagliato, ma che continua comunque a vagheggiare il miraggio di una possibile salvezza, di un mondo dove esista veramente la parola "felicità". Johnson descrive i suoi personaggi, le sue storie con un stile scarno e asciutto che affonda come la lama di un coltello dentro il male di vivere contemporaneo. Alla fine della lettura i suoi racconti ci lasciano un retrogusto amaro. Un retrogusto che ha il sapore della verità.
Il primo uomo lo incontrai mentre tornavo a casa da un ballo alla Veterans of Foreign Wars Hall. I miei due compari, mi avevano portato fuori. ( ) Noi tre avevamo formato un gruppo, ma alla base cera qualcosa di sbagliato, qualche fraintendimento non ancora venuto alla luce, così continuavamo a stare in compagnia, a girare per i bar e discutere tra noi. In genere, quel tipo di falsa coalizione si scioglie dopo un giorno o due, ma la nostra andava avanti da più di un anno. Poi successe che uno fu ferito mentre scassinavamo una farmacia, e noialtri due lo si depose sanguinante allingresso posteriore dellospedale, così lo arrestarono e i legami si dissolsero. Gli pagammo la cauzione, poi fu prosciolto da tutte le accuse, ma noi ceravamo aperti il petto mostrando i nostri cuori vigliacchi, non si può restare amici dopo un fatto del genere. Quella sera alla Veterans of Foreign Wars Hall, mentre ballavo con una donna, lavevo spinta contro il grosso condizionatore daria, lavevo baciata, le avevo slacciato i pantaloni e ficcato dentro una mano. Fino a circa un anno prima era stata sposata con un mio amico, e avevo sempre pensato che sarebbe successo, prima o poi, ma il suo nuovo fidanzato, un uomo magro, intelligente e meschino verso il quale, per giunta, provavo un complesso dinferiorità, arrivò da dietro limpianto, ci guardò incazzato e le disse di uscire e salire in macchina. Temevo che sarebbe passato allazione, ma scomparve, come lui, con la stessa rapidità con cui sera materializzato. Trascorsi ogni secondo del resto della serata a chiedermi se sarebbe tornato con degli amici, per creare una situazione dolorosa e umiliante. Avevo con me una pistola, ma ecco, non lavevo mai usata prima. Costava pochissimo, ero sicuro che, se solo avessi premuto il grilletto, mi sarebbe scoppiata in mano. Così, mi sentivo ancor più umiliato, mi immaginavo la gente sempre uomini che parlavano a donne dire: "Aveva una pistola, ma non lha nemmeno estratta". Bevvi il più possibile finché lorchestrina western non smise di cantare e suonare, e si riaccesero le luci. Coi due compari tornai alla mia piccola Volkswagen verde, e lì scoprimmo luomo di cui avevo cominciato a parlarvi, il primo uomo, che dormiva profondamente sul sedile posteriore.
Lo svegliammo, e lui si mise a sedere. Era un omone, non tanto alto da toccare il tettuccio con la testa, ma davvero grosso, con una faccia dura e capelli rasati. Non voleva uscire dalla macchina. Luomo si indicò le orecchie e la bocca, facendoci intendere che non poteva sentire né parlare. Che si fa in una situazione come questa? chiesi.
Vuole un passaggio a casa, - dissi. Col linguaggio dei segni, il passeggero ci mostrò il tragitto. Tom riferiva le indicazioni, dato che io non potevo tenerlo docchio mentre guidavo. "Qui a destra a sinistra vuole che rallenti sta cercando la casa" ecc.ecc. Andavamo coi finestrini abbassati. La tiepida sera primaverile, dopo i mesi gelidi dellinverno, era come uno straniero che ci soffiava in faccia. Portammo il passeggero in una strada residenziale, dove le gemme spingevano per uscire dai rami e i semi vagivano nei giardini. Era grosso come uno scimmione, quando uscì dalla macchina iniziò a dondolare le braccia come se stesse per mettersi a camminare sulle nocche. Percorse il vialetto di una casa e bussò alla porta. Al primo piano saccese una luce, e qualcuno scostò una tenda, poi la luce si spense. Il tizio tornò alla macchina e batté la mano sul tettuccio, prima che io potessi riavviare il motore. Si stese sul cofano della mia VW, come per fare il morto. Forse ha sbagliato casa, - suggerì Richard.
Non voglio fargli male. Alla fine lo alzammo di peso e lo sistemammo sul sedile dietro. Si accasciò contro il finestrino. Ed eccolo di nuovo tra i piedi. Tom fece una risata sarcastica. Tutti e tre ci accendemmo una sigaretta. ( ) Questo tizio non è davvero sordo
Ehi, è vero? Dico a te!
gli fece Tom.
Arrivato alla veranda, suonai il campanello e indietreggiai un po per vedere la finestra di sopra. La tenda bianca si mosse ancora, e una donna disse qualcosa. Si vedeva solo lombra di una mano sullorlo della tenda. Se non lo portate via dalla nostra strada, chiamo la polizia -. Mi inondò di desiderio, tanto che temetti di affogare. La sua voce si interruppe e poi riprese più bassa: Ho in mano il telefono. Sto facendo il numero, - disse dolcemente.
Il nostro passeggero non si dava per vinto. Gesticolò frenetico, toccandosi la fronte e le ascelle e poi roteando il torso, come un allenatore di baseball che fa segnali ai giocatori. Guarda, - gli dissi, - lo so che puoi parlare. Non trattarci da stupidi. Ci fece attraversare quella parte della città, fino al passaggio a livello, dove non abitava quasi nessuno. Qua e là, affondate nelloscurità, cerano casupole con dentro luci fioche. Ma la casa davanti a cui mi fece fermare non aveva luci, a parte il lampione. Suonai il clacson e non successe nulla. Luomo che stavamo aiutando se ne stette lì seduto: in tutto quel tempo aveva espresso un sacco di desideri senza mai dire una parola. Sembrava sempre più il cane di qualcuno. Vado a dare unocchiata, - gli dissi, con voce spazientita Una piccola casa in legno con due pali e una fune da bucato. Lerba troppo cresciuta era stata schiacciata dalla neve e poi scoperta col disgelo. Senza preoccuparmi di bussare andai alla finestra e guardai dentro. Cera una sola sedia, e una tavola ovale. La casa sembrava abbandonata, niente tende, niente tappeti. Sul pavimento erano sparsi oggetti luccicanti, forse lampadine guaste, o scatole di proiettili vuote, ma era buio e non si vedeva bene. Guardai finché non mi si stancarono gli occhi e pensai a disegni sul pavimento, come le sagome in gesso delle vittime domicidi, o segni per strani rituali. Perché non entri? chiesi al tizio quando tornai alla macchina. Vai a guardare, bugiardo e fallito che non sei altro!
Cosa? Uno. Uno. Vuole andare in un altro posto, - disse Richard. Il posto in cui lo portammo era una casa isolata sulla Old Highway. Avevo fatto quella strada diverse volte, spingendomi sempre un po più lontano, e non ci avevo mai visto niente che mi mettesse di buon umore. Dei miei amici avevano una fattoria, da quelle parti, ma la polizia aveva fatto unirruzione e li aveva messi in galera. La casa non sembrava parte di una tenuta. Era a circa duecento metri giù per la Old Highway, la veranda dava praticamente sulla strada. Quando ci fermammo lì davanti e spegnemmo il motore, sentimmo della musica provenire dallinterno Jazz, raffinato e malinconico. Andammo sulla veranda insieme alluomo taciturno. Bussò alla porta. Io, Tom e Richard ci mettemmo di fianco a lui, vicinissimi. La porta non fece quasi in tempo ad aprirsi che lui si spinse dentro. Lo seguimmo e ci fermammo, ma lui stava già entrando in unaltra camera. Non andammo oltre la cucina: la stanza di fronte era avvolta in una penombra bluastra, dentro vedemmo un soppalco, quasi un gigantesco letto a castello, su cui stavano sdraiate diverse donne magre, spettrali. Una di loro uscì dalla stanza e ci guardò. Le colava il mascara, e le labbra erano sbavate di rossetto. Portava una sottana ma niente camicetta, solo un reggiseno bianco, come una pubblicità di biancheria intima su una rivista per ragazzine. Ma non era più una ragazzina, lei. Guardandola, pensai a quando andavo sui prati con mia moglie, quando ancora eravamo tanto innamorati da non capire cosa stesse succedendo. Si sfregò il naso, con un gesto sonnacchioso. Due secondi dopo, di fianco a lei cera un uomo, un nero, che si sbatteva un paio di guanti sul palmo di una mano. Era molto grosso, sguardo assente e tipico sorriso invulnerabile di quando si è fatti. La donna disse: - Se ci aveste chiamati prima, vi avremmo sconsigliato di portarlo qui. Il suo compagno era deliziato: - questo è un modo carino di dirlo. Luomo che avevamo accompagnato stava in piedi nella stanza dietro di loro, una brutta scultura, in una posa innaturale con le spalle curve, come se la trascinasse a stento, quelle mani enormi. Che problema ha? chiese Richard. Tom ridacchiò. Che fa nella vita? chiese Richard alla tipa. Frustò laria con uno dei guanti: - Grazie tesoro, lo so. Ti è caduto laltro guanto, - disse lei. Si unì a noi un ragazzo grosso e muscoloso, glabro, capelli biondi rasati dietro e ai lati. Pensai fosse il padrone di casa, perché teneva in mano un boccale verde pieno di birra, grande quasi quanto un cestino della carta straccia, con sopra una svastica e il simbolo del dollaro. ( ) Mi sorrise e scosse la testa: - Non può rimanere. Tammy non lo vuole qui. Ok, chiunque sia Tammy, - risposi. Quegli strani figuri mi
facevano venire fame. Sentivo odore di gozzoviglie, la zaffata di una pozione magica che
faceva scomparire tutto quello che mi tormentava. La ragazza sbuffò. Il ragazzo rise e disse: - Questa sì che è una buona domanda. Richard mi diede una pacca sul braccio e guardò la porta, indicando che dovevamo andarcene. Capii che lui e Tom avevano paura di quella gente. Ne avevo anchio. Non erano minacciosi, ma starcene lì con loro ci faceva sentire degli stupidi falliti. Soprattutto la ragazza mi metteva a disagio. Sembrava così dolce e perfetta, come un manichino di carne, tutto pieno di carne. Sbarazziamoci di lui, adesso! quasi strillai, infilando di corsa luscita. Ero già al volante, e Tom e Richard a metà del vialetto, prima che Stan uscisse dalla casa. Sbrigati! Parti! urlò Tom, lultimo a entrare nellauto, ma quando premetti lacceleratore luomo stringeva già la maniglia. Accelerai, ma lui non rinunciava. Anzi, riuscì a guadagnare terreno e a fissarmi attraverso il parabrezza, con uno sguardo psicotico e un sorriso sarcastico, come per dire che sarebbe stato sempre con noi. Correva sempre più veloce, buttando fuori nuvole di fiato. Dopo cinquanta metri, quasi allincrocio con la strada principale, pestai a tavoletta sperando che si staccasse dalla portiera, ma riuscii solo a farlo sbattere contro il segnale di stop. Lo colpì con la testa e lo buttò giù come fosse lo stelo di una pianta, poi ci cadde sopra lungo e disteso. Probabilmente il legno era marcio. Meglio per lui. Lo lasciammo là, un uomo che barcollava dove prima cera un segnale stradale. Pensavo di conoscere tutti, in città, - disse Tom, - ma quelli là non li avevo mai visti. Erano atleti, ma adesso sono dei tossici, - disse Richard. Fermai la macchina, e guardammo tutti. Un quattrocento metri dietro di noi, Stan si fermò in mezzo ai campi, illuminato dalle stelle, nella postura di uno che si riprendeva da una sbornia, o cercava di risistemarsi la testa sul collo. Ma non era solo la testa, tutto il suo essere era stato tranciato e buttato via. Non cera da meravigliarsi che non sentisse né parlasse, che non avesse più nessun rapporto con le parole. Con quelle era già stato detto tutto, fino al logorio. Lo fissammo per un po, sentendoci come vecchie governanti. Daltra parte, lui era la sposa della Morte. ( ) Imboccammo Burlington Street. Passammo di fianco alla stazione di servizio aperta tutta la notte, allangolo con la Clinton. Un uomo stava dando dei soldi al benzinaio, erano entrambi in piedi di fianco allauto, in una luce sulfurea e soprannaturale allepoca le lampade al sodio erano ancora una novità, da noi e lasfalto intorno a loro era pieno di macchie dolio che sembravano verdi, mentre la vecchia Ford non aveva proprio nessun colore. Lo sapere chi era quello? chiesi a Tom e Richard. Era Thatcher. Feci inversione il più rapidamente possibile. E allora? disse Tom. Richard rise, non so perché. Tom si mise le mani sulle ginocchia e sospirò. Thatcher era già rientrato in macchina. Frenai di fianco alle pompe di benzina, nellaltra direzione, poi abbassai il finestrino: - Ho comprato uno di quei chili-pacco che vendevi per due-e-dieci verso Capodanno. Non mi conosci, perché come cazzo-si-chiama vendeva per conto tuo -. Dubito mi abbia sentito. Gli feci vedere la pistola. Thatcher partì sgommando sulla sua Falcon malconcia. Non pensavo che lavrei raggiunto con la Volkswagen, ma mi lanciai allinseguimento. La roba che mi ha venduto era un pacco, - dissi. Non lavevi provata prima? domandò Richard. Ha svoltato allangolo, - dissi. Dopo aver fatto il giro dellisolato, trovammo la sua macchina parcheggiata dietro un condominio. In uno degli appartamenti, una luce saccese e si spense subito. ( ) La sensazione che Thatcher avesse paura di me mi dava forza. Lasciai la Volkswagen nel bel mezzo del parcheggio con la portiera aperta, motore e fari accesi. Salii di corsa la prima rampa di scale e colpii la porta con la pistola. Tom e Richard erano dietro di me. Sapevo di essere nel posto giusto. Colpii ancora. Una donna in camicia da notte bianca aprì e indietreggiò dicendo: Non farlo. Va tutto bene. Va tutto bene. Si mise giù, io le premetti la guancia contro il tappeto e appoggiai la pistola alla tempia. Se Thatcher non fosse uscito, non avrei saputo
che fare. Lei è qui per terra! - urlai verso la camera. A un tratto (che mossa stupida!) Richard attraversò latrio ed entrò nella stanza. Erano noti i suoi gesti imprudenti e auto-distruttivi Oh, qui non cè nessuno a parte due bambini! Entrò anche Tom: - Si è calato giù dalla finestra! Con due passi mi avvicinai alla finestra del soggiorno e guardai giù nel parcheggio. Non potevo esserne certo, ma pareva che la macchina di Thatcher non ci fosse più. La donna non sera mossa, se ne stava ancora lì, sul tappeto. Dico davvero, lui no cè, - mi disse. Lo sapevo già, che non cera. Non me ne frega niente. Tu stai per soffrire.
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21.3.03