CONSIGLI PER SCRITTORI

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IN ERBA

 

L'incontro con l'Editor

Lo scrittore esordiene, o aspirante, segue molte strade nella speranza di pubblicare, il più delle volte a distanza: invia manoscritti, scrive letterine, partecipa a concorsi, parla per ore al telefono con il correttore di bozze della casa editrice che gli spiega che lui non può fare niente per aiutarlo. Talvolta, dopo pagamento di un congruo assegno, finalmente arriva a incontrare di persona l'Editor, cioè una di quelle persone che dice la sua quando è il momento di scegliere un testo e farlo uscire dal limbo degli inediti.
Attenti, però, come ci racconta Tea Ranno, l'incontro può rivelarsi meno piacevole del previsto (tranne che alla scuola Omero, è ovvio).

 

CORNETTO E CAPPUCCINO

Tea Ranno

 

I meridionali, si sa, sono poco affidabili. Mai ligi all’orario, irriverenti sempre verso le regole d’una civile, cronometrica, milanese scansione della giornata.

Questo, più o meno, il senso d’una battuta che la persona con la quale ho appuntamento s’è consentita a una conferenza, tentando ("impossibili, ve l’assicuro"), raffronti tra scuole di scrittura meridionali e settentrionali.

Sono siciliana. Più perversa d’un orologio svizzero. E siccome il diavolo può infilarcelo sempre il suo zampino e fottere pure uno svizzero, ecco che gioco d’anticipo e spacco il secondo.

Appuntamento alle nove.

Già in strada alle sette e mezza. Ogni imprevisto ampiamente fronteggiabile. Difatti sono a Piazza del Popolo alle otto e un quarto. Mi resta da percorrere un centinaio di metri lungo via di Ripetta. Lo faccio passo passo, senza nulla recepire del fascino della piazza in questa limpida, ventosa, mattinata di giugno.

La gamba ancora mi duole a seguito dell’incidente che m’ha inchiodata in ospedale per due mesi. Non è questo il momento migliore per andare, sono ancora troppo debole, inetta a sguainare i coltelli del contraddittorio nel caso ce ne fosse bisogno. Ma la signora – un editor di fama – è disponibile soltanto stamani, dalle nove alle nove e mezza, "puntuale" ha precisato "altrimenti l’incontro slitta a settembre".

No, settembre no. Le ho inviato la mia prima storia di oltre cento pagine e fremo per sentire il responso. Abbiamo avuto brevi approcci telefonici. Lei gentile, il tono interessato di chi mostra autentica curiosità per gli scritti d’esordienti. E poi, non ha forse selezionato uno dei miei racconti per la pubblicazione?

Giungo al luogo che m’ha indicato. E sono, soltanto, le otto e mezza.

Non sono entrata alle nove – sebbene meridionale – per consentirmi quei cinque minuti di decenza che non facciano sentire all’altro il fiato mio sul collo. E già mi pento.

Mi avvicino alla portineria, chiedo di lei: "La conosce?"

"No" e il ragazzo mi guida attraverso alcune sale.

La signora attende la colazione. Jeans, pullover blu e camicia bianca, pochi capelli scuri sulle spalle e piccoli occhi turchese.

Sorride: "Non le dispiace, vero?". Che faccia colazione? Aspetterò. No, no, alle dieci dev’essere già altrove.

Ci sediamo a un tavolo, piccolo, tondo. Mi chiedo come farà a contenere il piattino e la tazza col caffellatte, il vassoio con due cornetti, e il mio scritto. Infatti non ci stanno. Traballa la tazza: "Oh, scusi". Batte il cucchiaino contro la zuccheriera e granella bianca si sparge sulla copertina: "Mi spiace". Apro il dattiloscritto e i tovaglioli crollano per terra.

"Gradisce".

"No, grazie".

Friabilissimo questo cornetto. Non ha ancora finito di morderlo che già le briciole spiovono sulle pagine. Le scosta via col braccio. Quindi, la bocca piena, avvia la conversazione. Naturalmente parlando di sé: "L’editor, sa, è come lo specchio per un autore. Lo mette a nudo, l’induce a confrontarsi spietatamente con se stesso".

La gamba mi fa male. Dovrei distendermi, prendere un Aulin. Invece sto qui. E il tempo stringe. M’aspetto che tiri fuori una scheda. Quanto meno una scheda di lettura. E ripenso all’assegno, lire seicentododicimila, che l’ottobre scorso le ho inviato insieme allo scritto.

Sta bevendo il cappuccino. Alcune gocce dal contorno stellato cadono a macchiare pagina diciotto. Altre briciole s’aggiungono a quelle che già sporcano il piano del tavolo.

Poi, l’occhio all’orologio: "Uh, ma è tardissimo. Dunque. Questa vicenda che lei narra è…" non le viene la parola. Mi guarda puntandomi in faccia le pietruzze degli occhi. "Uhm, è… altalenante. Ecco. Alcune pagine buone, altre meno. L’intreccio, ecco, l’intreccio non convince. E la scrittura, poi. Da liceale… stentata".

Manda giù un altro sorso di cappuccino. Sospira. Quello che doveva dire l’ha detto e se ne torna, famelica, al suo pasto.

Sfoglio le pagine. Neppure un rilievo, un segno di matita.

"Ma… e le lettere tra Fabia e Lucia?"

"Oh, le lettere sono bellissime".

"E l’incontro con Giacomo?"

"Buono".

"Il porto, la marina?"

"Ah, sì, bello".

Non capisco: "Scusi, cos’è che non va".

"Tutto. Tutto il resto".

Alza la mano, sorride a un uomo che sta venendo verso di noi. S’abbracciano.

"La signora è una scrittrice" dice presentandomi.

Ridono. "Ti aspetto fuori" e l’uomo se ne torna verso la portineria.

Sono le nove e mezza.

La signora si fa improvvisamente seria, professionale. Il tempo è scaduto.

"Vale la pena di rimetterci le mani?" ho la bocca secca.

"Le mani? No, no. Meglio di no. A volte, sa, bisogna chiederselo cosa si vuole fare nella vita. Lei perché scrive? Se l’è mai chiesto? Perché quest’hobby? L’editor è proprio lo specchio dello scrittore. E a volte, proprio di fronte a un editor, è bene che lo scrittore si chieda se non sia il caso di smettere con la scrittura e dedicarsi ad altro".

E sorridendo finisce di sorbire quel residuo di cappuccino in fondo alla tazza.

 

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