The beautiful Mind
ovvero la misteriosa bellezza mentale
dell'arte e dell'infinito
in
Alfio Mongelli

di Patrizia Ferri

Il termine mistero è un termine ricorrente nei testi critici che accompagnano l’intensa attività di Alfio Mongelli: Restany parlava di un certo aspetto segreto  analizzando la persona e l’opera come sua diretta appendice, in alternativa a quanti pensano che la creatività sia qualcosa di astrattamente disancorato dalla vita.  

Una personalità artistica complessa impegnata dagli anni’60 in poi in una ricerca che partendo dal segno evolve in termini di dinamica spaziale in una sintesi fra scultura, architettura, design  rivolta all’immaginario scientifico e alla sua supposta razionalità, espressa con spirito libero e nello stesso tempo rigore estremo, attraverso una  sintassi formale che, partendo da una ricerca sul segno, oscilla tra una sorta di minimalismo  monumentale e stereometrie cinetiche e programmate. Lo spirito della geometria e il suo doppio fantastico si declina attraverso strutture luminose, icone moderne di una razionalità leggera e rigorosa dove convergono echi boccioniani, dinamismi costruttivisti, sentimentali utopie futuriste, Moholy Nagy, Marinetti, Gabo e Pevsner,Tatlin e Sant’Elia: la loro apparenza di strutture nitide e assertive non deve però trarci in inganno, bisogna vederla subito come una trappola che l’artista ci tende, sfidandoci sulla presunta capacità di andare oltre ciò che ci rimanda la nostra retina. L’assoluta, evidente leggibilità spaziale delle sue formule matematiche e chimiche, di assiomi biologici, di leggi astronomiche, iperboli matematiche, radici quadrate, transiti planetari, orbite satellitari, teoremi con tanto di potenziali variabili impazzite, strutture genetiche, tutte metafore dell’energia universale, è un filtro che sottende l’altra faccia delle presunte certezze della logica razionale, accogliendo lo spazio del dubbio filosofico, della problematicità, del mistero indecifrabile, in una apparente dicotomia che si ricompone nella ricerca di un equilibrio tra naturale e artificiale, micro e macrocosmo, essere e non essere, finito e infinito. L’ordine cela la radicalità del caos e la luminosità riscopre zone d’ombra come spazi di libertà e di mistero che si insinua nella vita stessa, ampliandone la percezione.

”Io mi servo della simbologia grafica comunemente usata nella scienza.Quindi il numero può avere una duplice valenza: quella del numero in sé ma anche e soprattutto quella del valore plastico. Da questi presupposti mi sono mosso in direzione di una ricerca che ha affrontato temi di carattere scientifico mantenendo la massima attenzione verso il portato plastico di formule chimiche, fisiche e matematiche in genere”, dice Mongelli che è un artista riservato e non ama esprimersi troppo a parole.  La sua è la ricerca di una scultura come catalizzatore di spazio che va letta nell’ambito del pensiero simbolico che culmina in equazioni magiche, in una”geometria improbabile, un’antigeometria” come scriveva Menna, in una metafisica personale e sottilmente poetica calibrata su una dialettica di forme aperte e chiuse che va percepita con attenzione per scoprirne tutte le più sottili vibrazioni e i suoi riflessi cangianti, quella poesia latente che scaturisce anche da una delle più astratte  speculazioni umane come la  matematica. E’ noto che l’arte e la scienza siano entrambe discipline creative con una base in comune che, come poetiche dell’assoluto, partendo  da una verifica, un  attento sondaggio della realtà si proiettano idealmente nel vuoto significante di un infinito filosofico come divenire e somma di possibilità.

”Cerco di evidenziare la realtà interpretandola e plasmandola” dice l’artista ribadendo che la sua ricerca “non è mai di getto: c’è una prima progettazione che è puramente mentale a cui fa seguito quella pratica che si sviluppa realizzando disegni, plastici, modelli, prima di affrontare la realizzazione finale”.   

Da Aristotele a Foster Wallace, l’infinito sia come astrazione o entità matematica è un’idea innata che esige misteriosamente una rivelazione, è un approdo a cui siamo chiamati tutti e  che è da individuare in  ogni aspetto della vita quotidiana. “Mai come in questo momento l’uomo è legato a impulsi telematici e di conseguenza la scienza è  parte integrante della nostra quotidianità, quindi per estensione anche dell’arte”.

Certo, mai come in questo momento l’arte e la scienza perseguono l’obbiettivo comune di creare un sistema di relazione dai minimi ai massimi sistemi che concorra a ristabilire un equilibrio necessario per il presente e il futuro della vita sul nostro compromesso pianeta.

L’attenzione febbrile e in un certo senso possessiva nei suoi cicli di lavoro al tema dell’infinito che l’artista indaga come indicano esplicitamente i titoli da infinito-plastico a infinito-futuro, guidato dall’anelito di una scoperta liberatoria e catartica che non compiendosi mai resta avvolto dall’intangibilità del mistero, trasforma l’esperienza artistica in un vero e proprio percorso spirituale di passione e lucidità assoluta.

“Da tempo immemorabile l’infinito ha suscitato le passioni umane più di ogni altra questione. E’difficile trovare un’idea che abbia stimolato la mente in modo altrettanto fruttuoso, tuttavia nessun altro concetto ha più bisogno di chiarificazione“ (D.Hilbert)

La chiave del mistero Mongelli è quella che apre sull’impenetrabilità della condizione umana, evidenziandone un’armonia di fondo all’interno di un mondo caotico, sorretta da una fede incrollabile nel linguaggio dell’arte e della scienza come linguaggi universali della conoscenza e quindi della libertà.Rifiutando la  fredda astrazione e portando alla luce l’aspetto aleatorio della scienza, le opere di Alfio Mongelli ieri come oggi, sottolineano la  natura di un infinito come concetto congenito, insito nella natura umana che richiede misteriosamente di essere portato alla luce dall’arte e  dalla vita nella sua profonda ed enigmatica verità.

 

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