Quando
La CapaGira...


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Intervista ad Alessandro e Andrea Piva
  A cura di Bianca Borrelli

"La CapaGira" è un film girato interamente a Bari che, in dialetto, parla dei problemi della malavita locale alle prese con il contrabbando albanese sbarcato in Puglia.
La regia è di Alessandro Piva (che si è meritato il "Premio David di Donatello" come regista esordiente), mentre Andrea Piva firma soggetto e sceneggiatura. Li abbiamo raggiunti per fare con loro una chiacchierata sul film, che ha rappresentato l’Italia al Forum internazionale del 50° Festival di Berlino.

Avete scelto di realizzare una pellicola a basso costo, in un dialetto tanto inusuale da dover essere tradotto per il pubblico italiano, e su un tema di forte impatto sociale. Malgrado tutto avete avuto successo. E’ stata una scelta calcolata o vi ha guidato l’istinto?

Mah, forse a questo non si deve guardare in bianco o in nero: c’è stato istinto e c’è stato calcolo. Alla base di tutto c’è una grande voglia di raccontare quello che abbiamo raccontato, ma certo il progetto è anche il risultato di una riflessione. Non però in funzione di un successo che nessuno poteva aspettarsi in queste dimensioni; semplicemente, lavorando una materia così nuova, sapevamo che stavamo giocandoci una chance di fare qualcosa di inusuale per il cinema italiano, oggi votato all’omologazione dei piccoli sentimenti o, peggio, all’ingessatura del goffo drammone retorico. E sapevamo che uscendo dai canoni non potevamo certo passare inosservati.

Era difficile fare cinema a Bari quando avete iniziato?

Bari era terra vergine per il cinema, e questo per noi è stato un bene ma anche un male, perché se molti si sono entusiasmati al nuovo, offrendo collaborazione anche materiale, qualcun altro, inevitabilmente, ha mostrato diffidenza.

Fra le vostre esperienze cinematografiche precedenti c’è un documentario sul quartiere più degradato della città (il San Paolo). Questa volta, invece, avete scelto di riprendere la zona sud, vicino al mare (che si vede e non si vede) luogo di accoglienza per gli sbarchi dei clandestini e contrabbandi di ogni tipo. Volevate raccontare di più l’aspetto di Bari come città di frontiera?

Sì, questo è un punto fondamentale del nostro lavoro. Il viaggio tra l’est e l’ovest europei ha Bari come tappa obbligata. Questa era un’ottima base di partenza per organizzare le idee.

Ne "La CapaGira" l’esaperazione del linguaggio e dei toni non sfocia in conclusioni tragiche, ma vira piuttosto verso conclusioni surreali o comiche, Vista anche la presenza di tanti attori non professionisti, pensate di inaugurare una sorta di "neo-neorealismo comico"?

Pensavamo solo a inaugurare noi stessi in maniera originale. Tutto il resto, ci dicevamo, lo faranno i media. Ma, al di là di questo che solo in parte in parte è scherzo, individuati i personaggi che volevamo raccontare, la materia si è forgiata da
sola. Ci siamo riservati uno spazio interpretativo, certo, ma la realtà di Bari si allontana poco dal nostro film. Per le strade si può ridere e piangere contemporaneamente.

Nel film i personaggi sembrano appena abbozzati, comunicano tra loro usando quasi frasi idiomatiche. Questa mancanza di introspezione è una scelta stilistica?

Sì, è frutto di un modo di guardare le cose. Se un uomo della vita reale può permettersi di non avere alcuno spessore apparente, ci si domanda perché dovrebbe averne uno il personaggio che lo rappresenta.

Qui naturalmente entra in gioco l’uso del dialetto. Era una necessità espressiva o volevate inventare un linguaggio "altro", diverso da quello solito del cinema italiano?

Abbiamo inteso questa scelta come una provocazione sul mododi recitare che ha appiattito il nostro cinema recente. Un tempo la lingua aveva un ruolo omogeneizzatore, ci riferiamo all'Italia postbellica alla ricerca di un'identità. Ci pensavano le storie e i personaggi a essere estremi, tant'è che certi attori stranieri erano credibili persino nei panni dei proletari meridionali. Ora quella lingua studiata a tavolino, praticata sui palcoscenici e negli studi di doppiaggio, accuratamente sterilizzata, raggiungendo il suo vecchio scopo è diventata inattuale. Se a questo si aggiunge che oggi i personaggi e i loro bisogni, le storie che vediamo raccontate sono meno incisive perché la realtà che ci siamo elaborati attorno è come omogeneizzata (anche nelle ossessioni), diventa facile tirare le somme. Occorre lavorare duramente con gli attori per cavarne un senso di verità ­ di verità che eserciti fascino s’intende -, e una delle chiavi, secondo noi, sta appunto nel linguaggio.

Per l’uscita del film, avete messo in piedi un’accurata operazione promozionale con un sito web (www.lacapagira.com) in cui è addirittura possibile vedere una versione del film. Investimento pubblicitario, fiducia nelle nuove tecnologie o necessità di confronto con quanto più pubblico possibile?

Abbiamo pensato che è molto importante instaurare un rapporto con il pubblico, anche oltre la semplice visione del film. Non riteniamo di avere raggiunto il nostro scopo quando riusciamo a portare la gente al cinema. Almeno non integralmente. Ci piace capire che cosa è rimasto negli spettatori, nel bene e nel male, e un discorso del genere, al giorno d’oggi, passa attraverso Internet. Per questo abbiamo pensato di allestire un sito che desse informazioni sul film e che soprattutto consentisse a chiunque di interagire con noi, lasciando messaggi, dando pareri o dialogando direttamente con il regista, gli attori, lo sceneggiatore. All'indomani dell'uscita romana
la "Proforma" (la società che si è occupata del lancio pubblicitario de "La CapaGira") ha organizzato una chat in cui il pubblico ha potuto dialogare in tempo reale con me,
mio fratello e l’attore Dino Abbrescia. E’ stata una bella esperienza, che certamente riproporremo. Certo questa visione del rapporto con il pubblico è un investimento oneroso in termini di tempo, ma crediamo che ne valga la pena.

 

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