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La scrittura del cinema A cura di Irini Stathi, Sonia Marzetti e Annio Gioacchino Stasi Parola e immagine Il rischio dell'uso della parola è che questa possa fiaccare l'immagine. Però la mia sensazione è che la parola poetica in realtà moltiplichi la forza dell'immagine, quasi a creare una specie di "fuga musicale" tra la parola e l'immagine stessa. Questa "fuga musicale" tra la parola e l'immagine può ancora aumentare di tono utilizzando altri mezzi: l'interpretazione degli attori, il modo in cui viene fatta un'inquadratura, con cui viene usata la parola, il modo in cui uso gli elementi filmici a mia disposizione. Credo che così si realizzi l'espressione, l'idea principale in quel momento. Parola e immagine vengono insieme. Per me non possono separarsi. Molte volte sembra che l'immagine attenda, ci sono immagini che sembrano attese di ricezione della parola da venire, altre volte l'immagine è più in alto e la parola sussurra il suo dispiegarsi. Quanta verità nelle storie raccontate Non so se possiamo parlare di verità o di
bugie. In questo discorso c'è sempre una zona oscura. L'importante non è la verità. E
poi nel cinema non si ottiene altro che il verosimile. Tra mito e racconto Il mito ha sempre avuto un carattere poetico
ed educativo. Memoria e cinema Credo che la memoria non sia né ricostruzione né ricreazione. Quello che chiamiamo memoria è qualcosa che esiste con noi e noi senza la memoria non esistiamo. Ciò che siamo adesso è il risultato di tutto quello che esiste dietro di noi come memoria. Anche quello che siamo e stiamo discutendo adesso è il risultato di ciò che c'è dietro di noi come memoria. Memoria non è qualcosa che si confonde con il passato e non è parlare ricordando le cose. Sia nella letteratura che nel cinema la memoria ha preso forme diverse. Credo che la memoria sia il continuo riformarsi nel presente di un avvenimento filtrato dal tempo. I momenti cruciali rimangono e si trasformano involontariamente. L'avvenimento stesso come memoria cambia involontariamente, si adatta al momentoattuale, in relazione a quello che siamo nel presente. Il pieno e il vuoto nel racconto cinematografico Su questo tema posso parlare di Ricostruzione di un delitto. Il film è strutturato su tre ricostruzioni: una che è il punto di vista della polizia e cioè scoprire chi ha commesso l'omicidio. La seconda è quella dei giornalisti cui interessa soprattutto lo scoop, la notizia che possono ricavare dal fatto e dalla miseria del luogo e la terza ricostruzione è la mia, cioè del regista che si trova di fronte a una storia che presenta dei vuoti, delle mancanze, punti oscuri, dei vuoti di narrazione, di compiutezza. La mia rappresentazione è quella che cerca di riempire i vuoti. E lo fa con una narrazione a rovescio, dalla fine verso l'inizio, completando con scene drammaticamente accentuate i vuoti che presentano le altre due, il cui scopo, per motivi diversi, è quello scoprire il colpevole. Attraverso questo percorso a ritroso si evidenzia che non è importante scoprire chi ha ucciso, ma il percorso che ci porta all'omicidio. La donna, l'uomo, lo spazio, il momento storico in cui è nato il film. Credo che, per la prima volta in un film europeo, sia stato usato lo spazio "off'". E' stato usato anche da altri registi, ma non in modo sistematico e consapevole. Mizoguchi l'ha usato, con molta accuratezza. Ma è sempre esistito come regola nella tragedia antica. Agamennone, per esempio, viene ucciso dietro la scena e in tutto il teatro greco non esiste un omicidio sulla scena. Questo effetto di senso di pieno-vuoto esiste in tutto il teatro orientale, per esempio nel teatro cinese. Così tutto il film viene concentrato nell'ultima inquadratura dove vediamo solo tutto quello che obiettivamente conosciamo della storia: davanti alla casa, nel cortile, una donna aspetta e poi entra. Un uomo arriva, l'amante, cammina veloce, entra. Poco dopo arriva il marito. L'inquadratura continua ad essere fissa. Nel tempo tra una entrata e un'altra ci sono dei vuoti di narrazione, si sentono dei rumori, qualche voce da lontano, le pecore sulla collina, ma l'inquadratura è vuota, uno spazio vuoto di azione. Il marito che entra chiama la moglie. Ella non sente. Entra anche lui nella casa. Dopo un po arrivano i figli, giocano nel cortile recintato. L'amante improvvisamente esce e attraversa velocemente lo spazio. Tutto questo con una serie di vuoti di azione intercalati da narrazioni. Infine esce anche la donna, chiama i figli, rientra e chiude la porta. Durante questo periodo di tempo è stato commesso un delitto. Chi l'ha fatto, non lo sappiamo. Sappiamo solo questo: un uomo è entrato, uno è uscito, un altro ha invocato un nome, i figli sono usciti nel cortile e hanno giocato, la madre li ha fatti rientrare, è rientrata anche lei. Dentro però, nell'interno della casa, è stato commesso un delitto.
La realtà e lattività creativa Come ho detto prima, tutto quello che mi
succede, sia che si chiami vita quotidiana, vivere a casa, in ufficio, sulla strada, nel
taxi, nei miei incontri, nelle letture, tutto costituisce materiale per un film. Non
voglio sostenere il caso estremo Un nuovo linguaggio per le nostre storie Se per lingua non intendiamo solo in senso stretto la lingua naturale, ma anche tutto quello con cui siamo cresciuti, suoni, musiche, tutto quello che costituisce l'essere umano, allora forse a qualcuno sarebbe necessario un allontanamento, un distacco ed una distanza per ritrovare la propria lingua. Io ho avuto questa esperienza. Quando partii per la Francia, partii con una voglia di distaccarmi dal mio paese e da altre cose. Per un lungo tempo decisi di rimanere lontano, ma le cose tornavano in me, tornavano piano piano e in modo del tutto anomalo. Tornavano con la rilettura di certe opere che avevo lasciato dietro nel tempo, come Omero, Omero che mi era stato insegnato, a scuola, come a tutti. Ma lo studio di un poeta come Omero, forzato dallo studio intenso della grammatica e della sintassi, finisce con l'opprimerti e te lo rende odioso, non comprensibile nella sua poesia. Sono ritornato ad Omero perché mi affascinava il gioco della lingua. Studiavo Omero dall'originale e lo studiavo veramente. Parlo di Omero ma dovrei parlare anche di tante altre cose. Di suoni e immagini della mia infanzia, di letture di un'altra epoca, del richiamo di un mondo intero che non potevo svuotare, lasciare da parte. L'ho ritrovato e credo di aver ritrovato I' identità, perché l'unica identità che abbiamo è quella che scegliamo, non quella con cui veniamo al mondo. Ogni parola è come una nuova strada, ogni parola è un sentiero della società che ci accomuna e diviene comunicazione. Ogni parola è una provocazione per un'altra parola e quindi per il logos. La scrittura cinematografica Se io faccio questo lavoro, lo faccio
perché c'è una scommessa essenziale: il linguaggio. Se non ci fosse questo e le immagini
fossero solo il miscuglio prelinguistico cui abitualmente siamo sottoposti dal cinema
corrente e dalla televisione non avrei alcun motivo per fare il cinema. Avrei seguito
altre strade. Il punto darrivo Se ci si ferma, ci si ferma perchè a un certo punto arriviamo all'ultimo respiro, diminuisce il fiato, non ne abbiamo più abbastanza. Credo che in ogni caso la volontà di insistere rimanga intatta. Si cerca sempre di rinnovare il proprio linguaggio, si cerca di andare più lontano, di aggiungere ancora qualche parola. Aprire ancora qualche strada. Se ci riusciamo o no, è un altro discorso.
"Madre, sono venuto a dirti arrivederci. Vado
via. (Da L'eternità e un giorno - Secondo monologo di Alessandro)
Filmografia essenziale 1968 Ekpombi (La trasmissione) 1970 Anaparastasi (Ricostruzione di un
delitto) 1972 Meres Tu '36 ( I giorni del '36) 1974-750 O Thiassos (La recita) 1976-77 I Kynighi (I cacciatori) 1980 O Megalexandros (Alessandro il
Grande) 1983 Atene, ritorno all'Acropoli 1984 Taxidi sta Kithira (Viaggio a Citera) I986 O Melissokomos (L'apicultore) I988 Topio stin omichli (Paesaggio nella
nebbia) 1991 To Météoro vima tou pélargou (Il
passo sospeso della cicogna) 1995 To Vlemma tou Odyssea (Lo sguardo di
Ulisse) I997-98 L'eternità e un giorno
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