La mia ombra La mia ombra (Marsilio, 2000) è il primo libro pubblicato in Italia della giovane svedese Christine Falkenland, autrice di poesie e di due romanzi, che proprio con questo lavoro ha ottenuto in patria il premio "Nils Ferlin". Rakel, la voce narrante, scorre col pensiero la sua vita, seduta nel vano di una finestra della sua casa, mentre dietro al doppio schermo del vetro e di un cannocchiale osserva la conversazione che suo figlio adottivo sta intrattenendo con un gruppo di giovani della sua età. A quindici anni, quando le altre ragazze si affacciano alla vita, cade da un albero e a causa dellincidente rimane storpia. Affronterà il matrimonio, credendo di aver incontrato lamore, ma ne rimarrà delusa e insoddisfatta. Vivrà perciò attraverso la vita di chi la circonda. Il rigido ambiente di unisola del mare del Nord è lo sfondo delle torbide emozioni di questa donna. Il sogno di vivere non trova una realizzazione concreta. La sua incapacità di vivere concretamente, dovuta alla menomazione, mostra però una condizione simile a molti esseri umani. I ricordi, i pensieri affioranti in Rakel nel pur breve tempo trascorso davanti alla finestra, penetrano nel lettore. E a ciò che sembra intollerabile permettiamo di avvicinarci grazie allo stile efficace dellautrice che ci mostra come spesso ciò che desideriamo con il pensiero assuma unaltra forma nella realtà.
Avevo quindici anni quando caddi dal secolare,
imponente albero al crocevia della strada maestra. Il mio corpo porta il ricordo delle
temerità infantili. A volte quando ero annoiata adescavo i cani a mangiare, dalla mia mano, cioccolatini ripieni di pepe bianco. Era divertente vederli sbuffare sconcertati. Era così facile ingannarli. Si lasciavano beffare ogni volta. Siedo nella nicchia della finestra. Dal vetro
vedo Paul di profilo. Sta sulla banchina e parla con alcuni giovani. Incontrai Georg Veber durante la mia cura di
bagni di mare quellestate luminosa prima della guerra. già allora avevo perso la
speranza di sposarmi. A parte la cicatrice che mi correva lungo la fronte non ero poi
così male, ma il mio zoppicare mi rendeva lagnosa e diffidente, scostante. Linerzia
coatta era detestabile, e lirrequietezza di certo non migliorava la situazione. Ero disinteressata agli uomini in linea di massima. Avevo deciso di voltare le spalle al mondo prima che il mondo le voltasse a me. Era mero istinto di sopravvivenza. Georg era vedovo da tempo. Viveva con Cornelia,
la figlia adolescente, e una cameriera di fiducia di nome Oline. Giacevo nel letto di Viola. La sua ombra posata
su di me come una coperta. Era buio nella stanza. Il fragile, regolare ticchettio
dellorologio da tasca di Georg che stava con il coperchio sollevato sulla superficie
a specchio del comodino. Il suo russare mi teneva sveglia. Non fui mai una lavoratrice come le altre. Non aveva solo a che fare con la mia infermità. Non sono mai riuscita a occuparmi di cose noiose o insensate. Georg disprezzava il mio lato pigro e privo di iniziativa, credo tuttavia che attribuisse la colpa al piede menomato. Talvolta sono propensa a dargli ragione. In fondo sono una donna inutile. Non so far nulla. Io non ho alcun futuro. I giorni mi hanno fagocitato. Ho i miei ricordi. Ma i ricordi sono soltanto ombre di ciò che fu una volta. Frammenti. Ho vissuto in un mondo di ombre, dietro il vetro di una finestra, nascosta al mondo reale come una vergogna. Dove trovano gli altri le forze? Mi chiedo dove trovino la forza di vivere futili vite, fatte di ombre. Come riescono a dare un senso a giorni e a faccende insignificanti? Tutta questa fatica soltanto per prendere fiato ancora un giorno. Questo oscuro istinto che ci induce ad andare avanti.
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