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Demetrio Paolin: "Narrativa e pallottole"   
di Michele Trotta

Demetrio Paolin è un giovanissimo critico letterario (è nato nel 1974), da tempo ha rivolto il suo interesse alla narrativa prodotta in Italia sulla scorta del ricordo degli anni di piombo. Il risultato è stato Una tragedia negata. Il libro, oltre ad essere scaricabile gratuitamente dal sito vibrisselibri.net (diretto da Giulio Mozzi con molta attenzione alla pubblicazione di giovani scrittori senza un contratto) contiene un’attenta analisi della narrativa che si è sviluppata attorno e negli anni di piombo: da Sciascia a De Cataldo, passando per il caso di qualche anno fa Tre uomini paradossali di Girolamo Di Michele. Nel saggio di Paolin ritroviamo una guida alla lettura di romanzi che raccontano un momento della storia italiana troppo vicino a noi per essere trattato con distacco. La letteratura diventa in questi romanzi, uno strumento di indagine storica e, forse, una specie di esorcismo collettivo. Demetrio è stato gentile e mi ha inviato dopo pochissimo tempo le risposte dell’intervista via e-mail. Buona lettura.

In Italia ci sono due vie: una che porta ad una parziale riconsiderazione del terrorismo ed al reinserimento dei suoi protagonisti nella società, ed un’altra “censoria”, che vuole una rimozione, degli anni di piombo e dei suoi personaggi, dalla storia d’Italia recente. Tu da che parte stai?
Quelle che tu definisci come due vie, sono in realtà un’unica linea; la rimozione degli anni di piombo fa in modo che il reinserimento dei suoi protagonisti avvenga sotto silenzio. Io non sono contrario, ma mi stupisce come il reinserimento, che dovrebbe essere l’esito finale di un precorso difficile e complesso, avvenga con una certa facilità. Io non sto quindi da nessuna parte, non sono un politico né un giurista quindi non ho delle soluzioni. Penso, questo sì, che la letteratura abbia però un suo ruolo, che sta nel tentativo di fare di quegli anni narrazione.

Occuparsi di terrorismo, anche dal punto di vista letterario, è un modo per esorcizzare un periodo sicuramente violento della nostra storia oppure rientra in un normale esercizio di critica letteraria?
Una tragedia negata nasce come il bisogno di trovare risposte ad un malessere che ho covato nei giorni dell’omicidio Biagi e che mi ha accompagnato successivamente mentre leggevo i libri su quegli anni. L’unico modo che io poi avevo di descrivere questo malessere era la letteratura e così ho provato a raccontare e a fare critica, tentando un saggio che fosse sì rigoroso dal punto di vista scientifico, ma nello stesso tempo contenesse dei momenti più strettamente narrativi. E’ stato, ma me ne rendo conto solo ora, anche un modo per capire gli anni della mia infanzia, io sono nato nel 1974. Come dire che il mio interesse per questo periodo non è stato neutro, ma anzi mi ha portato a riflettere profondamente su me e il mio paese.

Hai pubblicato il tuo libro per “Vibrisse”. Nell’editoria istituzionale non c’era spazio per te o eri tu che non volevi il loro spazio?
L’uscita con Vibrisse ha due ordini di motivi. Le prime prove di Una tragedia negata, i primi capitoli, i prodromi sono uscite su vibrissebollettino. E’ stato l’intervento di Giulio Mozzi (e di Filippo La Porta) a convincermi a non abbandonare questo studio. L’approdo a vibrisselibri, quindi, è stato naturale. Inoltre Una tragedia negata è un libro, come ti ho già detto, particolare: esula dal saggio “accademico” e si muove e cerca altri territori. E’ quindi un libro mostruoso, quanto meno particolare, e l’editoria istituzionale avrebbe trovato qualche difficoltà ad accettarlo. Penso che la pubblicazione su vibrisselibri abbia giovato al testo, che ha trovato lettori attenti, critici puntuali.

La tua analisi letteraria sembra supportare un’idea che gira in testa a molti scrittori: la verità sugli anni di piombo è scritta nei romanzi”. E’ così?
Bella domanda, a cui non so risponderti o per la quale dovrei scrivere un saggio. Io sono convinto che la letteratura se è tale ha sempre a che fare con il vero e con il bello. Non so, come tu sembri ipotizzare, se la letteratura può dire la verità su quegli anni, ma sono consapevole che la narrativa ha delle caratteristiche che potrebbero portare a vedere più in profondità quei fenomeni.

Secondo te “l’epica del terrorista” ha fatto male o bene alla narrativa italiana?
Sinceramente non la chiamerei epica, e non potrei dirti se ha fatto male o bene. Posso dire che molti dei romanzi letti su questo argomento non mi sono sembrati riusciti. Quindi la domanda avresti dovuto formularla così: secondo te l’epica del terrorista ha prodotto buoni o cattivi libri italiani? Io ti avrei risposto: ha prodotto libri non riusciti o almeno non del tutto.

Quale potrebbe essere il romanzo (o il racconto) che meglio incarna il senso del tuo lavoro?
L’affaire Moro di Sciascia. In questo libro il tragico non è negato, anzi è guardato in faccia e analizzato senza paura. Sciascia è quello che meglio d’altri ha guardato il sentimento oscuro di quegli anni raccontandolo. Tra i libri della nuova generazione a me sono piaciuti, pure se con alcune riserve, Piove all’insù di Luca Rastello, Tuo Figlio di Gianmario Villalta, Piombo di Duccio Cimatti, Anatomia della Battaglia di Giacomo Sartori.

In Italia, soprattutto al cinema, si continua a fare i conti con gli strascichi degli anni di piombo ed intanto molti ex terroristi hanno beneficiato di provvedimenti che di fatto ristabiliscono la loro libertà. Cosa pensi di questo stato di cose?
I provvedimenti giudiziari sono presi da un potere che decide autonomamente applicando la legge. Se una persona ha tutti i requisiti per alcuni benefici è giusto che gli vengono concessi. Il problema è il pensare che questa acquisizione chiuda i conti con il proprio passato. I provvedimenti di semi libertà, di grazia o quant’altro non concludono la stagione degli anni di piombo. Per quanto riguarda il cinema e il suo essere interessato a quegli anni, credo che dipenda anche dal fatto che gli anni ’70 furono i primi anni filmabili e questo che dal punto di vista della narrazione filmica può essere un modo per confrontarsi.

Tratteggiare la figura dei terroristi come degli “eroi romantici” non potrebbe creare nei più giovani (ed in chi non ha vissuto quegli anni) un’idea sbagliata sulla violenza eversiva?
Il problema è fare in modo che nelle narrazioni sia riconosciuto un ruolo agli altri protagonisti di quegli anni. Nel mio saggio io rimprovero più volte non tanto la “romanticizzazione” del terrorista (sono scelte dell’autore e poi il fatto di trovare Starovigin un grande personaggio non ci fa compiere i suoi orrendi misfatti), quanto il fatto che non esistono gli altri personaggi. I poliziotti, le vittime entrambe queste categorie non sono rappresentate se non modo parziale e marginale. E’ questo il vero rischio. Bisognerebbe dire che quando si preme il grilletto di una pistola il proiettile solitamente finisce contro un bersaglio, che è un uomo, che aveva una vita.

Quanto interesse ha ricevuto il tuo libro da critici e riviste specializzate? Hai intenzione di continuare nelle tue ricerche?
Il libro ha ricevuto delle buonissime critiche. I maggiori quotidiani italiani ne hanno parlato (Corriere della Sera, Il Giornale, Riformista) sono andato a tenere alcune lezioni all’università (Pisa e Milano) e ho fatto diverse presentazioni. Gli scaricamenti hanno superato quota 2000. Quindi sono più che soddisfatto ed è ovvio che sto continuando le ricerche, perché sono usciti nuovi libri e si aggiungono nuovi tasselli. Mi sto occupando del fumetto e ho in mente di fare una nuova edizione de Una tragedia negata.

Scritto il 15.07.07 alle 22:22