L'arte di leggere (e di recensire)

di Loredana Germani

Cento anni fa nasceva Giacomo De Benedetti, "il primo critico letterario italiano di questo secolo", secondo Gianfranco Contini il quale lo reputò "il solo forse che al servizio del genere critico abbia piegato le qualità di un vero scrittore".

In occasione della ricorrenza, presso la Casa delle Letterature sono stati presentati gli atti del convegno su De Benedetti tenutosi a Biella, città natale del critico, con la partecipazione di Antonio ed Elisa De Benedetti, Raffaele La Capria, Alfonso Berardinelli e Giulio Ferroni.

Giacomo De Benedetti è stato, oltre che critico militante, un intellettuale finissimo che, animato da una passione non comune per la letteratura, ha parlato di Svevo, Saba e Proust con una conoscenza e un amore che eleva il genere della critica letteraria ai massimi livelli, riuscendo a trasmettere questa stessa passione a tutti coloro che ascoltino la sua lezione. Raffaele La Capria lo chiama, infatti, "fratello maggiore", perché il suo incontro con De Benedetti, avvenuto alla fine degli anni Cinquanta, è stato decisivo per il giovane scrittore napoletano: è proprio seguendo la lezione debenedettiana che La Capria accantona Vittorini, Pavese e gli americani, amori di gioventù che non parlano più alla sua sensibilità, trovando conforto per le sue nuove scelte nella lettura dei testi critici di De Benedetti. Basti pensare allo stile naturale, quasi inavvertibile, con il quale il critico ha colto come nessuno la grande esperienza proustiana, novità assoluta per l’Italia. Nel ricordo personale di La Capria, De Benedetti era un uomo "piccolo e gentile", che si comportava sempre "con straordinaria umiltà", uno studioso il cui valore il mondo accademico stentava a riconoscere, e che di fatto gli ha attribuito onori postumi, secondo un triste costume molto italiano.


Pier Paolo Pasolini diceva che il ragionare con i testi di Giacomo De Benedetti sembra sempre legato a un senso di colpa, e chiamava così in causa una componente importantissima della personalità del grande critico, il suo essere ebreo, non sempre valutata con la giusta attenzione. Il suo cercare risposte, il senso stesso della sua critica che continuamente si interroga, è infatti direttamente collegato all’ermeneutica biblica, alle radici ebraiche di De Benedetti, il quale non considerava esaustiva alcuna ricerca, ma anzi vedeva in continuo divenire ogni approccio a un testo, e ogni considerazione non assumeva mai un carattere definitivo, ma era sempre soggetta a revisione. Questo continuo lavoro, questa dimensione di studioso a tempo pieno è quanto ricorda il figlio Antonio che da bambino spiava il padre, gli portava i temi che De Benedetti correggeva con la penna rossa, "incarcerandolo" di fatto con la sua presenza di figlio in una rete di orari, pranzi, cene, vincoli e buone maniere. Secondo Antonio, infatti, i veri ingegni hanno diritto ad avere sentimenti che non siano rubricati e si chiede se sia giusto che gli artisti abbiano una famiglia, con tutti gli obblighi che questo comporta.

Nel 1967 Giacomo De Benedetti muore e da allora, con una sorta di vendetta postuma, il padre diventa egli stesso "carceriere" del figlio, prigioniero per sempre del suo ricordo e del ricordo che di lui hanno gli altri. Prigioniero, quasi, del senso di colpa di essere stato figlio. Forse da questo nasce Giacomino, ultimo omaggio del figlio al padre, ricostruzione di vita familiare in nome dell’amore e della distanza attraverso lo sguardo infantile di Antonio, che cerca nel grande critico letterario e nel prestigioso professore il padre da sorvegliare e da amare. (4/07/2001)

 

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