| Immagini
per mettere in scacco la realtà
Intervista a Mimmo Jodice a cura di Alessandro Torrelli Abbiamo incontrato Mimmo Jodice, una figura chiave della fotografia contemporanea italiana ed europea
Come ti sei avvicinato alla fotografia? Prima della fotografia ho praticato la pittura e la scultura. E questo in un periodo, tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, in cui a Napoli fervevano varie iniziative culturali e artistiche che cercavano di far uscire la città da un certo torpore e isolamento provinciale. A questo proposito ricordo il gruppo '58 di Del Pezzo, Luca, Di Biello, Biasi; la galleria "Il Centro" che organizzava mostre di autori come Capogrossi, Fontana, Hartung e altri; e anche gli artisti che ruotavano intorno all'Accademia di Belle Arti dove, scherzo del destino, da tempo mi ritrovo a insegnare fotografia. Comunque, se questo era l'humus culturale del tempo, io a 31 anni ho cominciato a fotografare perché mi hanno regalato una vecchia macchina fotografica. Ma l'influenza maggiore che mi ha fatto innamorare della fotografia è arrivata dagli spettacoli teatrali d'avanguardia e specialmente da quelli del Living Theatre. Infatti nei loro spettacoli, che si vivevano come eventi dirompenti, l'uso di dia-proiezioni mi colpì molto. Iniziai in modo inconsueto, per l'iter che di regola segue un fotografo, realizzando foto con tecniche sperimentali anziché cercare modalità di rappresentazione più realistica. Cercavo di essere coerente con i tempi, che segnavano ormai una rottura con i canoni artistici precedenti; d'altra parte erano gli anni a ridosso del '68. Il panorama della fotografia italiana degli anni '60 era comunque tradizionale e si muoveva tra il reportage, il fotogiornalismo, la foto sociale. E interessante ricordare che nel catalogo della mostra "Italian metamorphosis 1943-'68", svoltasi al museo Guggenheim di New York, il curatore Germano Celant mi ha inserito nella rassegna considerandomi nell'avanguardia artistica di quel periodo storico. Buona parte degli anni '70 i ho spesi seguendo gli avvenimenti sociali e realizzando quindi una produzione di fotografia sociale, come una sorta di schedatura del malessere, dalla parte dei perdenti, visualizzando dei momenti della realtà. Ma pur essendo cambiato molte volte nel tempo il genere di fotografia che ho privilegiato, credo che il punto di vista personale si sia sempre mosso tra il metafisico e il surreale. Perciò foto sperimentale, sociale (comprese le foto per De Simone), del territorio, di opere scultoree, fino alle ultime nature morte ogni versante d'impegno è filtrato attraverso un occhio metafisico, surreale sganciato dalla realtà e dal tempo.
Nelle tue foto i soggetti scultorei sembrano acquistare una luce di vita e movimento; viceversa ritrai volti di uomini enigmatici come personaggimaschere. Cerco di operare un ribaltamento per mettere in scacco la realtà, decontestualizzando quello che ritraggo. In questo non c'è casualità. lo cerco soltanto di assecondare una mia necessità espressiva, un mio desiderio di rappresentazione. Ad esempio nella mia personale intitolata "Mediterraneo" vedevo in una sorta di novello viaggio di Ulisse il mondo classico greco-latino come momento unitario di un racconto fotografico. Ma il mio è un viaggio onirico nel Mediterraneo, fuori dal tempo. Il colore del tempo classico che io sento è dato tecnicamente da viraggi parziali.
In che modo nella tua fotografia, che a me talvolta sembra avere degli accenti esoterici, oltre che metafisici e surreali, c'è l'impronta della città in cui sei nato e vivi, Napoli? Napoli conta certamente nel mio modo di raccontare, anche in un certo gusto esoterico, come dici tu. Il culto dei morti, le catacombe, la venerazione dei morti anonimi, l'ombra incombente del vulcano, la paura della morte. E chiaro che mi sono inserito in un tessuto che mi ha consentito di sviluppare la mia visione, un senso della morte profondissimo.
Panni, lenzuola, fazzoletti, tende... che tipo di fascino narrativo esercitano su di te? La loro è una presenza come di bandiere. lo cerco di riscattarli dalla loro oggettività che risuona in me fin dall'infanzia. Diventano fantasmi, ectoplasmí, altri segni rispetto a quelli che vorrebbero caratterizzare Napoli come città stracciona.
Dove va oggi la fotografia? C'è stata una saturazione del mercato. Negli ultimi decenni la fotografia ha cominciato a essere ospitata nelle importanti gallerie d'arte, tante sono diventate le schiere dei fotografi. Oggi non ci sono più certezze, oltre che espressive anche tecnologiche. Ci sono le pellicole digitalizzate, sparisce il 35mm... Diminuisce anche il richiamo che la fotografia esercita sulla massa, sostituita dai video. Quindi la pratica fotografica torna a essere una scelta sentita e non un bisogno di consumo. Resta il fatto che per me la fotografia ha un ruolo insostituibile di conoscenza. Per certi aspetti superiore alle immagini in movimento.
Che consigli dai ai fotografi in erba? Prima di tutto ci vuole umiltà. Costruire la propria storia innamorandosi veramente. lo non ho mai pensato di diventare un fotografo, né tantomeno un fotografo importante. Ma giorno dopo giorno ho osservato quello che ho realizzato con lo stesso amore iniziale. Bisogna puntare a risultati proporzionati alle proprie capacità. Ma non è facile darsi una misura. E necessario conoscere quello che succede artisticamente in giro, ma ancora più necessario è soprattutto sapere quello che si è dentro, seguendo la propria verità. Bisogna far combaciare perfettamente il lavoro con quello che si è. Anche se poi i contenuti sono importanti e devono essere sentiti, bisogna avere la capacità di produrre delle opere ineccepibili sul piano tecnico-formale-compositivo.
Qual è il fotogramma di un film che ricordi volentieri? Vari di "Metropolis" di Fritz Lang, quelli dove si vedono dall'alto quelle composizioni straordinarie di grattacieli,
Spesso combini dei codici visivi ricreandone altri con una certa ironia per l'accostamento surreale. Sono per l'ambiguità dell'immagine. L'ironia è presa di distanza, ma dopo un'analisi spietata delle cose che sono rappresentate. Mi offenderei se invece dell'ironia nelle mie opere si vedesse il carino, il simpatico, il divertente. |