Come una bestia feroce Fabio Cozzi
Max Dembo è appena uscito di prigione. Ha scontato otto anni in carcere. Vorrebbe fare una vita normale a Los Angeles; per la prima volta da quando ha aperto i suoi occhi nel mondo. Vorrebbe vivere lavorando onestamente. Ma uno come lui ha il marchio del crimine inciso a fuoco sulla pelle. E la gente "onesta" (come il suo agente di controllo Rosenthal) fa di tutto per dimostrarglielo. Così Max riscopre ladrenalina che può trasmettergli il crimine, lunica cosa che sa fare veramente bene. Edward Bunker, una fedina penale che mette paura, è uscito ed entrato dai penitenziari più duri degli States. In carcere ha letto e scritto moltissimo. Della cosa che sa di più. Il crimine, appunto. E Come una bestia feroce (Einaudi stile libero, p.358 e. 9,30) è uno dei noir più belli apparsi negli ultimi tempi in libreria. Ritmo feroce, incalzante. Cinismo venato da un sguardo lucido e impietoso sui guasti della società americana. Un romanzo che lascia il segno.
La sezione degli annunci economici del "Los Angeles Times" aveva pagine e pagine di offerte di lavoro. Una piccola parte di esse poteva andar bene per me, ma soltanto in cinque o sei casi i posti erano in centro, dove sarei potuto passare prima ancora di presentarmi da Rosenthal. Tentai con quattro ditte. Una aveva già trovato quello che cercava. Unaltra era una grossa società che richiedeva che i dipendenti fossero vincolati: mi allontanai senza nemmeno compilare i moduli. Altre due cercavano venditori: ma avevano bisogno di qualcuno dotato di automobile, e nessuna offriva una garanzia di salario o un anticipo sulle commissioni. Personalmente non avevo né unauto né una cifra sufficiente a tirare avanti. Vagando da ufficio a ufficio avevo percorso cinque chilometri a piedi. Dopo così tanti anni di calzature da prigione, i miei piedi non erano abituati alle scarpe basse. Su entrambi i talloni mi si erano formate vesciche delle dimensioni di mezzi dollari e gonfie di liquido. Quando raggiunsi lufficio di Rosenthal sul West Olympic Boulevard stavo ormai zoppicando. A contribuire al mio disagio, il caldo feroce stava iniziando a calare la sua cappa sulla valle di Los Angeles. Ledificio che ospitava lufficio per la libertà condizionata era poco appariscente. Soltanto linsegna dipinta sulla porta a vetri opachi (Dipartimento Correzionale, Divisione per i Servizi Civili) lo distingueva da una piccola struttura ospedaliera. La saletta daspetto, deserta, offriva alcune panche spoglie e dure. Una centralinista mi annunciò e premette un pulsante. La porta che dava sugli uffici ronzò mentre la serratura veniva aperta elettronicamente. Il suono mi fece rabbrividire. Tecnicamente oltre quella porta mi sarei ritrovato in stato di arresto. Rosenthal mi aspettava alla fine di un breve corridoio appena oltre la porta. Era in piedi sulla soglia dellufficio, le gambe circonfuse da un alone di luce proveniente dalla finestra. Era senza giacca; le maniche corte della camicia rivelavano un tappeto di spessi peli neri lungo gli avambracci. Venga, - minvitò. Temevo che non si sarebbe presentato. Ieri sera era un po nervoso.
Rosenthal inclinò la sedia allindietro e posò i piedi sulla scrivania. Si allacciò le dita grassoccie dietro la nuca e prese a fissarmi con severa intensità. Masticava placido un pezzo di chewing-gum. La tensione crebbe insieme al silenzio.
Arrossii, preparandomi a ribattere, ma ricacciai indietro le parole grosse. La sfida alle autorità era un giochetto che avevo praticato molto spesso, e conoscevo la sua iniquità. Se avessi protestato, Rosenthal avrebbe potuto cacciarmi in galera (a patto che non lavessi steso e ma la fossi data a gambe) con un semplice rapporto in cui avrebbe potuto scrivere ciò che voleva, e io mi sarei ritrovato a bordo di un pullman con le sbarre ai finestrini diretto in prigione. Non vi sarebbe stata alcuna udienza, alcuna possibilità di appello; non sarei neppure stato in grado di conoscere i contenuti del rapporto. E così mi controllai, dicendomi che forse un appello alla ragione avrebbe potuto sensibilizzarlo.
Mi fermai, sforzandomi di incanalare lagitazione in una serie di parole sensate, mentre il sudore mi inumidiva la fronte e le ascelle. Deve rendersi conto che sono diverso da lei. Sono deviato e intrappolato da fin troppo tempo per essere uguale a lei. ma ciò non significa che sia una minaccia per la società. Se credessi che il mio futuro debba per forza essere uguale al mio passato, mi ucciderei. Sono stanco. Posso forzarmi quanto basta per mantenermi entro i confini della legge, ma non sarò mai lometto che torna dalla moglie e dai figli ne suo villino sulla San Fernando Valley. Vorrei tanto esserlo, ma non lo sono. E le sue minacce non maiuteranno a controllarmi. Le minacce provocano rabbia, non paura.
Lo stomaco mi si serrò in un nodo. Rosenthal era irremovibile. Avevo tentato. Rivoli di sudore mi scendevano sotto la camicia. Un terribile pensiero esplose in superficie. E se Rosenthal avesse avuto ragione? E se davvero seguire ciecamente le regole fosse la chiave per raggiungere la felicità e la pace interiore? Era possibile che un individuo solo, per quanto sicuro delle proprie opinioni, fosse nel giusto? Forse Rosenthal riusciva a vedermi con chiarezza, mentre il sottoscritto si autoaccecava con una cortina di parole. Accettare un pensiero del genere equivaleva a mettere un piede oltre lorlo dellabisso. Tornai sulla terraferma della segreta indignazione. Avevo cercato di essere onesto, ma il figlio di puttana non era uno di cui ci si poteva fidare. Avrei usato linganno. Rosenthal mi guardava, un sorriso da Gioconda dipinto sulle labbra spesse, gli occhi luccicanti, le mascelle a lavorare sul chewing-gum. Lasciamo perdere le stronzate e parliamo di cose serie disse. Ora le dirò cosa mi aspetto da lei. Annuii in segno di accettazione.
Quelle parole mi causarono unondata di nausea: avevo contato sul fatto di essere in grado di nascondere il mio passato: avrei potuto essere diverso facendo sì che gli altri pensassero che fossi diverso. La gravità di quellordine mi stordì. E come faccio a trovare un lavoro decente?
Non dissi nulla. Non provavo alcuna pena per chi aveva agito così da idiota. E neppure ce lavevo con Rosenthal, che si era comportato esattamente nel modo in cui mi ero aspettato si comportasse. Era ancora più cieco di me. Nel suo sguardo potevo scorgere me stesso, ma era unempatia non corrisposta. Se fossi riuscito a cavarmela, sarebbe stato suo malgrado. Sul marciapiede mi sentii schiacciato dalla calura. Dovevo trovare una stanza da qualche parte e dormire. Le pillole stavano terminando il loro effetto, lasciandomi addosso una stanchezza doppiamente intensa. E il peso della libertà vigilata si stava trasformando in una sorta di albatro appollaiato sul collo. Avrei dovuto adattarmici o sarei tornato dritto in prigione. Bastardo, - mormorai, - succhiacazzi di un bastardo figlio di puttana.
7.1.03
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