Il viaggio fotografico di

Tatiano Maiore


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a cura di Alessandro Torrelli

                          

Il campo d’interesse fotografico e il repertorio linguistico di Tatiano Maiore spazia dal reportage allo still life, dalle foto di teatro sperimentale a quelle riguardanti un'area geografica particolare come la Gallura, e più precisamente la Maddalena.

Partiamo dalle foto di teatro in quanto Maiore è cresciuto e si è affermato particolarmente in questo settore.


Perché hai scelto la fotografia di scena come tuo ambito narrativo?

Non è preciso parlare di fotografia di scena, non ho mai pensato di fare quello. Ho solo vissuto dentro al teatro come partecipante ai suoi meccanismi espressivi e ho cercato di rappresentare il teatro dalle sue viscere. In una stagione d'oro per la sperimentazione teatrale nella Roma anni '70.

Ma allora chi si può definire più correttamente "fotografo di scena"?

Di solito è il cinema che si serve di fotografi di scena per pubblicizzare film o spot. Il fotografo che fa teatro, in particolare quello sperimentale, si divide in due tipologie: in una abbiamo il fotografo che con le sue foto rappresenta direttamente l'immagine del teatro per il quale lavora, nell'altra abbiamo il fotografo che gira insieme alle compagnie per i teatri d'Italia (tra questi oltre a me annovero Piero Massivi, la Masotti e Abate che ha iniziato molto prima di noi).

Con quali teatri hai lavorato?

Spazio Zero in modo particolare. Il primo grande spettacolo era 12 Dicembre Ouverture che poi fu pubblicato da Il mondo. Oltre al teatro Spazio Zero ricordo L'Alberico, diretto da Giuseppe Bertolucci, dove fotografai l'ancor sconosciuto Roberto Benigni appena arrivato a Roma nel 1976. E ancora il teatro di Nicole Le Boronne, il Teatro In Trastevere con Tito Schipa Junior, il Beat '72, e quindi più tardi La Piramide. Questi spazi erano i punti di riferimento della sperimentazione romana.

Prediligi certe tecniche a scapito di altre per accentuare particolari momenti espressivi degli attori?

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No. Lavoro sui tempi di scatto e non uso flash neanche alle prove. Chi usa flashare a teatro è, con tutto il rispetto, un fotografo di matrimoni. Mi si può accusare di essere un purista, ma il flash non fa parte della mia fotografia: finché c'è luce fotografo. Non disdegno immagini mosse, in certe scene danno il giusto movimento all'azione. Il flash è una forzatura come è una forzatura spogliare le attrici e riprenderle in pose di nudo non previste dal copione. Non ne faccio un problema morale, ma se il nudo non è inserito nel copione si scade in una logica
da "vendita del prodotto' che io rifiuto.

La trama di un copione teatrale la segui per puro piacere o come punto di riferimento di attimi che ritieni importante fissare?

Sulla trama, almeno nel teatro sperimentale, c'è poco da dire. Non la segui. Piuttosto guardi ciò che accade, guardi a tratti, avverti sensazioni al di fuori della trama. Come se non ci fosse, anche se di fatto esiste, non hai bisogno di seguirla per accettare e vedere quello che sta accadendo. Quindi scatto la foto solo nel momento in cui ricevo una forte emozione, trama a parte.

La scelta dell'inquadratura è determinata anche dalla scena corrente?

L’inquadratura è legata di solito alla sensazione che tu hai nel momento in cui ti trovi di fronte all'azione. L’interpretazione del fotografo di teatro è personale e la scena scorre, quindi sta a lui congelare le inquadrature e realizzarle nel momento in cui crede opportuno. A differenza del fotografo di scena che per rappresentarle pone in primo piano dei problemi tecnici e lo studio del copione.
Quindi anche se il teatro rappresenta in un certo senso una falsificazione della realtà il fotografo sembra fare il procedimento inverso e cioè rappresenta la realtà di quello che è falso. Certo, sono io che rappresento con i fotogrammi la realtà di quello che accade per poi mediarlo alla gente.

Le foto di teatro sono per te migliori in bianco e nero o a colori?

Il colore purtroppo viene falsato dalla temperatura-colore in rapporto alla
taratura dei rullini, quindi bisogna avere delle accortezze sulla scelta delle pellicole. Comunque preferisco il bianco e nero perché mi dà molto di più sia a livello tecnico che artistico. Il b/n non finisce mai di raccontare e poi non finisce con lo scatto, ma continui a lavorarlo in camera oscura.

Hai rappresentato dei lavori di teatro con delle mostre o dei libri di fotografia?

Ho fatto una mostra che raccontava sei anni di attività del teatro Spazio Zero.

Quali altri lavori che hai realizzato?

Un libro fotografico sugli Stazi di Gallura. Case di campagna con dei terreni intorno, in una realtà socio-economica poco sviluppata. Il libro è edito da Alter Grafica di Olbia.

 

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Quali sono altri temi fotografici nei quali vorresti cimentarti?

Mi piacerebbe scavare nei meccanismi che condizionano l'uomo, il rapporto uomolavoro, lo sfruttamento. Ma anche riprendere il "banale", cioè fotografare semplicemente ciò che mi piace sottolineando quello che non è stato notato da altri. Questo è forse il progetto visivo più ambizioso per un fotografo e deve rimanere infinito e rinnovarsi continuamente, perché quando ti sembra che lo hai realizzato scompari insieme progetto.

Chi capita in Gallura, e più precisamente alla Maddalena, dal 5 al 15 agosto 2001, può andare a visitare la mostra personale di Tatiano Maiore che si terrà presso l’atrio del municipio.

 

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In esposizione si potrà vedere la seconda parte di un suo lavoro che diverrà un libro con titolo Il commiato.

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La mostra descrive la vita sociale nella Maddalena dal 1987 in poi. Ricordiamo che la prima parte della mostra terminata con la pubblicazione dell’opera Metamorfosi, raccontava invece gli anni caldi dal 1973 al 1986.

Infine per chi volesse acquistare le opere in questione, può visitare il sito

http://www.taphros.it/

 

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