IL MIRINO SULLA COMUNICAZIONE

ir01.jpg (18394 byte)

 

intervista a Sergio Ferraris

a cura di Elena Dalla Massara


La rivolta delle pietre in Palestina, il lavoro clandestino nelle miniere d’oro filippine, la disperazione e il dolore dei profughi del Kosovo, le difficoltà di Restore Hope in Somalia. Sono solo alcuni dei grandi capitoli della storia dei nostri ultimi decenni che Sergio Ferraris ha vissuto intensamente, presente in prima linea, attento a testimoniarne con onestà e consapevolezza i grandi eventi come pure quelli minori, più nascosti, appartenenti al quotidiano. Fotogiornalista originario di Vercelli, Ferraris vive e lavora da vent’anni a Roma pubblicando i suoi reportage su Panorama, L’Espresso, El Pais, Stern, La Repubblica, Liberal. Attualmente lo si potrebbe definire un giornalista multimediale, capace di realizzare servizi per il web completi di parole, immagini e suoni.

Perché hai scelto la macchina fotografica come strumento di comunicazione?

E’ una ragione a metà strada fra scelta voluta e percorso individuale. Fin da ragazzo sono sempre stato dotato in praticità tecniche e non in rappresentazioni artistiche. Da adolescente mi sono trovato in mano per puro caso la macchina fotografica, un ottimo connubio tra mezzo espressivo che permette di comunicare e strumento ad alto contenuto di tecnica, cosa che mi si addiceva parecchio a livello caratteriale. A vent’anni facevo il giornalista oltre che il fotografo, e l’obiettivo era uno strumento attraverso il quale difficilmente i miei committenti potevano mistificare il messaggio che producevo, cosa che invece accadeva spesso nel taglio delle parole scritte, nelle interpretazioni, nei cambiamenti di titoli e nei sommari. Ho avuto una sorta di reazione individuale che m’ha portato all’utilizzo esclusivo della macchina fotografica. Così ho fatto per circa quindici anni, fino a quando sono tornato sui miei passi in quanto avevo guadagnato maggiore autonomia. Allora mi sono posto il problema di utilizzare una comunicazione integrata, cioè parole più fotografia, anche perché nel corso della mia professione mi sono reso conto che la fotografia in se stessa non riesce a spiegare fenomeni complessi.



pal02.jpg (10898 byte)
Gaza

Può una foto da sola raccontare una storia?

Può spiegare un fatto di cronaca nella sua immanenza quotidiana ma le motivazioni più profonde, quelle sociali, storiche, economiche difficilmente una foto riesce a rappresentarle. Può farlo, però in maniera casuale, quando cioè diventa un’icona, viene assunta a simbolo di un fenomeno o di un’epoca, ma si tratta di casi rari e fortuiti. Ad esempio le icone del nostro secolo, che noi conosciamo a memoria, il ritratto di Che Guevara, un paio di immagini del Vietnam o della Seconda Guerra Mondiale, sono straordinarie, stupende, ma non sono state scattate per diventare un’icona. Mi piace raccontare la storia della foto di Che Guevara: fu scattata dal famoso fotografo cubano Alberto Corda a un funerale, dove Che Guevara era molto arrabbiato, la luce era poca, era quella del tramonto di Cuba. A Corda questo primo piano non piaceva ma Gian Giacomo Feltrinelli arrivò a Cuba, era amico di Corda, vide la foto e se la fece regalare. Portata in Italia l’immagine ebbe successo e adesso la troviamo sulle magliette dei ragazzi di mezzo mondo. Quello che intendo sottolineare è la casualità di questo processo di comunicazione. Nel fotogiornalismo invece la comunicazione non può essere casuale, per cui per spiegare le motivazioni profonde, gli avvenimenti nelle loro radici è necessaria la parola, la quale può essere un articolo, una didascalia estesa o comunque un supporto all’immagine fotografica.

 

Cosa cerchi quando punti l’obiettivo?

Dipende su che cosa lo punto. Puntare il mirino su un soggetto è comunque un atto abbastanza violento, indipendentemente da chi si sta fotografando, e se non è supportato da un buon rapporto umano può diventare facilmente un processo di espropriazione che spesso il soggetto sente. Quello che cerco è di organizzare quel complesso di segni che vedo all’interno del mio mirino in un’immagine bidimensionale, tutto questo nella maniera più consapevole possibile e in modo da realizzare lo scopo comunicativo che mi pongo.

 

       pol02.jpg (12634 byte)                                                                 Polisario



Come giornalista e fotografo tu leghi la scrittura all’immagine in un prodotto informativo completo. Cosa nasce prima, l’inquadratura o la parola?

Sono due processi simili che dipendono da quanta conoscenza hai del fenomeno. L’anno scorso sono stato catapultato a Kukesh durante l’emergenza dei profughi per il Kosovo. Si aveva solo la percezione di quello che la televisione trasmetteva e che in realtà era estremamente parziale. Il primo giorno è stato di conoscenza, in cui non ho scattato, per rendermi conto di quello che succedeva. Chiaramente le parole, anche se non erano scritte, si affollavano nella mia testa, si chiamavano pensieri. Così pensavo, ritornavo su dei concetti e trasformavo le immagini che vedevo in parole della mente. Questo è il processo cognitivo che porta, dopo qualche minuto, qualche ora oppure il giorno dopo, ad avere una conoscenza sufficiente per riuscire a coniugare entrambi i prodotti comunicativi, cioè l’immagine e la scrittura. Nonostante siano due processi che possono non nascere nello stesso momento per quanto mi riguarda seguono dei binari paralleli.

 

Cosa distingue il fotogiornalismo dalle altre tecniche fotografiche?

Non c’è una grande distinzione in realtà. Il fotogiornalismo racconta, fa del giornalismo per immagini, e per far questo è abilitato a saccheggiare da tutti gli stili espressivi del resto della fotografia ... perché no, se serve per comunicare. E’ un po’ quello che un grande settimanale come Epoca fece qualche anno fa con Busi, affidandogli l’incarico di svolgere dei reportage, oppure si pensi a Joseph Roth, un autore che io amo molto, un grande letterato e scrittore ma anche un sensibilissimo giornalista che ha realizzato degli articoli di grande qualità. E poi Giacomo Leopardi non ha lasciato uno straordinario servizio giornalistico col "Sabato del villaggio", uno spicchio di vita quotidiana? Non deve dunque esistere una distinzione di campi, per raccontare un avvenimento spesso conviene "saccheggiare" uno stile che magari non ci appartiene. L’obiettivo finale è comunicare. Certo, se poi l’aspetto stilistico prevale su quello comunicativo allora si assiste a un’operazione che io chiamo di "imperialismo culturale". Purtroppo succede abbastanza spesso: fotografi e fotogiornalisti frustrati che sentono la loro incapacità di esprimersi a livello personale ricorrono a tecniche di stile per lasciare una loro impronta, perdendo così lo scopo informativo ed esprimendo solo se stessi. Tra l’altro questo accade spesso con i soggetti deboli, perché sono i più facili da approcciare (ad esempio i profughi di Kukesh o i malati degli ospedali psichiatrici o i ragazzi rumeni malati di AIDS). Utilizzare tecniche stilistiche è lecito, qualsiasi esse siano, nuovi linguaggi, colori, luci, purché non si perda l’aspetto comunicativo.

 

sf0fil.jpg (15247 byte)
Filippine

Il tuo lavoro t’ha portato in mezzo alla povertà, alla guerra, alla disperazione. Testimoniare queste realtà significa mantenere comunque un certo distacco emotivo oppure farsi coinvolgere in prima persona?

Il distacco emotivo ti serve per lavorare. Quando sei in situazioni di povertà, catastrofe e dolore ne hai bisogno perché il tuo scopo è realizzare comunicazione, e questo significa essere determinati. Mentre una madre piange al funerale del figlio ucciso in una qualsiasi delle piccole guerre dimenticate del nostro pianeta tu devi pensare a tempi, diaframmi, luce, pellicola. E’ molto fredda come attitudine, dà quasi un’impressione di cinismo a chi la guarda dall’esterno, però è l’unico mezzo per poter fare della comunicazione. Dopo no, tutto è permesso. Io ho pianto in camera oscura stampando un ritratto di due profughe kosovare, stavo piangendo anche mentre scattavo ma ho dovuto fare uno sforzo perché era importante ritrarle in quel momento. La distanza serve anche per una sorta di professionalità giornalistica. Non voglio parlare di obiettività, ma nel momento in cui facciamo giornalismo dobbiamo comunque tener conto che per osservare bene i fatti dobbiamo mantenere un certo distacco. Andai anni fa, all’inizio della rivolta delle pietre, cioè l’Intifada in Palestina, come persona di sinistra sicuramente filopalestinese ... beh, sono tornato decisamente meno filopalestinese. A vederli dall’esterno gli israeliani erano degli orchi cattivi che massacravano i ragazzi palestinesi. In buona parte era vero ma girando per un mese e mezzo in Israele e Palestina mi sono reso conto che la realtà, come succede quasi sempre, non è mai né tutta nera né tutta bianca. Anche gli israeliani avevano le loro motivazioni, non erano tutti cattivi, e i palestinesi non erano tutti buoni. Ho visto le contraddizioni di un popolo che lotta per l’indipendenza ma che poi segrega la propria donna. Allora se vuoi fare un racconto giornalistico e mettere colui che dall’altra parte del pianeta vede le tue immagini e legge le tue parole in condizione di capire devi mantenere un certo distacco e non essere di parte. Io so di fotografi e giornalisti che proprio sulla Palestina hanno glissato sulla condizione delle donne palestinesi quando le stesse durante le poche interviste che si riusciva a ottenere ti dicevano esplicitamente di non voler fare la fine delle donne algerine, in primo piano durante la guerra civile e segregate negli anni successivi. Non si parla di obiettività, perché non esiste, ma sicuramente il non farsi coinvolgere è evitare di essere troppo partigiani, è un sistema per interpretare meglio la realtà e, in maniera onesta, rendere consapevole il fruitore di ciò che si racconta.

 

pal03.jpg (14548 byte)
Palestina

Spesso è molto pericoloso per un fotoreporter trovarsi "dentro la notizia". Tu ne sai qualcosa ...

Di sicuro si va in zone dove effettivamente i problemi sono molteplici. Oggi nelle aree di grande povertà o di guerra civile non esiste più quella che si poteva chiamare innocenza verso la stampa. E’ finita con il Vietnam. Infatti gli americani non hanno più fatto il grande errore che fecero laggiù di dare accesso libero e indiscriminato ai giornalisti. Le guerre successive gestite dagli Stati Uniti sono state chiuse ermeticamente alla stampa, penso all’invasione di Granada, alla guerra contro l’Iraq dove in tutto il mondo vennero accreditati 8 fotografi, una ventina di giornalisti, una decina di troupe televisive irregimentate all’interno dei ranghi della forza multinazionale contro Saddam Hussein. Oggi il rischio per chi va in prima linea esiste ancora, ma è molto consapevole. Si sta comunque molto attenti e secondo me a livello statistico non supera quello degli incidenti automobilistici durante un ponte festivo.

 

Hai mai avuto paura?

Paura sì, sempre. Sarebbe da stupidi non averla. Anche solo trovarsi di fronte a gente che ha delle armi in mano, cariche, non ti fa sentire tranquillo e ti costringe a stare attento. E’ da puri incoscienti non esserlo e si mente a se stessi e agli altri col dire che non si ha paura andando in zone di conflitti armati o di grande disagio sociale.

 

 

albbr01.jpg (12187 byte)

Brindisi, sbarco degli albanesi

 

Quali sono gli errori più comuni in cui può cadere un fotogiornalista?

L’autoreferenzialità e la presunzione di capire la complessità della comunicazione. Molto spesso il fotogiornalista confonde una bella foto con una foto utile. Lo sanno bene i picture editors o i direttori di giornale. Ci si affeziona a una fotografia perché si è vissuto il momento dello scatto, perché per qualche motivo rappresenta un pezzo della propria vita o perché si sono vissute delle sensazioni particolari. E’ abbastanza complicato riuscire a liberarsi da questa sorta di affezione alle immagini, ma bisogna saperlo fare perché chi poi andrà a vedere il prodotto finale non avrà vissuto le stesse sensazioni. Con l’autoreferenzialità si potrebbe addirittura offrire della comunicazione scadente.

 

Quale dovrebbe essere a tuo avviso una corretta etica dell’informazione?

Oggi chiunque voglia fare informazione organizza dei suoi uffici stampa. Penso al conflitto nella ex Jugoslavia dove le parti in causa taravano le azioni di guerra in base all’effetto che avrebbero avuto sui media, sappiamo bene che le bombe su Sarajevo furono in realtà un atto di propaganda atroce. Comunque ogni giornalista ha una propria etica. Se si può dare un consiglio direi che l’etica del giornalismo sta tutta scritta sulla carta dei diritti fondamentali dell’Onu.

 

Oggi Internet sta spingendo anche il giornalismo a cambiare pelle. Quale sarà la sua nuova identità e chi sarà il fotogiornalista del futuro?

Internet ha già cambiato il mondo della comunicazione nella velocità con la quale viene prodotta l’informazione. Tramite la rete i fotografi e i giornalisti possono trasmettere in pochi secondi le notizie e le immagini con una qualità impensabile in precedenza. C’è meno tempo per riflettere, ci viene chiesto di prendere decisioni operative in maniera rapida, di cosa occuparsi, cosa enfatizzare e cosa tralasciare. E’ una corsa contro la quale non ci si può opporre ma solo adeguare. Il problema fondamentale è riuscire a ritagliarsi degli spazi mentali per riflettere su ciò che si sta facendo. Inoltre il consumatore di notizie non ha una capacità infinita di interiorizzare i concetti, per cui seleziona in base ai contenuti più forti o che più lo interessano o che sono più persistenti. Chi produce informazione si trova a dover sfornare notizie in modo estremamente rapido e persistente. Sono due aspetti che è difficile coniugare. E’ una grossa sfida imposta dai tempi. Il fotogiornalista sta già cambiando professione. Internet non è un’invenzione comunicativa nuova quanto una forma di assemblaggio di media differenti, ossia ci permette di mettere assieme testi, fotografie, musiche, voci e filmati, tutti all’interno dello stesso contenitore comunicativo; questa è la grande novità. Due sono i grossi problemi: coniugare queste tipologie di contenuti che finora hanno viaggiato su binari completamente diversi e nemmeno paralleli e organizzarli insieme. Verrà sempre più richiesta una professionalità capace di gestire questi diversi aspetti e probabilmente nei prossimi anni assisteremo a una moria di giornalisti rimasti attaccati esclusivamente a uno di questi. C’è poi il problema della fruizione da parte dell’utente, il quale oggi rimane molto stupito dal prodotto assemblato ma che tra breve proverà un disorientamento. 

Che consigli daresti a chi volesse intraprendere la tua stessa professione?

Attrezzarsi con strumenti tecnici che possano permettere la multimedialità, per cui non solo macchina fotografica ma anche computer e sistemi di trasmissione. Invece per il bagaglio concettuale consiglio di armarsi di una buona dose di curiosità, che è alla base del lavoro giornalistico, e soprattutto di non pensare che il grande servizio fotografico e giornalistico sia rappresentato esclusivamente dal fatto di andare in Ruanda, Kosovo o Georgia, alla ricerca della grande notizia. Una delle più grosse sfide per chi è all’inizio è quella di tentare di raccontare la quotidianità. Io amo spesso citare una frase di Biagi, particolarmente azzeccata a proposito del giornalismo scritto, che dice " E’ molto semplice scrivere 50 pagine sul caos dell’universo ma diventa molto difficile scrivere tre righe efficaci su un rubinetto che gocciola."

Visitate il sito di Sergio Ferraris: http://www.sergioferraris.it/

 

Home Page Omero - Home page Archivi