14.1.03

 

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John Cheever

Il nuotatore

di Fabio Cozzi

John Cheever (1912 –1982) ha avuto il merito di far riscoprire all’America l’importanza del racconto, un genere che sembrava destinato ad un irrimediabile declino dopo gli anni d’oro di Hemingway e Fitzgerald.

La Fandango comincia con Il nuotatore (pp.49 £.10.000) la pubblicazione dell’opera dello scrittore americano. Il racconto che dà il titolo al libro, descrive il percorso di un uomo che nuotando per le piscine della sua contea cerca di ritornare a casa, una casa però molto diversa da come lui immagina. E’ l’inadeguatezza, lo sconcerto degli uomini di fronte alla realtà delle cose quello che Cheever riesce con efficace e penetrante misura ad esprimere, padroneggiando gli eventi della quotidianità alla maniera del grande Cechov.

 

Neddy Merill era disteso vicino all’acqua verdognola, una mano immersa nell’acqua e l’altra stretta intorno a un bicchiere di gin. Era un uomo snello, con quella particolare snellezza della gioventù, e pur essendo tutt’altro che giovane, quel mattino era scivolato giù dalla ringhiera di casa sua, dando poi una pacca sul sedere della statua in bronzo di Afrodite sul tavolino nell’atrio mentre trotterellava verso l’odore del caffè in sala da pranzo.

(…)

Aveva appena finito di nuotare e ora respirava profondamente, come se volesse mandar giù nei polmoni tutte le componenti di quel momento, il calore del sole e l’intensità del suo piacere; sembrava che tutte venissero aspirate dentro il suo petto. Abitava a Bullet Park, una quindicina di chilometri a sud, dove le sue quattro splendide figlie dovevano aver terminato di pranzare e stavano forse giocando a tennis. In quel momento gli venne l’idea che , seguendo un percorso ad angolo in direzione sud ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto.

La sua vita non era condizionata, e il piacere che gli dava questa constatazione non poteva essere spiegato con un complesso di fuga. Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario. Era una bella giornata, e gli sembrava che una lunga nuotata ne avrebbe esaltato la bellezza.

(…)

Le uniche mappe e cartine a cui fare riferimento erano nella memoria o nell’immaginazione, ma erano abbastanza chiare. Per primi venivano i Graham, gli Hammer, i Lear, gli Howland e i Crosscup. Poi avrebbe attraversato Ditmar Street fino alla casa dei Bunker, e da lì, dopo un breve trasbordo, sarebbe arrivato alle piscine dei Levy e dei Welcher, e alla piscina pubblica dei Lancaster. Seguivano poi le piscine degli Halloran, dei Sachs, dei Biswanger, e quelle di Shirley Adams, dei Gilmertin e dei Clyde. Era una stupenda giornata, e il fatto di vivere in un mondo così generosamente fornito di acqua gli sembrava un dono del cielo, una benedizione. Si sentiva il cuore leggero, e cominciò a correre sull’erba. L’impresa di avventurarsi verso casa seguendo questa insolita rotta gli dava la sensazione di essere un pellegrino, un esploratore, un uomo del destino, e sapeva che sul percorso avrebbe incontrato molti amici, tutti amici assiepati lungo le rive del fiume Lucinda.

Scavalcò una siepe che divideva il terreno dei Westerhazy da quello dei Graham, camminò sotto alcuni alberi di melo, oltrepassò il capanno della pompa e del filtro dell’acqua, e arrivò così alla piscina dei Graham. "Ehilà, Neddy!," esclamò la signora Graham. "Che magnifica sorpresa! E’ tutta la mattina che ti cerco al telefono. Su, vieni a bere qualcosa." Al pari di un vero esploratore, si rendeva conto che doveva diplomaticamente rispettare i costumi e le tradizioni di ospitalità degli indigeni locali, se voleva raggiungere la sua destinazione. Non voleva sconcertare i Graham, né sembrar loro sgarbato, ma nemmeno aveva il tempo per trattenersi a lungo a casa loro. Attraversò a nuoto la loro piscina in tutta la sua lunghezza, poi li raggiunse sotto il sole, e pochi minuti dopo fu salvato dall’arrivo di due auto cariche di loro amici del Connecticut. Durante i chiassosi saluti che seguirono, riuscì così a squagliarsela inosservato. Scese il prato davanti alla casa dei Graham, scavalcò una siepe spinosa e attraverso un terreno incolto arrivò alla casa degli Hammer. Alzando lo sguardo del suo roseto, la signora Hammer lo vide nuotare nella sua piscina, anche se non era sicura che fosse proprio lui. I Lear lo udirono tuffarsi in acqua attraverso le finestre aperte del soggiorno. Gli Howland e i Crosscup non erano in casa. Uscito dalla piscina degli Howland, Neddy attraversò Ditmar Street e si diresse verso la casa dei Bunker, da dove gli giungevano, pur da lontano, gli echi rumorosi di una festa.

L’acqua rifrangeva il rumore delle voci e delle risate, e sembrava tenerle sospese a mezz’aria. La piscina dei Bunker era su un rialzo di terreno, e Neddy salì alcuni gradini che portavano a una terrazza, dove una trentina di persone stavano bevendo. L’unica persona in acqua era Rusty Towers, che galleggiava su un materassino di gomma. Oh, com’erano incantevoli e lussureggianti le rive del fiume Lucinda! Uomini e donne prosperi erano riuniti intorno alle sue acque color zaffiro, mentre i camerieri in giacca bianca servivano loro bicchieri di gin gelato. Sopra alla testa vedeva volteggiare nel cielo un aereo rosso da addestramento che sembrava gioioso come un bambino sull’altalena. Ned provò un momentaneo sentimento d’affetto per quella scena, un senso di tenerezza per quella gente lì riunita, un sentimento che gli sembrava di poter toccare con mano. In lontananza, udiva il brontolio del tuono. Non appena lo vide, Enid Bunker cominciò a strillare: "Oh, guardate chi c’è! Che magnifica sorpresa! Quando Lucinda mi ha detto che non potevate venire, mi sono sentita quasi morire." Si fece strada attraverso la folla verso di lui, e quando ebbe finito di baciarlo lo condusse verso il bar, una marcia che fu rallentata dal fatto che Ned dovette fermarsi a baciare altre nove o dieci donne e a stringere la mano di altrettanti uomini. Un barista sorridente, che Ned aveva già visto a un centinaio di feste, gli servì un gin tonic, poi si trattenne per un attimo al bar, cercando di non farsi coinvolgere in nessuna conversazione che potesse attardare il suo viaggio. Quando gli sembrò di essere quasi circondato dagli invitati, Ned si tuffò nella piscina e nuotò lungo il bordo per evitare di entare in collisione con il materassino di Rusty. Giunto all’altra estremità della piscina, passò accanto ai Tomlinson con uno sfolgorante sorriso e si avviò trotterellando lungo il sentiero del giardino. La ghiaia gli faceva male ai piedi, ma questo era l’unico inconveniente. Gli invitati erano tutti raccolti intorno alla piscina, e avviandosi verso la casa, Ned udiva affievolirsi il rumore vivace delle voci riflesse dall’acqua, mentre si faceva più forte quello di una radio nella cucina dei Bunker, dove qualcuno stava ascoltando la cronaca di una partita di pallone. Già, era domenica pomeriggio.

(…)

Se quel pomeriggio qualcuno avesse fatto una gita domenicale, avrebbe potuto vederlo, seminudo, ai margini della strada statale 424, in attesa che si presentasse l’occasione di attraversarla. E si sarebbe domandato allora se quell’uomo era vittima di qualche scherzo di cattivo gusto, se la sua auto si era rotta, o se era semplicemente un pazzo. Lì, a piedi scalzi tra le immondizie dell’autostrada, tra lattine di birra, stracci e pezzi di pneumatici scoppiati, esposto a ogni sorta di ridicolo, Ned era una figura patetica. Già al momento della partenza sapeva che quel tratto di strada, segnato sulla sua cartina, faceva parte del percorso, ma una volta giunto davanti a quelle file di auto che si snodavano nella luce d’estate, si era trovato impreparato. Si era visto deriso, beffeggiato, bersagliato perfino da una lattina di birra, e non aveva né la dignità, né il senso dell’umorismo sufficienti per far fronte alla situazione. Sarebbe potuto tornare indietro, a casa dei Westerhazy, dove Lucinda doveva essere ancora distesa al sole. Non aveva firmato niente, non aveva giurato niente, non aveva sottoscritto impegni con nessuno, nemmeno con se stesso. E perché, allora, pur convinto com’era che tutto l’orgoglio umano doveva essere subordinato al buonsenso, non era capace di voltarsi e di tornare indietro? Perché era così deciso a portare a termine il suo viaggio, anche se ciò poteva mettere a repentaglio la sua stessa vita? Quand’era successo che quel gioco, quello scherzo, quell’esibizione erano divenuti una cosa seria? Non poteva tornare indietro, e non riusciva nemmeno a ricordare chiaramente l’acqua verde della piscina dei Westerhazy, la sensazione che aveva provato di respirare le componenti di quella giornata, le voci rilassate degli amici che dicevano di aver bevuto troppo. Nello spazio di un’ora, più o meno, aveva percorso una distanza che rendeva impossibile il suo ritorno.

Un vecchio che arrancava sull’autostrada a venti all’ora lo lasciò passare e poté arrivare così allo spartitraffico erboso in mezzo alla strada. Lì si trovò esposto al ridicolo degli automobilisti diretti verso nord, ma dopo una quindicina di minuti riuscì ad attraversare anche quella carreggiata.

(…)

Attraversata la strada, entrò nel bosco della proprietà degli Halloran. Il bosco non era stato pulito, ed era difficile e insidioso camminare lì a piedi nudi, ma alla fine arrivò al prato e alla siepe ben potata che circondava la piscina.

(…)

Per qualche motivo che non gli avevano mai spiegato, gli Halloran non indossavano costumi da bagno, un vezzo che era davvero inspiegabile, anche se il loro nudismo era forse un aspetto del loro irriducibile ardore riformatore. Ned si spogliò educatamente dei suoi calzoncini da bagno prima di varcare un passaggio della siepe.

La signora Halloran, una donna robusta con i capelli bianchi e un volto sereno, stava leggendo il Times, mentre suo marito era intento a togliere dall’acqua le foglie di faggio con un grande retino. Non sembrarono né sorpresi né dispiaciuti di vederlo arrivare. La loro piscina, forse la più vecchia della zona, era un rettangolo di pietra alimentato da un ruscello. Non aveva filtro né pompa, e la sua acqua aveva l’opaco colore dorato del corso d’acqua.

"Sto attraversando a nuoto la contea," annunciò Ned.

"Non sapevo che fosse possibile," osservò la signora Halloran.

"Be’, io ce l’ho fatta fin dalla casa dei Westerhazy," dichiarò Ned. "Devono essere cinque o sei chilometri."

Lasciò i suoi calzoncini sul bordo dell’acqua più alta, andò a piedi dov’era più bassa, poi fece a nuoto la vasca. Mentre si stava issando fuori dall’acqua, udì la signora Halloran che diceva: "Ci è dispiaciuto immensamente sapere di tutte le tue disgrazie, Neddy."

"Le mie disgrazie?", domandò Ned. "Non capisco di che cosa parli."

"Be’ abbiamo saputo che hai venduto la casa e che le tue povere bambine…"

"Non ricordo proprio di aver venduto la casa," replicò Ned. "E in quanto alle ragazze, sono a casa."

"Già," sospirò la signora Halloran. "Già…" La sua voce riempiva l’aria di una malinconia fuori stagione, e Ned le disse allora in tono brusco: "Be’, grazie della nuotata."

"Buon viaggio!", lo salutò la signora Halloran.

Oltrepassata la siepe, si infilò i calzoncini e li legò, ma gli erano larghi, e si domandò allora se, nell’arco di un solo pomeriggio, potesse aver perso peso. Aveva freddo e si sentiva stanco, e oltre a ciò la nudità degli Halloran e l’acqua opaca della loro piscina lo avevano depresso. Era una nuotata troppo lunga per le sue forze, ma come avrebbe potuto prevederlo quel mattino, mentre scivolava giù per la ringhiera e quando stava disteso al sole in casa dei Westerhazy? Sentiva le braccia fiacche, le gambe molli, le giunture che dolevano. Peggio ancora era il freddo che sentiva nelle ossa, insieme con la sensazione che non sarebbe mai più riuscito a riscaldarsi. Le foglie cadevano intorno a lui, e a un tratto sentì nel vento l’odore di legna bruciata. Chi poteva bruciare legna in quella stagione dell’anno?

(…)

Attraversò il prato davanti alla casa degli Halloran e percorse poi il vialetto che portava alla casa che essi avevano fatto costruire per la loro unica figlia, Helen, e suo marito Eric Sachs. I Sachs avevano una piscina piccola, e Ned li trovò lì accanto.

"Oh, Neddy!", esclamò Helen. "Sei stato a pranzo da mia madre?"

"Non proprio," rispose lui. "Mi sono fermato a salutare i tuoi genitori." Sembrava una spiegazione più che sufficiente. "Mi dispiace terribilmente di arrivare in questo modo, ma sono gelato e mi chiedevo se mi avreste dato qualcosa da bere."

"Molto volentieri," rispose Helen, "ma non c’è più niente da bere in questa casa da quando Eric è stato operato, tre anni fa."

Ned si domandò se stava perdendo la memoria, se quella sua capacità di rimuovere i fatti spiacevoli gli aveva fatto dimenticare che aveva venduto la casa, che le sue figlie erano in difficoltà, che quel suo amico era stato malato.

(…)

"Sono sicura però che troverai da bere in casa dei Biswanger," soggiunse Helen. "Stanno facendo un gran baccano, si può sentirlo anche da qui, ascolta!"

(…)

Attraversò alcuni campi, verso la casa dei Biswanger e i rumori della festa che venivano da là. Sarebbero stati onorati di offrirgli qualcosa da bere, ne sarebbero stati davvero felici. I Biswanger invitavano a cena lui e Lucinda quattro volte all’anno, con sei settimane d’anticipo, e ogni volta venivano snobbati, eppure continuavano a invitarli, incapaci di comprendere le rigide e antidemocratiche regole della loro società. Erano quel tipo di persone che durante i cocktail discutono di prezzi, che a cena si scambiano informazioni sul mercato, che raccontano barzellette sporche dopo cena all’insieme degli invitati d’ambo i sessi. Non appartenevano all’ambiente di Neddy, e non erano nemmeno compresi nell’elenco degli auguri di Natale di Lucinda. Ned si avviò verso la loro piscina con una sensazione d’indifferenza, di degnazione e anche un po’ d’imbarazzo, perché sembrava farsi buio, e quelle erano le giornate più lunghe dell’anno. La festa era molto rumorosa e affollata.

(…)

Quando Grace Biswanger lo vide, si diresse verso di lui, ma non aveva l’espressione cordiale che lui aveva diritto di aspettarsi, bensì un’aria bellicosa.

"Ehi, in questa festa c’è proprio di tutto," esclamò ad alta voce, "compresi quelli che violano i domicili privati."

Non sarebbe mai riuscita, però, a mortificarlo pubblicamente, su questo non c’era dubbio, e Ned non battè ciglio. "Uno che viola i domicili privati," domandò garbatamente, "si merita almeno qualcosa da bere?"

"Accomodati," rispose lei. "Non sembra che fai molto caso agli inviti."

Poi gli voltò le spalle per andare a raggiungere alcuni invitati, mentre Ned andava al bar a ordinare un whiskey. Il barista glielo servì, ma con fare sgarbato. Era un mondo, il suo, in cui i camerieri tenevano un aggiornato registro sociale, e quell’umiliazione da parte di un barista affittato significava uno scadimento del suo rango sociale. Ma forse quell’uomo era nuovo dell’ambiente e non era beninformato. Poi Ned udì Grace che diceva alle sue spalle: "Sono andati in bancarotta da un giorno all’altro, ora non hanno altro che il reddito, e lui è arrivato qui una domenica, ubriaco, e ci ha chiesto di prestargli cinquemila dollari…" Era una donna che parlava sempre di soldi, peggio di uno che mangia i piselli col coltello. Ned si tuffò nella piscina, l’attraversò a nuoto e poi se ne andò.

La successiva piscina del suo elenco, la terz’ultima, era quella di una sua ex amante, Shirley Adams. Se era stato maltrattato a casa dei Biswanger, lì Ned avrebbe trovato consolazione. L’amore, anzi l’esaltazione dei sensi, sarebbe stato il miglior elisir, l’analgesico, la pillola colorata che avrebbe restituito elasticità ai suoi movimenti e gioia al suo cuore. Avevano avuto una relazione la settimana prima, o forse un anno prima, lui non ricordava bene. Era stato lui a troncarla, il coltello dalla parte del manico l’aveva lui, e mentre varcava il cancello del muro di recinzione della piscina sentiva dentro di sé soltanto una grande sicurezza. Sembrava, in un certo senso, che quella piscina gli appartenesse, perché gli amanti, in particolare gli amanti clandestini, posseggono le cose dei loro spasimanti con un’autorità che è sconosciuta nel sacro vincolo del matrimonio. Shirley era lì, con i suoi capelli color rame, ma la sua figura, ai bordi della lucente acqua cerulea, non suscitava in lui profondi ricordi. Era stata una faccenda superficiale, ricordava Ned, anche se lei aveva pianto quando lui l’aveva troncata. Sembrò sconcertata, nel vederlo, e lui si domandò se era ancora offesa. Dio non voglia, si sarebbe messa a piangere di nuovo?

"Che cosa vuoi?" gli domandò.

"Sto attraversando a nuoto la contea," le spiegò lui.

"Oh Cristo. Ma tu non crescerai mai?"

"Be’, che cosa ti prende?"

"Se sei venuto per soldi," rispose lei, "non ti darò nemmeno un altro centesimo."

"Potresti darmi qualcosa da bere."

"Potrei, ma non voglio. Non sono sola."

"Be’, passavo solo di qui."

Si tuffò nella piscina e l’attraversò a nuoto, ma quando tentò di issarsi sul bordo, si accorse che non aveva più forza nelle braccia e nelle spalle, e pian piano raggiunse la scaletta e la salì.

(…)

E mentre attraversava il prato già buio sentì nell’aria l’odore di crisantemi o delle calendule, qualche persistente odore autunnale, penetrante come quello del gas. Alzando lo sguardo, vide che le stelle erano già spuntate, ma perché gli sembrava di vedere Andromeda, Cefeo e Cassiopea? Dov’erano finite le costellazioni di mezza estate? E allora gli venne da piangere.

Era forse la prima volta che piangeva, nella sua vita di adulto, e sicuramente era la prima che si sentiva così infelice, infreddolito, stanco e sgomento.

(…)

Aveva fatto quello che si era proposto, aveva attraversato a nuoto la contea, ma ora era così inebetito dallo sforzo che il suo trionfo gli appariva senza senso. Curvo, aggrappandosi ai paletti del cancello per sostenersi, imboccò finalmente il vialetto che conduceva a casa sua.

Trovò la casa immersa nel buio. Era così tardi che erano andati tutti a letto? Forse Lucinda si era fermata a cena a casa dei Westerhazy? E le ragazze l’avevano raggiunta lì o erano andate in qualche altro posto? Non erano d’accordo di rifiutare la domenica tutti gli inviti per rimanere a casa? Provò ad aprire le porte del garage per vedere quali auto erano dentro, ma le porte erano chiuse a chiave, e sulle mani gli rimase la ruggine delle maniglie. Mentre andava verso la porta di casa, vide che la violenza del temporale aveva strappato un tratto di grondaia, che ora pendeva sopra la porta come la bacchetta di un ombrello. L’avrebbe fatta aggiustare il mattino dopo. La casa era chiusa a chiave, e pensò che doveva averla chiusa qualche stupida cuoca o cameriera, finché non ricordò che già da un po’ di tempo non avevano più cuoche e cameriere. Gridò, batté con i pugni sulla porta, tentò di abbatterla a spallate, e poi, guardando attraverso le finestre, vide che la casa era disabitata.